Dall’India alla Grecia (Parte III)

gandhara

In parallelo agli incontri tra Alessandro e i brahamani, avvennero una serie di incontri tra gli intellettuali greci al seguito del Macedone e la complessa e variegata cultura indiana dell’epoca; intellettuali che rimasero spiazzati dalla scoperta, tutt’altro che scontata, che anche tra i barbari si praticasse la filosofia. Contatti resi complessi dalle differenze linguistiche, i greci non si resero conto delle differenze tra induismo, buddismo e giainismo, con forse l’unica eccezione dell’ammiraglio Nearco di Creta, di cui Strabone dice

Nearco parla dei filosofi come segue: i Brachmanes sono impegnati in affari di stato e frequentano i re come consiglieri, ma gli altri filosofi indagano i fenomeni naturali, e Calano è uno di questi

E dal fatto che gli intellettuali ellenici avevano già ricevuto in patria una solida formazione filosofica che li portava a filtrare, decontestualizzare e reinterpretare a loro uso e consumo quanto apprendevano dal pensiero indiano.

Eppure, nonostante queste doverose precisazioni, alcuni importanti contributi indiani alla filosofia greca vi furono a cominciare dal Cinismo.

Sempre Strabone parlando dell’architetto di Alessandro Aristobulo di Cassandrea, che tra le tante cose si occupò del restauro della tomba di Ciro il Grande a Pasargade, racconta che

Aristobulo dice di aver visto due filosofi (sophiston) a Taxila, entrambi Brachmanes, e che il più vecchio aveva la testa rasata , ma il più giovane aveva i capelli lunghi , e che entrambi erano seguiti da discepoli, e che, quando non altrimenti impegnati, trascorrevano il loro tempo nella piazza del mercato, erano onorati come consiglieri ed erano autorizzati a prendere come dono qualsiasi merce volessero […] giunsero al banchetto di Alessandro, mangiarono in piedi, e gli insegnarono un esercizio di resistenza (karterìa = fermezza, autocontrollo), ritirandosi in un luogo lì vicino, dove l’anziano si coricò a terra sulla schiena e sopportò i raggi del sole e le piogge […], il più giovane si mise in piedi su una gamba reggendo con entrambe le mani un tronco di tre cubiti di lunghezza […] per tutto il giorno, […] l’anziano ha accompagnato il re fino alla fine, e quando era con lui cambiò abiti e modo di vita e, quando era rimproverato da alcuni, diceva che aveva completato i quaranta anni di disciplina che aveva promesso di osservare

Insomma, incontrò due yogin, ma ai greci dell’epoca, non potevano che richiamare alla mente il cinico Diogene di Sinope, il quale secondo il suo omonimo Laerzio,

Soleva anche dire che nella vita assolutamente nessun successo è ottenibile senza strenuo esercizio, e che questo è capace di vincere qualunque ostacolo. È dunque necessario che quanti scelgono le fatiche che sono in armonia con la natura, invece di quelle improficue, vivano felicemente; mentre coloro che scelgono, contro natura, la dissennatezza siano infelici. Lo stesso abito acquisito di spregiare il piacere fisico è piacevolissimo; e come quanti sono abituati ad una vita piacevole si dispiacciano se vanno incontro al suo contrario, così coloro che sono esercitati al loro contrario spregiano con gran piacere proprio i piaceri fisici. Di questo genere erano i discorsi che faceva e che dimostrava mettendoli in pratica: contraffacendo effettivamente la moneta, non concedendo alla legalità l’autorità che invece concedeva alla natura, e affermando di condurre la stessa sorta di vita che era stata di Eracle, il quale nulla anteponeva alla libertà

Cosa ancor più evidente nel racconto dedicato da Strabone a Onesicrito di Astipalea, braccio destro di Nearco e discepolo di Diogene.

Onesicrito dice che egli stesso è stato inviato a parlare con questi filosofi (sophistai), poiché Alessandro aveva sentito dire che queste persone rimanevano sempre nude (gymnoi [da qui il termine gymnosophistai = filosofi nudi]) e si dedicavano a prove di resistenza (karterìa = fermezza, autocontrollo), ed erano tenuti in grande rispetto […] [Onesicrito] trovò quindici uomini a una distanza di venti stadi dalla città, che restavano in diverse posture, in piedi o seduti o distesi nudi e immobili fino a sera – quando rientravano in città – e il sole era molto difficile da sostenere, faceva infatti così caldo che a mezzogiorno nessun altro poteva facilmente sopportare di camminare a piedi nudi.

Onesicrito dice che egli conversò con uno di questi filosofi, Calano [Plutarco, Vita di Alessandro, riferisce il nome Sphìnes ?, Calano è conio greco derivato dal sanscrito kalyāṇa, “salve!”], il quale accompagnò il re fino in Persia e morì,secondo l’usanza antica, ponendosi su una pira e facendosi ardere. Dice che Calano stava sdraiato sulle pietre, quando lo vide per la prima volta; che quindi gli si avvicinò e lo salutò, e gli disse che era stato inviato dal re per imparare la saggezza dei filosofi e riferirla, e che, se non vi era alcuna obiezione, era pronto ad ascoltare i suoi insegnamenti, e che quando Calano vide il mantello e il cappello a tesa larga e gli stivali che indossava, rise di lui e disse:

“Nei tempi antichi il mondo era pieno di farina d’orzo e farina di grano, come ora lo è di polvere, inoltre scorrevano fontane, alcune con acqua, altre con latte e parimenti con miele, e altre con vino, e alcune con olio d’oliva, ma a causa della sua ingordigia e del desiderio, l’uomo divenne arrogante oltre ogni limite. Ma Zeus, odiando questo stato di cose, tutto ha distrutto e assegnò all’uomo una vita di duro lavoro. E quando l’autocontrollo e le altre virtù in generale dovessero riapparire, verrà di nuovo abbondanza di benedizioni. Ma la condizione dell’uomo è ancora vicina a sazietà e arroganza, e vi è pericolo di distruzione di tutto ciò che esiste”.

