Palazzo Alliata di Villafranca

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Bologni, giunta a Palermo nel Quattrocento, a cui appartennero tra i tanti Antonio Beccadelli, detto Il Panormita, poeta, latinista e precettore del re Alfonso I di Napoli e Simone, uno dei tanti arcivescovi della città.

Nel 1576 don Alojsio di Bologna barone di Montefranco, aveva deciso di ristrutturare le cade dei vari rami della sua famiglia, creando un unico palazzo, punteggiato da cupole e torri svettanti che dal vicolo del Panormita si estendeva fin quasi all’antico Cassaro. L’anno successivo don Alojsio aveva promosso la costruzione della chiesa di S. Nicolò dei Carmelitani, proprio di fronte al suo palazzo, dove aveva commissionato anche la sepoltura per sé e i suoi eredi, sperando in una numerosa discendenza per perpetuare nel tempo il nome e il prestigio del suo casato. Ma il destino aveva disposto diversamente, infatti già col figlio Francesco si estingueva il ramo maschile della famiglia e meno di un secolo dopo la “domus magna” dei Bologna passava in proprietà degli Alliata di Villafranca.

Gli Alliata era una famiglia di origine toscana, che affermava di discendere da Datius, arcivescovo e santo milanese, da cui prende il nome Dacia Maraini, che è imparentata con tale famiglia. In epoca medioevale i fratelli Gaspare, Melchiorre e Baldasserre Alliata avrebbero partecipato alle crociate e nella stessa epoca sarebbe vissuto il beato Signoretto Alliata, morto durante la presa di Gerusalemme. Nel XII secolo la famiglia Alliata era attestata a Pisa, proprietaria dell’omonimo palazzo sul lungarno Gambacorta, dove si dedicava al commercio e alle attività bancarie. Con il declino della repubblica di Pisa, nel corso del XIV secolo un membro della famiglia, Fillippo Alliata, si trasferì in Sicilia, dove prestò soldi a buona parte dei principi locali e grazie al commercio, comprò feudi a destra e manca. Per queste due attività, in breve furono cooptati nella nobiltà locale

Alla metà del XV secolo a Palermo gli Alliata edificarono una cappella nella chiesa di San Francesco d’Assisi di Palermo. Alla fine del secolo si legarono alla monarchia spagnola acquisendo il feudo baronale di Villafranca: il titolo di principe di Villafranca fu concesso nel 1609 dal re Filippo III a Francesco Alliata, figlio di Giuseppe e di Fiammetta Paruta, baronessa di Salaparuta. Il titolo di principe del Sacro Romano Impero dava diritto al trattamento di Altezza Serenissima per il capo della famiglia. Gli Alliata furono inoltre grandi di Spagna e pari del regno. A titolo di curiosità, nel XVII secolo ottennero dal re Carlo III la carica di “Corrieri Maggiori” ereditari del Regno di Sicilia, relativa al servizio postale dell’isola, carica che mantennero sino al 1838.

Insomma, a un certo punto, cercavano una dimora degna del loro rango: per cui, nella prima metà del seicento infatti, il principe di Villafranca Francesco Alliata e Paruta, pretore della città e governatore della nobile compagnia dei Bianchi,acquistava per la somma di 10.000 scudi l’antico palazzo cinquecentesco appartenuto ai Bologna. Subito dopo, oltre a intraprendere una serie di lavori di ammodernamento della struttura, per ingrandirla, faceva incetta delle case dei vicini.

Nell’impresa fu anche coinvolta la famiglia Serpotta: Giacomo realizzò gli stemmi che decorano la facciata, mentre a Procopio fu affidata la decorazione degli interni. Ma nel 1751 un forte terremoto danneggiò gravemente le strutture del palazzo, fu allora che il principe Domenico Alliata affidò l’incarico per la ristrutturazione il consolidamento e una rivisitazione stilistica della sua “casa grande” all’architetto Giovan Battista Vaccarini, uno dei maggiori architetti del barocco siciliano.Il noto architetto coadiuvato dagli architetti Francesco Ferrigno e Giovan Battista Cascione, oltre che da una schiera di stuccatori, indoratori, incisori e marmorari, lavorò al cantiere di palazzo Villafranca fino al 1758 restituendo l’antica dimora ai fasti e alla magnificenza di un tempo. La decorazione degli interni fu affidata al pittore Gaspare Serenario che curò la decorazione a fresco dei magnifici saloni del piano nobile (purtroppo quasi tutti gli affreschi sono andati perduti a causa degli eventi bellici dell’ultima guerra)

Ai primi decenni del 1800 si devono gli interventi in stile neoclassico, apportati per volontà di Giuseppe Alliata e della moglie Agata Valguarnera. In particolare, questi lavori interessarono le alcove, il Salone Rosa, il Salone Giallo e la facciata. Ulteriori sistemazioni in chiave neogotica vennero infine effettuati tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo (il portale d’ingresso al Piano Nobile, lo scalone con la bella porta-vetrata e la Sala dei Musici). Nel corso dell’ultima guerra mondiale il palazzo subì gravi danni e questo comportò interventi di restauro tra il 1950 e il 1960, con conseguenti trasformazioni che mutarono per sempre l’aspetto originale del piano nobile e degli ammezzati.

La storia più recente dell’antica “casa” è stata segnata da un controverso lascito ereditario, oggetto di una vertenza giudiziaria che oppose gli Alliata di Villafranca al Seminario arcivescovile che lo ha ereditato nel 1988 dalla principessa Saretta Correale di Santa Croce, nobildonna di origine calabrese moglie del principe Giuseppe Alliata, morto senza discendenza. Causa che è stata vinta dai preti, che progressivamente stanno restaurando e aprendo al pubblico il palazzo. L’intero piano nobile dovrebbe essere visitabile da marzo 2019.

Caratteristiche del palazzo sono uno dei primi esempi dell’uso di moquette in Italia, nella Sala Rosa e il fomoir, interamente rivestita in cuoio pirografato e dorato, fatto realizzare dal nonno di Dacia Maraini. Nella quadreria sono presenti le grandi tele con la Lapidazione di Santo Stefano e Il tributo della moneta opere di Mathias Stom del 1639 (oggi esposte nel Salone del Principe Fabrizio), Orfeo che incanta gli animali (oggi esposta nella Sala dello Stemma) e una Scena di naufragio o Pesca miracolosa (1613-1618) attribuiti a Pietro d’Asaro detto “Il Monocolo di Racalmuto”, San Giuseppe con Gesù giovinetto e L’Addolorata attribuiti alla scuola di Pietro Novelli detto “Il Monrealese”, Nascita del Principe Giuseppe Alliata Moncada e I Principi Fabrizio Alliata Colonna e Giuseppina Moncada Branciforte tra Abbondanza e Fama omaggiati dal Genio di Palermo opere di Desiderio De Angelis datati al 1791.

