Thoreau e la disobbedienza civile

Gli avvenimenti di questi giorni hanno rimesso al centro dell’attenzione un dibattito antico quanto l’Occidente, che un ateniese definirebbe il contrasto tra Nomos, la norma terrena, e Phusis, la legge divina. I sostenitori del Nomos affermano il valore assoluto dello Legge, che deve essere obbedita a prescindere, come espressione della volontà collettiva che si incarna nello Stato. Al contrario, chi antepone la Phusis, ritiene come lo Stato che lo Stato sia è una costruzione umana e per questo imperfetto e fallibile, e che sia un dovere dei cittadini di vigilare affinché non abusi del suo potere. E soprattutto, che la Legge non tragga ragione in se stessa, ma dalla sua rispondenza alla Ragione e alla Morale naturale.

Dibattito affrontato tante volte e che forse non avrà mai soluzione: io, da anarchico quale sono schierato dalla parte della Phusis e non posso che difendere il diritto alla disobbedienza civile, termine coniato dal buon vecchio Henry David Thoreau, che tanti conoscono per la battuta de L’Attimo Fuggente

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici

Thoreau, da uomo libero, era contrario alla politica americana dei suoi anni, filo schiavista e imperialista: è il periodo della guerra messicano-americana (1846-48), con cui gli Stati Uniti ottennero il controllo completo di Texas, California, Nevada, Utah e di parti del Colorado, dell’Arizona, del Nuovo Messico e del Wyoming.

Amava ripetere, infatti,

In altri termini, quando un sesto della popolazione di una nazione, che si è impegnata a essere il rifugio della libertà, è formato da schiavi, e un intero paese viene invaso ingiustamente e sottomesso da un esercito straniero, che impone la legge marziale, ritengo che gli uomini onesti debbano senza indugio ribellarsi e fare la rivoluzione

Per esprimere nel concreto la sua contrarietà a tale degenerazione della politica, intraprese il suo sciopero fiscale, rifiutandosi di pagare la poll tax, l’imposta che serviva a finanziare le spese militari, una sorta di testatico, il cui pagamento era una condizione necessaria per garantire i diritti elettorali. Così Thoreau giustificava la sua scelta

Non mi interessa seguire il percorso del mio dollaro, ammesso che sia possibile, fino a che questo non compri un uomo o un moschetto con cui sparare a qualcuno – il dollaro è innocente – ma mi preoccupo di seguire gli effetti della mia obbedienza.

Questa situazione durò per circa sei anni, Thoreau, pur essendo un famoso intellettuale, viveva abitualmente in luoghi che l’Agenzia delle Entrate dell’epoca considerava assai scomodi da raggiungere, finché Il 24 o il 25 luglio 1846 Thoreau incontrò l’esattore delle tasse di Concord che cercò di fargli sanare la situazione con una sorta di condono tombale. Thoreau avrebbe pagato una cifra simbolica, in cambio lo Stato avrebbe rinunciato agli arretrati.

Ovviamente, Thoreau mandò al diavolo l’esattore delle tasse, dicendo che non avrebbe mai svenduto per un piatto di lenticchie i suoi principi: così fu imprigionato, il che rischiò di fare venire un coccolone al governatore del Massachusetts, il quale tutto voleva, tranne che trovarsi questa gatta da pelare tra le mani. Da una parte il buon Emerson e gli altri intellettuali locali erano pronti a fare il diavolo a quattro a favore del loro amico, dall’altra Thoreau, stava affilando la penna per combattere dalle patrie galere la sua battaglia intellettuale, cosa gli avrebbe donato l’aurea di martire. A tirare fuori le castagne dal fuoco al governatore fu una zia ricca di Thoreau, che tra le sue vibranti proteste, pagò la cifra richiesta.

