La sonata della zampogna

Domani sera, nei giardini di Piazza Vittorio, dalle 19.00 sino a quando non saremo cacciati dalla vigilanza, ci sarà la nostra ultima sonata di questa estate, dedicata a uno strumento tanto affascinante, quanto sottovalutato, la zampogna. Strumento che ha una storia antichissima: ad esempio, In uno dei suoi Epigrammi, Marziale (40 ca, 104 d.C.), utilizzando un vocabolo composto di derivazione greca, menziona l’ascaules Cano: «…credis hoc Prisce? / voce ut loquatur psittacus coturnicis / et concupiscat esse Canus ascaules?» [Epigr. 3, 10]. Il sostantivo ascaules indica sicuramente uno zampognaro. In
greco, ascos sta per sacco e aulos per piffero ad ancia.

Il biografo latino Svetonio (70 ca, 140 ca), nel De vita Cesarum [Nero, 54], scrive che Nerone «sub exitu quidem vitae palam voverat, si sibi incolumis status permansisset, proditurum se partae victoriae ludis etiam hydraulam et choraulam et utricularium». Quindi, Nerone (37-68 d.C.) era in grado di suonare tre strumenti, sapen­do fare l’utricularius (zampognaro), cioè il suonatore di utriculus (zampogna). Anche Dione di Prusa (40 ca, dopo il 112 [115?]), in un passo riferito allo stesso Nerone [Orat. LXXI, 9], afferma come l’imperatore sapesse suonare la tibia e contemporaneamente comprimere
col braccio un sacco.

Strumento che ho imparato ad apprezzare nel mio riavvicinarmi Calabria, che sotto molti aspetti, con tutta la sua varietà di panorami, di culture e di lingue, oltre ai tanti dialetti locali, vi si parla il greco, l’albanese e il provenzale, è un perfetto specchio di quel mondo complesso e complicato che è l’Italia. D’altra parte, sempre per fare l’erudito e citare l’Accademia della Crusca e le parole di Carla Marcato

Italia è un nome di tradizione classica, in origine con riferimento all’estremità meridionale della Calabria; si estende poi alla penisola con l’avanzarsi della conquista romana. La sanzione ufficiale del nome si ha con Ottaviano nel 42 a.C., mentre l’unione amministrativa con le isole si ha con Diocleziano ( diocesi italiciana). Nei secoli il nome rimane di tradizione dotta (l’evoluzione popolare del latino Italia sarebbe stato Itaglia, Idaglia, a seconda delle zone). L’origine del nome è discussa e incerta. Alcuni suppongono che derivi da una forma di origine osca e corrisponda a Viteliu accostato all’umbro vitluf ‘vitello’, latino vitulus. Per altri avrebbe il senso di “terra degli Itali”, popolo che avrebbe come totem il vitello (italos), perciò la denominazione si fonderebbe sull’uso antichissimo di divinizzare l’animale totem della tribù; oppure “il paese della tribù degli Itali”, nome totemistico da *witaloi ‘figli del toro’. Non mancano le interpretazioni leggendarie, come quella del principe Italo, l’eroe eponimo che avrebbe dominato il Sud della penisola. Vi è poi il mito secondo il quale Eracle, nell’attraversare l’Italia per condurre in Grecia il gregge di Gerione, perde un capo di bestiame e lo cerca affannosamente; avendo saputo che nella lingua indigena la bestia si chiama vitulus, chiama Outalía tutta la regione

Insomma, in fondo, l’Italia non è che una grande Calabria, con tutti i suoi pregi e difetti. E tale varietà, si rispecchia anche nell’ambito della forme che assume proprio la zampogna, la ciarameddha o ciarammeddhra o ciaramida a seconda dei dialetti, che è usata per suonare motivi pastorali, sonate a ballu, fanfarre o canti ad aria. Da quanto mi dicono, ma non escludo di essermene persa qualcuna, in Calabria sono presenti almeno cinque tipologie di zampogne, ognuna con uno sproposito di varianti.

