Sciamanesimo e Teatro

tragedia

Come raccontato altre volte, le tavolette in Lineare B di Tebe delle serie Fq, Ft e Gp ci hanno fornito importanti informazioni sulla natura della religione egeo minoica. Ad esempio, da recenti analisi statistiche sulle offerte alle divinità, si è scoperto come queste impattassero in maniera assai ridotta sul budget dell’economia palaziale, con una percentuale inferiore al 10%. Questo implica come i santuari avessero delle loro specifiche risorse economiche, con un’amministrazione e contabilità distinta da quella del wanax, di cui sappiamo ben poco, che però mina l’ipotesi che svolgesse solo il ruolo
di re sacerdote.

Al contempo però, i burocrati del megaron erano però ossessionati dal rispettare le ricorrenze dei calendari religiosi, probabilmente sia per motivi di prestigio, come se svolgessero la funzione di una sorta di potlatch; è probabile inoltre che le élites micenee, come forse testimoniato dai miti risalenti all’età del Bronzo, garantissero la loro legittimità a governare dall’affermazione della loro discendenza divina e dal loro essere quindi garanti dell’ordine cosmico, concetti ribaditi e sottolineati dalla ciclicità del rito… Per fare un volo pindarico, il caos politico, economico e climatico del 1200 a.C. forse è
stato visto dalle popolazioni greche come una sorta di ritiro del mandato celeste a governare, affrettando il crollo sistemico.

Altro dato interessante, in quelle tavolette, è la grande quantità di zoonimi ricorrenti; in un contesto cerimoniale, che prevedeva l’offerta di cibi e bevande destinati a essere consumate in occasione di un banchetto rituale, sono menzionati, tra i destinatari muli, serpenti, uccelli, cani, oche, maiali e gru. E’ probabile che alcuni di questi animali siano stati veri, date le testimonianze residuali dell’età classica, come i serpenti di Asclepio ad Epidauro o i maialini di Demetra a Eleusi.

Tuttavia, facendo riferimento ad esempi dell’età classica, ad esempio i “tori” di Efeso o le “orse” di Artemide a Brauron; è probabile che parte di questi zoonimi costituiscano dei titoli religiosi. Tali titoli sottendono, per coloro ai quali sono attribuiti, la partecipazione a una sorta di rituale sciamanico, basato dialettica di metamorfosi e trasformazione, di opposizione e sintesi, alla quale si addice particolarmente l’uso del travestimento e della maschera per simboleggiare momenti di transizione da una fase all’altra della vita o da uno status sociale all’altro.

Questi rituali si svolgevano al termine delle teofanie realizzate nei santuari pubblici, che secondo Burker

 la cui denominazione corrisponde esattamente al tipo greco successivo di nomi di festività: oltre alla “preparazione del letto” esisteva anche una festa del “portare il trono qua e là” a Pilo e una festa del “trasporto del dio”, Theophória (θεοφορία), a Cnosso. Una volta vengono destinate a Posidone, o piuttosto ad una sconosciuta divinità Pere -lo scrivano ha corretto- un bue, una pecora e un maiale si prescrive qui un “sacrificio tipo suovetaurilia, in seguito diffuso presso Greci e Romani

E fungevano da loro completamento e integrazione e prevedevano prevedevano almeno – per citare solo le letture più sicure – un’offerta ignea alla divinità e lo svolgimento di un banchetto rituale. A quest’ultimo avrebbe partecipato personale verosimilmente impegnato nello svolgimento di processioni, musicisti, lavoratori specializzati e desservantes de sanctuaire recanti titoli più specificamente religiosi; infine, individui menzionati con l’antroponimo.

In tale occasione si svolgevano canti e danze: a testimonianza di tale ritualità sciamanica, oltre che ai miti risalenti al tale epoca, in cui appare assai spesso la tematica della metamorfosi, vi sono numerose testimonianze iconografiche, dagli affreschi alla ceramica e alla glittica, di personaggi travestiti da animali partecipanti a cerimonie religiose.

Va bene, ma al resto del mondo, del fatto che i micenei, oltre che ai sacrifici umani e al cannibalismo, continuassero a praticare lo sciamanesimo, cosa può importare ? Proviamo a compie un salto, a prima vista di palo in frasca, parlando della Tragedia, nome che letteralmente significa “canto del capro”. Sulle sue origini, gli studiosi si devono confrontare con poche e confuse notizie. Il buon Aristotele nella Poetica (IV, 144 9a) afferma che la tragedia deriva da “coloro che intonavano il ditirambo”, un canto corale in onore di Dioniso in cui avveniva un dialogo fra chi guidava il coro, detto corifeo, e il resto del coro.

Invece Erodoto nelle Storie (I, 23) racconta che inventore della tragedia e il cantore Arione di Metimna, non poiché creò i ditirambi, ma per il fatto che fu il primo a dare un titolo a cio che pronunciava il coro recitando in opposizione al canto. Egli insegno agli uomini truccati da satiri, con orecchie caprine, a cantare tali inni; il momento di transizione verso la rappresentazione drammatica e segnato dal cosiddetto Ditirambo dialogato. Sempre Erodoto, nelle Storie (V, 67), ci dice che anticamente a Sicione i cori tragici rappresentavano le sventure di Adrasto, un eroe di Argo vissuto ai tempi della guerra dei Sette contro Tebe. Nel VI sec. a. C. poi, Clistene, tiranno della citta, trovandosi in lotta con Argo, elimino il culto di Adrasto e volle trasferire i cori a lui dedicati a Dioniso.

In realtà, sia Aristotele, sia Erodoto raccontano, da punti di vista differenti, la stessa storia: la tragedia deriva da canti e danze, eseguiti da personaggi vestiti da capri, in cui si celebrava un antenato divinizzato e assimilato a Di-wo-nu-so, il figlio di Di-we e della Potnia Theron, ossia da qualcuno dei riti sciamanici celebrati nei megaron micenei.

Mentre al contrario la commedia, che significa letteralmente “canto del kòmos”, dove komos significa a seconda delle interpretazione dalla parola greca che significa ebbrezza o da “kome” ossia “villaggio” in dialetto dorico, dalle processioni pubbliche precedenti ai riti nel megaron in cui i personaggi vestiti da animali, che diventeranno le vespe, le rane e gli uccelli di Aristofane, accompagnavano il simulacro di Di-wo-nu-so, che poteva essere, come nell’età classica ad Atene, un enorme fallo di legno e come nei trionfi dell’antica Roma, ricordavano con beffe e lazzi la mortalità dei loro nobili…

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Sant’Elia il Giovane

Ss.Elia_e_Filaretu

Sempre parlando di santi bizantini del Sud Italia, quasi dimenticati, uno dei più affascinanti è senza dubbio Elia il giovane, la cui vita, anche depurata da tutti gli elementi agiografici e favolistici, è stata ricca di viaggi e avventure. La conosciamo grazie a una sua biografia in greco, scritta da un monaco che non aveva conosciuto direttamente il santo, ma che aveva avuto a che fare con alcuni suoi discepoli.

