Il Mausoleo di Gallieno

Gallieno

Uno dei tanti mausolei poco noti di Roma, è quello dell’imperatore Gallieno, lo stesso dell’arco dell’Esquilino, situato nel IX miglio e sul lato destro della Via Appia, circa 500 m. a sud dell’incrocio con via Fioranello, nel territorio del comune di Ciampino.

Per chi non ce l’avesse presente, Publio Licinio Egnazio Gallieno salì al potere insieme al padre Valeriano nel 253 e quando questi fu catturato dai Sasanidi (260) rimase l’unico imperatore fino al 268, quando cinquantenne fu probabilmente assassinato da una congiura (secondo altri morì invece a seguito di una ferita riportata in battaglia). Fu divinizzato dal Senato per volontà del suo successore Claudio II il Gotico.

Per una volta, l’attribuzione del mausoleo a tale imperatore è stata pacifica e poco contestata: la costruzione risale alla seconda metà del III secolo, compatibile con la data della sua morte, è adiacente a un fundus imperiale su cui era presente una villa, scavata dal pittore scozzese Gavin Hamilton, il quale, per integrare le sue magre finanze, a un certo punto della sua vita si era trasformato in una sorta di Indiana Jones, scavando, o meglio saccheggiando, in condizioni precarie e alla meno peggio, Villa Adriana, la «vigna» del cardinale Chigi di Tor di Colombaro, Ostia Antica, il Celio, la Villa dei Quintili,
Castel di Guido e Gabii.

Scavi che furono alquanto fortunati, visto che scoprì, nei pressi del mausoleo di Gallieno, una decina di statue di ottima qualità, che furono vendute ad acquirenti britannici, in particolare l’antiquario Charles Townley e il ministro William Petty, colui che firmò la pace di Parigi, concedendo l’indipendenza agli Stati Uniti.

Infine, a riprova di tale identificazioni, abbiamo anche delle fonti antiche: nell’Epitome de Caesaribus, una specie di bignami storico del fine del IV secolo, in cui è presente una breve descrizione dei regni degli imperatori da Augusto a Teodosio il Grande, è scritto

Severus Caesar ab Herculio Maximiano Romae ad Tres Tabernas exstinguitur, funusque eius Gallieni sepulcro infertur, quod ex urbe abest per Appiam milibus novem.

Qualcosa di simile è evidenziato in una delle parti degli Annali Valesiani, l‘ Origo Constantini Imperatoris, una biografia, anche abbastanza onesta dell’imperatore Costantino

Pro Maxentio filio evocatus illuc venit Herculius, qui per peiurium Severum deceptum custodiae tradidit et captivi habitu in Urbem perduxit et in villa publica Appiae viae tricensimo miliario custodiri fecit. Postea cum Galerius Italiam peteret, ille iugulatus est et deinde relatus ad octavum miliarium conditusque in Gallieni monumento.

Per cui abbiamo come il mausoleo di Gallieno fosse edificato tra l’ottavo e il nono miglio della via Appia, che corrisponde alla posizione del nostro monumento e che fu utilizzato anche come sepolcro del tetrarca Flavio Severo, ucciso nel 307, anche se, alcuni, con argomenti validi, sostengono invece che sia stato sepolto in un mausoleo adiacente, la cosiddetta Berretta del Prete, risalente all’età di Massenzio.

Ma in origine, questo mausoleo in mattoni, in origine rivestito di marmo e che ora è ridotto alquanto male, che aspetto aveva ? Il monumento è costituito da un basamento rotondo di circa 13 m, su cui poggia un tamburo circolare a due piani scandito da una serie di nicchie e coperto a cupola. La pianta dell’edificio è particolare: il piano inferiore consiste in un corridoio centrale che interseca due ambienti rettangolari che terminano con un’abside semicircolare. Il piano superiore mostra invece una serie di grandi absidi semicircolari alternate a absidi rettangolari. Intorno al corpo centrale correva
un colonnato anulare, di cui si ha testimonianza dai frammenti marmorei rinvenuti e da un’incisione seicentesca, che riproduce 18 colonne corinzie di grandi dimensioni.

Nel Medioevo divenne proprietà del Monastero di Sant’Erasmo sul Celio, ora scomparso e situato nell’omonima via: papa Adeodato II, che vi aveva trascorso la maggior parte della vita come monaco, appena eletto, oltre a farvi erigere una nuova chiesa, dotò il suo ex convento acquisendo beni ex novo, tra cui la tenuta del Palombaccio, così veniva chiamata l’area del Mausoleo, che probabilmente veniva usata come colombaia, come riferibile al VII secolo.

La testimonianza successiva utile alla ricostruzione della storia di questo territorio risale al 9 aprile 954 e si tratta di una permuta da parte della Chiesa di S. Lorenzo fuori le mura in beneficio del
Monastero di S. Gregorio al Celio, in cui è scritto

casale Palumbario cum fontana sua aque vive cum ecclesia deserta in hon. S. Mariae Dei genitricis cum monumen-to suo q. e. crypta rotunda, posito foris portam Appiam milliario quae pergit ad Albanum et ab alio latere limite salvineum (saliceneum) qui dividit inter subscriptio fundo Palumbario et Casale… redeundo in via carraria pubblica in primo affine

La ‘fontana’ indicata è riconosciuta dalla Gai come il fosso di Fiorano posto al confine del territorio del ‘Palombaro’, proseguendo la lettura ci si imbatte in una «ecclesia deserta in hon. S. Mariae Dei genitrici »: una chiesa abbandonata dedicata a Santa Maria Genitrice e dunque posteriore al concilio di Efeso del 431 dove si adottarono le decisioni del Vescovo alessandrino Cirillo, il quale considerava Maria Genitrice di Dio. L’edificio aveva anche un «monumento suo q. e. crypta rotunda

Ora, dato che all’epoca la Berretta del Prete manteneva ancora la sua forma simile al Mausoleo di Massenzio, è assi probabile che si riferisse il tutto al Mausoleo di Gallieno. La permuta, infatti, è l’ultimo documento valido fino alla fine XIV secolo, quando, nel 1383, Nicolò Galgani lascia ai suoi eredi il ‘Palombaro’, all’epoca diviso in Rosso e Bianco

Come è stato giustamente notato la distinzione potrebbe trovare ragione di esistere nella diversa tecnica edilizia impiegata nei due importanti edifici presenti sul territorio: il colore rosso è dominante nell’uso massiccio del laterizio utilizzato per la struttura riferita all’imperatore, mentre il bianco lo è nei cubetti di selce (con filari di laterizio) che costituiscono la ‘Berretta del Prete’ Nei secoli successivi la tenuta è affittata ai Barberini, ai Colonna e ai Chigi, finché non diviene possesso della Basilica di Santa Maria Maggiore, che la darà in enfiteusi alla famiglia Maruffi, che ne diventerà effettiva proprietaria
nel 1914.

Nel 1959 Peter Marzolff e Peter Grossman eseguirono dei rilievi sul monumento, che però non portarono ad una pubblicazione….

4 pensieri su “Il Mausoleo di Gallieno

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