La basilica di San Bernardino all’Aquila

san-bernardino-001

Quando bazzicavo l’Aquila, spesso me ne andavo a spasso per via Fortebraccio, per poi trovarmi davanti la scalinata che porta alla basilica di San Bernardino, che, con la sua tormentata storia, è un perfetto specchio delle vicissitudini vissuta dalla città abruzzese in questi secoli.

Pochi lo sanno, ma San Bernardino, nato tra l’altro a Massa Marittima, dopo essere diventato vicario generale dell’ordine dei francescani in Italia, fu invitato dal vescovo Amico Agnifili in Abruzzo, per tentare di riappacificare le due fazioni cittadine; seppur malato, nei primi mesi del 1444, si recò quindi all’Aquila dove morì dopo poco tempo, il 20 maggio. Le sue spoglie furono poste nella chiesa di San Francesco in piazza del Palazzo, ora distrutta; dato che sulla sua tomba cominciarono a verificarsi miracoli a iosa, gli aquilani, fiutando il business dei pellegrinaggi, smisero di scannarsi tra loro e
cominciarono a rompere le scatole a papa Niccolò V, affinché Bernardino fosse santificato e venisse costruita un’adeguata chiesa per onorarlo.

Ad appoggiate tale richiesta, vi erano anche una coppia di santi. Il primo era Giovanni da Capestrano, figlio di un barone tedesco e di una giovane dama abruzzese, grande predicatore e maltrattatore d’eretici, il cui passatempo principale era rompere le uova nel paniere a Maometto II: nel 1456 fu incaricato dal Papa, insieme ad alcuni altri frati, di predicare la Crociata contro l’Impero Ottomano che aveva invaso la penisola balcanica. Percorrendo l’Europa orientale, il Capestrano riuscì a raccogliere decine di migliaia di volontari, alla cui testa partecipò all’assedio di Belgrado nel luglio di quell’anno. Egli incitò i suoi uomini all’assalto decisivo con le parole di san Paolo: «Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento». L’esercito turco fu messo in fuga e lo stesso sultano Maometto II venne ferito.L’altro era Giacomo della Marca, che oltre a predicare, passava il tempo a sedare guerre, scrivere statuti cittadini e fondare confraternite e aveva l’hobby dell’architettura.

Tanto fecero, che i lavori cominciarono nel 1454, a soli dieci anni dalla morte del santo; inizialmente, la basilica doveva essere costruita sul luogo di Santa Maria del Carmine, ma una rivolta dei parrocchiani, che presero a randellate in capo gli operai e i sovraintendenti alla demolizione, fece cambiare al volo idea. Fu così scelto lo spazio tra il vecchio ospedale San Salvatore e la chiesa di Sant’Alò, che, essendo in stato di abbandono, non poteva essere difesa da fedeli dal pessimo carattere.

Il progetto era stato affidato proprio Giacomo della Marca, il quale, ispirato sia ai martyrion paleocristiani, cioè le chiese contenenti reliquie di martiri, conosciute nei suoi viaggi in Oriente, sia dalle sperimentazioni di Brunelleschi, ipotizzò un edificio a pianta centrale, sormontato da una grande cupola, con al centro la tomba di Bernardino. Il terremoto del 1461, che provocò alcuni danni alla costruzione, costrinse all’interruzione dei lavori che ripresero nel 1464, fece cambiare idea a Giacomo, prima, per il solito, annoso problema di dove piazzare l’altare maggiore, poi, per la questione che la
dimensioni della chiesa potevano essere inadeguate a contenere il previsto afflusso di pellegrini; per cui si optò per una soluzione più “tradizionale”, aggiungendo al tiburio tre navate, ai cui lati vi erano una serie di cappelle gentilizie, dalla pianta semi ottagonale.

