Tornando dalla Di Donato

 

La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano, a eliminare quel senso di solitudine, a mettermi in comunicazione profonda e significativa con un’altra coscienza, in un modo in cui non riescono altre forme d’arte

E’ una frase del grande romanziere e saggista americano che uso come risposta a chi mi interroga sul perché dedichi molto del mio tempo a leggere e scrivere. A essere onesti, però, il buon David è stato assai pro domo sua, d’altra parte, bisogna pure capirlo, lui campava di letteratura.In verità, ogni forma d’Arte, dalla Musica alla Pittura, rendendoci consapevoli dei nostri limiti e della nostra transitorietà, ci spinge a ribellarci alla solitudine a cui ci condanniamo e a provare empatia nei confronti dell’Altro.

L’Arte e la Cultura sono le basi del dialogo, potrebbe essere il motto de Le Danze di Piazza Vittorio e dell’Associazione e dell’Associazione Genitori della Scuola Di Donato, che ci ha ospitato oggi nella sua festa di inizio anno.

Associazione Genitori, ricordiamocelo, che non è nata nell’iperuranio, da ragionamenti e teorie astratte, ma da un’esigenza concreta, quasi banale: è nata infatti nel 2003 da un gruppo di genitori che, stimolati dall’allora preside Bruno Cacco, si sono fatti carico di ripristinare dei vecchi seminterrati della scuola, da anni in disuso e sommersi dalle immondizie.E il recupero di tali spazi ha innescato un circolo virtuoso che ha visto progressivamente convergere le energie delle numerose componenti della scuola e le varie istituzioni, in nome di una comune valorizzazione del bene pubblico, dando
origine a un’esperienza di partecipazione e integrazione dal basso, che con i suoi momenti belli, le sue difficoltà e i suoi scazzi, si realizza nel quotidiano.

Perché nonostante i seminatori d’odio, che stanno costruendo le loro immeritate fortune avvelenando le coscienze con la paura, ha ragione il saggio Robertone

Nun c’è un cazzo da fa potete mettere tutti i muri e pregiudizi de sto mondo……. oggi ho visto na marea de regazzini bianchi neri gialli regazzine cor velo e senza ed erano tutti a rincorrere sta palla con lo stesso identico sguardo……che magari aveccelo ancora….

E aggiungerei, visto il successo delle danze popolari, anche ballando…

Così, da oggi, possiamo dire che ricomincia l’attività invernale de Le Danze; dato che, in maniera immeritata, svolgo il ruolo di vicepresidente, vi tocca subire, oltre alle mie solite chiacchiere, anche i miei avvisi. Il 3 Ottobre, inizieranno le attività a Primavalle, presso la sede dell’associazione Diritti al Cuore, a via Federico Borromeo 75; terremo con Filippo e Ilaria i tradizionali laboratori di danze popolari italiane e francesi a cui si affiancherà quello sui tamburi a cornice arabi del buon Sherif, che prima o poi mi spiegherà vita, morte e miracoli di strumenti musicali tanto affascinanti, ne apprezzo le ricche e
splendide sonorità, che sanno d’infinito e storia, ogni estate, nelle sonate di Piazza Vittorio, quanto poco conosciuti dal sottoscritto.

Il 5 ottobre, invece, nella scuola Di Donato, riprendiamo le attività tradizionali: dalle 19.00, i corsi di organetto diatonico del buon Madana, che questo pomeriggio, per una trentina di secondi, ha temuto di dovermi avere come allievo e dalle 20.00 in poi di tamburello, con il tutta la sua vitalità, del nostro Mario, di danze, con Filippo e Ilaria e di canto e coralità popolari, quest’anno tenuti da Sara Marchesi e Stefania Placidi

Il 13 ottobre, nuova mission folk, con destinazione Viterbo, in cui dalle 22.00 in poi, a Piazza San Lorenzo, si balleranno danze francesi alla luce della luna e delle stelle, in occasione della mazurka clandestina locale, la Mazurka Termika.

