Sant’Elia lo speleota

sant_elia_speleota_intro

Sempre parlando dei santi calabro-bizantini, oggi è di un riggitano doc, Elia lo Speleota, di cui abbiamo un bios, una vita, scritta in greco da Ciriaco, un suo discepolo, nella seconda metà del X secolo e conservata, per ironia della sorte, da un monaco buddaci, che la copiò nel nel 1308 nel monastero di S. Salvatore in lingua Phari a Messina. Intorno al 1062, fu realizzata una sua traduzione in latino per Roberto di Grandmesnil abate di Santa Maria di Sant’Eufemia, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo l'”imperiale monasterium Sancti Elie”.

La vita racconta come Elia nacque a Reggio Calabria da genitori agiati, Pietro e Leontò, tra l’860 e l’865. La data convenzionale dell’864 è una pura ipotesi che non poggia su prove documentarie. Da bambino cadde da cavallo e per un episodio di malasanità dell’epoca, la mano sinistra ferita andò in cancrena e fu amputata. Da quel momento in poi, il santo fu soprannominato monochiro (una sola mano).

Benché si dedicasse alla bella vita, Elia si sentiva un vuoto dentro: per colmarlo, dando retta a un eremita di Reggio, decise di farsi monaco: i suoi, preoccupati per la sua salute, brontolarono assai. A convincerli fu un loro nipote, Giorgio, che intenzionato anche lui a diventare monaco, promise di prendersi cura di Elia. Il nostro eroe, però, non era molto convinto della vocazione del cugino, per cui, per evitare che abbandonasse il suo proposito prima di iniziare a causa delle tentazioni di Rhegion, lo trascinò a forza al monastero di Sant’Aussenzio presso il colle di San Nicone vicino Taormina, luogo
dimenticato da Dio e dall’Uomo.

Elia pieno di entusiasmo si impose un duro regime di penitenza, digiuno e preghiera, esteso anche a Giorgio, che poco lo gradiva. Così, alla prima occasione utile se la filò alla chetichella; peccato che il senso dell’orientamento di Giorgio non fosse un granché. Nel tentativo di tornare a Rhegion riuscì a finire nel mezzo delle truppe arabe che assediavano Taormina, facendo una gran brutta fine… Elia, sentendosi in colpa per questo, decise di espiare, recandosi in pellegrinaggio a Roma, per venerare le tombe di San Pietro e San Paolo.

Qui condusse, all’inizio da solo, vita ascetica in condizioni di estrema povertà, ma poi fu accolto come discepolo da un monaco più vecchio ed esperto, Ignazio, citato in altre cronache dell’epoca. A quanto pare, questo Ignazio si era accampato dentro i Trofei di Mario, per cui, possiamo ipotizzare come Elia passò qualche anno della sua vita all’Esquilino.

Nel frattempo, il padre preoccupato per la vita del figlio, cagionevole di salute, si disperava ogni giorno, non avendo sue notizie; per rassicurarlo, gli apparve in visione San Fantino il Vecchio, che gli raccontò per filo e per segno le avventure romane di Elia, che già cominciava a compiere miracoli. Un giorno, spedito a raccogliere la legna nella selva oltre Porta Maggiore, fu aggredito da un gruppo di briganti; quando questi tentarono di prendere Elia a randellate in capo, le loro mani si inaridirono.

Quando l’eremita Ignazio capì che il periodo di formazione di Elia fu ultimato, rinviò il discepolo a Rhegion ove conobbe un altro futuro santo, Arsenio, che lo tonsurò con l’abito monastico, evidentemente, lasciandogli il nome di battesimo. I due vissero nel metochio, una succursale, per capirci, del monastero di Santa Lucia, nelle vicinanze di Rhegion.

In questo periodo si ebbe un contrasto tra Elia e lo stratego bizantino della Calabria, Niceta Botherites: un ricco chierico della cattedrale di Reggio si era appropriato di terreni di proprietà del monastero di Santa Lucia e aveva corrotto lo stratego affinché non desse ascolto alle proteste dei monaci. Quando Arsenio ed Elia denunciarono il chierico disonesto furono picchiati e scacciati: ma poco dopo lo
stratego morì, nonostante si fosse nel frattempo pentito. In seguito i due monaci si trasferirono nella chiesa di San Eustrazio presso il villaggio di Armo, non lontano da Reggio. Per sfuggire ad un attacco dei Saraceni contro la città (probabilmente quello dell’888-89), i due monaci si rifugiarono a Patrasso.

