Tirate fuori i fondi per l’ex Cinema Apollo

Amianto

Come sapete, anche per vicinanza geografica, sono sempre stato interessato alle vicende dell’ex cinema Apollo, lanciando anche una serie di proposte per riqualificare la struttura di proprietà del Comune, che però le varie amministrazioni del Campidoglio non hanno mai valorizzato, preferendo mandare tutto in malora, piuttosto che investirvi.

Negli ultimi anni la situazione è degenerata, a causa dell’amianto e quella che era una delle tante storiacce italiane di spreco, si è trasformata in un grosso problema per la salute pubblica: all’inizio i Cinque Stelle, come loro solito, hanno nascosto la testa sotto la sabbia, ma davanti la mobilitazione dei residenti e la visibilità che la notizia stava avendo sui media, hanno applicato, ispirati forse dalle abitudini
partenopee di Di Maio, l’antico principio del

Facite ammuina

A giugno, anche a seguito del sopralluogo della presidente della Commissione Cultura del Campidoglio, Eleonora Guadagno, i Cinque Stelle si riempirono la bocca con il proclama

Fondi per la bonifica dell’amianto entro giugno

per poi evidenziare, come le clausole in piccolo delle polizze assicurative

non significa che i lavori saranno immediati, perché le strutture competenti devono dare disponibilità in termini di progettualità

Il che tradotto per Li er Barista significa.

Regà, attaccateve, che nun ce ne po’ fregà de meno, che tanto er tumore ve viene a voi

Dato che di questi soldi non se ne è visto traccia, i residenti di via Giolitti hanno ricominciato a protestare, tanto che a settembre la stessa Raggi ci ha messo la faccia, avendo dichiarato sul suo profilo
Facebook

Venti milioni per le strade, otto milioni per le scale mobili e la sicurezza delle metropolitane, 300 mila euro per il completamento della scuola media di Corcolle, un milione per la manutenzione straordinaria dell’ex cinema Apollo, quattro milioni per le corsie preferenziali e la segnaletica stradale, ventotto milioni per co-finanziare il ponte dei Congressi, tre milioni per i parcheggi della stazione  Acilia-Dragona, tre milioni per la biblioteca pubblica di via della Lega Lombarda, sette milioni per riqualificare il verde pubblico, tre milioni per la riqualificazione del centro che accoglie i minori in via del
Casaletto, due milioni per gli incroci pericolosi sulle strade, 350mila euro per la ludoteca di Villa Torlonia.

In totale 125 milioni di euro che mettiamo a disposizione della città con l’assestamento di bilancio, grazie ai conti finalmente in regola ed ai risparmi che abbiamo realizzato. Il Ministero dell’Economia ci ha permesso di poter utilizzare i fondi risparmiati e la Giunta ha subito colto l’occasione per presentare un piano #sbloccacantieri, che ora è in discussione in Assemblea Capitolina. Tutte queste opere verranno avviate entro i prossimi cinque mesi e, quindi, i lavori vedranno presto il via.

Lo #sbloccacantieri che proponiamo all’Aula consente investimenti importanti per Roma: più lavoro, maggiori opportunità per le aziende e soprattutto il completamento di opere ferme da anni. Passo dopo passo lavoriamo per far rinascere Roma

Solo che dopo queste roboanti dichiarazioni, si è verificata una situazione analoga a quella del Marchese del Grilo con Aronne Piperno, della serie

Io i sordi nun li caccio e tu nun li becchi.

O meglio, in teoria un milione stanziato ci sarebbe pure, ma si tratta di soldi del monopoli, essendo questa cifra, come da regole di bilancio, vincolato alla messa a gara entro il 31 dicembre, cosa che, dato il totale menefreghismo del Campidoglio sula questione,non si è verificata.

Per cui, la parte più consistente della cifra, quella quella che doveva coprire il restyling generale, tornerà in cassa perché non c’è il tempo per elaborare un progetto e far partire l’appalto. Gli uffici tecnici lo hanno già ammesso in occasione di commissioni consigliari convocati ad hoc. Ma per l’amianto, che è la cosa più importante, dato il pericolo per la salute pubblica, l’impegno preso era quello di agire entro il 2018 con 150mila euro circa di quel milione.

Solo che siamo a fine novembre e tutto tace, per cui, alla faccia dei cittadini, che possono mettersi l’anima in pace e schiattare senza fare troppo rumore, se ne parlerà a babbo morto… La questione è che gli esquilini sono buoni e cari, ma non amano farsi prendere in giro dal Potere. Per cui, invece di abbozzare, buoni e quieti e non disturbare il conducente, scenderanno in piazza per difendere il loro diritto alla salute.