Le più nordiche che conosco meno, credo di averle sentite di sfuggita solo un paio di volte, sono Zampogna a chiave calabro-lucana diffusa in tutta l’area del Pollino e la surdulina, diffusa nelle province di Catanzaro, Cosenza e Crotone e caratteristica in particolare delle comunità albanesi, che la chiamano karamunxïa. Questa zampogna, a sentire gli esperti, è di dimensioni medio-piccole con 4 canne (raramente 5 o 6) con ance semplici con taglio dall’alto verso il basso. Le due canne melodiche (destra e manca o due mamme o cornette) sono di forma cilindrica, hanno 4 fori e sono lunghe uguali. Ci sono poi due bordoni: maggiore (trombone, trummuni, bufi o scuordo) e minore (terzino, fischietto, frischiettu, scandrigli).

Scendendo verso sud, invece si incontra la Zampogna a chiave delle Serre, che prende il nome dalla chiave metallica presente nella canna melodica denominata sinistra. Originaria dell’area delle Serre Calabresi, nata nell’Ottocento e diffusa nella Provincia di Vibo Valentia, in gran parte della Provincia di Catanzaro, nella parte settentrionale della Provincia di Reggio Calabria e in una piccola area intorno a Rogliano in Provincia di Cosenza. Questa zampogna è uno strumento di grandi dimensioni (lungh. 80-120 cm) ad ancia doppia, con 5 canne, di cui 4 coniche con campana e 1 cilindrica priva di campana
(bordone maggiore). Le canne melodiche sono fra loro di diverse dimensioni; la destra ha 4 fori digitali anteriori + 1 posteriore (alto), la sinistra ha 4 fori anteriori, di cui l’ultimo, distanziato dagli altri, viene azionato da una chiave metallica. Ambedue hanno fori di intonazione. I tre bordoni, di diverse misure sono, il minore e il medio, di dominante, il maggiore di tonica.

Infine, le ceramedde a paru e i ceramedde a moderna, tipiche di Reggio e della Grecanica. La zampogna a paru si chiama così per le due canne di canto di eguale lunghezza. Ha 4 o 5 canne, di cui 3-4 coniche con campana e 1 cilindrica priva di campana (bordone maggiore). Le canne melodiche sono fra loro di identiche dimensioni; la destra ha 4 fori digitali anteriori + 1 posteriore (alto), la sinistra ha 4 fori anteriori. Ambedue hanno vari fori di intonazione. I 2-3 bordoni di dominante sono di diverse misure

La zampogna a moderna, si distingue, invece, per le due canne di canto di differente lunghezza, cioè, la canna sinistra è più lunga della canna destra. Tale tipo di strumento nasce nell’Ottocento e viene definita a moderna per differenziarla dalla già esistente zampogna a paru; è anche probabile che sia stata così battezzata dai suonatori dell’area della Bovesia (Bova). Anche questa ha tre bordoni: basso “u zumbaco”, medio “a quarta“, acuto “u cardiddu”. L’accordatura cambia a secondo dei paesi. I suonatori di Bova e della vallata dell’Amendolea accordano il bordone basso in tonica, e gli atri bordoni (medio e acuto) in dominante, mentre nei paesi di Staiti, Pressocito, Brancaleone, Razzà di Brancaleone, e anche Cardeto i bordoni sono accordati tutti in dominante come nella zampogna a paru.

Oltre a queste, in Calabria vi sono tipologie meno diffuse, come la Stifette e le Cornette nell’area di Mesoraca, in Provincia di Crotone e i Terzaroli nell’area di diffusione della Zampogna a chiave delle Serre.Il legno usato nelle zampogne calabresi è l’Erika Arborea (bruvera) per i fusi delle canne, mentre per le campane si usano il Gelso, il melo, l’albicocco, mandorlo e vari alberi da frutto. La costruzione tradizionale avviene tramite tornio a balestra, dotato di un meccanismo a pedale, mentre per l’otre si utilizza utilizzata la pelle di una capretta di meno di un anno, mai figliata, in quanto la pelle offre migliori prestazioni ed affidabilità. Per estrarla intera, si ricorre a pastori o macellai esperti, quindi si tosa la peluria, si mette sotto sale per un certo tempo (concia) e poi si rivolta. E in Grecanica esiste anche una sorta di Stradivari delle zampogne, Lorenzo Trapani, “u turnaru”, che ai primi dell’Ottocento le costruiva col tornio a pedale nella sua abitazione di campagna in contrada Sporiscena nel comune di Roghùdi… Insomma, se volete approfondire la conoscenza di questo fascinoso strumento, ci vediamo tutti domani sera…

3 pensieri su “La sonata della zampogna

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