Chi avrà modo di arrivare nella giornata di sabato potrà scegliere tra una visita al centro storico di Viterbo, una passeggiata nella fiabesca faggeta di Soriano del Cimino o la Sagra delle Castagne, sempre a Soriano. Dopo avere ballato sino a tarda notte, si andrà tutti a fare un salto alle terme delle Piscine Carletti, per attendere insieme le prime luci dell’ alba e ristorare il corpo

 

Il 5 novembre, infine, riprenderemo le nostre attività letterarie, con la presentazione, nella Sala Giuseppina, del libro La ragazza di Homs di Susan Dabbous, per non chiudere gli occhi sulla tragedia siriana… E magari sarà l’occasione di realizzare il vecchio sogno di esporre all’Esquilino l‘Umana Pietà, la Madonna di Aleppo, del nostro amico artista Beetroot..

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La storia e le prospettive della Stazione Termini in un interessantissimo articolo di Massimo Locci

Esquilino's Weblog

Pubblichiamo integralmente un articolo dal titolo “Recupero e trasformazioni di un’architettura moderna – Stazione Termini tra ponti e prospettive” apparso sul sito http://www.ar-architettiroma.it a firma di Massimo Locci. Si tratta di una dissertazione sulla storia e le varie trasformazioni che la stazione ha subito nei decenni scorsi e sulle prospettive non proprio ottimistiche legate alle conseguenze che la costruzione della piastra, ancora in corso, determinerà sicuramente sul traffico delle vie adiacenti.

Recupero e trasformazioni di un’architettura moderna

di Massimo Locci 

Il destino della Stazione Termini, nel bene e nel male, è sempre stato legato agli eventi epocali di Roma e ne riflette il suo sviluppo, le crisi e le contraddizioni. A partire dall’ubicazione sul colle dell’Esquilino, tecnicamente poco opportuna, in quanto sostanzialmente dipendente da “interessi legati alle speculazioni edilizie di Monsignor De Merode” (P.O. Rossi).

Il primo edificio, progettato da Salvatore Bianchi, fu costruito (1864-71) per riunificare in…

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Dogane Pontificie

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Come accennato, parlando del Congestion Charge, che ho l’impressione sia, come tanti buoni propositi dell’amministrazione Raggi, dalle funivie alle nuove linee di tram, caduto nel dimenticatoio, ai tempi del Papa Re la sua riscossione era a carico delle Dogane Pontificie, la cui direzione generale era situata a Montecitorio, sotto il controllo della Reverenda Camera Apostolica. Detta Camera, competente per tutte le questioni fiscali, traeva il suo nome dal tedesco “Kammer”, l’istituzione consigliare che nei vari Stati tedeschi affiancava il sovrano nelle decisioni in materia finanziaria e, sotto diverso nome, rappresentava ciò che in altri Stati aveva il nome di Ministero.

La Dogana Pontificia, cosa assai peculiare nella complessa e contorta amministrazione papalina, era composta da Funzionari civili e da un Corpo militare denominato“Truppa di Finanza”, istituito nel 1786 da monsignor Ruffo, Tesoriere Generale dello Stato Pontificio, ad imitazione della Legione Truppe Leggere, da qualche anno attiva nel Regno di Sardegna per combattere il dilagante contrabbando. Corpo che tra l’altro ebbe una storia assai travagliata e accompagnate da tante polemiche sulla sue effettiva efficacia e sulla sua organizzazione: fu ad esempio fu sciolto dal generale austriaco Enzo Caprara nel 1797, durante la riorganizzazione dell’esercito pontificio.

L’ordinamento doganale francese, succeduto a quello pontificio durante il periodo napoleonico, tradizionalmente organizzato su servizio civile e servizio attivo militare, però ripristinò l’organizzazione militare delle Guardie doganali pontificie, che venne mantenuta anche con la restaurazione papale. Il Tesoriere Generale, cardinale Guerrieri, ripristinò il Corpo delle “Truppe di Finanza”, che fu portato a 100 uomini e, nel 1817, fu reso completamente autonomo dalle autorità doganali ed organizzato con un’impronta nettamente militare. Accanto ai militari di terra, il Cardinale Guerrieri, ai fini di
provvedere alla vigilanza del mare territoriale, istituì squadriglie guardiacoste nei porti franchi di Ancona e Civitavecchia.