Domani alle 16.00, a via Gugliemo Pepe, ci sarà una manifestazione e un evento culturale per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vicenda. alle 17 verranno proiettati brani del film che racconta la lotta per salvare il cinema Apollo partita ormai da 17 anni ed è al tempo stesso testimonianza di potenzialità e contraddizioni del Rione. Immagini suoni volti..tutti esquilini! Una ragione in più per non mancare…

La singolarità è già arrivata…

Cos’è, allora, è la singolarità? È un periodo futuro durante il quale il ritmo del cambiamento tecnologico sarà così rapido, e il suo impatto così profondo, che la vita umana sarà trasformata in modo irreversibile. Né utopico, né distopica, questa epoca trasformerà i concetti su sui ci basiamo per dare un senso alle nostre vite, dai nostri modelli di business al ciclo della vita umana, compresa la morte stessa. Capire la singolarità altererà la nostra prospettiva sul significato del nostro passato e le conseguenze per il nostro futuro. Comprenderla veramente nella sua interezza cambierà la visione della vita in generale e della propria vita. Considero chi ha veramente compreso la singolarità e che ha riflettuto sulle sue implicazioni per la sua vita come un “singolaritano”

E’ una frase Raymond Kurzweil, saggista e inventore americano, tratta dal suo libro La singolarità è vicina  del 2005, in cui viene esposta la tesi secondo cui la singolarità tecnologica si verificherà nell’arco della prima metà di questo secolo, e che mi risuonava nella testa ieri, giorno in cui mi hanno spedito, quasi a forza, a un corso su questo tema, cosa che il sottoscritto, che negli anni in consulenza era visto come bizzarro quando ne parlava, non so se considerare una beffa o una vittoria postuma.

Per dirla tutta, il buon Raymond ha anche toppato: la singolarità non è qualcosa che avverrà in un domani più o meno prossimo, ma la stiamo vivendo da almeno quindici anni. Non si tratta più di riflettere sul se e sul quando avverrà, ma sul come, e questo, purtroppo è oltre i nostri limiti cognitivi. Proprio per sfuggire a questa consapevolezza, ci siamo inventati una serie di meccanismi psicologici, concentrandoci sul Presente e sul breve periodo.

Quanto riflettono seriamente su come sia cambiata la nostra vita, come abitudini e comportamenti, rispetto agli anni Novanta del secolo scorso ? Di fatto i miei coetanei hanno vissuto a cavallo di due ere, ma preferiamo non pensarci.

E questo navigare a vista ha purtroppo anche il suo prezzo:si perdono uno sproposito di opportunità. Rispetto a dieci anni fa, in cui avevo sicuramente più energie, freschezza mentale e motivazioni, sono sicuramente assai più produttivo. Questo dipende sia da una maggiore esperienza nel gestire i carichi di lavoro, sia dalla maggiore competenza acquisita. Ad occhio, ho guadagnato un 20% di tempo, che una parte dedico a me stesso, una parte alla mia autoformazione, una parte a portare avanti nuove attività aziendali.

Ora se fossi affiancato da un’IA, nulla di futuristico, basterebbe una di quelle attualmente in commercio, che potrebbe sostituirmi nelle incombenze più ripetitive e a minore valore aggiunto, questa percentuale salirebbe a un buon 60% e sospetto che per i colleghi che si occupano di networking, oberati da studi di fattibilità e analisi di coperture, andrebbe ancora meglio. Allora perché non farlo ? Perché l’attuale organizzazione aziendale non saprebbe sfruttare questa presunta sotto occupazione e invece di inventarsi un modo per utilizzare le capacità e il tempo recuperato per creare nuovo business, la utilizzerebbe, con la scusa di ridurre i costi, come occasione per comprimere il numero delle risorse.

In generale, quindi, il nostro sistema economico ha paura di accettare la sfida di gestire e facilitare il cambiamento, perché non ha idea di come mitigare gli inevitabili costi sociali, però il nascondere la testa sotto la sabbia non fermerà l’orologio…

Ora non so se ha ragione Rifkin, quando, scopiazzando Marx, parla dell’imminente fine del capitalismo. So solo che tra cinque anni, la nostra società sarà ben diversa dall’attuale e noi stiamo rinunciando al diritto dovere di fare in modo che sia anche migliore.

Forma Urbis (Parte I)

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Per chi non la conoscesse, spero pochi, la Forma Urbis Severiana (anche Forma Urbis Romae, “Pianta marmorea severiana”, o Forma Urbis Marmorea) è una pianta della città di Roma antica incisa su lastre di marmo, risalente all’epoca di Settimio Severo. Realizzata tra il 203 e il 211, era collocata in una delle aule del Tempio della Pace (o “Foro della Pace”).

Tuttavia, molti indizi fanno pensare che questa sia .l’ultima di una lunga serie di piante monumentali, realizzate a partire dalla tarda età repubblicana: alcuni sono di natura “letteraria”, per cui anche legati all’impressione soggettiva, per esempio, quando leggo il brano in cui Varrone indica la posizione dei sacraria argei, la prima cosa che mi viene in mente è che stia scriva con sotto agli occhi una mappa, però magari altri potrebbero fornire delle spiegazioni forse più valide alla sua precisione topografica.