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E soprattutto, “La Crocifissione” di Antoon Van Dyck; il pittore fiammingo era giunto a Palermo per ritrarre il viceré Emanuele Filiberto di Savoia; sarebbe stato un soggiorno di poche settimane, finché non successe il patatrac. Il 7 maggio del 1624 giunse al porto un vascello proveniente da Tunisi, comandato da Maometto Cavalà e nelle sue stive aveva stipato oggetti preziosi, doni, e ricche mercanzie che il bey inviava come omaggio al Vicerè.

Il Senato palermitano, che aveva saputo come a Tunisi fosse scoppiata la peste, temendo il rischio del contagio, negò l’attacco al porto, ma il vicerè, avido dei doni e sospettando che i nobili palermitani se ne volessero impadronire, tramite il suo segretario Antonio Navarro, ordinò di procedere con lo sbarco, provocando così l’epidemia.

Una mattina il viceré entrò nella sala dove era appeso il ritratto e lo trovò caduto per terra. Si agitò moltissimo, considerandolo un pessimo presagio. Aveva ragione. Poche settimane dopo Emanuele Filiberto morì di peste, così come decine di migliaia di palermitani. La violenta epidemia fu devastante per la città, che fu messa in quarantena. Van Dyck, impossibilitato a partire, continuò a dipingere, ritratti di mercanti genovesi residenti in città, quadri religiosi, un commovente ritratto dell’ultranovantenne Sofonisba Anguissola, che il giovane fiammingo andò a trovare colmo di rispetto e ammirazione per la sua arte.

E tra i tanti quadri religiosi, dipinse la Crocefissione, che è un’ex voto: nello sfondo del quadro si nota Monte Pellegrino e il porto di Palermo, mentre in primo piano, spicca il teschio senza mandibola, simbolo di Santa Rosalia, che in occasione di tale epidemia divenne la protettrice di Palermo

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Andando per il Capo

Capo

Stamane approfittando della splendida giornata, a quanto pare, sembra che faccia freddo solo a Roma, con Manu ci siamo fatti una bella passeggiata nel centro di Palermo, incentrata sul Mercato del Capo. Dei quattro grandi mercati palermitani, gli altri sono Ballarò, Vucciria, Borgo Vecchio, questo è forse il meno conosciuto e noto ai turisti, anche se, a dire il vero, rispetto agli anni scorsi ho notato qualche banco in meno e qualche locale per aperitivo in più. Il mercato si sviluppa nell’omonimo quartiere, Capo, l’antico Seralcadio, , il quartiere degli schiavi, dall’arabo “Harat-as-Saqalibah”, che si allungava da Danisinni sino al mare, lungo l’asse viario Sant’Agostino-via Bandiera. Il nome deriva dalla denominazione della zona come “caput Sarecaldii”, diventata in seguito più semplicemente “Capo”. Quartiere che ai tempi di Balarm, si era sviluppato attorno al fiume Papireto e in cui, come suggerisce il nome, era dedicato al mercato degli schiavi e del bottino ottenuto dal saccheggio dei territori bizantini e franchi.

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Il punto di partenza della passeggiata da Porta Carini, una delle più antiche di Palermo: fu costruita sicuramente prima del 1310, data scritta in un lascito di un giardino con vigna, “extra Portam Careni Panormi”. Nel 1325 fu gravemente danneggiata dagli attacchi del duca Carlo di Calabria, nel tentativo di penetrare in città, e successivamente fu ricostruita dal nobile palermitano Ubertino La Grua che svolgeva diverse mansioni pubbliche quali capitano e giustiziere di Palermo. Grazie ai suoi meriti fu insignito del feudo di Carini, divenendone principe

La porta ricostruita nel 1325 era di semplice architettura, formata da un solo arco in pietra di taglio privo di decorazioni, ma in qualche modo colpì la fantasia dei palermitani: secondo una leggenda, nel 1248 vi apparve Sant’Agata, nata nelle vicinanze, per liberare la città dalla peste nera.

Nel 1782, riferisce il Villabianca, il baluardo detto di Gonzaga che si trovava lungo le mura tra porta Carini e l’attuale teatro Massimo, venne ceduto alle suore del vicino monastero di S. Vito (attuale caserma dei carabinieri), le quali, come contropartita dovevano ricostruire a proprie spese la porta. L’opera venne eseguita in un paio d’anni con un nuovo disegno e spostata un po’ più avanti, nel posto dove attualmente si trova.

Riferisce il Villabianca che “l’apertura di essa fu fatta conforme alle porte Felice e Maqueda, formata essendo di due alte piramidi, che sonoporta_carini_ comprese fra sei colonne di pietra rustica con vasoni di pietra sulle cimasi per varietà del disegno“. Questa scelta urbanistica non era casuale, tant’è che convolse altre antiche porte di Palermo e consisteva nello spostare più avanti le aperture ed abolire i vecchi fossati che circondavano le antiche mura e che divennero le strade che costeggiano il centro storico della città. Poi col tempo al di qua delle mura vennero addossate le abitazioni cosicché
oggi non resta pressoché nulla dell’antica cinta muraria.

Da questa Porta, parte l’omonima via, che si incrocia via Cappuccinelle da un lato, che prende il nome dalle suore novizie dell’Ordine femminile dei Cappuccini, con la chiesa annessa al convento sul pianoro detto del Noviziato al Capo, in cui sono presenti le statue di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, e la via Sant’ Agostino, che porta a un altro splendido mercato, dedicato ai vestiti e ai tessuti. Da questo quadrilatero, parte un tessuto urbano, piene di viuzze dai nomi assurdi, come via Gioia mia, via Scippateste e via delle Sedie volanti, quest’ultima così chiamata per via delle antiche botteghe degli
artigiani di portantine.

Il Capo è un mercato di generi alimentari, frutta, verdura, pesce, dove si contratta tanto e dove ogni tanto si incontrano venditori di sigarette di contrabbando, tutt’altro che discreti, però bisogna dare atto che sanno pubblicizzare in maniere assai divertente la loro merce, i venditori di cibo da strada, sfincione e panino co’ a meusa e riffaturi”, una sorta di gestori di una lotteria privata, in cui comprando un biglietto si può sperare di vincere una cesta di pesce o di carne.

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La prima chiesa che si incontra, nel visitarlo, è quella di San Gregorio, che secondo la tradizione, fu costruita sulla casa di Santa Silvia, mamma di papa Gregorio Magno, eletto al soglio di Pietro nel 590, il quale finanziò la costruzione del luogo di culto, distrutto dagli arabi nell’842. Fu poi ricostruita nel 1320 dall’arcivescovo Giovanni Orsini e restaurata in forme barocche da Giannettino Doria, l’arcivescovo che inventò il culto di Santa Rosalia.

