Dall’India alla Grecia Parte VII

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Nel 185 a.C la lunga agonia dell’impero Maurya ebbe termine: l’ultimo sovrano della dinastia, Bṛhadratha fu deposto e ucciso nel corso di una rivolta scoppiata durante una sua ispezione alle truppe reali, rivolta capeggiata da Puṣyamitra Sunga, un brahmano a servizio dei Maurya come generale dell’esercito (senapati). Il nuovo governo è presentato dalle fonti indiane come profondamente ostile al buddhismo, e parla di persecuzioni violente che si concretizzano in distruzioni di monasteri buddhisti con relativa uccisione di monaci, abbattimento di santuari e razzie di reliquie.

Oltre a questa politica di restaurazione religiosa, i Sunga associarono una politica di accentramento amministrativo, che però andava in conflitto con gli interessi delle minoranze greche presenti nell’India nord-occidentali, di religione buddista, gelose della loro autonomia, garantita dai trattati con i Seleucidi e dalla protezione dei Maurya: dato che i Sunga non volevano sentire ragioni ed erano poco propensi al compresso, i greci dell’India, per avere protezione, decisero di rivolgersi agli altri stati ellenistici.

Dato che i Seleucidi avevano ben altro in testa rispetto all’India, si rivolsero ai più vicini greco-battriani. Il loro re Demetrio I, li accolse a braccia aperte, sia per la sua ambizione di emulare Alessandro Magno e per la brama di ricchi bottini, sia perché, data l’espansione dei Parti, l’utilizzo delle vie carovaniere terrestri risultava sempre più oneroso per i mercanti battriani. Era necessario trovare un’alternativa, che poteva consistere nella conquista dei porti indiani, in modo da commerciare via mare con l’Egitto tolemaico.

Per cui, intorno al 180 a.C. Demetrio intraprese la sua grande spedizione: due potenti eserciti invasero l’India, l’uno da Nord guidato da Apollodoto, forse cugino di Demetrio, l’altro da Ovest guidato da Menandro, uno dei generali di Demetrio. Non è agevole seguire l’esatto svolgersi degli avvenimenti, perché le fonti di parte greco-romana sono confuse e contraddittorie, e quelle di parte indiana pressoché inesistenti: se si escludono allusioni isolate in opere letterarie, l’unico testo di un certo valore è lo Yuga-Purāṇa (“Storia delle età”), che, risalendo attorno al 250 d.C. , è comunque lontano
centinaia di anni dagli avvenimenti, che peraltro non vengono riferiti come una narrazione storica, bensì prospettati in forma di profezia.

Demetrio potrebbe aver iniziato riconquistando la provincia di Arachosia, un’area a meridione dell’Hindu Kush già abitata da molti Greci ma governata dai Mauryani sin da quando Chandragupta Maurya aveva liberato quel territorio da Seleuco I Nicatore. Nelle sue Stazioni parte, Isidoro di Charax menziona una colonia chiamata Demetrias, probabilmente fondata da Demetrio:

Più in là si trova l’Arachosia. E i Parti la chiamano India Bianca; ci sono la città di Biyt e la città di Pharsana e la città di Chorochoad e la città di Demetrias; poi Alexandropolis, la metropoli di Arachosia; è greca, e vi scorre attraverso il fiume Arachotus. Fino a questo luogo il territorio è sotto il dominio dei Parti.

Una dedica in greco incisa su pietra e scoperta in Kuliab, un centinaio di kilometri a nord-est di Ai-Khanum, menziona vittorie del principe Demetrio durante il regno di suo padre:

Eliodoto dedicò questo altare fragrante […] affinché il più grande di tutti i re Eutidemo, come pure suo figlio, il glorioso, vittorioso e notevole Demetrio, siano preservati da tutte le preoccupazioni, con l’aiuto della Fortuna con pensieri divini.

Poi, dato che l’appetito viene mangiando, le truppe greche arrivarono a conquistare la capitale Maurya, Paṭaliputra, sul Gange, come accennato da Strabone

Quelli che vennero dopo Alessandro andarono al Gange e a Pataliputra

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I Greci che portarono la Battria alla rivolta divennero così potenti grazie alla fertilità del paese che divennero signori, non solo dell’Ariana, ma anche dell’India, come dice Apollodoro di Artemita: e più tribù furono sottomesse da loro che da Alessandro – da Menandro in particolare (almeno se attraversò realmente l’Hypanis verso est e se avanzò fino all’Imaüs), in quanto alcuni furono sottomessi da lui personalmente e altri da Demetrio, il figlio di Eutidemo re dei Battria

La conquista non fu solo una spedizione di saccheggio, ma Demetrio, in qualche modo, cominciò a organizzare le nuovo province e si mise d’accordo con il re Kharavela di Kalinga, la nostra Orissa, per spartirsi i resti dell’impero Sunga.