Altri più concreti sono legati a una serie di ritrovamenti avvenuti nel tempo, che mi accingo a elencare

Mappa di Sant’Anselmo

Raffaele Fabretti, nel suo De aquis et aquaeductibus, stampato a Roma nel 1680 (ristampa del 1788), offre a p. 151 la riproduzione di un frammento marmoreo che, dice, si trovava a suo tempo «nel giardino di S. Maria nell’Aventino», vale a dire, nell’attuale Priorato di Malta, all’angolo del colle che domina la Via Marmorata e la Piazza dell’Emporio, dove adesso c’è la chiesa di Sant’Anselmo, dove si sono sposati i miei

Noto da allora a tutti gli studiosi, venne inserito nel Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL VI.1261), e ripubblicato in vari modi e in differenti contesti1; esso rappresentava i due rami di un canale o acquedotto con relativi emissari, accanto ai quali comparivano alcune didascalie di attribuzione di turni orari a diversi praedia, accompagnati dai nomi dei possessori. Purtroppo il frammento in questione sembra essere andato perduto.

Però, dalle riproduzioni, sembra essere stata parte di una sorta di vademecum del curator aquarum, il funzionario deputato all’approvvigionamento idrico dell’Urbe e alla cura degli acquedotti, dedicato all’irrigazione dei giardini di proprietà imperiale

Mappa Tiburtina

Simile alla procedente, ma di uso privato, era la mappa conservata, fino al xvi/xvii secolo, nella chiesa di S. Pietro, fuori le mura di Tivoli; tutti i trascrittori che l’hanno schedata concordano nel dire che si trovava a costituire parte del pavimento e, proprio per questo, appariva molto consunta. Nel repertorio CIL VI, n. 3676, la trascrizione sembrerebbe smentire tale circostanza, essendo il testo piuttosto ampio e sostanzialmente comprensibile, al punto che sembra potersi dedurre che la larghezza originale della lastra non superasse di molto il margine destro del frammento. Il Suarez, uno dei trascrittori, ne dà le dimensioni: 2 palmi e una oncia di lunghezza per un palmo e quattro once di larghezza; vale a dire 46.6 × 30 cm, essendo il palmo romano equivalente a 22,3 cm

La maggior parte del campo della lastra è occupato da un’epigrafe divisa in due tronconi, ognuno dei quali relativo all’attribuzione d’acqua ad uno specifico fundus, di cui si riportano i nomi dei propietari: un (fundus) Domitianus, di tale M. Salluius (o Salvius) e un fundus Sosianus di tale L. Primus. Tuttavia, oltre al testo, si vedono i, due fasce ondulate e sottili, non sappiamo se a linea pura o a superficie abbassata, indicanti due ruscelli, la seconda delle quali presenta un’interruzione, probabilmente la rappresentazione di un ponticello.

Mappa di Perugia

Di questa mappa, che si trova conservata al museo di Perugia, purtroppo non sappiamo nulla della sua provenienza, anche se alcuni indizi fanno pensare a un’origine romana. Sappiamo di certo, però, come fosse realizzato ai tempi di Nerone. Ce lo dice, l’iscrizione associata,

Claudia, Octaviae divi Claudi f(iliae) lib(erta) Peloris/ et Ti(berius) Claudius Aug(usti) lib(ertus) Eutychus, proc(urator) Augustor(um),/ sororibus et lib(ertis) libertabusq(ue) posterisq(ue) eorum/ /form]as aedifici custodiae et monumenti reliquerunt.

in cui si specifica come la mappa sia riferita a un monumentum funerario e all’edificio di custodia annesso, lasciati (per testamento, forse) da una liberta di Ottavia, la figlia minore di Claudio, e da suo marito, un procurator Augustorum, cioè, prima di Claudio e dopo di Nerone, di cui non si specifica la mansione precisa.

Per cui le tre piante presenti fanno riferimento, le prime due al pianoterra del monumento funerario e dell’aedificium custodiae, il terzo, l’alzato di quest’ultimo

Mappa di via della Polveriera

Dal muro di cinta di una vigna situata alle falde Sud del colle Oppio, tra le terme di Tito e il Colosseo, dove adesso c’è la mensa di Ingegneria, Lanciani recuperò nel 1890 un piccolo frammento marmoreo (lungo cm 13, alto 13, spesso 14). La faccia incisa presenta il disegno di tre corpi di edifici accostati fra loro, Nel frammento il blocco di destra appare in verticale ed è costituito, dal basso verso l’alto, da un cortile (?) con l’inizio di due righe di iscrizione (AEL…/ S…) e da un corpo di ambienti periferici (tabernae) con aperture su una strada superiore (lettera iniziale P… nell’ambiente di centro), al cui
margine si legge probabilmente la cifra incompleta LX riferibile ad una misura espressa in piedi romani, probabilmente relativa alla facciata dell’edificio

