I micenei odiavano le epigrafi…

Lineareb

Facendo i conti della serva, sui 6.000 testi in lineare B che abbiamo attualmente trovato, il 99% è inciso su documenti d’argilla o dipinto su vasi, mentre uno o due documenti sono incisi su pietra, uno lo è su un ostrakon uno su un sigillo e uno su un pendente d’ambra.

Ora dato che la pietra, come materiale, dovrebbe essere assai meno deperibile dell’argilla, statisticamente il rapporto dovrebbe essere molto diverso: per cui dobbiamo arguire come i micenei non la utilizzassero. Il che a dire il vero, è testimoniato dal fatto che, come d’altra parte i minoici, non avevano alcun interesse, a differenza dei greci dell’antichità classica, dei romani e delle civiltà vicino orientali loro contemporanee, per una scrittura come dire, “monumentale”.

Insomma, i micenei odiavano scrivere epigrafi: problemi loro, risponderebbe il buon Li er barista… In realtà questa assenza rappresenta un indizio di una visione del mondo peculiare: da una parte si scrive su pietra non per se stessi, ma per i posteri, tracciando delle informazioni, connesse a un documento pubblico oppure qualcosa di privato ma estremamente standardizzato, per esempio le lapidi tombali, che si vogliono conservare per sempre.

Scrivere epigrafi significa fissare dei punti fermi nel fluire del Tempo. Affermazione banale, che presuppone almeno tre concetti, che noi moderni diamo per scontati:

  1. L’esistenza del Mutamento, ossia che non tutto ciò che esisterà è esistito o esiste attualmente, che può essere associato a un divenire lineare, il nostro Futuro o a uno ciclico.
  2. Senza il concetto di Mutamento è possibile la mera ‘reazione’ ma non l”azione’, in quanto l’agire richiede la capacità di anticipare il mutamento, Le immagini del mutamento (fini, obiettivi, intenzioni, speranze, paure, aspirazioni) rientrano tra le cause dell’azione presente.

Per cui, è possibile che i minoici e micenei avessero una concezione del Tempo ben diversa dalla nostra, da quella dei popoli anatolici e mesopotamici e dell’età classica, non legata al chronos, a ciò il cui cambiamento è misurabile e determinabile, ma alla dialettica tra quello che gli elleni definivano Kairos, il momento indeterminato nel quale “qualcosa” di speciale accade e l’Aion, l’eternità. Come in tanti popoli primitivi, esisteva una sorta di lungo presente, specchio ed epifania dell’Eterno, che si concretizzava tramite le dimensioni del Sacro e del Mito e il rito, di cui erano garanti le élites palaziali.

Dall’altra, l’epigrafe è nelle società del Vicino Oriente e dell’età Classica il principale canale di comunicazione fra Stato e Cittadini. Si potrebbe azzardare un paragone tra le epigrafi antiche e i nostri mezzi di comunicazione di massa, mutatis mutandis, ossia il modo primario in cui il Potere costruisce la sua immagine

A differenza di altre forme antiche di comunicazione, le iscrizioni non costituiscono una categoria esclusiva per pochi eletti, ma sono potenzialmente rivolte a tutti: i destinatari sono infatti non solo tutte le persone alfabetizzate, in grado di leggere e decodificare il messaggio scritto, ma anche i semianalfabeti, che potevano avvalersi di “esegeti” o “letterati” per la lettura, la spiegazione o il riassunto dei testi.

L’epigrafe, citando un saggio di Susini, come medium, implica almeno tre effetti specifici sui suoi destinatari

  1. la persuasione dell’importanza della scrittura, che impegna il suoestensore e tutti i protagonisti che vi sono evocati (una gens, una respublica, una collettività) alla veridicità di quanto vi si legge ed alla fedeltà ai valori espliciti od impliciti nel testo, anche in correlazione agli apparati figurativi e monumentali che eventualmente corredano il supporto;
  2. di conseguenza, il senso di sicurezza che promana dal monimentum e dalla sua scrittura, proprio perché concettualmente imperituri: la gente sa di ritrovare in quell’orizzonte quella scrittura, che diviene con ciò un luogo comune dell’esperienza, cioè del quotidiano, e della memoria;
  3. infine, una scrittura su materiale durevole impegna il committente, l’estensore, lo scriba o scriptor, nonché il lapicida ad un prodotto “di riguardo”, consentaneo quindi ai sentimenti di garanzia che la scrittura suscita nel lettore: costui ne è anche il controllore ed il censore, e tutto deve quindi compiersi perché la scrittura risulti gradevole, perspicua, corretta, quindi ammirabile.

La rinuncia a questo medium da parte dei wanax e dei lugal, oltre a evidenziare la scarsissima alfabetizzazione della società micenea, in cui la scrittura aveva una funzione burocratica e contabile, tanto da scomparire al seguito del collasso del sistema palaziale in cui era integrata, implica da una parte il primato dell’oralità, con la centralità del ruolo dell’aedo nel tramandare la Storia e il Sapere, riscrivendoli rendendoli atemporali, dall’altra l’utilizzo, in maniere analoga a tante altre società primitive, del Rito e dell’Economia del dono come strumento di comunicazione e di raccolta del consenso.

Comportamenti ben diversi dai loro vicini Ittiti e Luvi, fissati per le epigrafi monumentali… E lo iato culturale tra le due diverse visioni del mondo, che, in aggiunta ai contrasti geopolitici, furono alla base dei tanti equivoci e malintesi che appaiono nelle tavolette di Hattusa…

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