Tale scelta, che a prima vista può sembrare strana, si chiarisce invece alla luce degli stretti rapporti tra la città del Peloponneso e Rhegion: infatti tra la fine del sec. VI e l’inizio del IX, durante l’occupazione slava della Grecia, una colonia piuttosto cospicua di abitanti di Patrasso si era stabilita a Rhegion. Secondo la leggenda i due monaci si stabilirono in un torre infestata dai demoni, i quali, non sopportando i nuovi arrivati, scapparono dalla torre emettendo grida possenti. Il governatore di Patrasso fu notevolmente colpito dalla santità del monaco Arsenio e per tale devozione, lo voleva sempre vicino a lui. Un giorno, lo invitò a fare un bagno presso una piscina pubblica, ma, quando il santo si immerse nell’acqua, lo stesso emise un forte profumo che fece, ulteriormente, ampliare la devozione della gente nei suoi confronti.

In quell’occasione, la moglie del governatore si innamorò del giovane Elia e tentò di sedurlo: Elia la rifiutò e per la delusione, la donna cadde in depressione e si ammalò gravemente. Elia fece subito il miracolo di guarirla, ma dovette sudare le proverbiali sette camicie per farle tornare la serenità. Dato che la situazione in Calabria sembrava essere tornata nella normalità, Elia e Antemio decisero di tornarsene a casa, ma il governatore, per trattenerli, li accusò di avere rubato delle suppellettili sacre: i due santi reagirono da reggini, convincendo, a forza di ceffoni, il governatore a rimangiarsi l’accusa.

Al ritorno in Calabria, i due Santi vennero accolti con molta devozione e ritornarono ad abitare presso l’oratorio di Sant’Eustrazio dove Elia incontrò il suo omonimo Elia il Giovane di Enna, che lo invitò a trasferirsi nel monastero delle Saline, nel territorio attraversato dal fiume Petrace, pressappoco la zona compresa tra i centri di Oppido Mamertina, Palmi e Gioia Tauro.

Dopo qualche tempo Arsenio comunicò a Elia che Rhegion sarebbe stata attaccata dai saraceni e, così avvenne; Elia, da buon riggitano, si rifugiò in motta Sant’Agata, uscì al termine dell’attacco dei saraceni e constatò che i saraceni avevano profanato la tomba di Arsenio a Sant’ Eustrazio tentandone di bruciare, che però risultò essere miracolosamente ignifugo

Nel frattempo Sant’Elia il Giovane di Enna designò come suo successore il nostro Elia, ma da una parte ci fu un ammutinamento dei monaci delle Saline, che non lo avevano in particolare simpatia, dall’altra il nostro eroe non aveva proprio voglia di impelagarsi in tali attività amministrative. Comunque, Daniele, l’abate eletto dai monaci, comunicò a Elia la morte del suo padre spirituale, che dispiaciuto, si mise subito in marcia per andargli a rendere omaggio, impiegando per arrivarci una lunga e calda giornata estiva.

Daniele, per evitare rogne, sperando che se ne andasse non aprì subito a Elia, ma lo lasciò fuori sino a sera, quindi lo accolse, per capire le sue intenzioni; resosi conto che Elia a tutto pensava, tranne che a reclamare il suo posto e pensando che fosse stanco morto Daniele lo invitò ad andare a dormire, mentre quest’ultimo,per sfregio, lo invitò ardentemente a vegliare con lui in preghiera tutta la notte. Dato che alle Saline c’era
troppa gente per i gusti di Elia, scoprì che a Melicuccà vi era una grotta dove viveva un eremita di nome Cosma ed il suo discepolo Vitale, per cui pensò di trasferirsi da loro.