Il secondo e terzo corpo di edifici occupano il lato sinistro della rappresentazione, ripartendolo quasi a metà. In basso, quale accesso ad un probabile cortile interno, si vede un ambiente centrale, ai cui lati appaiono altri due vani, verosimilmente delle tabernae aperte su un fronte stradale. Nell’ambiente di sinistra, compare la traccia di una lettera (probabilmente una O), mentre nel cortile interno appare su due righe, un nome femminile, NONIAE /IADIS, ad indicare probabilmente la proprietaria. Il blocco superiore appare quasi come la replica speculare del precedente, a cui si appoggia «da tergo» uno spazio trasversale interno, forse un cortile, e un fronte di tabernae che si aprivano sicuramente sulla strada che correva in alto; nello spazio trasversale si leggono le ultime tre lettere di una riga inscritta, probabilmente la desinenza…VAE. di un nome femminile.

Appare evidente che la rappresentazione cartografica riproduce un blocco di edifici in una zona pianeggiante, tra due strade parallele, sui cui fronti si aprivano ingressi di tabernae. Il carattere degli edifici, che mancano di elementi tipici di strutture abitative, quali peristili o altro, e l’abbondanza degli spazi d’uso sul fronte stradale, sembrerebbero far supporre una destinazione commerciale.

Mappa di via Anicia

Durante i lavori di ristrutturazione della caserma di polizia A. Lamarmora in Via Anicia, nel quartiere trasteverino di Ripagrande, venne scoperta occasionalmente, nel Maggio 1983, parte di una lastra marmorea sminuzzata dalle macchine impiegate negli sterri. Recuperata dalla Soprintendenza Archeologica, i suoi 15 frammenti (più altri due non integrabili) vennero riuniti, consolidati e restaurati. Il risultato fu sorprendente: si trattava di un frammento, esiguo (dimensioni: alt. 32 cm, larg. 29.5, spess, 2), ma prezioso di una mappa indubitabilmente urbana, ricca di didascalie, tra le quali spicca quella
di un tempio di Castore e Polluce, probabilmente adiacente al Circo Flaminio, a Campo Marzio.

Questo circo, lungo 500 metri e privo di posti a sedere, che di solito veniva usata come sede per il mercato e che venne tramutato in un’immensa vasca utilizzata per contenere 36 coccodrilli, uccisi durante i festeggiamenti per l’inaugurazione del foro di Augusto, aveva un ruolo ben diverso da quello del Circo Massimo.

Era infatti la sede dei Ludii Tauri, tenuti in onore degli dei dell’oltretomba, in cui, invece delle bighe, delle trighe e delle quadrighe, correvano, come neli ippodromi moderni, cavalli con unico fantino

Mappa di Amelia

Per incarico del Cardinale F. Borromeo, nel 1603, venne copiata una silloge epigrafica manoscritta intitolata Antiquae Amerinorum lapidum inscriptiones, opera, della metà del XVI sec., dell’arciprete Cosimo Brancatelli. Tra le iscrizioni, conservate oggi nel codice H. 180 inf., f. v-49 r., della Biblioteca Ambrosiana di Milano, figura un frammento di pianta topografica, senza indicazione di misure; vi si annota che si conserva-va ad Amelia (Umbria, antica Ameria) apud S. Secundum extra urbem Ameriam ad altare. Oggi non v’è più traccia di questo marmo. Disposti secondo la lunghezza, appaiono degli
edifici piuttosto articolati che descriveremo in seguito; al loro interno, ora per lungo, ora per largo, ora in obliquo, sono state incise diverse piccole iscrizioni alle quali il disegnatore rinascimentale sembra aver prestato un’attenzione secondaria rispetto al disegno topografico, a giudicare da alcune trascrizioni poco chiare come SALVSTION o NVMONIA

Mappa del Foro Transitorio

Ne 1995, durante gli scavi che erano allora in corso nell’area meridionale del domizianeo Foro Transitorio, saltò fuori un frammento marmoreo, di circa 30,5 cm × 10.5 e spesso circa 7.5 cm, che rappresenta un grande edificio, con ingresso sul porticato stradale in basso, e con due fronti di tabernae, una delle quali, nell’ordine superiore, presenta una scala interna, disegnata a rettangolo con 3 gradini. L’ordine di tabernae che si trova nella parte alta del frammento, apre direttamente gli ingressi sulla strada, mentre quello della parte bassa li apre sull’ampio porticato a pilastri quasi quadrati, appoggiati ad una linea continua, ove comincia la sede stradale. Al bordo di questa sembrano apparire tre (?) segni tondi, non facilmente interpretabili, ma troppo piccoli per essere delle lettere. Oltre l’asse stradale, in alto, si trova un corpo di tabernae divise in due gruppi da un ingresso. Ancora oltre, si vede una linea, probabilmente di marciapiede, preceduta, a quanto pare, da colonne, come farebbe pensare il segno rotondo, ed una strada solo parzialmente visibile.

