Dogane Pontificie

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Come accennato, parlando del Congestion Charge, che ho l’impressione sia, come tanti buoni propositi dell’amministrazione Raggi, dalle funivie alle nuove linee di tram, caduto nel dimenticatoio, ai tempi del Papa Re la sua riscossione era a carico delle Dogane Pontificie, la cui direzione generale era situata a Montecitorio, sotto il controllo della Reverenda Camera Apostolica. Detta Camera, competente per tutte le questioni fiscali, traeva il suo nome dal tedesco “Kammer”, l’istituzione consigliare che nei vari Stati tedeschi affiancava il sovrano nelle decisioni in materia finanziaria e, sotto diverso nome, rappresentava ciò che in altri Stati aveva il nome di Ministero.

La Dogana Pontificia, cosa assai peculiare nella complessa e contorta amministrazione papalina, era composta da Funzionari civili e da un Corpo militare denominato“Truppa di Finanza”, istituito nel 1786 da monsignor Ruffo, Tesoriere Generale dello Stato Pontificio, ad imitazione della Legione Truppe Leggere, da qualche anno attiva nel Regno di Sardegna per combattere il dilagante contrabbando. Corpo che tra l’altro ebbe una storia assai travagliata e accompagnate da tante polemiche sulla sue effettiva efficacia e sulla sua organizzazione: fu ad esempio fu sciolto dal generale austriaco Enzo Caprara nel 1797, durante la riorganizzazione dell’esercito pontificio.

L’ordinamento doganale francese, succeduto a quello pontificio durante il periodo napoleonico, tradizionalmente organizzato su servizio civile e servizio attivo militare, però ripristinò l’organizzazione militare delle Guardie doganali pontificie, che venne mantenuta anche con la restaurazione papale. Il Tesoriere Generale, cardinale Guerrieri, ripristinò il Corpo delle “Truppe di Finanza”, che fu portato a 100 uomini e, nel 1817, fu reso completamente autonomo dalle autorità doganali ed organizzato con un’impronta nettamente militare. Accanto ai militari di terra, il Cardinale Guerrieri, ai fini di
provvedere alla vigilanza del mare territoriale, istituì squadriglie guardiacoste nei porti franchi di Ancona e Civitavecchia.

Tale militarizzazione fu osteggiata dalle autorità doganali, perché sminuiva la necessaria sinergia e l’efficace coordinamento indispensabili per una seria lotta al contrabbando. Per dirla tutta, a causa di tale status ambiguo, le Truppe di Finanza erano diventate proverbiali per essere il rifugio preferito di imbucati e scansafatiche

In un rapporto del 1833 sulle Dogane pontificie veniva evidenziato che:

“quanto alla Truppa di Finanza era inutile pensare a qualsiasi riforma fino a quando quel corpo non si fosse spogliato dal suo carattere di truppa di linea e non avesse abbandonato discipline ed istruzione militare, per assumere soltanto la veste di forza armata doganale, esclusivamente adibita alla repressione del contrabbando”

Per di più, questo Corpo, vestito di una elegante divisa blu chiaro , partecipò con molti elementi ai moti carbonari del 1831, e ciò gli diede una patente di scarsa affidabilità agli occhi del governo pontificio. In altri paesi, tali truppe sarebbero state sciolte e i loro ufficiali spediti al carcere duro, invece nella Roma papalina, che aveva un concetto tutto suo di repressione e punizioni, furono tutti promossi, trasformati in burocrati e chiusi a compilare scartoffie a Palazzo Giustiniani.

Le principali dogane dello Stato Pontificio erano situate nei due porti franchi di Ancona e di Civitavecchia e nella città di Ferrara. Roma aveva molti uffici doganali:

  • la Dogana di Terra, presso Piazza Colonna, che come accennato in altri post era competente per le verifiche su persone e merci provenienti via terra;
  • la Dogana di Ripa Grande, presso Porta Portese, vicino al famigerato Arsenale, competente per il traffico con l’estero, effettuato tramite il Tevere nel tratto che congiungeva la città al mare;
  • la Dogana di Fiumicino, alle foci del Tevere, che provvedeva a convogliare i battelli ed al loro movimento;
  • la Dogana di Ripetta, situata nel porto di Ripetta tra il ponte e l’Ara Pacis, provvedeva al controllo del traffico interno;
  • la Dogana del Popolo, situata a Porta del Popolo, che era principalmente adibita al traffico viaggiatori perché presso di essa confluivano le principali strade dello Stato Pontificio: Cassia e Flaminia.

