Un giorno a Incheon

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L’8 ottobre scorso, a Incheon, in Corea del Sud, è stato presentato il report sul cambiamento climatico elaborato dall’Intergovernmental panel for climate change (Ipcc) dell’Onu. Cambiamento climatico che è una realtà incontrovertibile, per il semplice motivo che dal 1700 in poi siamo usciti da una piccola era glaciale; più complesso per motivi matematici legati alla teoria del caos, stimare sia l’impatto dell’attività umana, sia valutarne gli effetti a medio periodo.

Questo non vuol dire che non esistano: solo che per valutarli, dobbiamo utilizzare non calcoli precisi e formule deterministici, ma modelli euristici, fallibili e revisionabili in funzione dell’esperienza concreta e di nuovi dati. Per questo, paradossalmente, la realtà che ci aspetta potrebbe essere ancora peggiore di quella stimata dall’Ipcc.

Ma in concreto, cosa dice questo rapporto ? Ipotizza il mondo a cui potremmo andare incontro se non dovessimo raggiungere l’obiettivo fissato dall’accordo di Parigi, in vigore dal 2016, entro 12 anni. Accordo che India e Cina dicono di rispettare a parole, ma che nei fatti violano senza ritegno, da cui si sono ritirati gli Usa di Trump, con il rischio di essere imitati da Australia e Brasile.

Con questo patto, detto anche Cop21, i Paesi firmatari si sono impegnati a mettere in campo misure significative per limitare il surriscaldamento del clima, mantenendo le temperature tra il grado e mezzo e i due gradi in più rispetto ai livelli pre-industriali. Al momento, il termostato segna già +1°C rispetto al suddetto limite, lasciandoci con un margine di manovra di solo mezzo grado. Ma proprio presto mezzo grado potrebbe fare la differenza tra il nostro mondo e una distopia alla Mad Max.

Può salvare tra il 70% e il 90% delle barriere coralline, che a 2°C cesserebbero di esistere; può ridurre l’innalzamento dei mari di 10 centimetri, permettendo a oltre 10 milioni di persone di scampare ai rischi correlati all’erosione della terra ferma; può diminuire la drammaticità di eventi climatici come le ondate di caldo, la siccità e i cicloni tropicali; può frenare lo scioglimento del permafrost e garantire la sopravvivenza di diverse specie animali.

Il problema è perché uno scenario così tragico, invece di scuotere le coscienze, è, specie in Italia, passato quasi inosservato o perché, ciò che dovrebbe essere di stimolo per l’evoluzione tecnologica e sociale, è invece visto come un’inutile fonte di fastidio.

A mio avviso, i motivi potrebbero essere, in fondo, tre: negli anni scorsi, per sensibilizzare le coscienze, chi si occupava del tema ha spesso gridato “Al lupo, al lupo”. Ricordo ancora le conferenze del presunto espertone, che annunciava come entro il 2010 tutto il litorale romano, da Ostia al Trullo, sarebbe finito sotto un metro d’acqua… Il che, oltre a rendere purtroppo meno credibile chi cercava di evidenziare seriamente i potenziali rischi, ha di fatto desensibilizzato le coscienze, facendo passare l’idea del

“Dato che ce la siamo scampata sino ad oggi, ce la scamperemo anche in futuro”.

Il secondo è purtroppo l’eccessiva politicizzazione della questione: avere reso il climate change una bandiera della Sinistra, invece che un tema trasversale, ha purtroppo reso purtroppo l’altra metà della popolazione ostile a prescindere da qualsiasi dato concreto sia fornito.

Il terzo è purtroppo legato alla natura umana: noi siamo scimmie che per non essere sopraffatte dall’Ignoto, hanno un bisogno psicologico di ordine, struttura e sicurezza. Per questo tendiamo a concentrarsi sull’apparente continuità, sullo status quo, ignorando i cambiamenti che la mettono in discussioni. Per questo non ci rendiamo conto della singolarità tecnologica che stiamo vivendo o consideriamo come normali le catastrofi climatiche che sempre più spesso costellano la nostra vita.

Per superare questi problemi è sempre più necessario ripensare il come comunichiamo al resto del mondo la questione del Cambiamento Climatico

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