L’edificio della parte centrale presenta, in basso, un ingresso che si apre sul porticato e sul fronte stradale; all’interno è rappresentato un cortile, a doppio ordine di pilastri sui lati destro e superiore; il primo pilastro dell’ordine più interno, vicino all’ingresso, è stato utilizzato, probabilmente in un secondo momento, per delimitare un piccolo ambiente, mediante la creazione di un muro continuo in senso verticale, su cui si innesta un setto murario ad L, con stipite presso lo spazio aperto del portico, segnato con un’incisione molto più sottile, tanto da risultare di difficile individuazione. Sembra
chiaro che si tratta di una cella per lo ianitor, ostiarius o portiere del complesso. A destra, oltre il doppio ordine di pilastri, il complesso continua con un lungo ambiente che percorre tutto il lato minore, senza apparenti aperture verso il porticato.

Alcuni studiosi, partendo dalle iscrizioni, hanno ipotizzato che rappresenti una domus patrizia, probabilmente appartenuta agli Appii Claudii.

Ora se le mappa di Sant’Anselmo, Tiburtina e di Perugia, nelle loro peculiarità, ci danno solo indicazioni sull’abitudine dell’epoca di rappresentare mappe sul marmo, le rimanenti, invece sono accomunate da tree cose: la stessa scala, 1 a 240, le stesse
convenzioni grafiche nel rappresentare gli edifici e gli stessi caratteri nel trascrivere le iscrizioni relative alla proprietà.

Per cui non sarebbe peregrino pensare che siano frammenti di un’equivalente della Forma Urbis risalente alla prima età imperiale, magari ispirata a quella che fece realizzare Agrippa. molto probabilmente esposta nella Porticus Vipsania, dove è attualmente la Galleria Sciarra, assieme a una monumentale carta del mondo (Orbis Pictus)

L’edificio,che ospitava statue e opere d’arte, era un duplice portico colonnato, addossato in parte alle arcate dell’Aqua Virgo, come ricorda il poeta latino Marziale e restò in uso almeno fino alla tarda età imperiale. Nel IV secolo il nome del monumento, ricordato dalle fonti documentarie, fu corrotto in Porticus Gypsiani.

Kusayla, l’Artù berbero

TRIBUNUS

Negli anni ’80 del VII secolo, la provincia imperiale d’Africa, riconquistata da circa un secolo e mezzo, sembrava avere i giorni contati.

Già soggetti a continui moti scissionisti da parte di comandanti dell’esercito imperiale, i territori romani del Nord Africa avevano subito le prime invasioni arabe a partire dal 647-648. L’esarca secessionista Gregorio era stato pesantemente sconfitto e ucciso in battaglia dagli Arabi a Sufetula, a poco più di 200 km da Cartagine, e il territorio della Tripolitania (l’odierna costa libica) era stato ormai irrimediabilmente perduto.

Dopo una battuta di arresto all’invasione di poco più un decennio, per disordini interni al califfato, gli Arabi tornarono finalmente all’offensiva nel 665, sotto le direttive del califfo Muawiyah (colui che, non ancora califfo, aveva riportato una vittoria navale contro i Romani alla battaglia di Phoenicus, ponendo fine al controllo assoluto romano del Mediterraneo).

Approfittando del caos venutosi a creare con la morte…

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Buon compleanno, Amore

Merini

Amore, vola da me con l’aeroplano di carta della mia fantasia,
con l’ingegno del tuo sentimento.
Vedrai fiorire terre piene di magia e io sarò la chioma d’albero più alta per darti frescura e riparo.
Fa’ delle due braccia due ali d’angelo e porta anche a me un po’ di pace e il giocattolo del sogno.
Ma prima di dirmi qualcosa guarda il genio in fiore del mio cuore.

Alda Merini

Omero e il rasoio di Occam

Pluralitas

Qualche giorno fa un tizio ha così commentato le mie critiche alla tesi, assai bislacca, di Omero nel Baltico, che, per chi non la conoscesse, afferma come le vicende narrate nell’Iiade non siano una trasfigurazione poetica di eventi avvenuti in Anatolia nella Tarda età del Bronzo, ma di vicende assai più antiche, ambientate, udite, udite, nella Scandinavia

Le consiglio la lettura di questa seria rivista, forse ripenserà le sue “opinioni”, alcune delle affermazioni da Lei presentate parrebbero non corrispondere a quanto affermato da altri studiosi (accademici e non sognatori):

RIVISTA DI CULTURA
CLASSICA E MEDIOEVALE
Fabrizio Serra editore, Pisa – Roma
Anno LV/2, 2013
Pp. 356

Data che questa rivista è di gran fama e ha un comitato scientifico che la metà basta, sono corso a vedere quali fossero i suoi contenuti, che provvedo a condividervi… Abbiamo, in ordine di apparizione, gli autori e i relativi saggi presenti sono:

Giacomo Tripodi, docente emerito di Botanica generale presso il Dipartimento di Scienze biologiche ed ambientali nell’Università di Messina, autore di

Riflessioni naturalistiche sui versi omerici

Marco Duichin, filosofo, autore di

Il lato oscuro di Odisseo: eroe greco o «sciamano» nordico?

