La spada di Alì

Ali

Grazie a Marco Ajello, che per una volta ha fatto spam di qualcosa di utile, condivido, sintetizzato, un interessante brano di Moreno Pedrinzani, dedicata a Zulfiqar, la spada di Ali, il quarto califfo dell’islam e genero e cugino di Maometto, dalle cui complesse vicende si è generato lo scisma tra sunniti e sciiti.

L’origine della spada è misteriosa, la sua forma è stata riportata solo oralmente, quindi la sua rappresentazione differisce secondo tradizione o fantasia, la cosa certa è che la sua lama era biforcuta. Cercherò di contestualizzare brevemente, l’epoca è quella della prima espansione dell’Islam. Ali era il cugino di Maometto. Il mercante Abd al-Muttalib ibn Hashim, capo tribale dei Banu Hashim, appartenente al clan dei coreisciti della Mecca, era infatti il nonno di entrambi.

La sua importanza è notevole dato che fu il primo uomo a convertirsi all’Islam, se pur ancora bambino e perché sposò Fatima, figlia di Maometto. Suo padre Abu Talib era il custode del santuario della Ka’ba della Mecca (dove si adorava una divinità pagana precedentemente all’Islam: Hubal l’arciere, un idolo di cornalina rossa dotato di un braccio d’oro, dalla cui faretra il sacerdote estraeva le frecce per praticare la belomanzia), la leggenda vuole che Ali nacque al suo interno. Ali era un soldato capace e seguì Maometto in tutte le sue battaglie come alfiere durante la sottomissione degli arabi all’Islam. Si dice che sconfisse in duello molti dei migliori guerrieri della penisola arabica, lo stesso Maometto lo considerava il più grande eroe di ogni tempo. Nel 624, durante la battaglia di Badr, contro i pagani, uccise da solo trentacinque nemici e altrettanti ne uccisero, tutti insieme, gli altri guerrieri suoi compagni.

L’anno seguente partecipò alla battaglia di Uhud, dove uccise l’alfiere dell’esercito pagano, Talhah, in duello, decapitandolo con un solo colpo. Lo stendardo fu raccolto da altri soldati, e Ali li uccise uno per uno. Si narra che la spada maneggiata da Ali arrivò a spaccare in due un coreiscita dalla testa fino all’inguine. In quest’occasione Maometto esclamò “Non v’è spada come Zulfiqar e non v’è eroe come ʿAli!”, frase che in seguito venne sovente incisa sulle spade islamiche.

Durante la battaglia di Khaybar, pur con un occhio affetto da un malanno (ma pare che Maometto ci aveva sputato sopra guarendolo miracolosamente) uccise un capotribù ebreo spaccandogli l’elmo, aprendogli in due la testa e parte del busto. Poi sradicò le porte del castello nemico e le utilizzò per creare una passerella atta a far attraversare il fossato dai suoi uomini.

Alla morte del Profeta si aprì il delicato capitolo della successione alla guida della nuova comunità dei musulmani. I seguaci di Ali ritenevano che solo coloro che erano discendenti del Profeta avessero diritto al ruolo di Califfo (ovvero di successore), quindi Ali, in quanto parente maschio più prossimo, avrebbe dovuto essere sia Califfo, quindi dotato di potere temporale, sia imam, ovvero rivestito di autorità in materia religiosa. Malgrado ciò, prevalse la linea maggioritaria che vide in Abu Bakr il successore legittimo. Egli era coetaneo e amico di Maometto, appartenente al clan coreiscita dei Banu Taym. Maometto, prima di morire, non aveva indicato un metodo di successione, la cosa venne quindi discussa e tra le proposte ci furono anche l’anzianità di conversione e la prossimità parentale, metodi che avrebbero fatto preferire Ali, sebbene alcuni ritenessero la conversione in minore età non giuridicamente vincolante. Mentre si teneva l’elezione del primo Califfo, Ali era impegnato nel comporre la salma di Maometto per la tumulazione, e fu avvertito della cosa solo in seguito. Molto contrariato, espresse il suo punto di vista e Abu Bakr lo punì negandogli l’eredità di due oasi, che erano patrimonio personale di Maometto, sue di diritto per averne sposato la figlia. Immediatamente, comunque, scoppiò la guerra della ridda, una sollevazione tribale di quei capi che, morto il Profeta, non si sentivano più in vincolo e sfuggirono dall’autorità appena affermatasi sull’intera umma islamica.