Da quanto racconta la sua bios, Elia nacque verso l’823 ad Enna in Sicilia dalla nobile e pia famiglia dei Rachites e fu battezzato col nome di Giovanni. I suoi genitori, prima che il territorio della città fosse devastato dai Musulmani nell’828, si trasferirono nella fortezza di Santa Maria, di cui si è persa memoria, in cui vissero senza troppi problemi, finché, a otto anni, Elia ebbe un’apparizione notturna che gli rivelò come avrebbe raggiunto l’Africa in qualità di prigioniero, che vi sarebbe stato servo, e che avrebbe convertito alla fede molti in quella terra. Episodio, a dire il vero, che pare una rielaborazione della biblica visione di Samuele.

Allora, i genitori, impauriti gli impedirono di lasciare la fortezza: nel frattempo, per vincere la noia, cominciò a pregare e a meditare sulle Scritture, affinando il suo dono per la profezia: secondo l’agiografo, predisse l’assalto che di lì a tre giorni i Musulmani avrebbero sferrato contro Santa Maria (835 c.) e la strage di cittadini che vi avrebbero fatta. I difensori, invece di spernacchiare Elia, lo ascoltarono e si prepararono alla battaglia: così le truppe arabe, che contavano sulla sorpresa, furono prese a randellate in capo.

Questa storia si ripeté per un paio di volte, per cui, i Saraceni, per risolvere alla radice il problema, decisero di rapire Elia; grazie a una spia, in occasione di un viaggio dei suoi genitori, lo convinsero a uscire da Santa Maria, dove fu catturato, legato come un salame e imbarcato nella prima nave diretta in ‘Ifrīqiya.

Elia, che nonostante la profezia, non era molto contento di come si stesse evolvendo la situazione, ebbe un sogno: un cavaliere vestito di bianco, gli disse di essere Anania, il discepolo di Cristo, e gli predisse che lui e i suoi compagni presto avrebbero raggiunto la libertà. Svegliatosi, guardò l’orizzonte, dove apparve un dromone bizantino, mosso da Siracusa, che abbordò la nave araba, liberandone i prigionieri. Giovanni rimase poi per tre anni (837 c. – 839 c.) presso la famiglia e, morto il padre, la madre riponeva in lui ogni sua speranza. Una apparizione gli rinnovò l’ordine del Signore di compiere in Africa la missione che gli era stata assegnata.

Così Elia cominciò a vagabondare nei pressi di Santa Maria, finché non fu catturato di nuovo dai Musulmani, acquistato prima da un mercante di schiavi, condotto in Africa e quindi rivenduto ad un ricco conciapelli, di religione cristiana. Questi, apprezzate le sue virtù gli affidò il governo della casa. Ma l’invidia del demonio non tardò a farsi sentire: infatti il diavolo cercò di ridurre il santo in suo potere, suscitando nel giovane la nostalgia dei suoi familiari. Essendo stata inutile tale tentazione, ne escogitò un’altra, puntando sulla buona, vecchia lussuria.

Durante un viaggio d’affari del padrone la moglie di questo tentò di sedurre Elia e dato che il Santo non gli diede retta, al ritorno del marito la donna lo accusò di tentato adulterio. Elia, imprigionato e adeguatamente torturato. La sua innocenza tuttavia non tardò ad essere riconosciuta, che il padrone sorprese l’adultera, che voleva rifarsi delle smacco subito, con un altro amante, la cacciò di casa e apprese la verità, liberando Elia e coprendolo di scuse e di doni. Facendo il serio, si tratta con tutta evidenza di un adattamento della storia di Giuseppe dell’Antico Testamento, topos prediletto
dall’agiografia monastica dei Bizantini.

Pochi giorni dopo essere stato liberato, il santo si riscattò ed “aveva agio di andare negli oratori e di trascorrere le notti nelle salmodie”, il che doveva essere anche abbastanza fastidioso, per i suoi vicini di casa, sia cristiani, sia musulmani. Uno di loro, per toglierselo dalle scatole, gli propose di recarsi in pellegrinaggio in Palestina e vestire il santo abito dei monaci; incerto sul da farsi, Elia ebbe una nuova visione, che lo esortava a realizzare i suoi proponimenti e gli annunziava il conferimento del potere taumaturgico.

Così, da buon santo calabrese, cominciò a compiere miracoli in quantità industriale: il primo riguardò un Cristiano, che in lite condominiale dell’epoca, aveva rotto la testa con una mazza ad un Musulmano ed era stato condannato a morte. L’emiro aghlabita di turno,tuttavia prosciolse il reo, dopo che il santo ebbe sanato il colpito. A seguito di tale evento l’emiro locale gli permise pertanto di esercitare liberamente la sua attività di guaritore

Ovviamente alle miracolose guarigioni seguirono le conversioni; i musulmani furono battezzati nottetempo con la complicità di un vescovo del luogo di nome Pantoleone, che non risulta altrimenti attestato, cosa assai poco gradita all’emiro, che prima lo fece arrestare, poi, per non sapere né leggere, né scrivere, invece di martirizzarlo, lo affibbiò alla prima carovana disponibile diretta per la Palestina. Secondo quanto è possibile congetturare, Elia avrebbe trascorso nell’ ‘Ifrīqiya aglabita un periodo che andrebbe dall’839 c. all’878 c., cioè poco meno di un quarantennio.

Il Santo giunse nell’aprile (dell’878) a Gerusalemme, ove il patriarca Elia III, il primo personaggio storico citato nella biografia gli conferì l’abito di monaco e gli attribuì consentendo al desiderio da lui manifestato, il suo stesso nome. Ora, nel monachesimo bizantino era diffusa la consuetudine di scegliere, al momento di abbracciare la vita monastica, un nome che avesse la stessa iniziale di quello secolare. Anche in questo caso l’usanza fu rispettata perché nella pronuncia del greco bizantino le iniziali di Iohannes ed Helias corrispondevano foneticamente.

Dopo l’omaggio reso ai venerandi luoghi della città, si recò presso il fiume Giordano, il lago di Genesaret, il monte Tabor, in una località denominata “Dodici Seggi” e successivamente si trasferì nel monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai, dove trascorse tre anni, da cui se ne andò, per sfuggire alla fama di santità che si stava diffondendo – anche questo, a partire dalla Vita Antonii, è un topos dell’agiografia monastica

Si recò quindi ad Alessandria d’Egitto, dove poté pregare nei templi intitolati a Marco evangelista, a Pietro, a Mena, e a Ciro e Giovanni. Sempre in vena di vagabondaggi, Elia decise di recarsi in Iraq e in Persia, cosa che potrebbe anche essere vera, visto che il biografo afferma come una rivolta di barbari gli impedisse di realizzare la cosa. Proprio in quegli anni, infatti era in corso in Iraq la rivolta degli Zanj, la ribellione di schiavi neri d’origine africana contro il potere degli Abbasidi.

Così, brontolando, Elia si trasferì ad Antiochia, dove la la solita voce divina gli disse che era tempo di tornare a casa; imbarcatosi in una nave musulmana diretta a Balarm, dove si era trasferita la madre, riuscì a convertire l’intero equipaggio e il resto dei passeggeri.Se fino al ritorno di Enna in Sicilia la Vita non fornisce, a parte il nome del patriarca di Gerusalemme Elia III (878-906), alcun dato cronologico precisamente inquadrabile, successivamente la biografia del santo risulta strettamente collegata con gli avvenimenti storici dell’Italia meridionale.

