Aveia vestina e Forcona

Aveia

La strada che da Bagno, ora frazione de l’Aquila, ma che sino al 1927 fu comune autonomo, prosegue sino all’altopiano delle Rocche, dove parecchi romani vanno l’inverno a sciare, ai tempi dell’antica Roma, che in epoca preromana, quando questo faceva parte del territorio degli Equi, collegava le due grandi direttrici abruzzesi, quelle che in epoca storica diventeranno la Via Tiburtina -Valeria- Claudia (da Roma per Ostia Aterni, l’odierna Pescara) e la Via Claudia Nova (da Foruli, l’odierna Civitatomassa a Bussi).

Le fonti storiche non ci tramandano il nome di questa strada, che l’archeologo Bunsen nella prima metà del XIX secolo volle chiamare via Claudia. In un lavoro più recente Orsatti ritiene che questa via sia stata un diverticolo della Via Poplica Campana. Una delle prime località incrociate da questa strada era Aveia vestina, la nostra Fossa, di cui ho parlato per la necropoli con i menhir, che per secoli ha goduto della fama di città perduta: solo nel 1773 fu identificata dall’abate archeologo e filosofo Vito Maria Giovenazzi ebbe l’intuizione e il merito di riconoscerne e identificarne i pochi resti evidenti, in particolare un’iscrizione su roccia che attesta il culto di Bacco e Silvano, tracce di mura, l’ara Fossae, in cui sotto una grotta artificiale una lapide attesta il culto del Sole Invitto

Pesando Fossa Fig.7

Nel 1965 è stato scoperto un piccolo acquedotto, mentre nel 2017, a valle della ricostruzione post sisma saltarono fuori grandi basoli calcarei accostati gli uni agli altri con tecnica accurata e raffinata, su cui si vedevano ancora le profonde incisioni dovute all’intenso traffico dei carri: era una strada monumentale,riconducibile all’antica via Claudia Nova, di cui non si avevano finora tracce certe nella conca aquilana.

strada_aveia

Si trattava di un tratto integro della lunghezza di circa 30 metri e della larghezza stimata di 4-5 metri (la via Appia antica è larga poco più di 4 metri) affiancato da un marciapiede porticato largo oltre 2 metri e dalle adiacenti costruzioni monumentali andate distrutte. E’ così che doveva mostrarsi nel I secolo a.C. il cardo maximus della città di Aveia. La città romana era strutturata su terrazze urbane degradanti sul versante montano e caratterizzata da una città alta, probabilmente monumentale, e da una città bassa che lambiva il corso del fiume Aterno, quella legata alle attività commerciali e di servizio del tratturo. Il percorso della Mura è come accennavo l’unica cosa ancora perfettamente leggibile, con il tratto monumentale meridionale che risale il versante fino al cosiddetto “Torrione” del borgo medievale.

Quando Aveia fu saccheggiata dai goti, per poi scomparire nel VII-VIII secolo d.C., probabilmente per i danni dovuti a catastrofi naturali (allagamenti, frane della montagna o terremoti), il suo posto fu preso, come sede della diocesi ecclesiastica, da un suo vicus, Frustenias, un insediamento dell’Età Tardo repubblicana. Grazie ai numerosi dati epigrafici e ai reperti portati alla luce, a differenza di Aveia abbiamo un quadro abbastanza chiaro dell’area.

Nel centro abitato, tra gli edifici più recenti spiccavano e spiccano tuttora tratti di mura, le strutture romane sottostanti l’antica Cattedrale di San Massimo, i resti di un complesso termale che sono stati inglobati nelle fondazioni dell’edificio cinquecentesco di Villa Oliva, il tempio dedicato a Feronia, rinvenuto e reinterrato negli anni Settanta, oltre a numerose iscrizioni funerarie e dedicatorie, che confermano l’esistenza di un centro abitato d’età romana.

Gli scavi condotti dal 1995 al 2000 hanno contribuito però permesso spero di scoprire la grandiosa opera di monumentalizzazione realizzata dai romani attraverso un intervento programmato sulla pianura posta sul versante settentrionale del Colle Moritola, dove i punti di maggiore pendenza ed instabilità erano stati rafforzati da una complessa struttura in muratura. Il complesso edilizio consisteva in un ampio terrazzamento artificiale che ospita una serie di edifici collegati tra loro, ognuno adibito a funzioni specifiche ed edificato in epoche diverse.

Gli ultimi scavi hanno infatti avvalorato l’ipotesi che la costruzione di questo grande complesso monumentale sia stata sviluppata in fasi successive, come dimostrano le diverse tecniche edilizie usate e lo studio della sequenza stratigrafica: alla fase più antica, che si colloca tra la fine del II e la metà del I sec. a.C., sono datate le strutture murarie in opera poligonale; all’epoca immediatamente successiva, inquadrabile grossomodo all’Età augustea, risale la fase di massima fioritura monumentale dell’area che era stata occupata in precedenza.

