I Brettii ad Acquappesa

Poco oltre i Lucani ci sono i Bretti, che abitano una penisola, la quale a sua volta comprende un’altra penisola il cui istmo va da Skylletion fino al golfo di Hipponion. Il loro nome è stato dato dai Lucani: questi i ribelli li chiamano appunto “bretti”. Secondo la tradizione, i Brettii che prima erano dei pastori al servizio dei Lucani e poi si affrancarono, si rivoltarono contro di essi esattamente allorché Dione portò guerra a Dionisio e fece sollevare tutti questi popoli gli uni contro gli altri

E’ un brano di Strabone, che narra, in maniera assai romantica, la nascita dei Brettii o Bruzi,  per chiamarli alla latina, un popolo italico che dalla seconda metà del IV sec. a.C. cominciò a espandersi in Calabria ai danni sia degli Enotri, sia delle colonie greche. La realtà forse è meno romantica, legata probabilmente a uno delle tante Ver Sacrum dei popoli di lingua sabellica: questo era un rituale, che traeva origine dal voto al dio Mamerte, il Marte romano, nell’offrirgli, come sacrificio, tutti i primogeniti nati nella primavera seguente.

Se gli animali venivano effettivamente sacrificati, mentre i bambini non venivano realmente immolati,crescevano piuttosto come sacrati (cioè protetti dagli dei) per poi, giunti all’età adulta, dover emigrare per fondare nuove comunità (colonie) altrove. In questa maniera nasceva un nuovo popolo. La migrazione era guidata secondo una procedura totemica: si interpretavano i movimenti ed il comportamento di un animale-guida, per trarne auspici e indicazioni sulla direzione del viaggio, ad esempio il toro per i Sanniti, il lupo per gli Irpini, il picchio per i Piceni. ll Ver Sacrum, di fatto, era la risposta di una società arcaica, basata su un’economia quasi di sussistenza, a due problemi: la pressione demografica e alla difficoltà di garantire un’opportuna mobilità sociale ai gruppi gentilizi emergenti.

Nel caso specifico dei Bruzi, la loro Ver Sacrum fu favorita da una fortunata contingenza: gli effetti della politica espansionistica siracusana, che aveva messo in crisi il tessuto sociale e demografico delle poleis italiche, rendendole incapaci di mantenere il controllo e il possesso delle loro chorai, i loro suburbi agricoli.

E la continuità, tra Bruzi e popolazioni sabelliche, è testimoniata da diversi elementi: il primo è la lingua, che i latini, per denigrarli, definivano oscura, benché fosse uno dei tanti dialetti dell’osco, benché, a causa del loro contatto con la Magna Grecia, i ceti dominanti dei Bruzi fossero pienamente ellenizzati: Enni li definiva Ennio “bilingues”, come tramandato da Lucilio e commentato da Festo:

“Bilingues Bruttates Ennius dixit,quod Bruttii et Osce et Graece loqui solit sint. Sunt autem populi vicini Lucanis”

Il secondo, l’economia, che, anche in Calabria, continuava ad essere, come nel Sannio e in Lucania, di tipo silvo pastorale. In particolare, i Bruzi, sfruttando le foreste della Sila si erano specializzati nella produzione della pece

Questa cominciava in autunno, quando, prima che sopraggiungessero i rigori invernali, quando si incidevano in maniera caratteristica i tronchi dei pini. Con l’inizio del periodo primaverile e la ripresa vegetativa, dalle incisioni cominciava a fuoruscire la trementina liquida, destinata a rapprendersi a contatto con l’aria. Questa si raccoglieva periodicamente per tutta l’estate, e dopo essere stata riscaldata in una caldaia di rame (caccavo) e distillata, consentiva di ottenere la cosiddetta “pece bianca”. L’ottenimento della “pece nera”, più famosa e rinomata seguiva invece un procedimento, utilizzato nel Crotonese sino a fine Ottocento che prevedeva l’allestimento di “Forni” somiglianti alle cataste di legname costruite per la produzione del carbone, nei quali si cuoceva il legno dei pini assieme ad altri residui resinosi.

Il terzo, l’organizzazione territoriale: come i Sanniti, questa era su base cantonale e federativa, in cui le forze centrifughe erano compensate dalla presenza di una metropolis, la città sacrale, in cui si svolgevano tutti i riti civili e religiosi utili a definire e rafforzare la propria identità come popolo: nel caso specifico, la metropolis brettia era Cosentia, la nostra Cosenza. I cantoni poi erano articolati in oppida, i villaggi fortificati, abitati dalla classe dominante (guerrieri e magistrati-sacerdoti, nel mondo sabellico, i due ruoli spesso si sovrapponevano), in cui si svolgevano le assemblee di clan e tribali, circondati da una costellazione di fattorie.