Tale militarizzazione fu osteggiata dalle autorità doganali, perché sminuiva la necessaria sinergia e l’efficace coordinamento indispensabili per una seria lotta al contrabbando. Per dirla tutta, a causa di tale status ambiguo, le Truppe di Finanza erano diventate proverbiali per essere il rifugio preferito di imbucati e scansafatiche

In un rapporto del 1833 sulle Dogane pontificie veniva evidenziato che:

“quanto alla Truppa di Finanza era inutile pensare a qualsiasi riforma fino a quando quel corpo non si fosse spogliato dal suo carattere di truppa di linea e non avesse abbandonato discipline ed istruzione militare, per assumere soltanto la veste di forza armata doganale, esclusivamente adibita alla repressione del contrabbando”

Per di più, questo Corpo, vestito di una elegante divisa blu chiaro , partecipò con molti elementi ai moti carbonari del 1831, e ciò gli diede una patente di scarsa affidabilità agli occhi del governo pontificio. In altri paesi, tali truppe sarebbero state sciolte e i loro ufficiali spediti al carcere duro, invece nella Roma papalina, che aveva un concetto tutto suo di repressione e punizioni, furono tutti promossi, trasformati in burocrati e chiusi a compilare scartoffie a Palazzo Giustiniani.

Le principali dogane dello Stato Pontificio erano situate nei due porti franchi di Ancona e di Civitavecchia e nella città di Ferrara. Roma aveva molti uffici doganali:

  • la Dogana di Terra, presso Piazza Colonna, che come accennato in altri post era competente per le verifiche su persone e merci provenienti via terra;
  • la Dogana di Ripa Grande, presso Porta Portese, vicino al famigerato Arsenale, competente per il traffico con l’estero, effettuato tramite il Tevere nel tratto che congiungeva la città al mare;
  • la Dogana di Fiumicino, alle foci del Tevere, che provvedeva a convogliare i battelli ed al loro movimento;
  • la Dogana di Ripetta, situata nel porto di Ripetta tra il ponte e l’Ara Pacis, provvedeva al controllo del traffico interno;
  • la Dogana del Popolo, situata a Porta del Popolo, che era principalmente adibita al traffico viaggiatori perché presso di essa confluivano le principali strade dello Stato Pontificio: Cassia e Flaminia.

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La più importante dogana di Roma era indubbiamente quella di Ripa Grande, presso la quale confluiva la gran parte delle merci provenienti dall’estero; ed era anche quella nella quale avvenivano i maggiori tentativi di contrabbando. Nel 1849, il Direttore Generale Carleschi, provvedeva alla sistemazione del servizio doganale di guardia-porto, che, specie di notte, era essenziale per contrastare il contrabbando. Le imbarcazioni della guardia-porto avevano un equipaggio composto da un nostromo e tre guardie di finanza del ramo mare e dipendevano dal Capitano del Porto e dal Regolatore della Dogana di Ripa.

Le altre più importanti dogane avevano sede ad Ancona, Civitavecchia e Senigallia,che costituivano i più importanti centri commerciali dello Stato. Le prime due città erano sedi di porto franco mentre, nella terza, si teneva una famosa Fiera Franca annuale, che risaliva al Medio Evo.

Ancona era sede di una Soprintendenza delle Dogane e l’esistenza del Porto Franco richiedeva una assidua vigilanza doganale per contrastare il contrabbando. Il traffico marittimo e commerciale era molto florido e comprendeva un sostenuto interscambio con Austria, Inghilterra, Spagna, Grecia, Francia, Belgio, oltre che con gli altri Stati italiani. Se Ancona era il principale emporio commerciale dell’Adriatico, Civitavecchia svolgeva lo stesso ruolo nel Tirreno anche se su scala più ridotta. Il primo editto emanato nel 1630 da Urbano IV:

“acciocché nel porto di Civitavecchia si conducano più volentieri da qualsivoglia parte del mondo mercantie… si concede universalissimo porto franco ad ogni vasello che venirà… con qualsivoglia robbe, mercantie, vittovaglie o grascie, le quali saranno per l’avvenire franche e libere et esenti da ogni datio, gabella, abberaggio, sensarie ed altri pesi e regaglie… et a mercanti, capitani od altri padroni e commissari sopra carichi… si concedelibera facoltà di poter mandare dentro la terra di Civitavecchia o nella dogana pubblica, alli custodi della quale si pagherà per ogni collo quel poco che sarà
conveniente per la guardiadelle robbe”.