E Onesicrito aggiunge che Calano, dopo aver detto questo, gli ordinò, se voleva imparare, di togliersi i vestiti, di sdraiarsi nudo sulle stesse pietre, e, quindi, di ascoltare i suoi insegnamenti, e che mentre [Onesicrito] stava esitando sul da farsi, Mandani, che era il più vecchio e più saggio dei filosofi, rimproverò Calano per l’arroganza, […] [Mandani dice a Onesicrito] che doveva essere perdonato se, conversando con l’aiuto di tre interpreti, i quali, a eccezione della lingua, non sapevano più di quanto sapeva la massa, egli non fosse stato in grado di esporre aspetti della sua filosofia che fossero utili; poiché questo, aggiunse, sarebbe come aspettarsi che l’acqua fluisca pura attraverso il fango!

In ogni caso, tutto ciò che disse, secondo Onesicrito, tendeva a questo, che il miglior insegnamento è quello che elimina il piacere (edoné) e il dolore (lyke) dall’anima [tesi tipica di molte filosofie indiane: distaccarsi da sukha e duḥkha], e che il dolore (lyke) e la fatica (pònos) si differenziano, perché il primo è nemico dell’uomo e la seconda è amica; poiché l’uomo allena il corpo alla fatica in modo che le sue opinioni possano essere rafforzate, per cui egli può porre fine ai dissensi ed essere pronto a dare buoni consigli a tutti, sia in pubblico che in privato […].

Onesicrito dice che, dopo aver detto questo, Mandani chiese se tali dottrine siano state insegnate fra i Greci, e che quando [Onesicrito] rispose che Pitagora insegnò queste dottrine, e anche invitò le persone ad astenersi dalla carne, come avevano fatto anche Socrate e Diogene, e che egli stesso era stato un allievo di Diogene. Mandani rispose che egli considerava i greci di giusto pensiero, ma che si sbagliavano su un punto, in quanto preferivano la convenzione sociale (nomos) alla natura (physis), altrimenti, disse Mandani, non si vergognerebbero di girare nudi, come lui, e di vivere in modo frugale; poiché, aggiunse, la casa migliore è quella che richiede il minor numero di riparazioni […]. E Onesicrito continua a dire che costoro indagano numerosi fenomeni naturali, tra cui pronostici, piogge, siccità e malattie […] e che loro considerano la malattia del corpo come la cosa più vergognosa e che chi sospetta malattia si suicida per mezzo del fuoco: accumulauna pira funebre, si unge, si siede sul rogo, ordina che sia acceso e brucia senza muoversi

Con tutti di distinguo legati alla trasmissione testuale e alle contaminazioni favolistiche, è possibile che Onesimo abbia incontrato dei monaci buddisti e questi, in qualche modo, gli abbiano descritti la versione dell’epoca delle quattro nobili verità e dell’ottuplice sentiero, più semplice di quella canonizzata nel I secolo a.C.

Versione che prevedeva l’eliminazione dall’attaccamento a ciò che è transitorio, visto come fonte del dolore e una moralità basata sul dominio, per giungere all’Illuminazione. Onesimo reinterpretò queste idee nell’ottica greca, depurandole da tutta la loro tensione metafisica e in qualche modo le utilizzò per dare fondamento intellettuale alla filosofare di Diogene, che era essenzialmente prassi e azione nella vita.

Fondamento intellettuale che con il tempo, passò allo Stoicismo e tramite questo divenne uno delle componenti della riflessione etica del Cristianesimo.Analogo discorso, per quel poco che ne sappiamo, dato che non lasciò nulla di scritto, si può dire di Pirrone di Elide, fondatore delle Scetticismo: questo non solo per aver liberato la fisolosofia greca da quella che Schopenhauer definiva

È Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che egli prende per un serpente

Infatti, grazie ad Ascanio di Abdera sappiamo:

Pirrone si è poi legato […] a Brisone, figlio di Stilpon, e più tardi ad Anassarco, dal quale divenne inseparabile. Egli lo ha [scil. Anassarco] accompagnato in India e ha visitato con lui i gimnosofisti e i magi. Donde sembra aver coltivato la più nobile filosofia, che ha per primo introdotto in Grecia, ovvero l’acatalessia [= inconoscibilità della vera naturadelle cose] e la sospensione del giudizio (epoché)

Il che fa sospettare che Pirrone abbia, in qualche modo, avuto contatti con il giainismo dell’epoca, secondo il quale l’universo può essere considerato da molti punti di vista, mentre la realtà non è espressa compiutamente da nessuno di essi. Per cui, chiunque si basi sulla mera esperienza empirica è condannato a non raggiungere la Verità: questa è invece conoscibile da colui che acquisisce la capacità di vedere la Realtà con mezzi percettivi non ordinari, ossia tramite l’ascesi, la compassione e la meditazione, superando i limiti della propria individualità ‘storica.

Pirrone tradusse questi concetti nell’esperienza concreta dei greci della sua epoca: secondo la testimonianza di Sesto Empirico, infatti, Pirrone credeva che “vive eternamente una natura del divino e del bene” (Contro i matematici, XI, 20) per cui il saggio che coglie questa verità non può che desumerne un “retto canone”, cioè avere un atteggiamento di distacco da questo mondo e dalle varie opinioni su di esso con cui l’uomo ordinario inutilmente s’irretisce.

Distacco dal mondo e gnosis che divennero la base della Seconda Accademia e del Neoplatonismo, influenzando a loro volta il pensiero cristiano.

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