La facciata, tipicamente barocca, ha la peculiarità di avere il portale costruito con colonne con capitelli finemente decorati, elementi provenienti dalla Chiesa di Santa Teresa a Porta Carini, demolita per esigenze urbanistiche nel 1740. Ora, San Gregorio non è un granché, ma è simpatico ricordare come dai palermitani sia chiamata “a chiesa rù baccalà”, perché uno degli accessi, quello di sinistra, era chiuso a magazzino nel periodo bellico e vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato.

Immacolata

Poco più avanti, all’altezza di quello che una volta era il macello civico detto “bocceria nuova”, vi è uno dei gioielli dell’architettura barocca: la chiesa dell’Immacolata.In passato faceva parte dell’omonimo monastero benedettino costruito nel 1576 per volere della nobildonna Laura Imbarbara, vedova senza figli di don Sigismondo Ventimiglia (il suo sarcofago è tuttora custodito all’interno della chiesa). A stimolare l’edificazione del monastero vi furono gli eventi che si svolsero a Palermo nel 1575. In quell’anno la città fu colpita da un’epidemia di peste ed il popolo invocò la Vergine, insieme ai santi “contra
pestem” Rocco e Sebastiano. L’invocazione a Maria e le predicazioni congiunte dei francescani e dei gesuiti costituirono i presupposti per la fondazione del monastero.

Da tempo Laura Imbarbara desiderava fondare un istituto femminile a cui donare tutti i suoi beni e voleva che esso seguisse la regola francescana. Tuttavia, il gesuita Giovanni Antonio Sardo persuase la nobildonna ad adottare la regola benedettina. In quegli anni, infatti, i gesuiti erano impegnati nella gestione del monastero benedettino dell’Origlione ed avevano incontrato diversi problemi. La fondazione del monastero dell’Immacolata gli diede la possibilità di staccare una parte della comunità dell’Origlione e dirigerla verso il nuovo monastero. Fu così che la badessa dell’Origlione, Benedetta Reggio, inviò 12 suore nel monastero fondato dall’Imbarbara e ne divenne a sua volta badessa. Qui morì nel 1612

L’avvio dei lavori di costruzione della chiesa si concretizzò nel 1604, sulla base del progetto architettonico di Antonio Muttone e sotto la supervisione del regio architetto ed ingegnere militare Orazio Lo Nobile. La costruzione fu conclusa nel 1612, tuttavia il completamento effettivo dell’edificio richiese più di 100 anni di lavori e la notevole cifra di 80.000 scudi d’oro. IL monastero, nonostante tutto questo impegno, fu demolito nel 1932 assieme al Bastione d’Aragona per fare posto all’odierno Palazzo di Giustizia. Ciò che rimaneva fu distrutto nel corso dei bombardamenti aerei del 1943.

Se la facciata, ispirata al barocco romano, può apparire austera e sobria, l’interno capovolge totalmente l’impressione, con un trionfo di marmi e stucchi :tutto l’apparato decorativo della chiesa ruota attorno all’altare maggiore, sovrastato dalla grande tela della “Immacolata Concezione” del 1637 opera del grande pittore monrealese Pietro Novelli, che, per valorizzare la sua opera, realizzò anche il cupolino ottagonale tutto a stucco che copre il vano presbiterale.

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Le pareti laterali mostrano fastose decorazioni marmoree che ricoprono interamente l’interno, e bellissime cappelle che si caratterizzano per lo straordinario connubio tra architettura e decorazione. Da ammirare i quattro paliotti ad intarsio marmoreo policromo di inimitabile effetto scenografico, raffinate opere di oreficeria marmorea la cui realizzazione si deve a geniali artisti siciliani con l’utilizzo di pietre dure, agate, lapislazzuli e vetri colorati veneti. Vittorio Amedeo di Savoia, re di Sicilia anche se solo per pochi anni, s’innamorò di questi incantevoli paliotti al punto di portarseli dietro come ricordo al suo ritorno a Torino

Palermo 2052015 ( FOTO PETYX PALERMO) chiesa di sant'ippolito sequestrata

Come controcanto all’Immacolata, vi è la chiesa di Sant’Ippolito, spesso pericolante, costruita nel 1583 su una cappella risalente al XIII secolo, ingrandita con la realizzazione di un “cappellone” restaurato nella prima metà del ‘700. Internamente la chiesa è suddivisa in tre navate, con arcate sostenute da colonne marmoree. Tra le opere d’arte presenti, vi, ìun crocifisso dipinto del XV secolo e la tela di Filippo Randazzo del 1728, esposta sull’altare maggiore, raffigurante “Il martirio di San Ippolito”, che ricordiamolo, dovrebbe essere l’unico antipapa, tra l’altro dal pessimo carattere, elevato agli onori
degli altari

Eppure, nonostante la sua ricchezza di decorazione, l’Immacolata non è il centro religioso del Capo; questo è la chiesa della Madonna della Mercede, dei padri mercedari, l’ordine religioso fondato da San Pietro Nolasco, per riscattare i cristiani fatti prigionieri dai pirati musulmani. I padri mercedari giunsero a Palermo nel 1463 con privilegio dato in Vagliadolid dal Padre Maestro Gomezio di Bosega, per poter fondare nel luogo in cui volevano un convento dell’ordine. Subito furono ospitati nella chiesetta normanna di S. Anna, già della Confraternita dei Frinzari (frangiai) sempre nel Capo, ma per varie
divergenze insorte con quei confrati, nel 1482 i Padri fondarono una chiesa su un promontorio che si affacciava sul mercato e la dedicarono alla Madonna della Mercede (Captivorum Redemptrici Dicatum), e il convento annesso denominato di S. Anna (non più esistente) che fu il primo convento mercedario in Italia.

Il 18 novembre 1590 un gruppo di laici fondarono la Compagnia Santa Maria la Mercè, con lo scopo di divulgare il culto e la devozione alla Vergine invocata sotto questo titolo. Come si legge in alcuni antichi documenti, i confrati portavano in processione una statua (presumibilmente di cera e vestiti di stoffa) della Madonna della Mercede, visto che negli stessi documenti si legge di una statua di marmo e coralli della stessa Madonna. L’8 novembre 1753, data la grande devozione della Città alla Madre della Mercede, il senato palermitano decide di eleggerla Patrona ordinaria della Città di Palermo. Nel 1813 il Rev. Padre Mannino, Priore del Convento, ed il Superiore della Compagnia Francesco Cangeri, commissionarono all’artista di famiglia torinese Girolamo Bagnasco la preziosa statua della Madonna della Mercede, che attualmente viene portata in processione per il quartiere, accompagnata con il grido: A regina du Capu è, viva a madonna micce’. Uno dei momenti particolari di tale evento religioso è : a vulata i l’ancili, con due bambini vestiti da angioletti che sospesi a delle corde si incontrano sulla testa della Madonna recitando poesie e lanciando petali di fiori.