L’editto sul Porto franco di Civitavecchia fu confermato nel 1669 da Clemente IX e i privilegi di cui godeva vennero ampliati nel 1692 da Innocenzo XII. Fu il Papa Benedetto XIV che nel 1742 istituì un Consolato del Portofranco con il compito di sovrintendere alla direzione del commercio ed alla relativa giurisdizione, creò un’apposita magistratura commerciale, stabilì le tariffe del facchinaggio e permise anche operazioni di transito attraverso lo Stato. L’interscambio commerciale era attivo principalmente con Inghilterra, Olanda, Francia,Germania, Spagna e Stati italici.

La Dogana di Senigallia, era invece soprattutto interessata allo svolgimento dell’antica Fiera franca, che si svolgeva ogni anno in estate con il privilegio dell’“assegna doganale”, cioè le merci estere ivi affluite erano sotto vincolo cauzionale e solo per quelle vendute nello Stato sorgevano obblighi daziari.

Infine, erano molto importanti erano pure la Dogana di Ferrara e la dipendente dogana portuale di Pontelagoscuro, la prima, per i traffici che avvenivano con il vicino Regno Lombardo-Veneto, e la seconda, quale punto di passaggio della frontiera, nonché porto di Ferrara, dotato di ampie strutture ricettive.

Più complessa, per le stranezze dei due stati, era la gestione doganale con il vicino Regno delle Due Sicilie, soprattutto perché, nonostante fosse convenzionalmente posto luno il coso del fiume Liri, i due governi non avevano mai definito con particolare accuratezza e precisione i loro confini. Napoli e Roma si misero d’accordo solo verso la fine del secolo XVIII, quando si diffuse il timore della penetrazione di idee rivoluzionarie giacobine e dei sussulti francesi.

Per cui il primo incontro si tenne il 18 giugno 1793 presso l’Abbazia di Montecassino tra il geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni (coadiuvato dagli ingegneri Antonio Moretti e Giuseppe Marini e da due tecnici esperti dei luoghi) in rappresentanza degli interessi di Ferdinando IV, e il geografo Alessandro Ricci, suo figlio Gregorio, Domenico Zucchi e due indicatori, in rappresentanza dello Stato Pontificio.

Seguirono, tra il luglio e il novembre 1793, e dal luglio 1795 all’ottobre 1795, due fasi di rilevamenti topografici, di acquisizione di documenti probatori per la definizione di irrisolte vertenze, di stesure di piante topografiche. L’anno 1796 si rivelò un anno critico per la continuazione dei lavori a causa dell’annunciata invasione francese della penisola italica. Nel mese di settembre una prima, ma incompleta, carta dei confini fu consegnata a re Ferdinando presso l’Abbazia di Montecassino, mentre il Papa ritirò la sua  commissione. Dal canto suo Rizzi-Zannoni continuò, invece, l’opera di redazione dell’Atlante geografico del Regno di Napoli per completarla nel 1812. Al tempo stesso era riuscito a consegnare alla fine del 1798 al ministro della guerra, ammiraglio John Acton, la carte dei confini ad uso militare per la difesa del regno.

Nel 1819 Santa Sede e Regno delle Due Sicilie concordarono di istituire due nuove commissioni per il riesame della documentazione raccolta in precedenza. I lavori erano, tuttavia, rallentati da controversie procedurali che si protrassero fino al 1835, quando la paura della diffusione del colera, frattanto incombente, fece emergere nuovi problemi di frontiera per il controllo sanitario dei territori. Il marchese Francesco Saverio del Carretto, nominato plenipotenziario da re Ferdinando II, mise ordine alla documentazione già prodotta, che pubblicò nel 1837.

Fu questo il primo passo per la istituzione di una nuova commissione, che si riunì a Roma il 20 giugno 1839: il marchese del Carretto, affiancato dal conte Giuseppe C. Ludolf, in rappresentanza degli interessi del Regno; il cardinale Tommaso Bernetti, coadiuvato da mons. Filippo Boatti, in rappresentanza del papa Gregorio XVI. Ma le trattative si impantanarono ancora una volta sulla vecchia questione delle enclaves pontificie nel territorio del Regno di Napoli, Pontecorvo e Benevento.

Il 26 ottobre 1840, previa effettuazione di alcuni sopralluoghi, fu sottoscritto il Trattato sul nuovo confine tra Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie, che sarà poi ratificato dodici anni dopo, il 5 aprile 1852, anche a causa degli eventi politici intervenuti nel periodo 1848-1850: i moti rivoluzionari del ’48, la fuga di Pio IX a Gaeta e poi a Portici ospite di Re Ferdinando II, la proclamazione della Repubblica Romana nel ‘49, il ritorno del pontefice a Roma nell’aprile 1850.