Sbarcato nel porto della Cala, dopo avere salutato la famiglia, dove ebbe una nuova visione. In quel tempo l’emiro aglabita preparava una spedizione navale contro Rhegion, e l’imperatore Leone VI mandava a difesa della città l’ammiraglio Basilio Nasar con una flotta di quarantacinque navi. Elia predisse la vittoria dell’armata bizantina e rassicurò i Reggini che, paventando l’attacco dei Musulmani, stavano prendendo armi e bagagli per rifugiarsi come tradizione nelle Motte, le fortezze bizantine a monte della città. La profezia fu pienamente confermata dal trionfo di Basilio sul nemico (nelle acque
di Milazzo, ai primi di agosto dell’880).

La cosa giunse all’orecchio dell’emiro aglabita, che poco gradì: per cui, per evitare guai peggiori, Elia si trasferì nella fortezza bizantina di Taormina, dove prese come discepolo un giovane di nobile famiglia, cui conferì l’abito e impose il nome di Daniele. Avendo Elia previsto la sanguinosa sconfitta dello stratega bizantino Barsakios sulla costa orientale della Sicilia (estate 881), per sfuggire al successivo attacco degli Arabi, lui e Daniele si imbarcarono in fretta e furia per il Peloponneso, stabilendosi a Sparta, presso il monastero dei santi Anargiri Cosma e Damiano. Mentre Elia guariva ammalati e invasati, accadde che Daniele fosse colpito a sferzate dai diavoli, annidati dentro l’antro nel quale dormiva. L’indomani il santo confortò il discepolo ricordandogli che anche il maestro e guida dei monaci (Antonio) aveva sopportato le loro percosse.

Tranquillizzata la situazione in Sicilia, Elia e Daniele decisero di ritornare: lasciata Sparta, i due santi monaci raggiunsero Buthrotum, , città marittima dell’Epiro Vetus, ove furono presi per spie dallo stratego locale e buttati in carcere. Quell’uomo empio e scellerato non arrivò a fare eseguire la condanna perché l’indomani venne colpito al petto dal suo cavallo imbizzarrito e morì. Per festeggiare lo scampato pericolo, Elia e Daniele avrebbero voluto imbarcarsi e andare a pregare in Roma, ma non trovando nessun passaggio, si trasferirono a Corfù e alloggiarono nell’episcopio, per poi partire in
direzione di Rhegion, da cui poi si diressero alla Turma delle Saline, nei pressi di Tauriana, dove fondarono un monastero.

E. vi condusse una vita ascetica basata su rigidi digiuni, preghiere ininterrotte e veglie; dai monaci richiese ubbidienza incondizionata; oltre a profezie e guarigioni di ogni genere e risma, si racconta che Elia e Daniele, nei loro vagabondaggi, capitarono nei pressi dello stagno dalle parti di Pentadattilo, e Daniele mostrava ad Elia un bel salterio. Questi gli ordinò prima di buttare il salterio nello stagno e quindi, percorse sei miglia, gli ingiunse di tornare indietro per riprenderlo. Il discepolo ritrovò il libro senza che l’acqua gli avesse procurato alcun danno.

Visto che le cose nel monastero procedevano discretamente bene, Elia e Daniele decisero di realizzare il vecchio sogno del pellegrinaggio a Roma, dove fu accolto con particolari onori dal pontefice Stefano V, il quale era un’eccezione in quel manicomio del Papato dell’epoca. Secondo il liber pontificalis, Stefano

Allorché prese possesso del palazzo Lateranense tutto era andato a ruba….ond’egli tutto misericordioso coì poveri, e che non si poneva a mensa se non erasi assicurato ch’erano stati sollevati, distribuì liberamente il suo patrimonio pingue, consumando anco per l’ornamento delle chiese, e nel riscattare gli schiavi […] Insigne per rare virtù e d’un disinteresse esemplare, nutria gli orfani come suoi figli, e chiamava ogni giorno a pranzo i nobili caduti in miseria: le sue incessanti limosine principalmente rifulsero in una crudele carestia che afflisse Roma. Celebrava quotidianamente la messa, e consagrava all’orazione o alla salmodia tutti i ritagli di tempo che gli lasciavano le sue cure benefiche, e le pastorali sollecitudini.

Elia ebbe una visione, sul fatto che gli Arabi avrebbero assalito Rhegion (settembre 888), cosa all’epoca tutt’altro che rare lasciato il monastero, come suo solito si trasferì col discepolo a Patrasso, da cui tornò, passata la buriana. La conquista di Reggio ad opera di Abû al- jAbbâs (10 giugno 901) fu rivelata al santo prima del suo compimento, ed egli si adoperò perché i Reggini, col fare ammenda dei loro peccati, ottenessero il perdono di Dio ed evitassero la terribile punizione. Quelli non prestarono ascolto e alcuni furono fatti prigionieri, altri perirono di spada. Elia e Daniele attesero la sciagura nel
castello di Santa Cristina (alle falde occidentali dell’Aspromonte). Colà le loro esortazioni furono ascoltate, e gli abitanti si serbarono incolumi dall’offesa del nemico. Accadde anche al comandante della flotta bizantina, Michele, di seguire i consigli del divino padre, allontanando le sue milizie dalla dissolutezza e dalla fornicazione, e di avere il soccorso celeste. Infatti, avvenuto il combattimento, trionfò sul nemico, così che molti dei Reggini poterono essere richiamati dalla prigionia (probabilmente primavera del 902).

Per festeggiare tale vittoria, Elia e Daniele se ne tornarono a Taormina, dove ebbe la rivelazione del prossimo attacco di Ibrahim, che a dire il vero, era la versione araba del nostro Brancaleone. Ibrahim, per questioni legate al mancato pagamento di tasse al Califfo, non era stato riconosciuto come Emiro; per sfida, si era autoproclamato ghazi, soldato della jihad, concependo un piano che mostrava tanto la sua capacità di pensare in grande, quanto la sua ignoranza in geografia. Confondendo Costantinopoli con Roma, voleva conquistare il Sud Italia, per poi marciare a Nord verso la presunta sede del
Basileus.

Elia avvertì allora i cittadini della gravissima minaccia, cui avrebbero potuto sottrarsi, se si fossero emendati dai peccati. Analoga ammonizione rivolgeva al patrizio Costantino, adducendo ad esempio la temperanza di Epaminonda e di Scipione l’Africano. Ma sia Costantino che i Taorminesi non tennero in alcuna considerazione le sue parole. Mentre il santo riposava per la tarda età in casa di Crisione predisse che in quel letto avrebbe dormito Ibrahim e in quella casa sarebbero stati trucidati molti dei notabili della città. Poi si levò col proposito di imbarcarsi per Amalfi. Giunto nel mezzo della città,
sollevò la tunica fino alle ginocchia e al meravigliato Daniele spiegò che vedeva una marea di sangue inondare quel luogo. In ciò imitava il famoso Geremia, cui era stato ordinato da Dio di attrarre con spettacoli inusitati la attenzione dei disobbedienti. Arrivati ad Amalfi, ove furono accolti dal vescovo e dove Elia guarì la nipote del praefecturius.

Intanto Ibrahim, dopo avere conquistato Taormina e Rhegion, proseguiva con il suo ehm geniale piano, assediando Cosenza: secondo la tradizione, Elia gufò così tanto contro il ghazi, da farlo morire per dissenteria fulminante. Alla notizia della morte del condottiero aghlabita, Elia e Daniele se ne ritornarono a casa, con il Santo che tornò a compiere miracoli a iosa: fece cessare colle sue preghiere una gravissima siccità, che si protraeva da cinque mesi; attraversò transumando il fiume Secro in piena, mentre era in viaggio con due suoi discepoli, Daniele e Saba; ottenne da Dio che una fonte di acqua
limpidissima sgorgasse per dissetare Daniele, mentre si trovavano in luoghi deserti e aridi; sanò a Santa Ciriaca (Gerace) un paralitico, un prete di nome Malachia.