In grazia di questi avvenimenti, Demetrio si attribuì il titolo di “invincibile” (ἀνίκητος) e fece coniare monete in cui appare con una proboscide di elefante, simbolo del suo dominio sull’India: alcune monete sono bilingui, con scritte in greco e in pracrito. In sostanza con Demetrio II cominciò a prendere corpo l’esistenza di un regno indo-greco che non si estese solamente sulle estreme propaggini dell’India nord-occidentale, ma penetra in profondità nell’India centro-settentrionale fino all’Himalaya. Nei territori controllati dai re indo-greci si insediarono corpose comunità greche, che divennero in
alcuni casi vere e proprie colonie, con un governo stabile e leggi autonome, e in sostanza con una costituzione ispirata a quella delle poleis greche.

Nel 162 a.C. però, Demetrio morì improvvisamente e di fatto si replicò quanto accaduto con Alessandro Magno: i suoi domini si frantumarono e si scatenò una feroce guerra civile tra i suoi parenti e collaboratori, casa testimoniata dal Yuga Purana, che così narra

Gli Yavana, infatuati della guerra, non resteranno a Madhadesa (la “Terra di Mezzo”, Madhya Pradesh). Ci sarà un accordo tra loro per andarsene, a causa dello scoppio di una terribile e terrificante guerra nel loro reame

Di questo caos ne approfittò tra l’altro Kharavela di Kalinga, che occupò e annesse Pataliputra. Al seguito della guerra civile, i domini battriani furono così spartiti:

  • A Pantaleone toccò Arachosia e il Gandhara. Lui fu il primo a coniare monete indiane, coniata, imitando quanto fatto in Cina, in una lega rame-nickel
  • Antimaco ed Eudemo si spartirono la Battriana
  • Ad Apollodoto toccarono i domini in India

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Il relativo equilibrio ottenuto a valle di tale spartizione, però fu messo in crisi dall’ambizione di Antioco IV di restaurare il dominio seleucide in oriente: mentre guerreggiava contro i Parti, il re seleucide incaricò il cugino Eucratide di sottomettere la Battriana, incarico che portò a termine senza troppe difficoltà. Alla morte di Antioco, che lasciava come erede un bambino di nove anni, Eucratide proclamò l’indipendenza e invase i territori toccati in sorte ai discendenti di Pantaleone, scatenando una guerra fratricida con gli Indogreci, di cui ne approfittarono i Parti, la città di Herat cadde nel 167 a.C. e i Parti riuscirono a conquistare due province tra Battria e Partia, che Strabone chiama i paesi degli Aspioni e dei Turiua e che terminò con la sua morte. Secondo Giustino

Mentre Eucratide tornava dall’India, fu ucciso sulla via del ritorno da suo figlio, che aveva associato al governo e il quale, senza nascondere il proprio parricidio, come se non avesse ucciso un padre ma un nemico, passò col proprio carro sul sangue del proprio padre e ordinò che fosse lasciato senza sepoltura

In realtà, è probabile che Giustino abbia equivocato le fonti e che Eucratide fosse stato sconfitto e ucciso dal re indo greco Menandro: in Battriana la transizione sembra essere avvenuta senza troppi scossoni, con i suoi figlio Eliocle e ed Eucratide II che si divisero l’eredità in maniera assai amichevole. Al primo toccò la Battriana vera e propria, al secondo la zona dell’Hindu Kush. Negli anni successivi, avvennero due avvenimenti importanti: il primo, fu l’invasione della Battriana da parte degli Sciti, seguiti poi dagli Yuezhi, dopo una lunga migrazione lungo il confine della Cina. Intorno al 125 a.C., il re greco-battriano Eliocle, probabilmente durante questa invasione, e il Regno greco-battriano vero e proprio terminò di esistere, come raccontato da Strabone

I nomadi più famosi sono quelli che hanno tolto la Battriana ai Greci: gli Asioi, i Pasianoi, i Tocharoi e i Sakaraukai, che partirono dal territorio al di là dello Iaxartes, presso i Sakai e i Sogdianoi, controllato dai Sakai

 

Il secondo è l’ascesa di Menandro, che dopo avere sconfitto Eucratide, si dedicò alla riconquista dei territori di Demetrio in India. Da quanto sappiamo, i suoi territori si estendevano dalle regioni orientali del regno greco di Battria (dal Panjshir e Kapisa) alle moderne province pakistane del Nord Ovest e del Punjab, agli stati indiani del Punjab, dell’Himachal Pradesh e dello Jammu, con diversi vassalli a sud e ad est, probabilmente fino a Mathura. Ebbe come capitale Sagala. A testimonianza della fama delle sue conquiste,nell’antichità, per lo meno a partire dal I secolo, col nome di Menander Mons, “Monte di Menandro”, ci si riferiva alla catena montuosa all’estremità orientale del subcontinente indiano, le moderne Naga e Arakan, come testimoniato dalle mappe basate sulla Geografia di Claudio Tolomeo, geografo ellenistico del II secolo.

Menandro, benché coniasse monete con rappresentate le divinità greche, come ad esempio Atena Alkidemos (“Protettrice del popolo”), fu un devoto buddista, tanto da diventare protagonista del Milindapañha, un dialogo tra lui, che viene descritto come costantemente accompagnato da 500 soldati Yona (ionici, cioè greci), e da due consiglieri di nome Demetrio e Antioco e il monaco Nāgasena, in cui si approfondiscono numerosi aspetti del buddismo.