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Accanto alla Mercede, vi è la protettrice laica del quartiere, “A Pupa ru Capo” mosaico creato e affisso nei primissimi anni del Novecento, presumibilmente tra il 1902 ed il 1908, che rappresenta una bellissima Demetra, dea delle messi, in pieno stile Belle Epoque , elegante e sfarzosa che tiene tra le mani un arco di spighe e fiori: un’idea di trionfo della natura e della fertilità, realizzata come pubblicità del forno Morello da Salvatore Gregoretti.

Da questo punto in poi, oltre a incontrare tante opere di street art, si entra nel regno dei Beati Paoli, un’antica setta segreta palermitana di cui si sa ancora molto poco, ma che pare abbia operato nei secoli XVI, XVII e, forse, XVIII, continuando l’azione di una più antica setta, conosciuta come “I Vendicosi”. Uno dei primi a parlare ufficialmente dell’esistenza dei Beati Paoli fu il marchese di Villabianca, nei suoi Opuscoli palermitani, considerandoli sicuramente estinti ed etichettandoli come uomini scellerati, dei brutali assassini che andavano in giro di notte commettendo omicidi; insomma una sorta di cosca mafiosa ante litteram, i cui membri si radunavano o in una grotta sotterranea sotto la chiesa di S. Maria di Gesù, anche detta di S. Maruzza, accessibile soltanto da due parti, dall’odierna via Beati Paoli, dove al n. 45 abitava il giurespedito G.B. Baldi, oppure dal vicino vicolo degli Orfani, adiacente alla suddetta chiesa.

Società segreta il cui nome deriva dall’errata italianizzazione del siciliano Biat’i Paula, ovvero Beato di Paola, con chiaro riferimento a S. Francesco di Paola, difatti, secondo la tradizione, i membri della setta andavano in giro travestiti da monaci per rifugiarsi nelle chiese e carpire informazioni preziose da utilizzare nelle loro riunioni notturne e che è state resa famosa da Luigi Natoli, che nel suo romanzo “I Beati Paoli” li trasforma in una sorta di batman palermitani, vendicatori dei torti subiti dalla povera gente.

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Più avanti, si incontra la chiesa di Sant’Agata alla Guilla, sulla casa palermitana della protettrice di Catania, che prende il nome da un temine arabo che fa riferimento a una polla d’acqua originata dal Papireto che scorreva nelle vicinanze. La chiesa, uno dei rari esempi di gotico catalano a Palermo. Nel 1556 vi aveva sede una confraternita composta da nobili i quali nel 1580 accolsero anche la maestranza dei muratori che veneravano come patroni i Ss. Quattro Coronati, questi vi resiedettero fino al 1727, insomma, l’equivalente locale della massoneria inglese. Nel 1685 don Girolamo Quaranta vi fondò un Conservatorio per alcune donne “levate dal peccato”ossia ex prostitute. Nonostante il suo fascino, però la chiesa è abbandonata.

L’ultima tappa della nostra passeggiata è stata Piazza dei Sette Angeli, per vedere i mosaici romani, forse parti di un edificio pubblico attinente al foro, uno dei pochi resti riferibili alla Panormus romana; Nelle piazza sorgeva anche un antico monastero fondato dal viceré Ettore Pignatelli (1529), dedicato a San Francesco di Paola e intitolato ai Sette Angeli in ricordo di un affresco che decorava una chiesa che si trovava lì in precedenza. Secondo la tradizione è in quest’area che sono nate sant’Oliva e santa Ninfa, patrone della città, e la chiesa era a loro consacrata.

La chiesa e il monastero furono in gran parte distrutti nel 1860 durante i combattimenti tra truppe borboniche e garibaldine e sul vuoto lasciato si è formata la piazza, che il 18 aprile 1943 fu teatro di una tragedia. Una bomba alleata esplose dentro un rifugio antiaereo, provocando un numero imprecisato di morti, visto che nessuno aveva idea di quante persone vi fossero.

San Giovanni dei Lebbrosi

Oggi, diciamola tutta, Palermo mi ha stupito per l’inaspettato e ben gradito caldo, che mi ha fatto rifiorire, tanto che, dopo mesi, sia la tendinite, sia i dolori alla schiena sembrano essere scomparsi. Per festeggiare tale lieta e inaspettato evento, butto giù qualche riga su una delle chiese normanne meno note di Palermo, forse perché posta fuori dal Centro Storico e dai normali circuiti turistici; come molti monumenti della città, lo scoprii grazie a mio nonno, che da esploratore incallito, durante il militare vi capitò per caso.

La chiesa, infatti, si trova nel quartiere Settecannoli, che prende il nome dai lavatoi pubblici fatti realizzare dal comune di Palermo a inizio Novecento, in una delle principali aree dedicate alla coltivazione degli agrumi, assai vicina al Ponte dell’Ammiraglio sul fiume Oreto. Questo ponte di epoca normanna, fu completato intorno al 1131 per volere di Giorgio d’Antiochia, ammiraglio del re Ruggero II di Sicilia; su questo e nella vicina Porta Termini, Garibaldi sconfisse le truppe borboniche il 27 maggio dell’anno 1860, evento permise l’insurrezione e la conquista della città

In origine, sul luogo della chiesa sorgeva una fortezza musulmana. chiamata Yahya, Giovanni in lingua araba, di cui, rimangono resti nel giardino retrostante la chiesa consistenti in tratti di muro e frammenti di pavimentazione. Tale castello, circondato da piantagioni di palme da dattero per uso alimentare, divenne il quartiere generale normanno durante l’assedio di Balarm; probabilmente, come ex voto per la vittoria ottenuta, i Roberto il Guiscardo e Ruggero I di Sicilia vi edificarono, tra il 1071 e il 1085, una chiesa, che, con poca fantasia, dedicarono al Battista.

Per cui, San Giovanni dei Lebbrosi, è forse la più antica chiesa latina della città, ipotesi suffragata dalle affinità con le prime chiese costruite dai normanni in territorio messinese e reggino durante il periodo della Contea (1060- 1130). Ruggero II vi aggiunse un lebbrosario in memoria del fratello Goffredo, che secondo il cronista Goffredo Malaterra era morto di tale malattia e.dotò la chiesa di casali, beni e privilegi, prerogative confermate dal figlio Guglielmo in una pergamena del maggio 1155 conservata nel tabulario della Magione. Sempre Gugliemo vi fece trasferire i lebbrosi ospitati presso le strutture della chiesa di San Leonardo, luogo di culto documentato sull’area dell’attuale convento dell’Ordine dei frati minori cappuccini, il luogo dove si trovano le famose catacombe, strapiene di mummie imbalsamate.