Intanto lo stratega Michele aveva domato con la forza la rivolta dei piccoli proprietari terrieri calabresi, guidata da un certo Colombo: Elia, che sosteneva la necessità di un compromesso,intervenne a implorare che gli fosse risparmiata la vita al ribelle . Michele fu inflessibile. Elia la prese male e maledisse lo stratega, che morì dopo sette giorni, colpito da terribile malattia. Il nuovo stratega, visto i precedenti, concesse l’equivalente degli arresti domiciliari a Colombo, affidandolo in custodia ad Elia.

Dopo tutte queste vicende, Elia avrebbe voluto trascorrere una serena vecchiaia presso il suo monastero a Saline, ma non era destino. A Costantinopoli regnava il basileus Leone VI, la cui vita famigliare era , come dire, alquanto tempestosa. Aveva già seppellito tre mogli ed era fermamente intenzionato a impalmare la sua amante, la bellissima figlia dell’ammiraglio Ermerio, Zoe Carbonopsina (dagli occhi neri come il carbone). Per le strane leggi canoniche di Costantinopoli, il quarto matrimonio non era ammesso ed era considerato poligamia; in caso si fosse realizzato., le due parti erano obbligate a separarsi, con una scomunica dai sacramenti che durava molti anni.

Per ottenere una deroga a tale matrimonio, Leone aveva nominato come patriarca il suo ex segretario Nicola, ma non c’era verso: Elia, al contrario, da buon occidentale e uomo di mondo, era di più ampie vedute, non vedeva nulla di male in tale matrimonio. Per cui Leone lo chiamò a corte, affinché le parole di un santo taumaturgo riconducessero sulla retta via i testoni dei suoi prelati. Così Elia, Daniele e Colombo furono costretti con le buone e con le cattive a imbarcarsi per Costantinopoli.

Il trio raggiunse raggiunse Naupatto passando per Ericusa e Corfù, e di là per via di terra Tessalonica, dove morì ottantenne il 17 agosto di un anno imprecisato. Poiché durante il viaggio avrebbe profetizzato che una flotta araba, guidata dal pirata bizantino Leono di Tripoli, proveniente dalla Siria avrebbe saccheggiato non Costantinopoli bensì Tessalonica, il che in effetti avvenne il 31 luglio 904, l’anno della morte viene generalmente fissato al 903.

Il giorno seguente essa fu deposta nel venerando tempietto di San Giorgio martire, ove rimase per dieci mesi (dall’agosto 903 al giugno 904). In seguito giunse colà il senatore e patrizio Vardas (Focas), che chiese di poter venerare le sante spoglie. Aprirono la tomba e trovarono il corpo intatto e incorrotto. L’imperatore fu informato da Vardas del miracolo e ordinò che quel sacro tesoro fosse trasportato a Costantinopoli. Anche questo aveva previsto Elia e aveva consegnato, prima di morire, a Daniele una lettera per l’imperatore, nella quale esprimeva il desiderio che il suo corpo fosse seppellito nel monastero delle Saline. Leone dette disposizione che senza indugio si facesse secondo il volere del santo.

Della traslazione fu incaricato il calabrese Giorgio, uomo nobile e pio, che in quel tempo si trovava a Costantinopoli. II corteo mosse dalla località de “Le Fornaci”, attraverso successivamente le provincie di Tessalia, Ellade e Tesprozia, e arrivò a Butroto; di lì per mare raggiunse la cittadina di Rossano. Sbarcato, pervenne al castello di Bisignano (a nord di Cosenza). I monaci delle Saline, avvertiti da Daniele, mossero incontro alla salma in Tauriana, e la scortarono con il dovuto onore fino al monastero.

Nell’epilogo il biografo dichiara di avere ricercato la giusta proporzione del discorso, raccontando i fatti più rilevanti e famosi. Segue la preghiera che tutti gli uditori e lo stesso oratore siano imitatori delle gesta di Elia, per essere ritenuti degni della gloria nei cieli.

Nel XVIII secolo il monastero fondato da Elio fu raso al suolo dal terremoto ed oggi il culto del santo sopravvive a Seminara nel nuovo Monastero Ortodosso intitolato ai Santi Elia il Giovane e Filareto l’Ortolano, nella sua città natale Enna, a Reggio Calabria,presso Melicuccà, in provincia di Reggio.

Leggenda vuole che i monaci basiliani in fuga da Tauriana, trafugarono il corpo acefalo del santo, poiché la testa è stata portata , dagli stessi suoi seguaci, nel convento di Seminara, dove ancora oggi è custodita, in apposita teca di argento, nel “tesoro” del Santuario della Madonna dei Poveri e lo seppellirono nel loro nuovo convento di Sant’Elia in Galatro. Ad avvalorare tale notizia, si sa che nel 1200, di ritorno da un pellegrinaggio in terra santa, davanti alla tomba del basiliano ennese, venne a raccogliersi in preghiera San Cono, originario di Naso in provincia di Messina.

Tra l’altro, questo convento ebbe un ruolo fondamentale nella nascita dell’Umanesimo: Si ritiene anche che l’attività culturale dei monaci di Galatro sia stata notevole: Bernardo da Seminara, nella prima metà del XIV secolo fu ordinato sacerdote con il nome di Barlaam, la figura più eminente della tradizione greca dopo l’estromissione di Bisanzio dall’Italia meridionale: egli, infatti, teologo e filosofo, è il pensatore che mise al servizio della Chiesa orientale le conquiste speculative dell’occidente, con la scolastica di Duns Scoto e di Guglielmo d’Occam, . Con stima parlarono di lui il Petrarca, che lo ebbe come maestro di greco, ed il Boccaccio.

Il Mausoleo di Gallieno

Gallieno

Uno dei tanti mausolei poco noti di Roma, è quello dell’imperatore Gallieno, lo stesso dell’arco dell’Esquilino, situato nel IX miglio e sul lato destro della Via Appia, circa 500 m. a sud dell’incrocio con via Fioranello, nel territorio del comune di Ciampino.

Per chi non ce l’avesse presente, Publio Licinio Egnazio Gallieno salì al potere insieme al padre Valeriano nel 253 e quando questi fu catturato dai Sasanidi (260) rimase l’unico imperatore fino al 268, quando cinquantenne fu probabilmente assassinato da una congiura (secondo altri morì invece a seguito di una ferita riportata in battaglia). Fu divinizzato dal Senato per volontà del suo successore Claudio II il Gotico.

Per una volta, l’attribuzione del mausoleo a tale imperatore è stata pacifica e poco contestata: la costruzione risale alla seconda metà del III secolo, compatibile con la data della sua morte, è adiacente a un fundus imperiale su cui era presente una villa, scavata dal pittore scozzese Gavin Hamilton, il quale, per integrare le sue magre finanze, a un certo punto della sua vita si era trasformato in una sorta di Indiana Jones, scavando, o meglio saccheggiando, in condizioni precarie e alla meno peggio, Villa Adriana, la «vigna» del cardinale Chigi di Tor di Colombaro, Ostia Antica, il Celio, la Villa dei Quintili,
Castel di Guido e Gabii.