Alla sua morte gli succedette la moglie Agatocleia, come tutrice per il figlio Stratone I e avvenne una nuova fase centrifuga della compagine indo-greca, interrotta dai brevi e fallimentari tentativi di due ambiziosi re, Filosseno e Ippostrato, di riunificare tutti i territori nelle loro mani.

In Occidente, gli eredi di Eliocle, per sopravvivere, si allearono con gli Yuezhi, sulle monete di Zoilo I viene raffigurata la clava di Ercole con un arco ricurvo del tipo usato sulle steppe all’interno di una corona della vittoria, per poi essere conquistati dagli sciti, il regno dell’ultimo re indo-greco, Stratone II, cadde il 10 a.C.; in realtà, gli sciti, in pochi anni, divennero più greci degli indo-greci, tanto da adottare la loro lingua, ad esempio il loro re adottava come titolo Basileos Basileon Megalou, i loro usi e la religione buddista.

In Oriente,gli Indo-Greci regnarono fino a Mathura ancora nel I secolo a.C.: l’iscrizione di Maghera, proveniente da un villaggio sito nei pressi di Mathura, registra l’inaugurazione di un pozzo «nel centosedicesimo anno di regno degli Yavana», che potrebbe essere identificato non oltre il 70 a.C.Poco dopo i re indiani riconquistarono l’area di Mathura e il Punjab sud-orientale, a oveste del fiume Yamuna, iniziando a coniare monete proprie. Gli Arjunayana, nell’area di Mathura, e gli Yaudheya celebrarono le proprie vittorie militari sulle rispettive monete (“Vittoria degli Arjunayana”, “Vittoria degli Yaudheya”). Durante il primo secolo i Trigarta, gli Audumbaras e infine anche i Kuninda (i più vicini al Punjab) iniziarono a coniare le proprie monete, solitamente con uno stile molto simile alla monetazione indo-greca.

Il periodo indo-greco, in cui si confrontarono due diverse culture, fu fecondo di innovazioni culturali. Vi furono Influssi buddhisti nella filosofia e nelle monete dei re indo-greci: Agatocle, fece ad esempio coniare monete di forma quadrata in cui appaiono su uno dei lati il leone (simbolo buddhista) e sull’altro la dea indiana Lakṣmī. Il cakravarta o ruota della legge comparve in monete dell’età di Menandro. E sempre a partire da Menandro apparve anche sulle monete la denominazione del sovrano come dharmika ‘seguace del dharma’.

Al contempo, gli indo-greci diedero un contributo fondamentale alla definizione dell’iconografia buddista: partendo dall’esperienza delle tombe a tumulo dei re macedoni, perfezionarono e canonizzarono le architetture degli stupa, definorono l’iconografia con cui è rappresentato Buddha e altre figure divine di quella religione.

Se l’influenza ellenica nella letteratura indiana è oggetto di infinite controversie, questo è più assodato in ambito matematico e scientifico. Benché non mancassero, fin dai testi vedici più antichi, prove dell’interesse degli Indiani per l’osservazione e la descrizione dei fenomeni celesti, il primo trattato sistematico sull’argomento è un’opera la cui ascendenza greca è rivelata già dal titolo di Yavanajātaka (“I detti dei Greci”); si tratta della ripresa di un’opera greca scritta in Egitto attorno alla fine del II sec. a.C. e tradotta attorno al 150 d.C. da un personaggio dal nome trasparente di Yavaneśvara (‘signore dei Greci’). Successivamente il materiale fu rielaborato e ridotto in versi. Altre opere di astronomia e astrologia riconducibili a modelli greci sono la Paulisa Siddhānta (‘Dottrina di Paolo), traduzione in sanscrito dell’opera astronomica di Paolo di Alessandria (IV sec. d.C.) e la Romāka Siddhānta (‘Dottrina dei Romani’) un’opera di astronomia basata su trattati occidentali (‘Romani’).

Queste opere ebbero un influsso importante sullo sviluppo di un pensiero scientifico locale che a sua volta diede poi luogo, attraverso la mediazione araba, a influenze anche importanti sulla scienza occidentale. Non si dimentichi che siamo debitori alla scienza indiana delle cifre che usiamo oggi abitualmente, perché quelle che chiamiamo “cifre arabe” in realtà furono inventate dagli Indiani, e da qui passate nel mondo occidentale attraverso la mediazione araba.

Tra l’altro, secondo un mito induista l’astronomia «fu rivelata dal Sole stesso agli Yavana (…), quando questo dio, esule del cielo, s’era rifugiato in Romakaputra “la città dei Romani”» il che, detto fra noi, ricorda parecchio la versione latina del mito di Saturno…

2 pensieri su “Dall’India alla Grecia Parte VII

  1. Pingback: Dall’India alla Grecia (Parte VIII) | ilcantooscuro

  2. Blog pazzesco! Ti scopro solo oggi, ho un sacco di arretrati da recuperare….cercavo info sulla numismatica dei regni indogreci e grecobattriani e ho scoperto un mondo qui… Complimenti.

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