I lavori furono forse terminati nel 1472, in quell’anno infatti il corpo di San Bernardino fece il suo ingresso nella nuova basilica per essere posto nella cappella a lui dedicata; in questa prima fase la chiesa presentava una facciata in laterizio di grande originalità, dotata di portico ed eretta tra il 1465 e il 1468, sempre su progetto di Giacomo della Marca, che, a quanto pare, in quel periodo, si divertiva più come architetto che come predicatore.

In qualche modo, dato che gli storici hanno le idee poco chiare sul tema, il cantiere di San Bernardino divenne una sorta di laboratorio di sperimentazione, da cui saranno tratte diverse idee adottata nell’architettura della seconda metà del Quattrocento: le similitudini tra la prima fase costruttiva della chiesa aquilana e il progetto di Santa Maria della Pace di Amedeo di Francesco, tra la seconda fase costruttiva e le soluzioni adottate da Baccio Pontelli e Andrea Bregno per Santa Maria del Popolo e da Jacopo di Cristoforo per Sant’Agostino, tra la sua facciata originale e quella di San Pietro in Vincoli,
sempre del Pontelli, interventi tutti successivi, sono troppo accentuate per essere casuali.

Tra il 1488 ed il 1489, su impulso di due dei frati del convento, Francesco e Ambrogio, si affrontò il problema della cupola, che nella forma originale doveva esse molto slanciata verso l’altro e retta da una fine pilastratura nervata: non è noto con certezza di chi si il progetto, è probabile che, essendo diventato in quel periodo il responsabili della Fabbrica, sia di Silvestro dell’Aquila o di qualcuno della sua cerchia.

260px-Mausoleo_Camponeschi

Di certo, Silvesto lavorò alacremente alla decorazione interna della basilica: nel 1488 scolpì il mausoleo di Amico Agnifili, il vescovo e quello di Maria Pereyra Camponeschi, cugina di Ferdinando II d’Aragona e nonna del futuro papa Paolo IV. Data l’importanze di quest’ultima commissione, l’artista diede il meglio di sè, scolpendo un monumento che sintetizza influenze tosco-romane — in primis le opere di Andrea Bregno, ritenuto uno dei principali riferimenti di Silvestro, che lavorò con lui nell’arcispedale di Santo Spirito in Saxia — ed urbinate, forse dovute ad un passaggio dello scultore nelle Marche.

In un raffinato arcosolio, è stato ricavato un fondale piatto dal punto di vista plastico come dal punto di vista cromatico essendo la parete dipinta di un rosso omogeneo simile al porfido;su questa quinta è quindi modellato un complesso sarcofago con le figure gisant e dormienti di Maria e di Beatrice, quest’ultima collocata sotto il giaciglio della madre.A lato del sarcofago, due putti d’influenza toscana sorreggono lo stemma del casato. I pilastri laterali sono suddivisi in quattro settori e impreziositi dalle statue di San Giovanni Battista, Santa Lucia, San Francesco e Santa Caterina da Siena Il festone
sovrastante, invece, può essere ricondotto alle decorazioni del rinascimento urbinate ed in particolare alla Sala delle Veglie del Palazzo Ducale.

Burman, trascinato dall’entusiasmo, così scrisse sull’opera

È nei dettagli della parte centrale del monumento che si rileva il genio di Silvestro, la superiorità ineffabile della sua mano nei confronti di tutti gli altri scultori nella storia dell’Aquila e che dimostra il suo diritto d’essere incluso nell’elenco dei più grandi scultori del Quattrocento.

basilica-san-bernardino04

A seguito del successo del mausolei di Maria Pereyra Camponeschi, gli fu affidato il compito di realizzare l’Arca di San Bernardino, la tomba del santo. Il monumento, in pietra e con rivestimento in marmo, ha la forma di una grande arca isolata su base quadrata ,caratterizzato da pilastroni angolari con incavate nicchie; a coronamento dei pilastri è una possente trabeazione, finemente lavorata, a sua volta coronata da un arco lunettato.