Oppida che, per l’influenza greca, nel caso specifico dei Bruzi avevano un aspetto assai particolare: associavano edifici pubblici imponenti (come il teatro di Castiglione di Paludi) a case umili, costruite in ciottoli di fiume uniti a secco, con alzato in mattoni crudi e tetto in tegole. In molti oppida sono ancora visibili i resti delle fortificazioni in blocchi parallelepipedi di arenaria che, poiché simili all’architettura militare greca, fanno supporre l’impiego di maestranze provenienti dalle colonie.

Le tombe dei Bruzi, a cappuccina , formata da una copertura di tegole o anche lastroni di pietra posti ai fianchi della salma e uniti al vertice, cosa che da loro la forma di cappuccio di frate, contenevano tutta una serie di oggetti posti attorno al corpo inumato del defunto. Oltre a vasetti di ceramica di ispirazione greca e funzionalmente diverse a secondo del sesso del defunto, nelle sepolture maschili sono le armi (lance ,spade,scudi,elmi,schiniere) a caratterizzare il rango del defunto, mentre nelle deposizioni femminili tale funzione e’ svolta dai gioielli, sia in oro che in bronzo. Tali elementi ( armi e gioielli) sono per la massima parte di produzione italiota, a testimonianza della forte permeazione culturale magno-greca del mondo brettio. Accanto a questi , tuttavia, coesistono armi di produzione italica; allo stesso modo sembra potersi dedurre la presenza di fabbricatori locali di oggetti in bronzo tra quelli contenuti nel cosiddetto ” Tesoro di Sant’Eufemia”, scoperto nei pressi di Lamezia nel 1865 e conservato nel British Museum.

Ironia della sorte, dato che sino a poche settimane fa lo ignoravo completamente, molte delle testimonianze archeologiche dei Brettii sono state trovate in uno dei luoghi della mia infanzia, ad Acquappesa, nei contrafforti collinari tra il paese vecchio e Intavolata.

Nella località di Serra Manco, è stata identificata un’importante necropoli, in cui sono state recuperati frammenti di ceramiche a figure nere e rosse, un gancio di un cinturone in bronzo, parte di un set plumbeo per il consumo della carne e morsi equini pertinenti, con ogni probabilità, alla sepoltura di un personaggio di rango militare, un cavaliere e uno degli oggetti simbolo della cultura bruzia: un bronzetto, alto 18 cm, venuto alla luce alla fine degli anni ’40 in circostanze fortuite che rappresenta una statuetta peploforica utilizzata come sostegno di uno specchio. Si tratta di un personaggio femminile, abbigliato con un chitone puntinato, datato dalla maggior parte degli studiosi alla seconda metà del V sec. a.C.

Ad Aria del Vento e a Chiantima sono invece stati identificati resti di fattorie, che consistevano in due piccoli vani quadrati affiancati e con portico a “L” usato come deposito dei pithoi, contenitori di derrate, con strutture murarie costituite da uno zoccolo di fondazione in pietrame misto, un primo filare di ciottoli fluviali ed un secondo in laterizi, alcuni piatti e disposti in assise orizzontale, con legante di terra

A Martino di Acquappesa, invece, su di un piccolo pianoro sommitale (300 m s.l.m.), è stato parzialmente indagato un unico grande ambiente a pianta rettangolare (7,50×3,50 m ed ampio 26,25 mq), abbandonato repentinamente forse a causa di uno smottamento o di una frana. Dalla scarsa presenza di pietre nei contesti di scavo si deduce un utilizzo prevalente a zoccolo di fondazione e che l’alzato dovesse essere in materiale deperibile, mattoni crudi, argilla o in legname. Dalla documentazione si rileva anche che gli ambienti interni della fattoria fossero coperti da tetto stramineo, costituito da materiali deperibili (frasche, legname in fascine, piccoli tronchi); copertura pesante, invece, per alcuni ambienti porticati esterni di stoccaggio, analogamente ad alcune fattorie lucane, che presentano strutture a due o più vani in asse, a pianta rettangolare, disposte intorno al cortile con un piccolo oikos, il deposito delle derrate alimentari.

Tutti questi reperti sono conservati nel museo dei Brettii e del Mare di Cetraro. Ora, per quanto scritto prima, proprio questa presenza diffusa di necropoli e fattorie, fa pensare come, nell’area compresa tra Guardia, Intavolata, Acquappesa e Cetraro vi sia un oppidum ancora da scavare…

2 pensieri su “I Brettii ad Acquappesa

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