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La più importante dogana di Roma era indubbiamente quella di Ripa Grande, presso la quale confluiva la gran parte delle merci provenienti dall’estero; ed era anche quella nella quale avvenivano i maggiori tentativi di contrabbando. Nel 1849, il Direttore Generale Carleschi, provvedeva alla sistemazione del servizio doganale di guardia-porto, che, specie di notte, era essenziale per contrastare il contrabbando. Le imbarcazioni della guardia-porto avevano un equipaggio composto da un nostromo e tre guardie di finanza del ramo mare e dipendevano dal Capitano del Porto e dal Regolatore della Dogana di Ripa.

Le altre più importanti dogane avevano sede ad Ancona, Civitavecchia e Senigallia,che costituivano i più importanti centri commerciali dello Stato. Le prime due città erano sedi di porto franco mentre, nella terza, si teneva una famosa Fiera Franca annuale, che risaliva al Medio Evo.

Ancona era sede di una Soprintendenza delle Dogane e l’esistenza del Porto Franco richiedeva una assidua vigilanza doganale per contrastare il contrabbando. Il traffico marittimo e commerciale era molto florido e comprendeva un sostenuto interscambio con Austria, Inghilterra, Spagna, Grecia, Francia, Belgio, oltre che con gli altri Stati italiani. Se Ancona era il principale emporio commerciale dell’Adriatico, Civitavecchia svolgeva lo stesso ruolo nel Tirreno anche se su scala più ridotta. Il primo editto emanato nel 1630 da Urbano IV:

“acciocché nel porto di Civitavecchia si conducano più volentieri da qualsivoglia parte del mondo mercantie… si concede universalissimo porto franco ad ogni vasello che venirà… con qualsivoglia robbe, mercantie, vittovaglie o grascie, le quali saranno per l’avvenire franche e libere et esenti da ogni datio, gabella, abberaggio, sensarie ed altri pesi e regaglie… et a mercanti, capitani od altri padroni e commissari sopra carichi… si concedelibera facoltà di poter mandare dentro la terra di Civitavecchia o nella dogana pubblica, alli custodi della quale si pagherà per ogni collo quel poco che sarà
conveniente per la guardiadelle robbe”.

L’editto sul Porto franco di Civitavecchia fu confermato nel 1669 da Clemente IX e i privilegi di cui godeva vennero ampliati nel 1692 da Innocenzo XII. Fu il Papa Benedetto XIV che nel 1742 istituì un Consolato del Portofranco con il compito di sovrintendere alla direzione del commercio ed alla relativa giurisdizione, creò un’apposita magistratura commerciale, stabilì le tariffe del facchinaggio e permise anche operazioni di transito attraverso lo Stato. L’interscambio commerciale era attivo principalmente con Inghilterra, Olanda, Francia,Germania, Spagna e Stati italici.

La Dogana di Senigallia, era invece soprattutto interessata allo svolgimento dell’antica Fiera franca, che si svolgeva ogni anno in estate con il privilegio dell’“assegna doganale”, cioè le merci estere ivi affluite erano sotto vincolo cauzionale e solo per quelle vendute nello Stato sorgevano obblighi daziari.

Infine, erano molto importanti erano pure la Dogana di Ferrara e la dipendente dogana portuale di Pontelagoscuro, la prima, per i traffici che avvenivano con il vicino Regno Lombardo-Veneto, e la seconda, quale punto di passaggio della frontiera, nonché porto di Ferrara, dotato di ampie strutture ricettive.

Più complessa, per le stranezze dei due stati, era la gestione doganale con il vicino Regno delle Due Sicilie, soprattutto perché, nonostante fosse convenzionalmente posto luno il coso del fiume Liri, i due governi non avevano mai definito con particolare accuratezza e precisione i loro confini. Napoli e Roma si misero d’accordo solo verso la fine del secolo XVIII, quando si diffuse il timore della penetrazione di idee rivoluzionarie giacobine e dei sussulti francesi.

Per cui il primo incontro si tenne il 18 giugno 1793 presso l’Abbazia di Montecassino tra il geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni (coadiuvato dagli ingegneri Antonio Moretti e Giuseppe Marini e da due tecnici esperti dei luoghi) in rappresentanza degli interessi di Ferdinando IV, e il geografo Alessandro Ricci, suo figlio Gregorio, Domenico Zucchi e due indicatori, in rappresentanza dello Stato Pontificio.