Scavi che furono alquanto fortunati, visto che scoprì, nei pressi del mausoleo di Gallieno, una decina di statue di ottima qualità, che furono vendute ad acquirenti britannici, in particolare l’antiquario Charles Townley e il ministro William Petty, colui che firmò la pace di Parigi, concedendo l’indipendenza agli Stati Uniti.

Infine, a riprova di tale identificazioni, abbiamo anche delle fonti antiche: nell’Epitome de Caesaribus, una specie di bignami storico del fine del IV secolo, in cui è presente una breve descrizione dei regni degli imperatori da Augusto a Teodosio il Grande, è scritto

Severus Caesar ab Herculio Maximiano Romae ad Tres Tabernas exstinguitur, funusque eius Gallieni sepulcro infertur, quod ex urbe abest per Appiam milibus novem.

Qualcosa di simile è evidenziato in una delle parti degli Annali Valesiani, l‘ Origo Constantini Imperatoris, una biografia, anche abbastanza onesta dell’imperatore Costantino

Pro Maxentio filio evocatus illuc venit Herculius, qui per peiurium Severum deceptum custodiae tradidit et captivi habitu in Urbem perduxit et in villa publica Appiae viae tricensimo miliario custodiri fecit. Postea cum Galerius Italiam peteret, ille iugulatus est et deinde relatus ad octavum miliarium conditusque in Gallieni monumento.

Per cui abbiamo come il mausoleo di Gallieno fosse edificato tra l’ottavo e il nono miglio della via Appia, che corrisponde alla posizione del nostro monumento e che fu utilizzato anche come sepolcro del tetrarca Flavio Severo, ucciso nel 307, anche se, alcuni, con argomenti validi, sostengono invece che sia stato sepolto in un mausoleo adiacente, la cosiddetta Berretta del Prete, risalente all’età di Massenzio.

Ma in origine, questo mausoleo in mattoni, in origine rivestito di marmo e che ora è ridotto alquanto male, che aspetto aveva ? Il monumento è costituito da un basamento rotondo di circa 13 m, su cui poggia un tamburo circolare a due piani scandito da una serie di nicchie e coperto a cupola. La pianta dell’edificio è particolare: il piano inferiore consiste in un corridoio centrale che interseca due ambienti rettangolari che terminano con un’abside semicircolare. Il piano superiore mostra invece una serie di grandi absidi semicircolari alternate a absidi rettangolari. Intorno al corpo centrale correva
un colonnato anulare, di cui si ha testimonianza dai frammenti marmorei rinvenuti e da un’incisione seicentesca, che riproduce 18 colonne corinzie di grandi dimensioni.

Nel Medioevo divenne proprietà del Monastero di Sant’Erasmo sul Celio, ora scomparso e situato nell’omonima via: papa Adeodato II, che vi aveva trascorso la maggior parte della vita come monaco, appena eletto, oltre a farvi erigere una nuova chiesa, dotò il suo ex convento acquisendo beni ex novo, tra cui la tenuta del Palombaccio, così veniva chiamata l’area del Mausoleo, che probabilmente veniva usata come colombaia, come riferibile al VII secolo.

La testimonianza successiva utile alla ricostruzione della storia di questo territorio risale al 9 aprile 954 e si tratta di una permuta da parte della Chiesa di S. Lorenzo fuori le mura in beneficio del
Monastero di S. Gregorio al Celio, in cui è scritto

casale Palumbario cum fontana sua aque vive cum ecclesia deserta in hon. S. Mariae Dei genitricis cum monumen-to suo q. e. crypta rotunda, posito foris portam Appiam milliario quae pergit ad Albanum et ab alio latere limite salvineum (saliceneum) qui dividit inter subscriptio fundo Palumbario et Casale… redeundo in via carraria pubblica in primo affine

La ‘fontana’ indicata è riconosciuta dalla Gai come il fosso di Fiorano posto al confine del territorio del ‘Palombaro’, proseguendo la lettura ci si imbatte in una «ecclesia deserta in hon. S. Mariae Dei genitrici »: una chiesa abbandonata dedicata a Santa Maria Genitrice e dunque posteriore al concilio di Efeso del 431 dove si adottarono le decisioni del Vescovo alessandrino Cirillo, il quale considerava Maria Genitrice di Dio. L’edificio aveva anche un «monumento suo q. e. crypta rotunda

Ora, dato che all’epoca la Berretta del Prete manteneva ancora la sua forma simile al Mausoleo di Massenzio, è assi probabile che si riferisse il tutto al Mausoleo di Gallieno. La permuta, infatti, è l’ultimo documento valido fino alla fine XIV secolo, quando, nel 1383, Nicolò Galgani lascia ai suoi eredi il ‘Palombaro’, all’epoca diviso in Rosso e Bianco

Come è stato giustamente notato la distinzione potrebbe trovare ragione di esistere nella diversa tecnica edilizia impiegata nei due importanti edifici presenti sul territorio: il colore rosso è dominante nell’uso massiccio del laterizio utilizzato per la struttura riferita all’imperatore, mentre il bianco lo è nei cubetti di selce (con filari di laterizio) che costituiscono la ‘Berretta del Prete’ Nei secoli successivi la tenuta è affittata ai Barberini, ai Colonna e ai Chigi, finché non diviene possesso della Basilica di Santa Maria Maggiore, che la darà in enfiteusi alla famiglia Maruffi, che ne diventerà effettiva proprietaria
nel 1914.

Nel 1959 Peter Marzolff e Peter Grossman eseguirono dei rilievi sul monumento, che però non portarono ad una pubblicazione….

La rinascita del Munda

Quando avevo vent’anni di meno, mi capitava spesso, sia prima per motivi di studio, poi di lavoro, trascorrere del tempo a l’Aquila. Tappa fissa era la visita al MUNDA; museo nazionale d’Abruzzo, all’epoca al Forte Spagnolo.

Forte che aveva una storia affascinante. Nel febbraio del 1529, mentre Michelangelo, chiamato a far parte dei “Nove della Milizia” intraprendeva a Firenze il lavoro di ammodernamento e rafforzamento delle mura, l’Aquila era occupata militarmente dai “lanzi” di Filiberto d’Orange, viceré e luogotenente generale del Regno di Napoli, venuto personalmente a castigarla per aver aperto, qualche mese prima, le porte ai francesi ed essersi in seguito ribellata alla guarnigione imperiale che la presidiava. La durissima repressione non aveva risparmiato i tesori delle chiese, fusi per il pagamento dell’esoso
“taglione” imposto in riscatto del minacciato saccheggio, né gli antichi privilegi ed immunità del comune, il cui vasto contado era stato separato dalla città ed infeudato a capitani dell’esercito imperiale. La massiccia “castellina” bastionata fatta costruire dall’Orange nel punto più elevato della cinta muraria, “per tener con grosso presidio a freno i cittadini” era il simbolo tangibile ed opprimente della nuova condizione “di servitù”, che relegava ormai la città ad un ruolo economicamente dimesso e politicamente marginale.

