Universali musicali

Come scritto tante volte, pur considerando il metodo comparativo utile e necessario nelle scienze umane, tendo a diffidare dell’abuso del metodo comparativo, spesso usato per delle ricostruzioni arbitrarie del lontano passato, che spesso sono riproposizioni del Mito del buon selvaggio, antico quanto l’Occidente.

Un esempio di tale approccio è la ricerca di Victor Grauer, il quale, partendo da un lungo e straordinario lavoro sul campo, ha provato a incrociare una vasta mole di dati etnomusicologici, antropologici e genetici per ricostruire all’indietro la storia della cultura umana, convinto che così facendo si possa seguire anche la traccia della musica, fino a un archetipo che possa suonare come quello originario, quello che decine di migliaia d’anni fa risuonava nelle savane dell’Africa Orientale.

Nel far ciò, formula anche una serie di ipotesi sulla natura originaria delle società umane, e in particolare su un tema . se esse siano, o no, naturalmente portate alla guerra.

Ora, trascurando la forzatura logica nel passare dall’identificare pattern comuni tra le diverse culture e da questi provare a ricostruire una società totalmente estranee alla nostra, è indubbio che questi universali musicali esistano.

Sono infatti delle proprietà ritmiche, la cui capacità di riconoscerle è cablata nei nostri circuiti neurali, che permettono di sequenze strutturate da sequenze casuali

In particolare, secondo numerosi ricercatori di musicologia comparata, queste sequenze ritmiche, per essere riconosciute, devono:

  • essere composte da battiti separati da durate predefinite e categorizzate (per esempio molto breve, breve, lungo, molto luno) anziché durate che possano assumere qualsiasi valore;
  • formare motivi, ossia pattern di durate che si ripetono;
  • indurre un senso di isocronia, ossia essere strutturate attorno a un battito che la nostra mente riconosce come regolare;
  • essere strutturate secondo accenti binari o ternari, alternando suoni più forti a suoni più deboli.

La questione è che questi universali sono presenti in parte in altre specie di mammiferi, ad esempio le foche, che secondo un mio amico biologo potrebbero in potenza essere ottimi tamburelliste di pizzica e in toto in molti i primati, dai lemuri in su.

In particolare, tra i lemuri, il cantatore per eccellenza è l’Indri, purtroppo a rischio di estinzione. In genere, il loro canto è corale: a dare il via alla musica è nel gruppo, la femmina, mamma dei piccoli.. Il suo canto è composto da molte note brevi sulle quali si inserisce il maschio dominante e tutti i giovani maschi sopra i due anni

Le unità sonore sono organizzate in frasi e mostrano un chiaro dimorfismo sessuale: quelle dei maschi hanno durata maggiore delle femmine, ma sono meno numerose. Durante il canto, in particolare, quelle dei giovani maschi si alternano rispetto a quelle della femmina e del dominante, in modo da non coprire il lor canto.

Canto che incomincia con vocalizzazione roche, che attirano l’attenzione dei membri del gruppo, poi le note lunghe, per poi terminare con un numero variabile di unità ritmiche, tra le due e le sei, con frequenza decrescente.

Perché canta l’Indri ? Per due motivi: per delimitare il territorio dai clan vicini, una sonata è sempre meglio di una rissa, e per rimorchiare…

Però il fatto che abbia in comune, come il gibbone, il tarsio e il callicebo, gli universali musicali, implica come questi non siano residui della cultura di un’immaginaria società ancestrale, ma casuali effetti collaterali dell’evoluzione, come i bias cognitivi.

Cantiamo e suoniamo non perché discendiamo dai dei Gandhi preistorici, ma solo perché apparteniamo alla grande famiglia dei Primati.

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