Lorium

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Castel di Guido, per noi romani, è noto soprattutto per la presenza della discarica di Malagrotta, che ha goduto del poco simpatico record di essere la più grande d’Europa. Qualche raro appassionato, ne conosco un paio, ricorda la presenza di un’importante oasi naturalistica della Lipu…

Pochissimi, invece, hanno idea del suo importante patrimonio archeologico: nell’antichità era noto come Lorium, località di origine etrusca, che prosperò nell’età antonina, indicata nella Tabula Peutingeriana, lo stradario dell’antica Roma, come prima stazione di posta sulla via, al XII miglio dall’Urbe e pure citata da Eutropio, nel suo “Breviario ab Urbe condita”, nella Regio romana VII Etruria.

Il cursus publicus, l’organizzazione dei viaggi, funzionava infatti grazie a una serie di alloggi di tappa (mansiones) e delle poste di scambio intermedie (mutationes) lungo le strade consolari. La mansio era un edificio dove ci si poteva rifocillare e passare la notte; nella mutatio (letteralmente: scambio) era possibile lasciare le proprie cavalcature e prenderne di fresche.

Due o tre miglia più avanti a Lorium vi era la stazione di posta di Bebiana,le cui iscrizioni dimostrano che vi stazionavano diversi commercianti distaccati dal centro di Centumcellae, la nostra Civitavecchia.

Lorium era famosa per la presenza di una villa imperiale, dove era stato educato l’imperatore Antonino Pio, che ne fece una reggia e che vi morì nel 161, in cui Marco Aurelio andava a trovare sia la moglie, sia il suocero. Da Frontone sappiamo come l’imperatore filosofo si lamentasse per la sconnessione dei basoli della via Aurelia i quali facevano “inciampare e scivolare il suo cavallo”. Insomma, il problema delle buche perseguitava già all’epoca i romani di ogni classe sociale.

Con l’avvento del Cristianesimo, Lorium fu sede di una antica diocesi, con il titolo di Santa Rufina, unificata sotto papa Callisto II con la diocesi di Porto nell’attuale sede suburbicaria di Porto-Santa Rufina e nei suoi pressi, nel 846, Guido I di Spoleto, chiamato da papa Sergio II, sconfisse una banda di predoni saraceni.

 

 

Sulle vicine colline esistono numerose tracce di ville romane suburbane residenziali. Gli scavi della Soprintendenza archeologica di Roma presso la villa dell’Olivella nel 2006, condotti dopo iniziali scavi clandestini di tombaroli scoperti dalla Guardia di Finanza nel 2005, hanno riportato in luce un impianto termale con pavimenti a mosaico, pertinente ad una grande villa residenziale del II-III secolo. Villa che probabilmente era proprio la dimora imperiale.

Nello stesso luogo, infatti, nel 1815 vennero ritrovati due frammenti d’iscrizione, in uno dei quali si leggeva:” FAUSTIN. AUGUSTUS “. Il Nibby narra che all’epoca :

“Si trovarono varie statue tra cui una Giunone Velata, una Livia in forma di Pietà ed una Domizia in abito di Diana, conservate al Museo Clementino in Vaticano”

Dagli ultimi scavi possiamo ipotizzare come nella villa a tre livelli, con mura esterne costituite da imponenti sostruzioni in opus reticolatum in calcare bianco, che sporgono degradando con terrazze monumentali, fossero presente sia un ninfeo monumentale, sia un edificio termale, con calidaria, tepidaria,praefurnia, e frigidarium, tutti con con pavimenti a mosaico. Testimoniano la ricchezza della villa l’abbondante quantità e qualità di marmi e le paste vitree che che dovevano essere pertinenti a pavimenti in opus sectile.

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Nelle vicinanze, vi è anche la cosiddetta villa delle Colonnacce, probabilmente di proprietà della gens dei Coeli, una famiglia legata alla corte imperiale, di cui è stata esplorata la pars rustica e un mitreo, con sedili scavati nel tufo e basso rilievi con rappresentazione di un serpente ed un volto brasato, molto probabilmente da cristiani della divinità Mitra. Nell’Ottocento fu rinvenuto un gruppo marmoreo raffigurante Mitra tauroctono conservato attualmente nella Galleria Doria Pamphili.

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L’ultimo gioiello archeologico di Castel di Guido è il Mausoleo detto impropriamente di Antonino Pio; in realtà è uno dei meno note e meno studiate tombe monumentali dell’età tetrarchica. Posto sotto la chiesa dello Spirito Santo, anch’essa dalla storia assai interessante, dato che fu anche commenda templare, che ne ripropone, se pur parzialmente, le dimensioni se pur in forma ortogonale, il sepolcro conserva solo la sua cella sotterranea, a pianta circolare, con pilastro centrale rotondo e cinque grandi nicchie radiali, con arcosoli per le deposizioni, che sono, per motivi costruttivi, uno nella nicchia centrale, due in quelle sui lati e tre nelle nicchie di fianco all’entrata; l’ambulacro è coperto da volta a botte anulare.

Il corridoio, il cui ingresso è situato a sul lato sinistro della chiesa, è anch’esso voltato e provvisto di arcosoli. L’ipogeo riceveva luce da feritoie a “bocca di lupo”. Di questo sepolcro, sappiamo ben poco: che essendo costruito in un fundus di proprietà imperiale, il destinatario, doveva, in qualche modo, esserne legato. Data la struttura a due livelli, il defunto era sicuramente pagano; in più per i bolli laterizi e la struttura simile a quella dei mausolei di Romolo e di Massenzio, è stato realizzato, in fretta a furia, per la presenza di materiali di riutilizzo, intorno al 300 d.C.

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