Nel 1219 Federico II di Svevia pone l’amministrazione e la gestione dell’ospedale all’attenzione del precettore della Magione e nel 1221 lo unì in perpetuo all’Ordine teutonico. Nel 1324 è appellato ospedale de infectis,ovvero struttura preposta alla cura e al trattamento delle malattie infettive. Risalgono a questo periodo gli affreschi documentati nel cortile, in particolare una scena raffigurante la Madonna Annunziata ritratta con un cavaliere teutonico genuflesso e orante.

In una lettera datata 23 novembre 1434, re Alfonso V d’Aragona fa riferimento alla chiesa con ospedale adibito a lebbrosario, appellandola chiesa di San Giovanni de’ Lebbrosi. Il sovrano per l’istituzione ospedaliera decretò l’esenzione di tasse e gabelle, rivolse ai Teutonici l’invito ad abbandonarne la gestione pur consentendo tuttavia alla chiesa di restare canonicamente unita alla chiesa della Santissima Trinità del Cancelliere.

Nel 1495 infatti, “l’ospedale di San Giovanni” fu incorporato, con tutti i suoi ricoverati ( lebbrosi, tisici e matti), “all’Ospedale Grande e Nuovo” fondato dal frate benedettino Giuliano Majali, che aveva sede all’interno di palazzo Sclafani. Nel 1495 il lebbrosario fu amministrato dal Senato Palermitano e in seguito trasformato in lazzaretto per le varie epidemie di peste scoppiate a Palermo a partire dal giugno 1575, cominciando al contempo una forte opera di ristrutturazione della chiesa, prima in stile manierista, poi in quello barocco.

Con il tempo però, proprio per la posizione periferica, il complesso cominciò a decadere, tanto che La regina Maria Carolina d’Austria durante una visita compiuta nel 1802, constatando i vetusti e fatiscenti impianti, le condizioni pietose in cui versavano i ricoverati, fece trasferire degenti e l’istituzione presso le strutture dell’Ospedale dei pazzi o tisici ubicato nell’ex noviziato dei Padri teresiani scalzi.

L’esterno non presenta particolari finezze architettoniche, è semplice e privo di decorazioni, ai fianchi si trovano una serie finestre di forma leggermente ogivale delimitate da ghiere a lieve rincasso, decorate con disegni geometrici, realizzati da maestranze islamiche. L’ impianto interno è quello tradizionale basilicale a tre navate, divise da tre coppie di robusti pilastri a sezione poligonale, sui quali impostano quattro arcate dal sesto moderatamente acuto. Le navate, di cui quella centrale più grande rispetto alle due laterali, presentano coperture lignee a capriate, realizzate dal Valenti secondo un’ipotetica “forma originaria”.

Il presbiterio triabsidato e tripartito da due archi longitudinali, ha l’abside centrale preceduto da un breve spazio rettangolare sopraelevato rispetto al piano basilicale, che accoglie l’altare. E’ coperto ai lati da voltine a crociera ed è sormontato al centro dalla tipica cupoletta emisferica, avvolta di rosso intonaco impermeabilizzante, che si raccorda al quadrato d’imposta mediante i caratteristici pennacchi a nicchie rientranti.

Gli imbocchi absidali sono ornati con belle colonnine angolari incassate i cui capitelli erano decorati con iscrizioni arabe di cui qualcuna ancora originale ( opere di maestranze islamiche): sulla destra è visibile un capitello angolare, con iscrizione araba in caratteri cufici ( purtroppo indecifrabili perché abrasi), raro esemplare in Sicilia, di capitello di tipo “omayyade-andaluso”. Al centro della navata principale vi possiamo ammirare un crocifisso ligneo dipinto del XV secolo di particolare pregio.

Insomma, anche sfruttando la nuova linea del tram 1, che capolinea da quelle parti, è un luogo che merita di essere visitato e ammirato

Bilanci e buoni propositi 2019

I can do it

Come è tradizione in questo periodo, è tempo di bilanci. Quest’anno, dato che voglio riprendere, in occasione delle vacanze panormite, l’abitudine a buttare giù il diario palermitano, ho deciso di anticipare di qualche giorno tale incombenza

Lavoro

Premesso che vi sono una serie di eventi, dalle decisioni bislacche del governo alle scelte aziendali di crescita e gestione delle risorse umane, che sono fuori delle mie possibilità di azione e che devo accettare per ciò che sono, debbo dire che quest’anno è stato intenso e pieno di sfide tanto impegnative, quanto interessanti.

Tra le tante cose, sono stato in prima linea nel lancio dell’offerta e delle soluzioni Multi Cloud, ritrovandomi pure nel pieno dei report Gartner. Ora, TIM ha uno sproposito di difetti, senza dubbio, ma a differenza della concorrenza, preferisce fare le cose, piuttosto che millantarle negli spot pubblicitari; questo, con limiti, problemi ed errori, che sono umani, la continuano a rendere uno dei principali motori di innovazione del sistema Italia.

In meno di sei mesi, gettando il cuore oltre l’ostacolo, con arrabbiature epiche, olio di gomiti e tanto pensiero laterale, da 0 siamo diventati leader EMEA in tale ambito. Il contributo più importante si è avuto grazie alla collaborazione con Microsoft a supporto di CRUI, la Conferenza Rettori Università Italiane, che ci ha permesso di supportare al meglio il processo di trasformazione digitale delle nostre Università.

Quest’anno abbiamo fornito GPU e potenza di calcolo come se piovesse a laboratori, centri di calcolo e istituti di ricerca: per l’anno prossimo l’obiettivo è mettere loro a disposizione bot, laboratori virtuali e sistemi di intelligenza artificiale. Queste soluzioni, poi, vorremmo estendere anche agli studenti, per rendere loro, con l’aiuto della tecnologia, più semplici le incombenze amministrative e burocratiche.

Scrittura

Come sempre accade, la coperta è corta: se uno dedica tempo, creatività ed energie al lavoro, ha ovviamente meno risorse da dedicare alla stesura dei romanzi. E quest’anno, tranne un racconto spernacchiato da diversi editori, non è che abbia prodotto molto, anche per la difficoltà di raccontare una singolarità, che sta accelerando sempre più; viviamo nel mondo di Gibson e di Dick, solo che si sta mostrando noioso, banale e pacchiano.

Faccio un esempio concreto; abbiamo sistemi evoluti di intelligenza artificiale di riconoscimento immagini e li vogliamo utilizzare per il riconoscimento targhe di chi vuole entrare nel parcheggio aziendale senza scendere dall’auto e beggiare.

