L’arco di Malborghetto

Quando si parla di Arco di Costantino, la mente corre immediatamente al monumento accanto al Colosseo. In realtà, a Roma, ve ne sono almeno altri due. Il primo è l’Arcus Divi Constantini citato dai Cataloghi regionari presso il Velabro, meglio conosciuto da noi romani come Arco di Giano; recenti restauri ne hanno confermato tale attribuzione. Il monumento fu probabilmente fatto erigere dai tre figli di Costantino e data la presenza nella vicina chiesa di San Giorgio al Velabro di alcuni frammenti di un’iscrizione monumentale, non più ricostruibile, in parte riutilizzati come blocchi di muratura e in
parte per rilievi medioevali, che potrebbe essere stata quella presente sull’attico dell’arco, in cui si allude alla vittoria dell’Imperatore su un Tiranno, dovrebbe celebrare l’anniversario della vittoria di Costantino su Massenzio o su Licinio.

Il secondo, è assai meno noto e conosciuto al romano medio, anche perché, a sua parziale discolpa, ha perso il nome e la forma di arco, è il cosiddetto Casale di Malborghetto, una semplice e tozza fortezza medievale, ora sede di un museo e di un distaccamento della Sovraintendenza, che si incontra quando si percorre il diciannovesimo chilometro della via Flaminia, nel punto in cui da questa, la via Trionfale, si staccava la via Veientana, che la collegava al sito dell’antica città etrusca di Veio.

In origine l’arco era un tetrapylon, a pianta rettangolare ricoperto di marmo e travertino, con i lati più lunghi dalla parte della Via Flaminia, ed era coronato da un attico a copertura piana, su cui erano presenti numerose statue, probabilmente una serie di trofei e una quadriga trionfale.Parlando dei dati tecnici, i pilastri poggiano su fondazioni singole in opus caementicium, sulle quali si imposta una platea di blocchi di travertino; ugualmente costituiti in opera cementizia, composta da scapoli di tufo di Grotta Oscura e malta pozzolanica, i quattro pilastri appaiono rivestiti da un paramento laterizio di
mattoni triangolari o trapezoidali, ottenuti da bipedali. I fornici si presentano semicircolari sui lati lunghi, in cui si nota una doppia ghiera di bipedali, ed ellittici sui lati brevi.

Al di sopra dei pilastri sono impostate quattro volte a botte realizzate con un sistema di nervature laterizie, terminanti in una volta a crociera centrale. La trabeazione in marmo presenta alcuni settori aggettanti corrispondenti, su ognuna delle fronti principali, a quattro colonne a fusto scanalato con capitello corinzio e base composita, ciascuna delle quali era posta su basamento singolo, non collegato alla struttura dell’arco che, alla loro altezza, presentava delle lesene. Dell’architrave e del fregio rimangono purtroppo in situ solo pochi elementi.L’attico, del quale non è nota l’altezza totale, è leggermente rientrante; esso era suddiviso, all’interno, in tre settori tramite due muri nei quali si aprivano due aperture ad arco. È probabile che, esternamente, i muri corrispondessero a delle lesene impostate al di sopra degli elementi verticali inferiori.

Dopo la caduta dell’impero d’Occidente, il luogo rimase abbandonato per secoli; nell’ XI secolo, l’arco fu trasformato in chiesa a croce greca, dedicata alla Vergine Maria, con la chiusura dei quattro fornici e la costruzione di un’abside sul lato orientale. La Flaminia, che originariamente passava sotto l’arco, fece un’ampia deviazione intorno all’edificio. Questo cambio d’uso probabilmente fu legato alla fondazione, nell’area adiacente di un piccolo stanziamento agricolo, tanto che le prime notizie ufficiali che citano l’area di Malborghetto, un atto di compravendita in una divisione di beni di proprietà della famiglia Orsini risalente al 1256, parlano di un piccolo borgo protetto da una doppia cinta muraria, il che fa anche pensare come i dintorni non fossero poi così tranquilli.

Questa insicurezza portò nel 1263 all’inserimento nella cinta muraria di un castrum, denominato dalle fonti Burgus S. Nicolai de arcu Virginis, che fu ampliato e rimodernato a fine Trecento. Il toponimo di Malborghetto risale invece a tempi più recenti, quando, il luogo subì una quasi completa devastazione attribuita agli stessi Orsini nel 1485 a causa del fatto che il fortilizio era stato occupato dai Colonna, sostenitori del papa e acerrimi nemici degli Orsini. Questi ultimi, alleatisi con gli uomini del Castrum Sacrofani (l’attuale Sacrofano), riuscirono a prendere possesso e a incendiare l’intero borgo.