Giovanni Martinotti,psichiatra ed Eleonora Chillemi esperta di psicologia cognitiva, entrambi di chiara fama, autori di

L’Odissea: ovvero la raccolta di icaros sciamanici in trance estasica

Alessandra Giumlia-Mair, grande esperta di metallurgia, autrice di

Baltico e Mediterraneo orientale nel II millennio a.C.

Silvia Peppoloni Giuseppe Di Capua geologi e vulcanologi, autori di

Uno sguardo d’insieme sugli eventi geologici e climatici che caratterizzano l’Olocene nell’area baltica e mediterranea

William Mullen che immagino non sia il generale, autore di

Odysseus’ Travels after Troy: locations and Symbolic Patterns

Felice Vinci ingegnere nucleare, autore del saggio Omero nel Baltico, che ribadisce e sue tesi in

Evidenze di un’originaria matrice nordica dell’Iliade e dell’Odissea

Carla Del Zotto, docente di Filologia germanica all’Università “La Sapienza” di Roma, autrice di

Il mito di Troia e la migrazione di Odino in Scandinavia

Mark-Kevin Deavin, grande esperto di storia vichinga, autore di

Ulysses in the North? The Yggdrasill Myth re-considered

Maria Stella Bottai, critica d’arte, autrice di

“Prendendo Omero come modello”: l’epica finlandese del Kalevala e l’arte figurativa

Giuliana Bendelli  docente di Letteratura inglese nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, autrice di

Ulysses Hibernatus

Arduino Maiuri, docente presso il Liceo “Cornelio Tacito” di Roma, è ricercatore ed esperto di storia delle religioni,autore di

Il Nord nel mondo greco-romano

Ilze Rumniece, docente di filologia classica presso l’università di Riga, autrice

Ancient “curetes” and the Western Baltic tribe of “kuri” (some suggestive parallels)

Tutti persone degnissime, studiosi di chiara fama, che avranno scritto dei saggi di sicuro interesse, ma con un grosso ma… Manca totalmente la presenza di un esperto di archeologia egeo anatolica o di filologia greca. Per fare un esempio concreto è come se chiamassi a progettare un aereo a un gruppo di lavoro costituito da un ingegnere idraulico, da un architetto, da un design, da un noto calciatore, da un musicista e da uno chef di fama: le loro considerazioni potranno anche essere interessanti, ma difficilmente il frutto del loro lavoro riuscirebbe ad alzarsi da terra.

Questa omissione è in fondo, frutto, forse inconsapevole, della volontà di sfuggire al contraddittorio, che mostrerebbe la debolezza della tesi di fondo: per esempio un filologo potrebbe mostrare come molte delle presunte prove di Vinci siano molto simili alle pseudo etimologie che andavano tanto di moda nel Medio Evo.

Oppure l’esperto di archeologia egeo anatolica, forse nel 2013 non avrebbe potuto citare le discusse iscrizioni luvie che accennano a Wilusa o accennare alle nuove ipotesi di rilettura delle tavolette o-ka di Pilo, ma sicuramente avrebbe raccontato dei risultati delle campagne archeologiche compiute nel sito di Troia, con la scoperta della città bassa, del fossato a sua difesa e delle tracce di scontri volenti che sono emerse negli scavi. O discutere dei testi ittiti come la Lettera di Manhapa-Tarhunta, la Lettera di Tawagalawa o Lettera di Millawata, con la loro complessa mitologia. O infine citare le tavolette di Pilo in cui, con le dovute cautele, si parlerebbe di troiani.

Ma questo avrebbe significato privilegiare il dato concreto, rispetto alla chiacchiere retoriche e avere il coraggio di applicare il rasoio di Occam, che ci suggerisce di “eliminare con tagli di lama” tutte le strade più complicate e imboccare quella più immediata e plausibile. Cose sempre meno digeribili, in un’Italia, che come mostrano i no vax, ha sempre più in antipatia la ragione e la scienza.

Aveia vestina e Forcona

Aveia

La strada che da Bagno, ora frazione de l’Aquila, ma che sino al 1927 fu comune autonomo, prosegue sino all’altopiano delle Rocche, dove parecchi romani vanno l’inverno a sciare, ai tempi dell’antica Roma, che in epoca preromana, quando questo faceva parte del territorio degli Equi, collegava le due grandi direttrici abruzzesi, quelle che in epoca storica diventeranno la Via Tiburtina -Valeria- Claudia (da Roma per Ostia Aterni, l’odierna Pescara) e la Via Claudia Nova (da Foruli, l’odierna Civitatomassa a Bussi).