Il buon proposito dell’anno prossimo è reagire, terminando il romanzo Come un Tuono d’Estate; appena lo concluderò, sperando di trovare qualche editore disposto a crederci, potrò finalmente dedicarmi agli altri progetti, dal seguito di Navi Grigie alle nuove avventure di Andrea e Beppe.

Arte

Durante le vacanze natalizie, con la scusa degli auguri, tanti amici artisti mi hanno tirato le orecchie, dicendo

“E non fai più il curatore, non ti occupi più cataloghi, ti sei impigrito”.

Non hanno torto, ma come detto altre volte, con tutto l’affetto e la stima per gli amici che si dedicano a tali attività, di cui apprezzo sia i sacrifici, sia i risultati, è una pagina chiusa della mia vita. Che poi, in futuro, si possa riaprire, non lo escludo, mai dire mai…

Però, ad oggi, ho fatto una scelta, basata sulla mia diversa sensibilità, di scendere in strada, per tentare di porre di nuovo l’Arte al Centro della Vita, per incarnare i valori e le utopie di una Comunità e cercare, lottando contro chi ci vuole più vuoti, incattiviti ed egoisti, di costruire un futuro migliore. Consideratela una scelta di campo, perché, anche se farei volentieri a meno, in questi giorni l’Arte è tornata a essere politica e impegno civile.

I buoni propositi per l’anno prossimo saranno i soliti: continuare nella trasformazione dell’isolato di via Giolitti in una galleria d’arte a cielo aperto, cominceremo a metà gennaio, con il nuovo murale dedicato a Gaetano, convincere il Municipio a concedere i permessi per terminare i murales sulla facciata del Nuovo Mercato Esquilino e sempre al Mercato, quando e se l’Arco di Gallieno si deciderà a liberare le ex bacheche pubblicitarie, promuovere una serie di iniziative di Poster Art

Esquilino

E’ inutile dirlo: quest’anno, con Le danze di Piazza abbiamo fatto veramente tanto in termini di Musica, Danza, Solidarietà, Arte e Cultura. E’ inutile dirlo, ma l’obiettivo sarà continuare su questa strada.. Oltre ai tradizionali appuntamenti del Carnevale e della festa di San Giovanni, ci sarebbe anche l’ambizione di realizzare nel Rione, in Autunno, un evento steampunk.

Il Mausoleo degli Equinozi

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A Roma, fra il III e IV miglio dell’Appia antica esiste il cosiddetto Mausoleo o Sepolcro degli Equinozi, la cui prima descrizione risale al buon Piranesi che nel 1748 lo chiamò “Sepolcro ignoto”, ne disegnò la pianta e l’alzato esterno, descrivendolo in questo modo

Tav. XXXVI: «A: Pianta del Sepolcro situato sull’antica via Appia vicino alla vigna Buonamici. B: Ingresso oggi in parte rovinato. C: stanza quadrata con nicchioni nei lati. D: finestre in parte interrate dalle rovine. E: Elevazione. F: Masso fabbricato a corsi di Scagli di Selce con Calce e Pozzolana. G: piano presente della Campagna. H: Travertini, i quali rivestivano tutto l’esterno del Sepolcro. Erano coperti dal terreno (…)».

Descrizione che coincide con quanto determinato dagli scavi eseguiti nel 1930 da Munoz in cui si accertò come l’ingresso principale fosse formato da un dromos di 13 metri di lunghezza e come, costruito in opera quadrata con nucleo cementizio in scaglie di selce, calce e pozzolana, il Mausoleo si datasse al II sec. a.C., probabilmente, per una serie di deduzioni,  a cui poi accennerò, all’età di Adriano. Inoltre si confermò con l’esterno, di forma circolare, con un tamburo in muratura del diametro di m. 13,50 circa, fosse coperto da un tumulo, somigliando in piccolo al mausoleo di Cecilia Metella.

Sempre Piranesi disegnò anche una sezione dell’interno, così descrivendola

Tav. XXXVII: «Sezione del Sepolcro antecedente. A: Travertini, i quali vestono le pareti della Stanza, i quali esistono ancora in oggi forse perché non fu facile levarli da lì per causa dei perni B che legando l’un pezzo con l’altro li rendono più stabili (…) uniti a tutta l’opera. (…) da una parte all’altra della volta tre corsi de’ travertini C, i quali oltre a essere fermati a cuneo e legati da perni sono ancora incastrati l’uno con l’altro (…). Tutta la stanza era ornata di finissimi stucchi vedendosi ancora qualche minuto residuo per le pareti».

Il grande architetto, che ben rappresentò l’ambiente quadrato di m. 5,30 circa, con nicchie rettangolari su tre lati, non fece caso a due particolari: il primo, la presenza delle finestre a bocca di lupo, di cui vedremo poi l’importanza e del fatto che la pianta, fosse, in scala, assai simile alla sala delle urne di Castel Sant’Angelo, il luogo più sacro del mausoleo, dove furono custodite le spoglie della famiglia imperiale fino al tempo di Caracalla

La peculiarità di tale sepolcro, che altrimenti rimarrebbe anonimo e da cui prende il nome, è nel suo orientamento astronomico verso l’Equinozio: in quel giorno il Sole entra dalla finestra ‘a bocca di lupo’ situata di fronte all’ingresso, e illumina il centro esatto del pavimento a partire dalle 14:30 circa.

Come raccontato qualche giorno fa, i romani adottarono il calendario solare soltanto ai tempi di Giulio Cesare; per cui, Augusto utilizzò la relativa simbologia, legata ai solstizi ed equinozi,  sino ad allora marginale nella religiosità romana, come strumento di propaganda, per evidenziare la ascensio ad astra del genius imperialis. Cosa che tra l’altro si ricollegava anche con l’altro strumento propagandistico della gens Giulio Claudia, il rinnovo della Saturnia Tellus e dell’Antichità Romane; il primo governante a ricevere l’apoteosi è proprio Romolo, nella palus Caprae e Ottaviano si riproponeva proprio come novello Romolo, rinnovatore della grandezza e della maestà dell’Urbe. Per cui lui e Agrippa, con il complesso del Campo Marzio, comprendenti il Mausoleo di Augusto, Pantheon, ara Pacis e il solarium Augusti, costruiti rispettando una serie di allineamenti astronomici, diedero evidenza concreta a tali intuizioni propagandistiche.

Ora, come Augusto si proponeva come il restauratore della pace dopo le avventure belliche di Cesare, lo stesso volle fare Adriano con Traiano, anche per fare digerire al romano medio la rinuncia della Mesopotamia. Per cui, per riproporsi come nuovo Augusto, rilanciò alla grande l’utilizzo di tale simbologia solare. Si appropriò del Pantheon, che, in certo qual modo, funziona anche da grande meridiana solare; orientò astronomicamente il suo Mausoleo, in modo che, in occasione del Solstizio d’Estate, la camera funeraria fosse illuminata, in modo da riprodurre il cammino del Genio Imperiale dal sarcofago al cielo e costruì, in analogia alla Torre di Mecenate all’Esquilino, anche il suo belvedere/osservatorio astronomico, la Torre di Rocca Bruna, in cui i fenomeni connessi alla luce solare avvengono sempre nel Solstizio di Estate.