L’attuazione del Trattato, che prevedeva l’apposizione di segni “artificiali” sul terreno, richiese una fase previa di individuazione dei punti dove apporre i termini. Questa azione fu affidata al capitano Luigi De Benedictis per parte napoletana e all’ingegnere Pietro Lanciani per parte romana. Per accelerare le operazioni, iniziate già nel mese di ottobre e concluse entro il 1841, furono apposti termini provvisori in legno alla cui sommità era inchiodato un cartello con la scritta “confine”. Cinque anni più tardi sarebbero stati sostituiti da quelli in pietra – il cui onere di spesa era ripartito tra i due governi

«aventi lo stemma Reale dalla parte che guarda il Regno e lo stemma pontificio dalla parte rivolta allo Stato»

conformemente alla figura annessa al Trattato

In parallelo a questo manicomio, furono definite le dogane in modo che a quelle dello Stato Pontificio corrispondessero altrettante nel Regno delle Due Sicilie. Ad esempio, solo nel Lazio

  • alla dogana di Casamari corrispondeva quella di Castelluccio;
  • alla dogana di Ceprano corrispondevano quelle di Colle Noci e Isoletta;
  • alla dogana di Falvaterra corrispondevano quelle di S. Giovanni Incarico, Pastena e Pico;
  • alla dogana di Vallecorsa corrispondeva quella di Lenola

Dogane che, per lo sviluppo industriale della zona, ad Arpino vi erano importanti lanifici e a Isola Liri, e più in generale lungo il Fibreno, si era sviluppata, dal XVII secolo, una fiorente industria cartaria, sicuramente tra le più avanzate d’Italia, grazie all’iniziativa di Carlo Lefebvre (nel 1861 la sua cartiera oltre a disporre di strutture estremamente moderne, occupava più di 500 operai e forniva la propria carta addirittura al Daily Telegraph di Londra), costituivano più un’istigazione, che un contrasto al contrabbando. A Ceprano fungevano da centro di smistamento del contrabbando di rifiuti, mentre a Pontecorvo i doganieri si arricchivano con quello del tabacco…

Se dovete mettere i cordoli, fatelo almeno bene

Via Emanuele Filiberto

Piccola, doverosa premessa: il sottoscritto è favorevole senza se e senza ma alle corsie preferenziali. In più ritiene che quanto successo a via Labicana sia più figlio della crisi economica che della modifica della mobilità.

La mia grande perplessità è legata a come si realizzano: invece di puntare sulla sensoristica evoluta, sull’IoT e sulla Smart City, che permetterebbero un risparmio per la collettività e che l’implementazione di nuovi servizi evoluti per la mobilità, si buttano soldi per la soluzione ottocentesca basata sui cordoli… Il che fa riflettere sulla pochezza intellettuale e culturale delle nostre classi dirigenti e dei giornalisti che le fiancheggiano

La cosa ancora più buffa è che i cementari di progettarli e realizzarli bene, questi cordoli… Impresa che sembra però ben oltre le forze e capacità dell’attuale amministrazione…

Per capire cosa diavolo stanno combinando, lascio la parola al buon Giorgio Benigni

Senza un’assemblea cittadina, senza il coinvolgimento del Consiglio Municipale, senza un minimo accenno di progettazione partecipata arrivano i nastri arancioni e iniziano i lavori della corsia preferenziale. A quanto si è potuto apprendere il progetto prevede
– eliminazione di attraversamenti pedonali preesistenti (a onore del vero, sotto la minaccia di linciaggio da parte dei residenti, pare che questa boiata si stia sanando)
– nessuna modifica della viabilità, per cui chi proviene da via Carlo Felice NON POTRA’ IN ALCUN MODO ARRIVARE A PIAZZA SAN GIOVANNI questo significa caricare di traffico le già esauste Emanuele Filiberto e Statilia
– nessun progetto per l’eliminazione dei cassonetti dalla strada IN ALCUNI TRATTI SONO IN SECONDA FILA e riducono la carreggiata (cassonetti che, a causa del disastro della raccolta differenziata all’Esquilino, temo rimangano a lungo)
– nessun progetto per modulare i parcheggi dei motorini da entrambe le parti della strada dal momento che con i cordoli non si potrà più attraversare
– nessuno studio sull’impatto che una simile trasformazione avrà sul quartiere e sulla vita della strada. A tutti è romani è presente la morte commerciale di Via Labicana.
– nessun progetto di nuove uscite della Metropolitana che alleggerirebbero e renderebbero meno pericolosi gli attraversamenti pedonali nel quadrante della fermata Manzoni.

