Il triangolo, no! Non lo avevo considerato

Strano destino, quello di Palestrina: famosa in tutto per il tempo della Fortuna, è assai meno nota per i suoi tanti gioielli del Barocco. Tra questi, il più affascinante è senza dubbio il cosiddetto Triangolo Barberini, il casino di caccia che la famiglia nobiliare volle far costruire nel suo feudo prenestino. Misterioso, perché, a causa dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale, gli stessi che permisero di riportare alla luce l’antico santuario latino nel centro storico, i documenti che ne parlavano, andarono tutti distrutti.

Si ipotizza, a causa dello stemma araldico che domina il portale d’ingresso, che unisce la “torre” Giustiniani e le “api” Barberini, che possa essere stato costruito intorno al 1653, quando Maffeo Barberini, per rappacificarsi con i Pamphilj e recuperare parte del patrimonio di famiglia, messo sotto sequestro dalla Camera Apostoliche per le tangenti prese dal suo parentado durante la guerra di Castro, sposo Olimpia Giustiniani, pronipote di Innocenzo X.

La storia tra l’altro racconta che Olimpia, appena dodicenne, dopo le nozze si rifiutò di recarsi a casa dello sposo né acconsentì alla consumazione del matrimonio. Sua madre a questo punto si rivolse a lei dicendole che era stata fortunata in quanto molte altre ragazze da marito della buona società romana dell’epoca erano costrette a sposare mariti molto più anziani di loro, mentre lei aveva la possibilità di sposare il principe Barberini che aveva 22 anni. La ragazza ad ogni modo continuò a rifiutarsi ed a questo punto intervenne Olimpia Maidalchini che spinse la nipote sulla carrozza che la portò a Palazzo Barberini dove iniziò la sua vita matrimoniale.

Grazie ai cronisti dell’epoca, sappiamo il nome dell’architetto: Francesco Contini, il professionista a cui si rivolgevano i Barberini quando andavano al risparmio e non avevano intenzione di riempire le esose tasche di Bernini, autore tra l’altro della Chiesa di Santa Rosalia nel palazzo baronale di Palestrina, il mausoleo della famiglia nobiliare, in cui si svolge un mio racconto presente nell’antologia Operazione Europa

Contini era un seguace di Borromini, benché facesse parte della commissione di esperti che, il 7 febbraio 1657, raccomandò il suo licenziamento come architetto di Sant’ Agnese, capace, con il suo rigore geometrico, di trasfigurare in una realtà metafisica l’irruente fantasia dell’architetto ticinese. E questo rigore esplode nel complesso del Triangolo, situato a via dell’Olmata, tra Casilina e Prenestina, in un’area di m. 242 x 206 assieme ai Casali, tre edifici, collegati simmetricamente da muri che formano due cortili interni, di cui uno centrale e ai due lati una cappella dedicata a S. Filippo Neri ed un magazzino.

Marocco nel 1875 sulla cappella dice:

«Al fiorentino Santo Filippo Neri fu dedicata una chiesa molto graziosa entro la città annessa al palazzetto de’ Barberini ed i popolani non trascurarono di venerare un simile prototipo, che con una vita innocente e tranquilla e nell’istesso tempo rigido e castigato meritò di essere chiamato Santo dal popolo romano e per i miracoli confermato tale dal Santo Vicario di Cristo».

Il Triangolo Barberini è collocato esattamente nel punto d’incontro degli assi del rettangolo complessivo. Tutta l’impostazione planimetrica, a vedere la pianta del Cingoli del 1675 era imperniata su una rigorosa geometria che delineava persino la disposizione degli alberi da frutto in esagoni concentrici, sei viali secondari ed un ampio viale principale alberato convergenti verso il Triangolo, oltre a simmetriche aiuole di piante ornamentali.

La pianta dell’edificio, come dice bene il nome e che reinterpreta in maniera creativa la borrominiana Sant’Ivo della Sapienza , è rappresentata da un triangolo equilatero, di circa 20 metri di lato, che si sviluppa in tre livelli (terra, mezzano, primo piano). Vi è, inoltre, un piano interrato ove erano situate le cucine come testimoniano un forno ed una cappa semicircolare. Per ciascun livello la pianta triangolare ospita un vasto ambiente esagonale al centro e forma, negli spazi di risulta, tre piccoli ambienti triangolari ( stanze e vano-scala).

L’ultima sala esagonale “buca” il soffitto, esce all’aperto in una specie di torretta-altana che lascia spazio ad altre tre terrazze triangolari su due spigoli delle quali prendono posto due statue di guardiani a mezzo busto. La scala che raccorda i piani si trasforma in chiocciola nell’altana centrale e sale alla terrazza esagonale dove, all’uscita, si incontra con altre due cariatidi-gendarme, inquietanti figure, mezzi uomini, a difesa dell’edificio. Quattro statue in totale guardano in direzioni opposte per garantire la sorveglianza simbolica su tutti i lati del palazzo. Il piano nobile e l’altana presentano alle pareti tracce di affreschi e stucchi con motivi floreali oramai in pessimo stato di conservazione.

Perché Contini ha voluta realizzare un edificio dalla pianta così bizzarra ? Ci sono due chiavi di lettura: la prima è relativa alla celebrazione dei suoi datori di lavoro. Se ci pensiamo bene, il due triangoli, come a Sant’Ivo, richiamano l’ape dei Barberini, che si slancia verso l’alto nella torre dei Giustiniani. Un’esaltazione del matrimonio tra Maffeo e Olimpia, che dialogava, nel rapporto tra Micro Cosmo e Macro Cosmo, con lo stemma dell’ingresso, come in una metafora delle poesie del Marino.

La seconda è legata alla passione di Maffeo per l’Alchimia. Il triangolo esprime sia l’ideale della Divinità, dunque simbolo della Trinità, sia l’idea dell’Ascesi dell’uomo verso la trascendenza divina; il Macro-Cosmo, l’universale, ma anche l’idea della proiezione Divina o di potenze celesti verso l’umanità e la natura. Di fatto, il Triangolo Barberini è una sorta di Pentacolo di Salomone, l’unione dell’Umano e del Divino, del Fuoco e dell’Acqua, del Maschile e del Femminile, l’armonia degli opposti da cui nasce la Saggezza, specchio sia degli elementi base dell’Alchimia, sale, zolfo, mercurio, trasformate in Oro dal Magnum Opus, Nigredo, Albedo, Rubedo.

Magnum_Opus

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