Sul fronte principale è presente, nell’ordine inferiore, un’apertura rettangolare bipartita con un’esile colonnina, caratterizzata da una grata metallica, che permette la visuale all’interno del sepolcro. Nell’ordine superiore è una Madonna con bambino tra San Bernardino e Jacopo di Notar Nanni, quest’ultimo committente e donatore dell’opera.Nella lunetta di coronamento è il Padre Eterno circondato da mezzo giro di cherubini. Le quattro nicchie ospitano in basso le statue dei Santi Pietro e Paolo ed in alto quelle di San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista.Infine, il basamento raccoglie due epigrafi dedicate al santo oltre che un inciso sulla committenza e sulla data di ultimazione dell’opera

Il fronte posteriore è caratterizzato da un ordine inferiore similare a quello del prospetto principale mentre nell’ordine superiore è un’iscrizione con la vita di San Bernardino e la storia della basilica. Nella lunetta è presente un Cristo uscente dal sepolcro; le nicchie ospitano in basso le statue di San Francesco e Sant’Antonio da Padova ed in alto quelle di San Sebastiano e Santa Caterina d’Alessandria. Nel basamento è un’esaltazione del sepolcro con paragoni alle opere degli scultori greci Fidia, Prassitele, Scopas, Timoteo e Briasside. Alla raffinatezza del lavoro scultoreo — già visibile nel mausoleo
Camponeschi, di fattezze proto-rinascimentali — si unì una maestosità ed una solennità, oltre che uno studio volumetrico, chiaramente d’impronta rinascimentale che fanno del sepolcro una delle prime opere caratterizzanti di questo stile dopo il tempietto di San Pietro in Montorio del Bramante a Roma del 1502.

Resurrezione_(Andrea_della_Robbia)

Al contempo, Silvestro presentò un progetto di ampliamento e rinnovamento della facciata, che, nonostante l’interesse di papa Giulio II, non fu mai realizzato. Tra il 1495 e il 1500, fu poi realizzata La Resurrezione, Incoronazione di Maria e quattro santi, la pala d’altare in terracotta invetriata di Andrea della Robbia commissionata dalla famiglia Vetusti Oliva. Nel realizzare la terracotta, l’artista, facendosi trascinare dall’entusiasmo, realizzò una complessa macchina compositiva, in cui appaiono ben 28 figure, compreso il Cristo che risorge risorge dal sepolcro tra due gruppi di santi e in posizione elevata
rispetto ad alcuni soldati dormienti; nella parte superiore è lo stesso Cristo che incorona la Vergine circondato da quattro gruppi di angeli festanti, la cui idea di base, di gran lunga migliorata e perfezionata, fu ripresa da Raffaello nella sua trasfigurazione.

Michelangelo,_modello_per_la_facciata_di_san_lorenzo,_1518_ca._01

Nella prima metà del Cinquecento si decise, inoltre, di rimettere mano alla facciata e per realizzarla venne chiamato l’architetto Nicola Filotesio, meglio noto come Cola dell’Amatrice, architetto dalla vita tormentata. Ad esempio, il 10 marzo 1536, quando il papa Paolo III decise di bandire dalla città di Ascoli tutti i ribelli. Nicola, essendo amico del loro capo, decise di fuggire insieme alla moglie. Poco fuori dalla città di Ascoli, in prossimità del Torrente Chiaro, i due si resero conto di essere inseguiti dalle guardie, attratti più dalla bellezza della donna che da Nicola: per evitare lo stupro e salvare la pelle al marito, Maria decise di suicidarsi, gettandosi in un burrone.