Mercoledì da leoni

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Ieri sera, Le danze di Piazza Vittorio hanno inaugurato la loro stagione con due eventi tra loro paralleli:il primo è stato l’incontro Pulp non vuole morire, che è stato qualcosa di più e di diverso della semplice presentazione di una rivista letteraria.

E’ stato un viaggio, affascinante e provocatorio, tra tanti autori e libri, che ha lasciato scoperte, come Manaraga, la Montagna dei Libri, di Sorokin o Lo sport dei re di C. E. Morgan o Niente muore mai. Il Vietnam e la memoria della guerra di Viet Thanh Nguyen, l’autore del Simpatizzante, che mi riprometto di leggere e sfide, come Jerusalem di Alan Moore, ambizioso e folle tentativo di creare un romanzo mondo, la cui struttura è basata sulle stesse strutture matematiche usate nella meccanica quantistica.

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E’ stata una riflessione sul tentativo, compiuto in questi anni, di rendere il libro una merce come tante: tentativo che ha portato alla dittatura del Marketing nell’editoria e la trasformazione delle librerie in una sorta di bazar e su come uscire dal circolo vizioso che ha generato.

Un incontro che è riuscito nel tentativo che si era proposto, provocare, far riflettere e incuriosire. Al contempo, abbiamo inaugurato il nostro laboratorio a Primavalle, presso l’associazione Diritti al Cuore.

Lo scopo, per citare Filippo, è sempre lo stesso, passare l’entusiasmo per questo tipo di cultura e di “scialo”, anche per usarle, suoni e danze, per farci socialità e intercultura in questi tempi non proprio semplicissimi

E venerdì, presso la Scuola Di Donato, inaugureremo, con una grande festa, i nostri laboratori “esquilini”… Mi raccomando, passateci a trovare.

Torre Righetti

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Quando lavoravo a Parco de Medici e rimanevo bloccato nel traffico della Roma Fiumicino, mentre i miei colleghi smadonnavano in nesiano, lingua che, secondo uno di loro che si sta laureando in archeologia egeo anatolica, era particolarmente indicata per maledire gli automobilisti capitolini, mi capitava spesso di osservare su una collina una sorte di torre mozza.

La cosa più strana, a dire il vero, era l’impressione che quell’edificio non mi fosse così sconosciuto: dopo anni dedicati a farmi la punta al cervello, per raccapezzarmici, per caso, qualche giorno fa, ho avuto finalmente l’illuminazione: si trattava della cosiddetta Torre Righetti, che proprio torre non è…

E’ infatti un casino di caccia del 1825, in stile neoclassico, costruita sulla collina di Montecucco, al Trullo da cui si gode una vista straordinaria: l’Eur, San Paolo fuori le mura, San Giovanni, Santa Maria Maggiore, oltre a tutta la cinta di montagne che fa da sfondo alla Città Eterna.

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In origine, aveva in origine la forma di tempietto circolare, di cui rimangono il corpo centrale in laterizio e il basamento circolare in pietra. Sul tamburo centrale si innalzava una cupola, e intorno correva un giro di colonne. I quattro finestroni allineati coi punti cardinali davano luce agli ambienti sotterranei, destinati alla convivialità dopo le battute venatorie e alla cottura della selvaggina in un ampio camino. La porta ovest aveva una doppia rampa; quella est un timpano. Una lastra in marmo oggi scomparsa recitava, in pessimi versi

“Ogni molesta cura, ogni timor qui tace. Qui fero arte e natura, tranquillo asil di pace”.

Una seconda iscrizione ancora in loco invece racconta:

“Fui luogo ignoto e inospito. E s’or rallegro e incanto ha di Righetti il vanto, l’arte, l’ingegno e l’or”

Il basamento aveva precedentemente funzione di cisterna, per la vicina casa signorile del 1607. La presenza di ambienti ipogei lascia supporre una frequentazione in epoca più antica.