Cosma e Vitale lo accolsero senza problemi, ma crescendo la fama di Elia, si ritrovarono la grotta piena di aspiranti monaci; per cui per quieto vivere, Elia cambiò spelonca, scegliendone, per non avere ulteriori rotture di scatole da estranei, una nascosta dalla boscaglia e difficile da raggiungere a causa di molteplici burroni, cosa che gli portò il soprannome di speleota, abitatore di grotte. Il trasloco fu del tutto inutile; anche in quel caso si ritrovò circondato da poco desiderati discepoli, così fu costretto a fondare un convento, costituito da una moltitudine di grotte, aulinae, popolate da eremiti, dove
morì novantaseienne, lui che era di salute cagionevole, dopo settantun anni di vita ascetica, l’11 settembre di un anno imprecisato, in presenza di Vitalio vescovo forse di Tauriana.

Il 960, tramandato convenzionalmente come anno della morte, è altrettanto incerto quanto la data di nascita: l’ultimo avvenimento databile con certezza nella vita di Elia è la rivolta del patrizio e stratego della Calabria Giovanni Byzalon contro l’imperatore bizantino. Elia avrebbe esortato invano il ribelle a ravvedersi e ne previde infine la morte violenta

monastero

Convento che ebbe i favori degli imperatori bizantini, che gli donarono randi possedimenti, fra cui la vasta contrada Bosco, e molte dipendenze e villani e che a breve si trovò circondato da una cittadina: vi era sulla costa un centro commerciale (emporion), la cittadina di Sicri, i cui abitanti, per sfuggire alle scorrerie saracene si spostarono probabilmente nella valle di Melicuccà, dove vegetava il bagolare (in
greco melikokkos) e dove scaturivano abbondanti sorgenti, incrementando il preesistente insediamento agro-pastorale.

Dopo la conquista normanna, come accadde a tutti i conventi bizantini, cominciò la sua decadenza.Nel 1162 il convento ospitava 13 tra ieromonaci e monaci (Pacomio, Nettario, Antonio, Charitone, Elia, Bartolomeo, Blasio, Jacopo, Nicodemo, Metonio, Gerasimo, Cosma, Nifone), come appare dal contratto di vendita redatto in quell’anno e pubblicato da Guillon. Nel 1325 Il monastero era incluso nelle liste delle decime come
risulta dalle Collettorie dell’Archivio Segreto Vaticano, e pagava “tar. septem et gr. decem”. Nel 1457 la visita di Atanasio Calceopulo registra nel “Monasterium Sancti Eliae de Spelunca” solo due monaci e due inservienti: “invenimus abbatem Arsenium cum quoddam fratre Andriano et duobus aliis parvulinis”. Il convento, soggetto alla diocesi di Mileto, è ormai “totum ruinatum”. Il 29 aprile 1551, la visitazione dell’Archimandrita d. Marcello Terracina, ordinata da Papa Giulio III, trova “tantum unum monachum graecum ordinis Sancti Basilii”. Nel 1601 il monastero fu affidato ai Cavalieri di Malta
dell’Ordine gerosalemitano che tenevano la Commenda di Melicuccà. P. Fiore annovera il convento tra i “Monasterij basiliani con ancora in fiore l’osservanza monastica” nel 1743.

Il 2 agosto 1747, un giovane di Melicuccà, Antonio Germanò, ne scoprì le ossa ed alla sola vista delle reliquie sarebbe miracolosamente guarito da una grave malattia, cosa che sembrava potere rilanciare il culto del santo e i relativi pellegrinaggi, tanto che nel 1748, l’Abate basiliano d. Basilio Grillo intraprese la costruzione di un nuovo monastero entro le mura di Melicuccà, in contrada Castello, ma la fabbrica si arrestò con il terremoto del 1783 che provocò la morte di tre dei nove monaci che allora vivevano nel monastero, la rovina del complesso monastico e il crollo di alcune grotte site tra l’edificio e la grotta grande, le quali furono seppellite totalmente o parzialmente da cospicui smottamenti di tufo.Dopo il terremoto, Ferdinando IV di Borbone decretò la soppressione dei conventi, i cui beni furono incamerati dalla Cassa Sacra e devoluti a favore dei sinistrati.

Oggi sono rimasti i resti del cenobio e delle fabbriche annesse (cantina, mulino, palmenti, necropoli) e la miracolosa sorgente detta “acqua del giardino di S. Elia” una specie di acquasantiera in pietra che raccoglie l’acqua che gocciola all’interno della grotta.

Un pensiero su “Sant’Elia lo speleota

  1. Pingback: San Fantino il giovane | ilcantooscuro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...