La rinascita del Munda

Quando avevo vent’anni di meno, mi capitava spesso, sia prima per motivi di studio, poi di lavoro, trascorrere del tempo a l’Aquila. Tappa fissa era la visita al MUNDA; museo nazionale d’Abruzzo, all’epoca al Forte Spagnolo.

Forte che aveva una storia affascinante. Nel febbraio del 1529, mentre Michelangelo, chiamato a far parte dei “Nove della Milizia” intraprendeva a Firenze il lavoro di ammodernamento e rafforzamento delle mura, l’Aquila era occupata militarmente dai “lanzi” di Filiberto d’Orange, viceré e luogotenente generale del Regno di Napoli, venuto personalmente a castigarla per aver aperto, qualche mese prima, le porte ai francesi ed essersi in seguito ribellata alla guarnigione imperiale che la presidiava. La durissima repressione non aveva risparmiato i tesori delle chiese, fusi per il pagamento dell’esoso
“taglione” imposto in riscatto del minacciato saccheggio, né gli antichi privilegi ed immunità del comune, il cui vasto contado era stato separato dalla città ed infeudato a capitani dell’esercito imperiale. La massiccia “castellina” bastionata fatta costruire dall’Orange nel punto più elevato della cinta muraria, “per tener con grosso presidio a freno i cittadini” era il simbolo tangibile ed opprimente della nuova condizione “di servitù”, che relegava ormai la città ad un ruolo economicamente dimesso e politicamente marginale.

A tali durissime imposizioni si era dovuto sottostare senza alcuna possibilità di replica o resistenza, nel clima opprimente dell’occupazione militare, caratterizzato dalle continue minacce di saccheggio, dalle intimidazioni terroristiche a danno degli ostaggi, dagli squartamenti e dalle impiccagioni in piazza dei “sediziosi”. Quando, nell’agosto del 1530, il condottiero morì mentre assediava Firenze, colpito da un’archibugiata a Gavinana, si sparse la diceria che a tirare il colpo mortale fosse stato un fante aquilano che militava nelle truppe del Ferrucci.

La notizia provocò una nuova rivolta, soffocata nel sangue dagli spagnoli, tanto che il viceré di Napoli don Pedro de Toledo nel 1532, per fare passare agli abruzzesi strane idee decise di fare le cose in grande, costruendo, naturalmente a spese degli aquilani, una nuova, imponente e moderna fortezza, Nel 1534 il Toledo così conferì l’incarico della progettazione e della direzione dei lavori a Pirro Luis Escrivà, un capitano dell’esercito imperiale che, pur non avendo ancora avuto modo di realizzare alcuna opera veramente importante, aveva già fama di “grande architetto, et molto perito nelle fortificazioni”.

In realtà di fortezze ne aveva costruite ben poche: era stato un buon comandante d’artiglieria nella repressione della ribellione dei Comuneros in Spagna e successivamente, durante l’assedio del 1528, difese Napoli dai Francesi di Lautrec, poi aveva scritto diversi trattati sul tema.

Ora bisognava passare dalla teoria alla pratica: a differenza di quanto ideato successivamente per il restauro del forte di Sant’Elmo, una pianta stellare con sei punte che sporgono di venti metri rispetto alla parte centrale con enormi cannoniere aperte negli angoli rientranti, Escrivà si mantenne sul tradizionale, con una pianta quadrangolare con bastioni angolari lanceolati, che erano ciascuno in grado
di resistere autonomamente agli assalti nel caso l’invasore fosse penetrato nel corpo centrale. Erano, difatti, dotati di cisterna autonoma per l’approvvigionamento dell’acqua. Ogni bastione contiene due grandi costruzioni, le casematte, volte a proteggere uomini o pezzi di artiglieria e chiuse a volta, con uno spiraglio circolare per smaltire i fumi. Dalle casematte si ha accesso alle contromine, un sistema di cunicoli in serie, costruiti dentro le fondamenta della struttura, che permettevano di bloccare le mine dei nemici.

I bastioni sono collegati alla cortina tramite doppie sporgenze, autentica caratteristica della struttura e importante innovazione nell’architettura militare. Questa accortezza, che contribuì a migliorare la plasticità dell’edificio, aveva l’importante funzione di raddoppiare il numero delle bocche da fuoco, rendendo più potente il fuoco di fiancheggiamento e diminuendo, per la loro angolazione, la possibilità per i colpi dei nemici di penetrare all’interno.

Ogni lato della costruzione, esternamente rivestita in travertino, misura ben centotrenta metri. Costruito sulla viva roccia, presenta nelle mura spessori notevoli, che vanno dai dieci metri alla fondazione, ai cinque metri alla sommità della cortina ed è assolutamente privo di elementi decorativi, fatto salvo il pregiato portale in pietra.