Come suggerisce la seconda iscrizione, il tempietto fu eretto dal mitico Cavalier Righetti, uno di quei personaggi, degno dei miei romanzi, che, venendo dal basso, è riuscito a farsi strada nel mondo della finanza dello Stato Pontificio. E’ brutto come la fame e ignorante come una capra, ma compensa il tutto con un sfrenato culto della propria personalità e una smodata ricchezza, il che gli procura una fama di grande seduttore e una consorte assai affascinante.

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Ma come diavolo potevo conoscerla ? La colpa è di Totò…. La Torre Righetti nel 1966 fu scelta da Pier Paolo Pasolini come set per la pellicola “Uccellacci e Uccellini” con il grande comico e Ninetto Davoli… Avendo amato il film…

Le origini der Trullo

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Se c’è una periferia romana che gode di una pessima fama, è il Trullo: certo ha i suoi problemi, come tutta Roma, ma spesso qualche giornalista ci gioca, per piazzare il titolone scandalistico e tirare sua polemica, nella speranza che aiuti a vendere qualche copia in più.

Un luogo che non è solo degrado, ma soprattutto Poesie e Street Art, una delle grandi fucine della creatività romana e che ha una lunga, lunga storia.

Nelle sue vicinanze, è presenta la catacomba di Generosa, dedicata ai quattro santi martiri portuensi: Simplicio, Faustino, Viatrice (o Beatrice) e Rufiniano, i quali, in certo qual modo, sono anche legati all’Esquilino.

Nel 682, infatti, papa Leone II, santo, calabrese, uomo versato tanto nella lingua greca quanto in quella latina, amante della povertà e dei poveri, decise di trasferire le loro reliquie nelle nostra santa Bibiana.

Per secoli, il Trullo non è stato nulla più che campagna finché durante la Prima Guerra Mondiale, diviene uno dei luoghi della timida industrializzazione romana: nel 1917 Maccaferri acquista e bonifica un terreno dove insedia un fabbrica di filo spinato per la difesa bellica.

Il 5 aprile 1939 l’istituto autonomo fascista delle case popolari acquisisce il terreno per realizzare 336 alloggi per i coloni Italiani rimpatriati, a causa delle guerra dalla Francia, Algeria, Egitto, Marocco e Tunisia.

Nasce così, su progetto degli architetti Roberto Nicolini e Giuseppe Nicolosi, la borgata “Costanzo Ciano”, papà di Galeazzo; dato che la gatta frettolosa fa i i figli ciechi, il risultato di tale corsa contro il tempo lasciarono perplesso lo stesso Mussolini, che inaugurando il 27 ottobre 1940 la caserma se ne esce con un

“Queste case sembrano caserme più’ che abitazioni”.

Con la caduta del fascismo la borgata prese il nome Duca d’Aosta e poi, il 2 febbraio 1945, con delibera comunale, Borgata del Trullo, il cui nome, però, non deriva da un’improvviso amore per la Puglia da parte dei consiglieri capitolini.

Per spiegarlo, dobbiamo fare un altro salto indietro nel tempo: sulla riva destra del fiume Tevere, lungo la antica via Campana che collegava l’attuale Porta Portese al mare, vi era un monumentale sepolcro romano, ricoperto da un rivestimento di blocchi di marmo e travertino,che furono asportati durante un periodo di almeno quattro anni, tra il 1461 e il 1465.

La tomba, risultava composta da un basamento a pianta quadrangolare al di sopra del quale vi era la camera funeraria circolare coperta. Al suo interno si aprono sette nicchie absidate probabilmente in origine rivestite di stucchi o di intonaco dipinto.

In epoca medievale, il monumento venne riutilizzato come casale rustico e vi fu aggiunta una cappella e un pozzo scavato al centro della camera funeraria. Probabilmente il caratteristico aspetto della forma troncoconica del mausoleo diede origine al toponimo “Trullo”, attestato fin dal X secolo e nei documenti quattrocenteschi riguardanti la sua spoliazione; l’altro toponimo di “Trullo dei Massimi” si rifà invece al nome della facoltosa famiglia che fu proprietaria dell’area fino al XII secolo. Il rudere del sepolcro, alto 5 metri rimase a caratterizzare il paesaggio tanto da essere segnalato nella cartografia rinascimentale: nella mappa di Eufrosino della Volpaia del 1547 sotto la vignetta che lo raffigura, il rudere viene indicato con il nome di Turlone, ispirando così i topografi del Campidoglio…