Altri due califfi si susseguirono. Alla morte di Otman, del clan coreiscita dei Banu Abd Shams, assassinato da una congiura di kufani che, per rivalità tribali, penetrarono nella sua casa, gli aprirono la testa e tagliarono le dita alla moglie che cercò di difenderlo, prese il potere Ali.

Il governatore della Siria, Muʿawiya (che l’aveva di recente conquistata durante la prima espansione dell’Islam), dello stesso clan di Otman, chiese che si facesse un’indagine chiara sull’assassinio del suo parente. Ali lo destituì da governatore e gli eserciti dei due capi tribali si scontrarono a Siffin, sulle rive dell’Eufrate, non lontano da Raqqa, nel 657. Prima di arrivare alla soluzione militare, Ali aveva chiesto un arbitrato, rifiutato dal suo avversario.

Più di duecentomila beduini si scontrarono sanguinosamente, ma i numeri della battaglia sono incerti. Le cose si misero male per Muʿawiya che, messo alle strette, si appellò alla legge coranica per chiedere quell’arbitrato prima rifiutato. Ali, pressato da alcuni suoi uomini, accettò. Da questo gesto di clemenza, o debolezza, nacque lo scisma kharigita, che non accettò la scelta dell’arbitrato, ma rivendicava il diritto di spazzare via i nemici.

Nota mia: l’arbitrato non aveva lo scopo di definire chi dovesse essere il Califfo, dato che per la legge islamica il ruolo di Alì non poteva essere rimesso in discussione, ma soltanto quello didichiarare “ingiusta” la morte del terzo califfo, configurandola non già come un atto di giustizia nel superiore interesse dell’Islam ma come vero e proprio assassinio, passibile di morte, come previsto dalle specifiche norme coraniche che prevedono una simile punizione per gli omicidi, gli apostati e gli adulteri conclamati.

Gli stessi kharigiti vennero schiacciati da Ali, che ne fece gran strage, ma nel 661 uno di questi lo ferì con una spada avvelenata mentre si dirigeva in moschea per pregare. Fu sepolto a Najaf, che è tutt’oggi una delle città sante dell’Iraq meridionale, luogo di pellegrinaggio che per gli sciiti ha una sacralità seconda solo alla Mecca.

Nota mia:Prima di morire, una tradizione sciita afferma che ʿAlī avrebbe nominato suo successore il suo primogenito al-Ḥasan b. ʿAlī ma questa tradizione viene decisamente smentita dalle fonti sunnite.

Il suo corpo fu inumato in una località segreta per evitare profanazioni da parte dei suoi nemici. Solo dopo molti anni, al tempo del califfo abbaside Hārūn al-Rashīd, la sua sepoltura sarebbe stata scoperta a Najaf, nei pressi di Kufa. In seguito a tale scoperta Najaf, a causa delle grande devozione goduta da ʿAlī nel mondo musulmano in generale e sciita in particolare, divenne la più importante città santa dello Sciismo dopo Mecca e Medina, residenza della massima autorità religiosa sciita d’Iraq e, nei secoli, luogo preferito di sepoltura per milioni di fedeli sciiti.

Ma da dove veniva questa magnifica spada di Ali? Le leggende si sommano ed offuscano la verità. Alcune tradizioni vogliono che fosse la spada di Maometto, ma da Ali custodita ed utilizzata in battaglia. Forse rinvenuta dal comune nonno dei due, Abd al-Muttalib, in fondo ad un pozzo. Altri dicono che era la spada utilizzata nei sacrifici di sangue nel culto triadico delle dee pre-islamiche Al-‘Uzza, Manat e Allat, sottratta da Maometto durante la sua profanazione e distruzione. Una tradizione molto fantasiosa la vuole forgiata da re David, che fu anch’esso profeta.

Il significato del suo nome è “quella che spacca in due la colonna vertebrale”, ma si intende anche come capace, in modo figurato, di dividere il bene dal male. È ricordata avere due punte, come la lingua di un serpente, alcuni dicono che le punte tendessero ad infilzare gli occhi del nemico.

La rappresentazione simbolica della spada a volte, specie in ambiente ottomano, divenne più simile ad una forbice, con due lame distinte ben separate, proprio a far riferimento ad una divisione di carattere teologico. La spada venne ereditata dai discendenti di Ali e finì per essere distrutta da Musa al-Hadi, un califfo abbaside dell’VIII secolo noto per la sua brutalità, che la spezzò mentre ne metteva alla prova le decantate capacità straordinarie. Da quel momento venne perduta.Oggi la spada dà nome ad un carrarmato iraniano, a gruppi terroristici, ad un’unità speciale bosniaca, un vero e proprio oggetto di culto sia tra gli sciiti che tra i sunniti.

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