A tali durissime imposizioni si era dovuto sottostare senza alcuna possibilità di replica o resistenza, nel clima opprimente dell’occupazione militare, caratterizzato dalle continue minacce di saccheggio, dalle intimidazioni terroristiche a danno degli ostaggi, dagli squartamenti e dalle impiccagioni in piazza dei “sediziosi”. Quando, nell’agosto del 1530, il condottiero morì mentre assediava Firenze, colpito da un’archibugiata a Gavinana, si sparse la diceria che a tirare il colpo mortale fosse stato un fante aquilano che militava nelle truppe del Ferrucci.

La notizia provocò una nuova rivolta, soffocata nel sangue dagli spagnoli, tanto che il viceré di Napoli don Pedro de Toledo nel 1532, per fare passare agli abruzzesi strane idee decise di fare le cose in grande, costruendo, naturalmente a spese degli aquilani, una nuova, imponente e moderna fortezza, Nel 1534 il Toledo così conferì l’incarico della progettazione e della direzione dei lavori a Pirro Luis Escrivà, un capitano dell’esercito imperiale che, pur non avendo ancora avuto modo di realizzare alcuna opera veramente importante, aveva già fama di “grande architetto, et molto perito nelle fortificazioni”.

In realtà di fortezze ne aveva costruite ben poche: era stato un buon comandante d’artiglieria nella repressione della ribellione dei Comuneros in Spagna e successivamente, durante l’assedio del 1528, difese Napoli dai Francesi di Lautrec, poi aveva scritto diversi trattati sul tema.

Ora bisognava passare dalla teoria alla pratica: a differenza di quanto ideato successivamente per il restauro del forte di Sant’Elmo, una pianta stellare con sei punte che sporgono di venti metri rispetto alla parte centrale con enormi cannoniere aperte negli angoli rientranti, Escrivà si mantenne sul tradizionale, con una pianta quadrangolare con bastioni angolari lanceolati, che erano ciascuno in grado
di resistere autonomamente agli assalti nel caso l’invasore fosse penetrato nel corpo centrale. Erano, difatti, dotati di cisterna autonoma per l’approvvigionamento dell’acqua. Ogni bastione contiene due grandi costruzioni, le casematte, volte a proteggere uomini o pezzi di artiglieria e chiuse a volta, con uno spiraglio circolare per smaltire i fumi. Dalle casematte si ha accesso alle contromine, un sistema di cunicoli in serie, costruiti dentro le fondamenta della struttura, che permettevano di bloccare le mine dei nemici.

I bastioni sono collegati alla cortina tramite doppie sporgenze, autentica caratteristica della struttura e importante innovazione nell’architettura militare. Questa accortezza, che contribuì a migliorare la plasticità dell’edificio, aveva l’importante funzione di raddoppiare il numero delle bocche da fuoco, rendendo più potente il fuoco di fiancheggiamento e diminuendo, per la loro angolazione, la possibilità per i colpi dei nemici di penetrare all’interno.

Ogni lato della costruzione, esternamente rivestita in travertino, misura ben centotrenta metri. Costruito sulla viva roccia, presenta nelle mura spessori notevoli, che vanno dai dieci metri alla fondazione, ai cinque metri alla sommità della cortina ed è assolutamente privo di elementi decorativi, fatto salvo il pregiato portale in pietra.

Tutto questo accrocco, mai utilizzato in operazioni militari, fu al massimo sede del governatore e prigione, tra gli ospiti vi fu il Marchese di Palombara, nel 1951 divenne sede del Museo, che fu danneggiato nel terremoto del 2009. Ora, se lo splendido scheletro di mammuth è rimasto nel Forte, soggetto a un accurato restauro a spese della Guardia di Finanza, una bestia di 16 tonnellate, alta circa 3,90 metri al garrese e 4,55 metri al vertice del cranio, parte delle opere del MUDAC sono state, per garantirne la fruibilità, spostate in una nuova sede provvisoria, il complesso architettonico dell’ex mattatoio comunale dell’Aquila, sito in Borgo Rivera, di fronte alla celebre Fontana delle Novantanove Cannelle, uno rari esempi di archeologia industriale della città, anche assai steampunk.

E’ esposta una selezione di una sessantina di reperti archeologici e 112 tra dipinti, sculture e oreficerie, dal Medioevo all’Età Moderna. Si tratta di capolavori che testimoniano l’identità, la storia e la vitalità della cultura dell’intera regione, alcuni dei quali recuperati tra le macerie del sisma e restituiti a nuova vita grazie a complessi interventi di restauro. La nuova sede è divisa in sei sezioni. La sezione archeologica (sala A), è costituita da reperti provenienti da Amiternum, Aveia e Peltuinum, importanti centri italici e romani della conca aquilana, tra cui il Calendario Amiternino (circa 20 d.C.) e i rilievi in pietra raffiguranti un combattimento di gladiatori (I sec. a. C.) e una cerimonia funebre (I sec. d.C.).

Il Medioevo abruzzese (sala B) è documentato da un’eccezionale collezione di Madonne, che per ricchezza e qualità artistica ha ben pochi confronti in campo nazionale e internazionale: alcune rarissime e preziose icone dipinte duecentesche (Madonna “de Ambro”, Madonna di Sivignano, Madonna di Montereale), e numerose sculture in legno; maestose e sacrali quelle di cultura romanico-bizantina, risalenti al Millecento e Milleduecento (Madonna di Lettopalena, Madonna delle Cocanelle); slanciate e flessuose quelle trecentesche, che rivelano nella dolcezza del volto e nella raffinatezza delle linee la spiritualità e la grazia della nuova arte gotica (Madonna di Fossa, Madonna di San Silvestro).

Danni al trittico di Beffi, opera custodita al Forte Spagnolo.

Il Quattrocento (sala C) si apre con smaglianti pitture su fondo d’oro zecchino: tra esse il Trittico di Beffi (1410-1415), attribuito al teramano Leonardo di Sabino, elegante interprete e propagatore dell’arte senese in Centro Italia. Nella Sala D,invece si passa al primo Quattrocento, con le opere del marsicano Andrea De Litio, pittore sottovalutato per secoli, a causa della visione toscanocentrica del Vasari e dello scultore Silvèstro dell’Aquila.

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Andrea, forse nato a Lecce dei Marsi, è stato probabilmente allievo di Leonardo di Sabino, per poi entrare a bottega a Firenze da Masolino e Masaccio; tornato dalla Toscana, dopo essersi messo in società con Leonardo di Sabino, si trasferì a lavorare nelle corti di Ferrara e Mantova, per poi trasferirsi a Venezia. Dopo qualche anno, nel 1443, prima entrò al servizio della Corte Pontifica e poi dei nobili
Acquaviva; a seguito di questi ultimi, si trasferì ad Atri, dove aprì la sua bottega, accumulando anche una grande fortuna.Dal Catasto del 1447 sappiamo che De Litio già era proprietario di un orto in contrada Porta Sant’Angelo e di una tenuta con vigna, che veniva coltivata da lavoratori stipendiati, presso Mutignano; trascorso un periodo all’Aquila, si trasferisce di nuovo a Firenze, dove ottiene una serie di importanti commissioni ecclesiastiche, per poi tornare in Abruzzo nel 1453.

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Silvestro, nato a Sulmona invece, di cui non è rimasto nulla della sua attività di pittore e architetto, ha lavorato soprattutto all’Aquila, rielaborando, in maniera creativa, le esperienze fiorentine di Rossellino, Desiderio da Settignano, il Pollaiolo, Verrocchio, traducendo in straordinario lirismo la loro sperimentazione volumetrica ed espressionistica.