E’ in quel periodo che vengono infatti realizzate le strutture di sostegno della collina, sicuramente di grande impatto visivo e scenografico, e gli edifici soprastanti caratterizzati da una grande cura nell’esecuzione del progetto e dalla scelta dei materiali adottati, l’accuratezza delle decorazioni che comprendono pavimenti a mosaico e in opus signinum, affreschi e intonaci, rivestimenti in stucco. Durante l’Età imperiale si assiste ad interventi finalizzati alla modifica, seppure parziale, dell’assetto originario, attraverso la riorganizzazione e il rinnovo di alcuni spazi. Nel periodo tardo-imperiale si giunge all’abbandono volontario del complesso, testimoniato dalla scarsità di reperti, anche d’uso comune, ed il pianoro viene interrato. Tutta l’area resta poi inutilizzata per lungo tempo fino a quando, in Epoca altomedievale, si nota un parziale recupero di alcune delle strutture più antiche. La presenza di canalizzazioni per l’acqua, di ambienti decorati con mosaici e di vasche a livelli e profondità variabili ci narrano di un edificio concepito per la raccolta e l’utilizzo delle acque sorgive, ancora oggi abbondanti in zona.

Per cui, si può ipotizzare, sia per la datazione, sia per la struttura che il complesso fosse un qualcosa di analogo ai grandi santuari a terrazze tardo repubblicani, come quello di Iside all’Esquilino, quello della Fortuna Primigenia a Palestrina, di Ercole Vincitore a Tivoli e di Iuppiter Anxur a Terracina. E per la centralità del ruolo delle acque e delle grotte, poteva essere dedicato alla coppia sacra Feronia, dea della fertilità e delle acque e Soranus, signore del mondo sotterraneo, i cui sacerdoti, chiamati Hirpi Sorani (“Lupi di Soranus”, dalla lingua Sabina hirpus = “lupo”), tra le tante cose celebravano il dio camminando sui carboni ardenti, reggendo le interiora delle capre sacrificate.

Tornando alla storia di Frustenias, sappiamo che un suo vescovo di nome Florio partecipo’ al Concilio ecumenico di Costantinopoli presieduto da papa Agatone nell’anno 680. Con la caduta dell’Impero d’Occidente assistiamo intorno al IV secolo alla nascita della regione Valeria e Furcona vi fu annessa insieme ad Amiterno, Carsoli e Rieti e la città fu chiamata o Civitas Furconiae, nome derivato forse da Forum Conae,a sua volta derivante da laccoma (stagno o lago in latino), ad indicare la posizione nei pressi dei laghi di Bagno, o Civitas S. Maximi, in virtù del fatto che vi venne sepolto il martire Massimo d’Aveia. Questo, secondo la leggenda, nacque intorno all’anno 228 ad Aveia, da una famiglia cristiana. Fu imprigionato durante le persecuzioni di Decio tra l’ottobre 249 e il novembre 251. Condotto dinanzi al prefetto di Aveia, Massimo non abiurò e alla fine fu gettato dalla rupe più alta della città, detta Circolo e Torre del Tempio.

Dopo la guerra greco-gotica (535-553) Civitas Furconiae fu sottoposta all’esarcato di Ravenna per essere poi soggetto ai longobardi, probabilmente intorno al 571-574, divenendo un importante Gastaldato; ne abbiamo notizia in un placito dell’anno 776 del duca Ildeprando in Roma, in cui si cita il gastaldo furconese Majorano. Nell’anno 843, divenne parte della contea dei Marsi (autonoma dal ducato di Spoleto), costituita dalla Marsica e dai Gastaldati di Furcona, Amiterno, Rieti, Valva e Pinna, la quale nel 926 fu divisa in due comitati, uno orientale (con Penne, Teate ed Apruzzo) e l’altro occidentale (con Furcona, Amiterno, Valva, la Marsica e Rieti).

Nell’alto Medioevo il centro visse un nuovo periodo di fioritura sotto il controllo dell’abbazia di Farfa. Ospitò l’imperatore Ottone I di Sassonia e papa Giovanni XIII che, il 10 giugno 957, si recarono in visita ad omaggiare le spoglie di San Massimo.Il papa Niccolò II nell’anno 1059 consacrò san Raniero vescovo di Furcona con l’incarico di costruire la fabbrica della cattedrale di S. Massimo nel luogo della preesistente chiesa. Della costruzione di Raniero, rimangono purtroppo poche rovine: l’abside del Duecento con dentellature, le mura perimetrali, le colonne delle tre navate, le quali sono state recuperate nel VII secolo dalla città romana di Amiternum. Inoltre ci sono pervenute anche la torre campanaria quadrata con dentellature sul tetto con copertura lignea a capanna e le rovine del portico gotico interno con arcate a tutto sesto. Probabilmente, a sentire gli storici locali, la facciata era dominata da un grande rosone.

Nell’anno 1143 i normanni conquistarono la Marsica, annettendovi Furcona , Amiterno e Rieti; in quest’epoca , nell’anno 1158 Furcona era feudo di 1 soldato a cavallo. Forcona prese parte alla fondazione della città dell’Aquila, la sua tassa essendo di 8 once d’oro, ed il suo ‘locale’ era nel Quarto di S. Giorgio. All’edificazione del Duomo dell’Aquila — che accolse le spoglie di San Massimo — la diocesi di Forcona venne trasferita nella nuova sede con la bolla pontificia Purae fidei di papa Alessandro IV del 22 dicembre 1256.Berardo da Padula, già vescovo di Forcona, divenne de facto vesco dell’Aquila.

Come per tutti i centri della zona, la fondazione dell’Aquila provocò il loro progressivi spopolamento: sappiamo ad esempio che Forcona, nel 1508 risultasse abitata da 16 fuochi, pari a 81 persone

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