Inveni portum

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Al VI miglio dell’Appia Antica , sul lato sinistro, si trova il più grande mausoleo circolare della via Appia, detto Casal Rotondo, di età augustea, è formato da un corpo cilindrico, originariamente rivestito di travertino, impostato su un basamento quadrangolare di 35 metri per lato, con un anello di base decorato da un fregio di grifi e un tetto conico a squame. Nella parte inferiore del cilindro il rivestimento offriva una sorta di piani di seduta per la sosta.

Nel Medioevo, i Savelli vi costruirono sopra una torre medievale, da cui si dedicavano al loro passatempo preferito, ossia il taglieggiare mercanti e pellegrini; a fine Trecento, quando il complesso passò agli Orsini, la trasformarono in un piccolo casale, da cui ha tratto il nome moderno l’edificio.

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Chi vi sia sepolto, è un mistero… Nel 1848 l’architetto e archeologo Luigi Canina, scavando nei dintorni, trovò alcuni frammenti di marmo, tra cui lastra marmorea con sopra scritto il cognomen Cotta con il campo epigrafico riquadrato da una cornice decorata da kyma lesbio e pseudo-anse laterali, decorata con cerchi concentrici. Ciò lo portò a ipotizzare come il sepolcro fosse sormontato da un’edicola circolare e come il mausoleo fosse l’ultima dimora di Messalla Corvino, console nel 31 a.C. eretta dal figlio Messalino Cotta, oratore e intellettuale dell’epoca di Augusto.

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E per dare maggiore importanza alla sua presunta grande scoperta, aumentandone il decoro, Canina fece erigere, con suddetti frammenti, una quinta architettonica. Peccato che Messalla Corvino fosse sepolto sulla via Latina… In più, studi più recenti hanno però escluso la pertinenza dell’epigrafe e dei frammenti architettonici al mausoleo di Casal Rotondo; si tratterebbe invece di quanto resta di un altro sepolcro, molto più piccolo, che doveva sorgere nelle immediate vicinanze. Tale sepolcro è stato ipotizzato come un’edicola circolare di circa m. 4 di diametro e m. 4,40 di altezza, poggiante su una
base di tre gradini, ornata all’esterno da lesene corinzie, sormontata da un tetto conico a scaglie, su cui si elevava un cippo a pigna.

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Tholos che In base alla decorazione, suggerita dai frammenti superstiti ed alle caratteristiche paleografiche e stilistiche dell’iscrizione, essa si daterebbe ai primi anni del principato augusteo, e precisamente tra il 36 ed il 28 a.c.. Per tale motivo si è riconosciuto nel Cotta dell’iscrizione un membro della famiglia degli Aurelii Cotta, vissuto nel I sec. a.c., cioè prima del Marco Aurelio Cotta Massimo Messalino, adottato da questa famiglia. Si tratterebbe allora di Lucio Aurelio Cotta, zio di Giulio Cesare, con cui ebbe un rapporto complicato, prima avversari politici, essendo Cotta sillano, poi, dopo la
conquista delle Gallie, alleato, console nel 65 a.c., e vissuto probabilmente sino al 30-20 a.c., epoca in cui si puòdatare il sepolcro, o di un suo nipote, Marco Aurelio Cotta, vissuto un po’ dopo.

Tuttavia, recenti ed autorevoli proposte di datazione dell’epigrafe intorno al 15- 10 a.c., ripropongono l’ipotesi che il nostro personaggio sia un Cotta di età ancora successiva, e precisamente si propende il già ricordato Aurelius Cotta, padre adottivo del console del 20 d.c. M. Aurelius Cotta Maximus Messalinus, grande amico di Ovidio che forse ricoprì cariche pubbliche intorno alla metà del I sec. a.c.

Sempre nelle vicinanze del Mausoleo, è stata trovata una variante del famoso distico elegiaco

Inveni portum. Spes et Fortuna valete!
Sat me lusistis; ludite nunc alios!

che tradotto in italiano fa così

Ho trovato infine il mio approdo. Vi dico addio Speranza e Fortuna!
Abbastanza mi avete ingannato; ora prendetevi gioco di altri!

Si tratta della pietra sepolcrale di Lucio Annio Ottavio Valeriano che cosi dice

D(is) M(anibus) s(acrum) L(ucius) Annius Octavius Valerianus
evasi effugi spes et fortuna valete
nil mihi vo(b)iscum est ludificate alios

ossia

Sacro agli Dei Mani. Lucio Annio Ottavio Valeriano.
Sono fuggito. Sono fuori. Speranza, Fortuna, vi saluto.
Non ho più niente da spartire con voi.
Prendetevi gioco di qualcun altro

Iscrizione che ha dietro una storia affascinante: per caso, ne fu scoperta un’imitazione proveniente dalla remota città di Romula-Malva nella distante provincia romana di Dacia: una tavoletta di argilla, risalente al periodo a cavallo tra il II e III secolo (171– 230 d.C.), riproduce l’epitaffio del già citato Lucio Annio Ottavio Valeriano, ripetendone perfino il nome, che fa così

D(is) M(anibus) s(acrum) L(ucius) Annius Octavius Valerianus
evasi effugi gpes et Fortuna valete
nil mih(i) vovi(s)cum est ludific[ate alios]

Gli errori nel testo (gpes e vovi(s)cum) rivelano, tra l’altro, in colui che l’ha inciso, una conoscenza approssimativa della lingua latina, o quantomeno della sua ortografia:l’aver trovato, a distanza così remota, l’incredibile coincidenza del nome e del testo, con quest’ultimo che se ne distacca solo per i due refusi, ha fatto supporre che, in entrambi i casi, ci si trovi di fronte allo stesso Annio Ottavio Valeriano a cui era destinato il sarcofago incompiuto di Casal Rotondo.

Egli, giunto in Dacia, forse per commercio, potrebbe aver dettato l’epitaffio in un momento critico in cui avvertì l’inatteso sopraggiungere della morte mentre si trovava in quel paese lontano, lasciando incompiuto il sarcofago a Roma

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