Nicola, per evidenziare il legame tra San Bernardino e la Toscana, si ispirò al progetto presentato da Michelangelo per realizzare la facciata di San Lorenzo a Firenze, in modo da realizzare una sorta di quinta teatrale, che nascondesse la struttura architettonica della chiesa. secondo alcuni storici, il Filotesio avrebbe ricevuto il progetto dallo stesso Michelangelo, secondo altri ebbe semplicemente modo di osservarlo durante un viaggio a Roma nel 1525. I lavori iniziarono proprio nel 1525 e furono completati a scaglioni: nel 1527 venne completato il primo ordine, nel 1540 il secondo e infine nel 1542 la
facciata poteva dirsi finita con il completamento del terzo e ultimo ordine.

crocifisssione

Nel 1599 il fiammingo Aert Mytens realizzò la crocefissione per la cappella maggiore, che Karel van Mander, il Vasari delle Fiandre, così definì

All’Aquila, egli eseguì un’opera veramente eccezionale ed eccellente su una superficie così grande che da sola ricopriva un’intera campata. Vi si vedeva una Crocifissione, piena di figure grandiose e di svariati ornamenti, sorprendentemente inventiva nella composizione e nella resa; compiuta con massima difficoltà, infatti, essa venne dipinta con l’ausilio di una scala, in una circostanza nient’affatto semplice, capace di scoraggiare e spaventare qualsiasi artefice

Nel 1703, la basilica venne, come detto, devastata dal Grande Terremoto che colpì la città. San Bernardino fu tra gli edifici a subire i maggiori danni, con la sola facciata e le mura laterali che rimasero in piedi. La ricostruzione della basilica cominciò qualche anno dopo la catastrofe e cambiò radicalmente volto alla chiesa, non solo per l’apparato decorativo — virato, come nel caso della basilica di Santa Maria di Collemaggio ed altre chiese minori, verso lo stile barocco dell’epoca — ma anche per quanto riguarda l’organizzazione spaziale dell’aula. L’incarico della ricostruzione fu dato a un ignoto
architetto locale, che sempre per evidenziare legame con la Toscana, si ispirò alla pianta del duomo di Firenze, inserendo, sul preesistente impianto longitudinale, un asse trasversale sul quale viene collocato il mausoleo del Santo che, posto sulla nave laterale e sopraelevato di cinque gradini, crea una seconda chiesa con relative navate ai lati.

La basilica divenne così composta da quattro fondamentali spazi: l’aula absidale, al cui interno trovano collocazione il coro e l’altare maggiore, la pianta centrale cupolata, l’organismo trasversale con la cappella del Santo e le tre navi con le cappelle laterali. Un’ulteriore rilevante modifica settecentesca riguardò proprio le cappelle laterali che, se originariamente creavano lungo le fiancate una ricca articolazione, conferita dalla sporgenza delle loro volumetrie poligonali, nella successiva ricostruzione vennero uniformate all’esterno con un semplice muro rettilineo

Rimaneva il problema del ricostruire la cupola: per risolverlo, Giovan Battista Contini, grande amico di Bernini, architetto, scenografo e grande esperto di ingegneria idraulica, dato che, tra il 1690 ed il 1693 venne chiamato a fronteggiare le inondazioni del Po nella pianura Padana. Contini, preso dall’entusiasmo, propose un’ardita struttura a prisma ottagonale alzata a tutta l’altezza del tamburo, ma l’architetto aquilano gli fece notare come una soluzione del genere, difficilmente avrebbe retto a una scossa di terremoto. Per cui, entrambi progettarono, con il supporto dello strutturalista Filippo Barigioni, allievo di Carlo Fontana, un nuovo progetto, più tradizionale, meno slanciato della cupola quattrocentesca e più stabile.

Il terremoto del 2009 produsse nuovi danni alla basilica; a farne le spese fu soprattutto la parte absidale dove si registrarono il crollo parziale della torre campanaria e lesioni di grave entità sul tamburo della cupola, che però, a testimonianza della bontà del lavoro compiuto nel Settecento, resse; Si riscontrarono inoltre danni alla facciata. I lavori di restauro, con tutti i problemi connessi alla ricostruzione della città, terminarono nel 2015 e portarono la sua riapertura al pubblico il 2 maggio 2015.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...