Le fonti storiche non ci tramandano il nome di questa strada, che l’archeologo Bunsen nella prima metà del XIX secolo volle chiamare via Claudia. In un lavoro più recente Orsatti ritiene che questa via sia stata un diverticolo della Via Poplica Campana. Una delle prime località incrociate da questa strada era Aveia vestina, la nostra Fossa, di cui ho parlato per la necropoli con i menhir, che per secoli ha goduto della fama di città perduta: solo nel 1773 fu identificata dall’abate archeologo e filosofo Vito Maria Giovenazzi ebbe l’intuizione e il merito di riconoscerne e identificarne i pochi resti evidenti, in particolare un’iscrizione su roccia che attesta il culto di Bacco e Silvano, tracce di mura, l’ara Fossae, in cui sotto una grotta artificiale una lapide attesta il culto del Sole Invitto

Pesando Fossa Fig.7

Nel 1965 è stato scoperto un piccolo acquedotto, mentre nel 2017, a valle della ricostruzione post sisma saltarono fuori grandi basoli calcarei accostati gli uni agli altri con tecnica accurata e raffinata, su cui si vedevano ancora le profonde incisioni dovute all’intenso traffico dei carri: era una strada monumentale,riconducibile all’antica via Claudia Nova, di cui non si avevano finora tracce certe nella conca aquilana.

strada_aveia

Si trattava di un tratto integro della lunghezza di circa 30 metri e della larghezza stimata di 4-5 metri (la via Appia antica è larga poco più di 4 metri) affiancato da un marciapiede porticato largo oltre 2 metri e dalle adiacenti costruzioni monumentali andate distrutte. E’ così che doveva mostrarsi nel I secolo a.C. il cardo maximus della città di Aveia. La città romana era strutturata su terrazze urbane degradanti sul versante montano e caratterizzata da una città alta, probabilmente monumentale, e da una città bassa che lambiva il corso del fiume Aterno, quella legata alle attività commerciali e di servizio del tratturo. Il percorso della Mura è come accennavo l’unica cosa ancora perfettamente leggibile, con il tratto monumentale meridionale che risale il versante fino al cosiddetto “Torrione” del borgo medievale.

Quando Aveia fu saccheggiata dai goti, per poi scomparire nel VII-VIII secolo d.C., probabilmente per i danni dovuti a catastrofi naturali (allagamenti, frane della montagna o terremoti), il suo posto fu preso, come sede della diocesi ecclesiastica, da un suo vicus, Frustenias, un insediamento dell’Età Tardo repubblicana. Grazie ai numerosi dati epigrafici e ai reperti portati alla luce, a differenza di Aveia abbiamo un quadro abbastanza chiaro dell’area.

Nel centro abitato, tra gli edifici più recenti spiccavano e spiccano tuttora tratti di mura, le strutture romane sottostanti l’antica Cattedrale di San Massimo, i resti di un complesso termale che sono stati inglobati nelle fondazioni dell’edificio cinquecentesco di Villa Oliva, il tempio dedicato a Feronia, rinvenuto e reinterrato negli anni Settanta, oltre a numerose iscrizioni funerarie e dedicatorie, che confermano l’esistenza di un centro abitato d’età romana.

Gli scavi condotti dal 1995 al 2000 hanno contribuito però permesso spero di scoprire la grandiosa opera di monumentalizzazione realizzata dai romani attraverso un intervento programmato sulla pianura posta sul versante settentrionale del Colle Moritola, dove i punti di maggiore pendenza ed instabilità erano stati rafforzati da una complessa struttura in muratura. Il complesso edilizio consisteva in un ampio terrazzamento artificiale che ospita una serie di edifici collegati tra loro, ognuno adibito a funzioni specifiche ed edificato in epoche diverse.

Gli ultimi scavi hanno infatti avvalorato l’ipotesi che la costruzione di questo grande complesso monumentale sia stata sviluppata in fasi successive, come dimostrano le diverse tecniche edilizie usate e lo studio della sequenza stratigrafica: alla fase più antica, che si colloca tra la fine del II e la metà del I sec. a.C., sono datate le strutture murarie in opera poligonale; all’epoca immediatamente successiva, inquadrabile grossomodo all’Età augustea, risale la fase di massima fioritura monumentale dell’area che era stata occupata in precedenza.

E’ in quel periodo che vengono infatti realizzate le strutture di sostegno della collina, sicuramente di grande impatto visivo e scenografico, e gli edifici soprastanti caratterizzati da una grande cura nell’esecuzione del progetto e dalla scelta dei materiali adottati, l’accuratezza delle decorazioni che comprendono pavimenti a mosaico e in opus signinum, affreschi e intonaci, rivestimenti in stucco. Durante l’Età imperiale si assiste ad interventi finalizzati alla modifica, seppure parziale, dell’assetto originario, attraverso la riorganizzazione e il rinnovo di alcuni spazi. Nel periodo tardo-imperiale si giunge all’abbandono volontario del complesso, testimoniato dalla scarsità di reperti, anche d’uso comune, ed il pianoro viene interrato. Tutta l’area resta poi inutilizzata per lungo tempo fino a quando, in Epoca altomedievale, si nota un parziale recupero di alcune delle strutture più antiche. La presenza di canalizzazioni per l’acqua, di ambienti decorati con mosaici e di vasche a livelli e profondità variabili ci narrano di un edificio concepito per la raccolta e l’utilizzo delle acque sorgive, ancora oggi abbondanti in zona.