Tutto questo accrocco, mai utilizzato in operazioni militari, fu al massimo sede del governatore e prigione, tra gli ospiti vi fu il Marchese di Palombara, nel 1951 divenne sede del Museo, che fu danneggiato nel terremoto del 2009. Ora, se lo splendido scheletro di mammuth è rimasto nel Forte, soggetto a un accurato restauro a spese della Guardia di Finanza, una bestia di 16 tonnellate, alta circa 3,90 metri al garrese e 4,55 metri al vertice del cranio, parte delle opere del MUDAC sono state, per garantirne la fruibilità, spostate in una nuova sede provvisoria, il complesso architettonico dell’ex mattatoio comunale dell’Aquila, sito in Borgo Rivera, di fronte alla celebre Fontana delle Novantanove Cannelle, uno rari esempi di archeologia industriale della città, anche assai steampunk.

E’ esposta una selezione di una sessantina di reperti archeologici e 112 tra dipinti, sculture e oreficerie, dal Medioevo all’Età Moderna. Si tratta di capolavori che testimoniano l’identità, la storia e la vitalità della cultura dell’intera regione, alcuni dei quali recuperati tra le macerie del sisma e restituiti a nuova vita grazie a complessi interventi di restauro. La nuova sede è divisa in sei sezioni. La sezione archeologica (sala A), è costituita da reperti provenienti da Amiternum, Aveia e Peltuinum, importanti centri italici e romani della conca aquilana, tra cui il Calendario Amiternino (circa 20 d.C.) e i rilievi in pietra raffiguranti un combattimento di gladiatori (I sec. a. C.) e una cerimonia funebre (I sec. d.C.).

Il Medioevo abruzzese (sala B) è documentato da un’eccezionale collezione di Madonne, che per ricchezza e qualità artistica ha ben pochi confronti in campo nazionale e internazionale: alcune rarissime e preziose icone dipinte duecentesche (Madonna “de Ambro”, Madonna di Sivignano, Madonna di Montereale), e numerose sculture in legno; maestose e sacrali quelle di cultura romanico-bizantina, risalenti al Millecento e Milleduecento (Madonna di Lettopalena, Madonna delle Cocanelle); slanciate e flessuose quelle trecentesche, che rivelano nella dolcezza del volto e nella raffinatezza delle linee la spiritualità e la grazia della nuova arte gotica (Madonna di Fossa, Madonna di San Silvestro).

Danni al trittico di Beffi, opera custodita al Forte Spagnolo.

Il Quattrocento (sala C) si apre con smaglianti pitture su fondo d’oro zecchino: tra esse il Trittico di Beffi (1410-1415), attribuito al teramano Leonardo di Sabino, elegante interprete e propagatore dell’arte senese in Centro Italia. Nella Sala D,invece si passa al primo Quattrocento, con le opere del marsicano Andrea De Litio, pittore sottovalutato per secoli, a causa della visione toscanocentrica del Vasari e dello scultore Silvèstro dell’Aquila.

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Andrea, forse nato a Lecce dei Marsi, è stato probabilmente allievo di Leonardo di Sabino, per poi entrare a bottega a Firenze da Masolino e Masaccio; tornato dalla Toscana, dopo essersi messo in società con Leonardo di Sabino, si trasferì a lavorare nelle corti di Ferrara e Mantova, per poi trasferirsi a Venezia. Dopo qualche anno, nel 1443, prima entrò al servizio della Corte Pontifica e poi dei nobili
Acquaviva; a seguito di questi ultimi, si trasferì ad Atri, dove aprì la sua bottega, accumulando anche una grande fortuna.Dal Catasto del 1447 sappiamo che De Litio già era proprietario di un orto in contrada Porta Sant’Angelo e di una tenuta con vigna, che veniva coltivata da lavoratori stipendiati, presso Mutignano; trascorso un periodo all’Aquila, si trasferisce di nuovo a Firenze, dove ottiene una serie di importanti commissioni ecclesiastiche, per poi tornare in Abruzzo nel 1453.

Lalle Camponeschi2

Silvestro, nato a Sulmona invece, di cui non è rimasto nulla della sua attività di pittore e architetto, ha lavorato soprattutto all’Aquila, rielaborando, in maniera creativa, le esperienze fiorentine di Rossellino, Desiderio da Settignano, il Pollaiolo, Verrocchio, traducendo in straordinario lirismo la loro sperimentazione volumetrica ed espressionistica.

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Nel Cinquecento (sala E) emerge l’originalissima personalità di Saturnino Gatti, recentemente riconosciuto tra le figure di primo piano del Rinascimento italiano. Di questo artista il Museo espone due dipinti su tavola (Madonna degli Angeli, 1505; Madonna del Rosario, 1511) e diverse sculture in terracotta (Presepe di Tione e Sant’Antonio Abate, 1512), salvate dal terremoto e mirabilmente restaurate.
Saturnino, figlio di un macellaio, allievo di Silvestro dell’Aquila e del Verrocchio, è stato un artista poliedrico: pittore, miniatore e scultore. Dopo i lavori fiorentineggianti della maturità sul finire del XV secolo maturò uno stile vicino a Piermatteo d’Amelia ed Antoniazzo Romano.

Concludono la rassegna le tele di importanti maestri del Seicento napoletano (sala F): Mattia Preti, Bernardo Cavallino, Jusepe de Ribera, Andrea Vaccaro, Massimo Stanzione e le opere del pittore polese Giacinto Brandi

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