Pochi anni dopo, divenne proprietà del Capitolo di San Pietro, che, nell’ottica di migliorare le difese avanzate di Roma, decise di rifortificare l’area; come consulente di tale progetto, fu coinvolto Giuliano da Sangallo, che tra l’altro fu il primo a capire come ci si trovasse davanti a un arco romano e a tentare, con parecchia fantasia una sua ricostruzione. In suo disegno, probabilmente anteriore al 1494, è presente un’attico, del tipo “a frontone”, raffigurato con un coronamento di forma conica, costituito da laterizi rivestiti da blocchi di travertino, sulla cui esistenza ci sono numerosi dubbi

Nel 1567, l’intero complesso, ridotto ai minimi termini fu ceduto a Costantino Pietrasanta, un aromatarius, cioè un erborista milanese che viveva a Roma, in via della Scrofa, che provvide alla sua radicale ristrutturazione, dandogli l’aspetto attuale. Tali lavori sono ricordati da una scritta in lettere dipinte su maioliche visibili oggi sul frontone meridionale sotto il tetto. La scritta recita: “COSTANTINUS PETRASANTA (A) Smi PII V(.) MAX s RESTAURAV it.” Al di sopra della scritta una mattonella rettangolare recava la data del restauro definitivo: 1567, insieme a un piccolo stemma della Basilica Vaticana.
Negli anni successivi diventò una taberna con ospitium per i pellegrini e come tale è indicato nelle mappe per arrivare a Roma, mentre nel XVIII sec. fu affittato alle Poste Pontificie che ne fecero una stazione di posta tra Prima Porta e Castelnuovo di Porto. Mantenne questa funzione sino a quando Pio VI, collegando Civita Castellana alla via Cassia, soppresse il servizio postale lungo il tratto suburbano della via Flaminia.

Nel 1892, venne finalmente acquistato dallo Stato Italiano e restaurato; la svolta sulle ricerche intorno a Malborghetto, avvenne però a inizio Novecento, quando giovane archeologo tedesco Fritz Toebelmann si trasferì in zona, studiando, con fare certosino, il monumento per oltre cinque anni. Lo studioso si accorse come la tecnica edilizia utilizzata fosse simile a quella Basilica diMassenzio; per di più scoprì su un mattone della volta porta un bollo con l’iscrizione OFCR AUG ET CAES NOS, ossia prodotto dall’officina di CR Augustorum et Caesarorum nostrorum quindi delperiodo tetrarchico, cose che permisero una datazione di massima dell’arco.

Toebelmann descrisse la sua scoperta in un volume nel 1912, ma non ebbe il tempo di approfondire oltre, perché nel 1914 dopo andò incontro a prematura morte nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. Nel suo saggio, però, lo studioso tedesco fu il primo a sostenere che tale monumento fosse stato eretto nel luogo dove le truppe di Costantino I si accamparono in attesa dello scontro con Massenzio in quanto, se avesse dovuto commemorare la vittoria, sarebbe stato collocato nel punto di inizio della battaglia e cioè in località Saxa Rubra o nel punto della sua conclusione cioè al ponte Milvio, deduzioni che furono anni dopo confermate dal grande archeologo italiano Gaetano Messineo.

Diversi studiosi hanno provato ad associare il monumento, situato presso castra aestiva costantiniani, si è supposto, alla leggendaria “visione” di Costantino; si narra infatti che il figlio di Costanzo Cloro vide al tramonto nel cielo il segno della croce e che “durante il sonno viene avvertito di far segnare sugli scudi il celeste segno di Dio e di dar battaglia”. Ipotesi che però si scontra con un dato di fatto: se l’arco avesse avuto una valenza, come dire, “religiosa”, sarebbe stato sicuramente sacralizzato e preservato dalla Chiesa Cattolica, trasformandolo in una sorta di reliquia, cosa che non è avvenuta.

In più la committenza, il Senato romano e l’occasione della costruzione, i decennalia, erano di estrazione pagana: probabilmente l’arco sarà stata una celebrazione di Costantino come protector militiae, cosa che sarà tenuta presente anche dai suoi figli, che quando costruirono il nuovo arco nel Campo Boario, replicarono esattamente le stesse dimensioni dell’arco del suburbio.

2 pensieri su “L’arco di Malborghetto

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