E il Mausoleo degli Equinozi è frutto del rilancio adrianeo di tale simbologia: mentre l’Imperatore però di identificava con il Sole trionfante, il proprietario seguiva un’altra linea di pensiero. Se la ricolleghiamo, come gli attuali proprietari del Mausoleo, dimenticavo di dire che è una proprietà privata, alla religiosità etrusca, celebrava l’equilibrio tra la vita e la morte. Se invece, in maniera forse più probabile, fosse legato alla religiosità latina, per vicende analoghe ai Saturnalia, l’Equinozio di Primavera si trovò legato per caso a una serie di festività legate a Marte:

  1. Equirria, il 14 marzo, che simboleggiava la ripresa in età arcaica delle attività guerresche, che venivano celebrete con corse di cavalli;
  2. Mamuralia, il 15 marzo, forse il capodanno romano originale, in cui si onorava Mamurio Vetulio, il Dedalo latino, costruttore degli Ancilia, gli scudi sacri appesi nel tempio di Marte, in cui si percuotevaritualmente con dei bastoni un vecchio vestito con pelli di animali.
  3. Agonalia, il 17 marzo, in cui il rex sacrorum sacrificava un ariete nero a Marte.
  4. Tubilustrium, il 23 marzo, in cui avveniva il lavaggio sacro delle trombe il cui suono accompagnava le legioni alla battaglia.

Per cui, è probabile che nel suo piccolo, il proprietario del mausoleo volesse, in polemica con il pacifismo di Adriano, celebrare invece le tradizioni guerriere dell’Urbe

Banchetti, polpette e salsicce nell’antica Roma

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Per riprendersi dagli stravizi culinari di questi giorni, e prima di riprendere la trascrizione di De Re Coquinaria, un piccolo ripasso di come mangiassero gli antichi romani, i cui pasti principali erano tre: ientaculum, prandium, cena. Lo Ientaculum era una frugale colazione, in cui si consumavano gli avanzi della sera procedente, oppure quando questi non erano disponibili, poteva prevedere pane e  formaggio, olive e miele, preceduta da un bicchiere d’acqua. Oppure pane intinto nel vino dolcificato, o pane, olio aceto e sale o pane e fichi. Per i bambini, invece, era previsto, come nei nostri giorni latte
e l’equivalente dei nostri biscotti.

Il prandium, come suggerisce il nome, si trattava del leggero pranzo di mezzogiorno, a base di pane, carne fredda, pesce, legumi, uova, frutta e vino, spesso in piedi, accompagnati dal mulsum, bevanda di vino miscelato a miele, antesignano del nostro street food, dato che le pietanze spesso si compravano da venditori ambulanti.

Il pasto principale dei romano era però la cena, che iniziava verso l’ora ottava in estate (le ore 2 del pomeriggio) e verso l’ora nona in inverno, circa le tre, tre mezza di pomeriggio, di solito dopo essersi recati alle thermae, e, per i ricchi, si protraeva anche fino all’alba del giorno successivo. In epoca arcaica i pasti si consumavano nell’atrium, con il solo focolare e lo stipo votivo dei Lari. Con l’estendersi della struttura della domus, il pranzo fu consumato nel tablinum o nel cenaculum.

In età imperiale si diffuse l’abitudine di pranzare nel triclinium. Questo nome era dovuto alla presenza nella stanza di triclinia, cioè letti a tre posti in legno o in muratura, leggermente inclinati dalla parte della mensa, su cui venivano distesi materassi, coperte e cuscini. Nei giorni di festa gli schiavi erano autorizzati a partecipare e si sedevano ai piedi del divano; i figli giovani del dominus stavano sugli scranni posti davanti al triclinio del padre o della madre. Stavano seduti a tavola gli abitanti delle campagne o i provinciali della Gallia.

Se gli invitati a cena superavano il fatidico numero nove, venivano aggiunti altri stibadia (letti a forma di sigma capaci di ospitare dai sei ai dodici convitati) o triclinia fino ad avere un massimo di trentasei posti (con quattro mensae), o di ventisette (con tre mensae). Come già raccontato altre volte, in epoca tardo imperiali, gli stibadia sostituirono totalmente i triclinia.

I convitati dovevano rispettare una gerarchia delle precedenze nell’assegnazione dei posti d’onore. Per chi guardava la sala tricliniare dal lato privo di divani, il meno importante (summus) era posto alla sua sinistra; il medius era posto al centro e l’imus era quello di destra, dove si distendeva il padrone di casa. Ogni divano poi aveva tre posti: summus, medius, imus. Il letto medio era per l’ospite di riguardo e si chiamava locus consularis; l’imus era per l’evergeta – cioè colui che aveva donato il proprio denaro alla collettività – e il summus per i convitati di rango inferiore e per i clientes.

Il cibo e le bevande erano collocati su un tavolo posto al centro della sala dal quale i convitati attingevano direttamente con le mani. Quando il letto ospitava più di tre invitati, questi erano umbrae, cioè compagni che l’ospite o i convitati più ragguardevoli aggiungevano alla mensa per motivi di prestigio. Questi spesso erano accompagnati dagli schiavi di fiducia che sedevano sul divano ai loro piedi  (pueri ad pedes): essi dovevano assistere il padrone nel ritorno a casa e prestargli aiuto se fosse stato preso dalla nausea, per il troppo mangiare e bere.

Gli schiavi di casa erano adibiti ai vari servizi di mensa secondo le loro abilità e il loro aspetto: quelli più avvenenti (servi capillati), vestiti con tuniche succinte, portavano i capelli lunghi e avevano il compito di mescere le bevande o trinciare la carne. Questi ultimi generalmente avevano frequentato apposite scuole (come quella di Trifero, ricordato da Marziale, che insegnava ai suoi discepoli come trinciare correttamente attraverso modelli di legno!), per cui non si accontentavano di affettare perfettamente, ma condivano il lavoro con esibizioni sceniche o comiche.

Infine vi erano gli schiavi incaricati della pulizia del locale, vestiti rozzamente e con il capo rasato. I rifiuti poi, in mancanza di piatti individuali, venivano buttati per terra. Abitudine che, a noi  contemporanei può apparire strana, ma che all’epoca diede origine anche a una specifica tipologia di mosaico, l’asàrotos òikos, “pavimento non spazzato”, ideato nel II secolo a.C., secondo quanto  racconta Plinio il vecchio, dall’artista Sosos di Pergamo, per nascondere i cumuli di immondizia… Probabilmente la Raggi, potrebbe imitare tale usanza, per coprire parzialmente, con la street art, il  disastro combinato dall’AMA.