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Nel Cinquecento (sala E) emerge l’originalissima personalità di Saturnino Gatti, recentemente riconosciuto tra le figure di primo piano del Rinascimento italiano. Di questo artista il Museo espone due dipinti su tavola (Madonna degli Angeli, 1505; Madonna del Rosario, 1511) e diverse sculture in terracotta (Presepe di Tione e Sant’Antonio Abate, 1512), salvate dal terremoto e mirabilmente restaurate.
Saturnino, figlio di un macellaio, allievo di Silvestro dell’Aquila e del Verrocchio, è stato un artista poliedrico: pittore, miniatore e scultore. Dopo i lavori fiorentineggianti della maturità sul finire del XV secolo maturò uno stile vicino a Piermatteo d’Amelia ed Antoniazzo Romano.

Concludono la rassegna le tele di importanti maestri del Seicento napoletano (sala F): Mattia Preti, Bernardo Cavallino, Jusepe de Ribera, Andrea Vaccaro, Massimo Stanzione e le opere del pittore polese Giacinto Brandi

Tempio di Minerva Medica, finora una splendida opportunità sprecata per l’Esquilino e per Roma

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Le immagini valgono più di centinaia di parole. Ecco come sono costretti ad osservare il cd. Tempio di Minerva Medica turisti e studenti in gita: da fuori ed alcuni praticamente sulle rotaie della linea Laziali Giardinetti a causa della chiusura del monumento e della mancanza di spazio esterno.

Ed è così da più di un secolo, da quando cioè fu inaugurata questa linea ferrotranviaria nel lontano 1916 e contemporaneamente fu chiuso al pubblico il Tempio di Minerva Medica.

Lasciamo al lettore quantificare non solo il danno culturale (in realtà incalcolabile) ma anche quello economico: quanti visitatori paganti avrebbero potuto contribuire al mantenimento della struttura e quante persone avrebbero potuto trovare un lavoro direttamente o indirettamente grazie ad essa in un secolo?

Oggi i restauri conservativi e ricostruttivi resi necessari dal pericolo di un cedimento strutturale che sarebbe stato più che probabile a causa delle…

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Festival Gastronomia 2018

Sabato, finalmente via Merulana torna a riprendere il ruolo che aveva una volta, di cuore pulsante della città, in occasione del Festival della Gastronomia 2018, che funge da lancio anche per Boulevard Merulana, progetto di riqualificazione del tessuto commerciale e territoriale promosso già diversi anni fa da Simone Braghetta, già presidente di Ascopromesta e ora anche della Rete di Imprese Boulevard Merulana che mette in rete i commercianti della zona e permette strada torna a essere protagonista, raccontando un nuovo e innovativo modo di presentarsi.

Boulevard Merulana si apre a Palazzo Merulana, il museo d’arte moderna, nato recuperando l’ex Istituto d’Igiene, un tassello in più all’incredibile e ampio mosaico di iniziative sociali e culturali che animano il Rione più vivo di Roma, che con tutti i suoi problemi, è il crogiolo del futuro di Roma; a Palazzo Merulana, a partire dalla mattinata , chef stellati e cuochi emergenti daranno il via allo show-cooking , spettacolo culinario in cui spiegheranno al pubblico la preparazione dei piatti con la possibilità di assaggiare le portate preparate e continuerà per tutta la via, valorizzando anche l’Auditorum di Mecenate

Di seguito il ricco programma

PROGRAMMA:

Palazzo Merulana (Via Merulana, 121)
11.00 • Inaugurazione Il Festival della Gastronomia 2018
13.00 • Showcooking con gli Chef Arcangelo Dandini, Giuseppe Di Iorio, Cezar Predescu e Angelo Troiani…a seguire degustazione dei piatti

Medina Roma.Arte (Via Angelo Poliziano, 32-34-36):
11.00 • Art Lab dell’Associazione Bimbi Mindful• Laboratorio kids Gelati Motta Come si fa il gelatocon lo Chef Advisor Alfonso Poldi
• Laboratorio bambini da 2 a 6 anni a cura delprogetto Prima Infanzia Social Club
16.00 • Art Lab dell’Associazione Bimbi Mindful• Laboratorio kids Motta Come si fa il gelato con lo Chef Advisor Alfonso Poldi
• Laboratorio di Collage con l’architetto e artista Antonio Agresti

Corner FOL Popcorn Roma con degustazione pop-corn

Artisti in Mostra:
Alexia Molino Illustration _pittrice
Mauro Molinari _pittore
Antonio Agresti _artista collage
Alessandra Ippolito _fotografa
Fondazione Real Pearl Ungheria _esposizione
artistica di bambini e prodotti sociali

Auditorium di Mecenate (Via MERULANA / Largo Leopardi)
11.00 • Visita Guidata all’Auditorium di Mecenate con Gabriele Fiasco del Centro Anziani Esquilino
12.30 • Gruppo Mami Wata. Percussioni, racconti edanze dall’Africa Occidentale
15.00 • Performance Onde in città della Dido Dance Company – Ass. Genitori Scuola Di Donato
16.00 • Vita ed opere del nostro concittadino Trilussa letture a cura di Raffaele Masciangelo e Gabriele Fiasco del Centro Anziani Esquilino
17.00 • Exibithion Il Coro di Piazza Vittorio
18.00 • La psicoanalista Marilisa Mastropierro in Il seducente universo femminile di Gustav Klimt
19.30 • L’attore/regista teatrale Maurizio Canforini in HOSTERIA CINEMA – Il grande cinema italiano visto dalla tavola
21.00 • Reading di poesie de La setta dei poeti estinti: Alda Merini: la follia, Dio, l’amore
22.00 • La compositrice Angelina Yershova e l’astrofisicoStefano Giovanardi in Astroconcert Cosmofonia

Organizzazione degli eventi con I Municipio a cura di Medina Roma ed il Concept Manager Alessandro S. Dall’Oglio – Manager Eventi Culturali

VIA MERULANA 44/45:
• 15.30 Apertura Torneo di Burraco organizzato dal Centro Anziani Esquilino con Giudice di gara

ARTISTI (Boulevard MERULANA)

Marco Grandelis _fotografo
Raffaele Vispi _fotografo
Gian Luigi Gianiorio _vetro & tessuti
Alessandro Trani _pittore
Fabio Cicuto _pittore
Giovanni Trimani _pittore
Adriano da Vila _pittore
Carmen Colibazzi _pittrice/performance
Giuseppe Cecchini’s Art _pittore
Silvia Castelli _pittrice
Daniela Scaccia Dasca _scultrice
Mauro Guidotti _pittore
Alexia Molino _pittrice
Studio D’arte Alex Di Meglio _pittore
Beatrice Mastrodonato _pittrice
Kenji De Angelis _pittore e scultore
Giulia Cecchini _disegnatrice
Davide Vispi _sax
Jessica Aragona_pittrice e mosaicista
Michael Lemma_ disegnatore

DESIGNER / ARTIGIANI (Boulevard Merulana)
Ab Bags
Charlot ceramica salentina
We Make – gruppo di designer/artigiani

Partecipate numerosi !!!!

Cannibali nell’antica Grecia

 

“… mano mano che una società si evolve in una direzione non rozza e non aggressiva e non mascolina, diventa una possibile preda per una società rozza e aggressiva e masc-lina che le può arrivare addosso e farla a pezzi. Anche di questo ci sono infiniti esempi nella storia.”