Così Thoreau racconta questa esperienza

Per sei anni non ho pagato la ‘‘poll-tax’’. Una volta per questo fui imprigionato, per una notte; e, mentre stavo lì ad esaminare i muri di pietra massiccia, spessi due o tre piedi, la porta di legno e ferro spessa un piede e le grate di ferro dalle quali filtrava la luce, non potevo fare a meno di rimanere colpito dall’assurdità di quell’istituzione che mi trattava come fossi semplice carne e sangue e ossa, da mettere sotto chiave. Mi stupivo che esso avesse concluso alla fine che quello fosse il migliore uso che poteva fare di me, e che non avesse mai pensato di avvalersi in qualche maniera dei miei servigi. Compresi che, se c’era un muro di pietra fra me e i miei concittadini, ce n’era uno ancora più difficile da scalare o rompere prima che essi potessero arrivare ad essere liberi come lo ero io. Non mi sentii segregato neppure per un attimo, e quel muro mi apparve solo un grosso spreco di pietra e di malta. Mi sentivo come se io solo, tra tutti i miei concittadini, avessi pagato la mia tassa. Chiaramente essi non sapevano come trattarmi, ma si comportavano come persone rozze. In ogni minaccia e in ogni lusinga vi era grossolanità, poiché essi erano convinti che il mio più grande desiderio fosse quello di trovarmi dall’altra parte di quel muro di pietra. Non potevo evitare di sorridere nel vedere con quanta industriosità chiudessero la porta in faccia alle mie riflessioni, che li seguivano fuori senza alcun impedimento peraltro, e che costituivano l’unico vero pericolo. Poiché non potevano raggiungere me, avevano deciso di punire il mio corpo; si comportavano come certi bambini che, quando non possono arrivare a qualcuno per il quale nutrono risentimento, finiscono per maltrattarne il cane. Capii anche che lo Stato era un idiota, un timorato al pari di una donnina nubile in mezzo all’argenteria, incapace di distinguere i suoi amici dai suoi nemici, e così finii col perdere del tutto il rispetto che m’era rimasto nei suoi confronti, e lo compatii. Lo Stato, dunque, non si misura mai direttamente con la sensibilità d’un uomo, intellettuale o morale, ma solo con il suo corpo, con i suoi sensi. Esso non è dotato d’intelligenza o onestà superiore, ma solo di superiore forza fisica.

Uscito dal carcere, però non si arrese, decidendo di scrivere Disubbedienza Civile, per rendere testimonianza dei sui principi, a partire dall’avere il coraggio di pensare con la propria testa e sfuggire all’omologazione, poiché

È così che la massa degli uomini serve lo Stato, non come uomini coraggiosi ma come macchine, con il loro corpo. Sono l’esercito permanente, la milizia volontaria, i secondini, i poliziotti, il posse comitatus ecc. Nella maggioranza dei casi non c’è nessun libero esercizio del giudizio e del senso morale, sono al livello del legno, della terra, delle pietre. Suppongo che se facessimo degli uomini di legno sarebbero altrettanto utili. È un tipo d’uomo che non richiede maggior rispetto che se fosse fatto di paglia o di un impacco di sterco. Ha lo stesso valore dei cani e dei cavalli. E tuttavia, normalmente, quegli uomini sono considerati buoni cittadini. Altri – come la maggioranza dei legislatori, dei politicanti, degli avvocati, dei preti e dei tenutari di cariche – servono lo Stato soprattutto in base a ragionamenti astratti; e poiché fanno assai di rado distinzioni morali, hanno la stessa probabilità di servire Dio che, senza volerlo, di servire il diavolo

E il pensiero che ci permette di distinguere quanto sia morale o immorale una legge, è assai semplice

Naturalmente, non è che l’uomo abbia il dovere di dedicarsi all’estirpazione del male, anche del più smisurato; giustamente, può avere altre faccende di cui occuparsi; ma è suo dovere, perlomeno, tenersene fuori, e, se il suo pensiero ne è lontano, non deve aiutare il male di fatto. Se mi dedico ad altri scopi e progetti, per prima cosa devo almeno verificare che non li sto perseguendo stando seduto sulle spalle di un altro uomo. Prima di tutto devo scendere da lì, di modo che anche lui possa perseguire i suoi obietti.

Se una legge impedisce a qualsiasi Uomo di essere felice, libero e di realizzare tutte le sue potenzialità, è allora ingiusta e meritevole di essere combattuta in maniera non violenta, perché

L’azione in base a un principio, la percezione e l’attuazione del giusto, trasforma le cose e i rapporti; essa è essenzialmente rivoluzionaria, e non si concilia interamente con niente che già esisteva. Non solo divide Stati e Chiese, divide anche le famiglie: sì, divide l’individuo, separando il diabolico che è in lui dal divino

Per cui abbiamo due strade: o nascondere la testa sotto la sabbia, per paura, egoismo o interesse personale, o disubbidire, combattendo con la parola e l’esempio l’ingiustizia, essendone anche pronti a pagarne le conseguenze… Thoreau e Mimmo Lucano hanno scelto la seconda strada…

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