Seguirono, tra il luglio e il novembre 1793, e dal luglio 1795 all’ottobre 1795, due fasi di rilevamenti topografici, di acquisizione di documenti probatori per la definizione di irrisolte vertenze, di stesure di piante topografiche. L’anno 1796 si rivelò un anno critico per la continuazione dei lavori a causa dell’annunciata invasione francese della penisola italica. Nel mese di settembre una prima, ma incompleta, carta dei confini fu consegnata a re Ferdinando presso l’Abbazia di Montecassino, mentre il Papa ritirò la sua  commissione. Dal canto suo Rizzi-Zannoni continuò, invece, l’opera di redazione dell’Atlante geografico del Regno di Napoli per completarla nel 1812. Al tempo stesso era riuscito a consegnare alla fine del 1798 al ministro della guerra, ammiraglio John Acton, la carte dei confini ad uso militare per la difesa del regno.

Nel 1819 Santa Sede e Regno delle Due Sicilie concordarono di istituire due nuove commissioni per il riesame della documentazione raccolta in precedenza. I lavori erano, tuttavia, rallentati da controversie procedurali che si protrassero fino al 1835, quando la paura della diffusione del colera, frattanto incombente, fece emergere nuovi problemi di frontiera per il controllo sanitario dei territori. Il marchese Francesco Saverio del Carretto, nominato plenipotenziario da re Ferdinando II, mise ordine alla documentazione già prodotta, che pubblicò nel 1837.

Fu questo il primo passo per la istituzione di una nuova commissione, che si riunì a Roma il 20 giugno 1839: il marchese del Carretto, affiancato dal conte Giuseppe C. Ludolf, in rappresentanza degli interessi del Regno; il cardinale Tommaso Bernetti, coadiuvato da mons. Filippo Boatti, in rappresentanza del papa Gregorio XVI. Ma le trattative si impantanarono ancora una volta sulla vecchia questione delle enclaves pontificie nel territorio del Regno di Napoli, Pontecorvo e Benevento.

Il 26 ottobre 1840, previa effettuazione di alcuni sopralluoghi, fu sottoscritto il Trattato sul nuovo confine tra Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie, che sarà poi ratificato dodici anni dopo, il 5 aprile 1852, anche a causa degli eventi politici intervenuti nel periodo 1848-1850: i moti rivoluzionari del ’48, la fuga di Pio IX a Gaeta e poi a Portici ospite di Re Ferdinando II, la proclamazione della Repubblica Romana nel ‘49, il ritorno del pontefice a Roma nell’aprile 1850.

L’attuazione del Trattato, che prevedeva l’apposizione di segni “artificiali” sul terreno, richiese una fase previa di individuazione dei punti dove apporre i termini. Questa azione fu affidata al capitano Luigi De Benedictis per parte napoletana e all’ingegnere Pietro Lanciani per parte romana. Per accelerare le operazioni, iniziate già nel mese di ottobre e concluse entro il 1841, furono apposti termini provvisori in legno alla cui sommità era inchiodato un cartello con la scritta “confine”. Cinque anni più tardi sarebbero stati sostituiti da quelli in pietra – il cui onere di spesa era ripartito tra i due governi

«aventi lo stemma Reale dalla parte che guarda il Regno e lo stemma pontificio dalla parte rivolta allo Stato»

conformemente alla figura annessa al Trattato

In parallelo a questo manicomio, furono definite le dogane in modo che a quelle dello Stato Pontificio corrispondessero altrettante nel Regno delle Due Sicilie. Ad esempio, solo nel Lazio

  • alla dogana di Casamari corrispondeva quella di Castelluccio;
  • alla dogana di Ceprano corrispondevano quelle di Colle Noci e Isoletta;
  • alla dogana di Falvaterra corrispondevano quelle di S. Giovanni Incarico, Pastena e Pico;
  • alla dogana di Vallecorsa corrispondeva quella di Lenola

Dogane che, per lo sviluppo industriale della zona, ad Arpino vi erano importanti lanifici e a Isola Liri, e più in generale lungo il Fibreno, si era sviluppata, dal XVII secolo, una fiorente industria cartaria, sicuramente tra le più avanzate d’Italia, grazie all’iniziativa di Carlo Lefebvre (nel 1861 la sua cartiera oltre a disporre di strutture estremamente moderne, occupava più di 500 operai e forniva la propria carta addirittura al Daily Telegraph di Londra), costituivano più un’istigazione, che un contrasto al contrabbando. A Ceprano fungevano da centro di smistamento del contrabbando di rifiuti, mentre a Pontecorvo i doganieri si arricchivano con quello del tabacco…

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