Per cui, si può ipotizzare, sia per la datazione, sia per la struttura che il complesso fosse un qualcosa di analogo ai grandi santuari a terrazze tardo repubblicani, come quello di Iside all’Esquilino, quello della Fortuna Primigenia a Palestrina, di Ercole Vincitore a Tivoli e di Iuppiter Anxur a Terracina. E per la centralità del ruolo delle acque e delle grotte, poteva essere dedicato alla coppia sacra Feronia, dea della fertilità e delle acque e Soranus, signore del mondo sotterraneo, i cui sacerdoti, chiamati Hirpi Sorani (“Lupi di Soranus”, dalla lingua Sabina hirpus = “lupo”), tra le tante cose celebravano il dio camminando sui carboni ardenti, reggendo le interiora delle capre sacrificate.

Tornando alla storia di Frustenias, sappiamo che un suo vescovo di nome Florio partecipo’ al Concilio ecumenico di Costantinopoli presieduto da papa Agatone nell’anno 680. Con la caduta dell’Impero d’Occidente assistiamo intorno al IV secolo alla nascita della regione Valeria e Furcona vi fu annessa insieme ad Amiterno, Carsoli e Rieti e la città fu chiamata o Civitas Furconiae, nome derivato forse da Forum Conae,a sua volta derivante da laccoma (stagno o lago in latino), ad indicare la posizione nei pressi dei laghi di Bagno, o Civitas S. Maximi, in virtù del fatto che vi venne sepolto il martire Massimo d’Aveia. Questo, secondo la leggenda, nacque intorno all’anno 228 ad Aveia, da una famiglia cristiana. Fu imprigionato durante le persecuzioni di Decio tra l’ottobre 249 e il novembre 251. Condotto dinanzi al prefetto di Aveia, Massimo non abiurò e alla fine fu gettato dalla rupe più alta della città, detta Circolo e Torre del Tempio.

Dopo la guerra greco-gotica (535-553) Civitas Furconiae fu sottoposta all’esarcato di Ravenna per essere poi soggetto ai longobardi, probabilmente intorno al 571-574, divenendo un importante Gastaldato; ne abbiamo notizia in un placito dell’anno 776 del duca Ildeprando in Roma, in cui si cita il gastaldo furconese Majorano. Nell’anno 843, divenne parte della contea dei Marsi (autonoma dal ducato di Spoleto), costituita dalla Marsica e dai Gastaldati di Furcona, Amiterno, Rieti, Valva e Pinna, la quale nel 926 fu divisa in due comitati, uno orientale (con Penne, Teate ed Apruzzo) e l’altro occidentale (con Furcona, Amiterno, Valva, la Marsica e Rieti).

Nell’alto Medioevo il centro visse un nuovo periodo di fioritura sotto il controllo dell’abbazia di Farfa. Ospitò l’imperatore Ottone I di Sassonia e papa Giovanni XIII che, il 10 giugno 957, si recarono in visita ad omaggiare le spoglie di San Massimo.Il papa Niccolò II nell’anno 1059 consacrò san Raniero vescovo di Furcona con l’incarico di costruire la fabbrica della cattedrale di S. Massimo nel luogo della preesistente chiesa. Della costruzione di Raniero, rimangono purtroppo poche rovine: l’abside del Duecento con dentellature, le mura perimetrali, le colonne delle tre navate, le quali sono state recuperate nel VII secolo dalla città romana di Amiternum. Inoltre ci sono pervenute anche la torre campanaria quadrata con dentellature sul tetto con copertura lignea a capanna e le rovine del portico gotico interno con arcate a tutto sesto. Probabilmente, a sentire gli storici locali, la facciata era dominata da un grande rosone.

Nell’anno 1143 i normanni conquistarono la Marsica, annettendovi Furcona , Amiterno e Rieti; in quest’epoca , nell’anno 1158 Furcona era feudo di 1 soldato a cavallo. Forcona prese parte alla fondazione della città dell’Aquila, la sua tassa essendo di 8 once d’oro, ed il suo ‘locale’ era nel Quarto di S. Giorgio. All’edificazione del Duomo dell’Aquila — che accolse le spoglie di San Massimo — la diocesi di Forcona venne trasferita nella nuova sede con la bolla pontificia Purae fidei di papa Alessandro IV del 22 dicembre 1256.Berardo da Padula, già vescovo di Forcona, divenne de facto vesco dell’Aquila.

Come per tutti i centri della zona, la fondazione dell’Aquila provocò il loro progressivi spopolamento: sappiamo ad esempio che Forcona, nel 1508 risultasse abitata da 16 fuochi, pari a 81 persone