“Tipo?”

.“Tipo, prendi i Minoici che vivevano a Creta. Non avevano neanche mura o fortezze, erano una società evoluta con una forte componente femminile. Avevano un senso estetico complesso, amavano l’architettura e la pittura e la musica, i giardini, gli abiti, le danze. Poi sono arrivati dal mare gli Ioni che invece erano rozzi e aggressivi e mascolini, e hanno distrutto la civiltà minoica. Ma puoi scegliere qualunque altro punto della storia, se vuoi esempi…”

E’ un brano del romanzo Pura Vita di De Carlo, che racconta il viaggio in automobile di un padre e una figlia nel sud della Francia, che sintetizza la visione che l’uomo comune ha della civiltà minoica: visione meravigliosa, propagata da manuali scolastici e da guide, frutto del genio di Evans, persona splendida, sotto molti aspetti, pacifista, tollerante, antirazzista e femminista in una società che propugnava una visione del mondo opposta e che stava precipitando verso la Grande Guerra, ma purtroppo falsa

Evans, portando all’estremo che quello che fanno inconsciamente tutti gli archeologi e storici, ha proiettato nel passato sia i suoi paradigmi culturali, sia l’insoddisfazione del suo presente. Così ha ricreato una società minoica, simile a quella britannica della sua epoca, prospera, governata da delle élites illuminate, basata sul commercio e sul dominio dei mari, in cui però si incarnavano gli ideali su cui era basata la sua vita al rifiuto della guerra, alla gioia di vivere e l’amore per la bellezza, alla posizione emancipata della donna.

Quadro che però, anni di ricerche archeologiche, hanno sfumato e ricco di chiaroscuro. Ad esempio, cosa che avrebbe fatto inorridire Evans, la religione minoica prevedeva sia il sacrificio umano, sia il cannibalismo rituale.

Nel 1979 Jannis ed Efi Sakellarakis rinvennero ad Anemospilia, presso il monte Juktas 6,5 km a sud di Cnosso, i resti di un santuario distrutto da un terremoto. In particolare emerse lo scheletro di un giovane di età compresa fra i 17 ed i 19 anni, coricato su di un fianco e legato. Il contesto lasciava immaginare che fosse stato sacrificato, tagliandogli la gola, dissanguandolo e raccogliendone il sangue in un vaso rituale trovato nei pressi.

Sempre nel 1979 Peter Warren, docente di Archeologia classica a Bristol, scavando il crollo di una struttura nei pressi dell’antico palazzo di Minosse, rinvenne un ambiente seminterrato, che, di lì a poco, sarebbe stato ribattezzato “la Stanza delle ossa dei bambini”.

In questo ambiente, infatti, sepolto sotto gli strati del crollo, Warren si imbatté in un gran numero di ossa umane, appartenenti a giovani individui, inspiegabilmente miste a ossa di animali (nello specifico, bovini, ovini, suini e cani). Alcune ossa furono rinvenute anche all’interno di un pithos, insieme con gusci di lumaca e di altri molluschi commestibili. L’osteologo Louis Binford, esaminando il ritrovamento, notò che un certo numero di queste ossa recava tracce di taglio (lontane però dalle attaccature delle articolazioni), e che i segni lasciati dalla lama sulla superficie sembravano indicare un’operazione di grossolana rimozione della carne.

Dopo aver scartato le ipotesi di una risepoltura rituale e di un omicidio, Warren e Binford ritennero che l’unica spiegazione possibile fosse quella di un sacrificio umano (nello specifico, di bambini). Warren sapeva bene di non poter dimostrare una consumazione rituale di questa carne, ma la commistione di resti umani e animali gli lasciò immaginare che quelli che aveva rinvenuto nell’abitazione fossero i resti di un banchetto.

In anni più recenti, a Kydonia, la nostra Chania, nel complesso palaziale è stato ritrovato un cranio di ragazza insieme ad alcune ossa di animali databili al Tardo Minoico IIIB (1280 a.C.). Queste ossa, sono state rinvenute proprio nella corte centrale del palazzo, all’interno di alcune spaccature del pavimento. Nel 2012, gli archeologi hanno tolto lo strato di materiale carbonizzato risalente al Tardo Minoico IIIB, rinvenendo al di sotto di essa, sia ossa animali che ossa umane. A ovest sono state ritrovate ossa di capra, ovicaprini generici, maiali e bestiame da pascolo. Alcune di queste erano state schiacciate sotto il peso dei molteplici massi che le ricoprivano. Ad est, invece, sotto alcune pietre, poste di proposito da parte di qualcuno,è stato scoperto il cranio della giovane ragazza, di cui i due parietali e il frontale non sono stati rinvenuti in connessione anatomica. Insieme ad esso, è stata evidenziata la presenza dei crani di due capre e di quello di un maiale. Svolgendo un’analisi incentrata in modo particolare sul lato antropologico-scientifico, sono state esaminate le ossa umane: sia il cranio della ragazza che gli altri resti ossei sempre appartenenti allo stesso individuo, provando ad ipotizzare come fosse stato smembrato il corpo.

Il fatto che quest’ultimo sacrificio, seguito dal banchetto antropofago, sia avvenuto durante il periodo di integrazione culturale tra Creta e mondo elladico, ha fatto venire il sospetto che anche questa componente della religione minoica fosse stata adottata dai micenei.

E con il tempo, elementi a favore di questa tesi si stanno accumulando: dal contenuto della tavoletta Tn 316 ritrovata a Pilo, scritta forse a più mani e in tempi diversi, che parla di cerimonie religiose, compiute durante il cosiddetto “mese della navigazione”, tra marzo e aprile, in cui alle divinità sono offerti vasi d’oro e dieci vittime umane, otto donne e due uomini, alla consapevolezza di come i miti greci risalenti all’età del Bronzo, dalla Teogonia alle vicende degli Atridi e dei Labdacidi, basti pensare a Crono che divora i figli, al mito di Zagreo, divorato dai Titani per rinascere come Dioniso e le storie di Penteo, di Tantalo e di Tieste, in qualche modo connessi a quelli che potrebbero essere i principali centri di potere del mondo miceneo, la sede di quello che gli ittiti definivano Lugal degliti Ahhiyawa , Tebe e Micene.

Oppure le vicende di Licaone e dell’altare di Zeus Lykaios in Arcadia, dove secondo Platone, una setta si sarebbe riunita sul monte Liceo ogni otto anni per celebrare sacrifici durante i quali si mescolava un singolo pezzo di interiora umane a interiora animali e poi si distribuiva il tutto ai presenti: chi avesse mangiato il pezzo di carne umana si sarebbe trasformato in un lupo e avrebbe potuto recuperare la propria forma umana solo se non ne avesse più mangiata fino alla conclusione del successivo ciclo di otto anni. Ora, gli ultimi scavi risalenti al 2016, hanno portato alla luce uno scheletro e delle ossa animali carbonizzate riferibili al Tardo Elladico I – IIA (1500 a.C.) che sembra dare una base storica a tale leggenda.

Dato che questi riti di sangue, a differenza di altri aspetti della religione minoica, non sopravvivono al collasso dell’età del bronzo, è possibile che in qualche modo fossero legati all’esercizio della regalità, il che potrebbe essere confermato anche dai miti connessi a Ifigenea e Polissena: con la ristrutturazione centripeta della società greca, persero quindi ogni motivo di esistere e ragione d’essere.