I romani, come mostrato nei peplum, maniavano semi-sdraiati, appoggiandosi sul braccio sinistro, con il destro libero per attingere con la mano nei piatti di portata. Il cibo si portava alla bocca con le dita  poiché era precedentemente preparato a pezzi (pulmenta), da cui il detto italiano mangiare a quattro palmenti; raramente erano serviti cibi liquidi che necessitavano del cucchiaio (cochlear). Altre stoviglie usate abitualmente erano i pocula (le coppe), spesso istoriati, e calici di varie forme.

In cucina si usavano specie di scolapasta, soprattutto per le verdure, e pentole di misura diversa e degradante in modo da essere riposte le une dentro le altre nel grande pentolone per l’acqua calda ed  infine ricoperte con la teglia più grande usata come coperchio. Per evitare gli inconvenienti di un pasto fatto senza posate, durante i banchetti di gala i convitati indossavano la synthesis, una veste  leggerissima che veniva cambiata tra una portata e l’altra; inoltre l’ospite forniva ad ognuno un tovagliolo, ma alcuni preferivano avere il loro personale e pertanto se lo portavano da casa.

Il banchetto si svolgeva in tre momenti distinti: la gustatio, cioè la fase degli antipasti; la cena vera e propria costituita di sette portate o fercula; ed infine le secundae mensae, in cui s consumavano i dolci  e. terminato di mangiare ci si recava in un altro triclinio pulito dove si brindava agli ordini del magister bibendi o tricliniarca: per i brindisi agli amici potevano addirittura bere tante tazze quante erano le  lettere che componevano i loro tria nomina.

Sempre il tricliniarca decideva in che proporzioni si dovesse diluire il vino, che non doveva mai superare un terzo del totale. Erano inoltre organizzati intrattenimenti per i partecipanti, che dipendevano dalle scelte o propensioni dell’anfitrione: si andava da noiosissime declamazioni filosofiche o poetiche, a le danze lascive di Gades, che non avrebbero sfigurato nei peggiori strips club di Tijuana . Come in alcune zone dell’Estremo Oriente, ruttare a tavola era gradito.

A fine banchetto era uso comune che i convitati raccogliessero gli avanzi nei loro tovaglioli per portarseli a casa e offrire loro apophoreta, cioè doni. In età imperiale era consuetudine che il patrono invitasse il cliente a cena, ma era vizio molto diffuso che gli venissero serviti cibi e vino comuni ed in scarsa quantità. Un editto promulgato da Nerone aveva esonerato il patronus dall’obbligo di  provvedere con l’invito a cena al mantenimento del cliente, sostituendolo con un’elargizione di denaro, detta sportula, sufficiente per pagarsi un pasto.

Detto questo il libro secondo di De Re Coquinaria, dedicato a polpette, polpettoni e salsicce

I. POLPETTE. Quelle marine si fanno di aragoste. di gamberi, di calamari, di seppie e di gamberi d’acqua dolce. Condirai la polpetta con pepe, ligustico, cumino e radice di laser. Polpette di calamari: tolte le branchie, le triterai sul tagliere come fai con la carne. Mescola, poi, con diligenza, la polpa nel mortaio con la Salsa e poi dai loro la forma di polpette. Polpette di squille (Cancer Squilla) o di gamberi grossi  (Palinurus Vulgaris, è l’angusta): togli la polpa dal guscio e pestala in un mortaio con pepe e ottima Salsa. Fanne polpette.

Come si rinvoltano nell’omento: arrostisci del fegato del porco e togline le fibre. Prima tuttavia pesta del pepe, la ruta, la Salsa. Così fatto gettaci sopra il fegato e trita tutto. Mescola. Mescolerai il trito  nell’omento come si usa fare con la polpa. Avvolgi ogni singola polpetta in una foglia d’alloro e sospendila al fumo per quanto tempo vorrai. Quando la vorrai mangiare toglila dal fumo e falla cuocere di  nuovo. Altro modo: metti in un mortaio il pepe, il ligustico, l’origano e la maggiorana secchi: versaci sopra la salsa, aggiungi le cervella scottate e trita per bene in modo da non lasciar niente di tiglioso. Aggiungici cinque uova e mescola bene con la Salsa; rovescia il tutto in una padella di rame e cuoci. Quando sarà cotto, versa il composto sopra un tagliere ben pulito e taglia a dadi. Metti in un mortaio il  pepe, il ligustico, l’origano ben tritati e mescolati. Falli bollire in un tegame. Quando avranno bollito pesta dei pezzetti di pasta (chi li chiama pane e chi schiacciata) e mescola al trito. Versa nella zuppiera  spargendo di pepe e servi in tavola.

Polpette di sfondili o Spugnole (una sorta di conchiglia: Syphonddylus Gaedaropus o Phallus Esculentus): trita gli sfondili lessati e privati delle fibre. Poi tritaci insieme della spelta lessata e mescolaci le uova e del pepe. Avvolgile nell’omento e arrostisci; cospargile di salsa di vino acida e servile come polpette.

Polpette avvolte nell’omento: trita la polpa e mescolala a midolla di pane bianco (è il Triticus hibernum) imbevuta di vino. Pesta insieme pepe e Salsa – se vuoi – e bacche di mirto prive di semi. Forma delle polpettine mettendoci dentro pinoli e pepe. Copri con l’omento e cuoci nel mosto cotto.

II. ALTRE POLPETTE, SOMIGLIANTI A SALSICCE. Polpette ripiene: prendi grasso fresco di fagiano arrostito, indoralo e fanne dadi che metterai nelle polpette insieme a pepe, salsa, vino dolce cotto. Cuoci il tutto in salsa allungata d’acqua e servi. Polpette con salsa allungata: trita il pepe, il ligustico, poco pirero (Anthemis Byrethrum), mescola con Salsa cui avrai aggiunto acqua di cisterna. Vuota un tegame (pignatta) e mettilo al fuoco con le polpette. Riscalda e le darai da sorbire.

Per fare polpette di pollo: prendi 110 gr di fior d’olio (è quello che stilla per primo dal frantoio); 90 gr di Salsa e 15 gr di pepe. Altro modo, sempre di pollo: trita 31 gr di pepe. metti in un calice di ottima Salsa, altrettanto di mosto cotto, 2 bicchieri di salsa e poni il tutto al vapore del fuoco.

Polpette semplici: per una misura di salsa, prendine 7 di acqua, poco sedano verde, un cucchiaio di pepe tritato. Cuoci insieme le polpette e così ti scioglieranno il ventre. Alla salsa allungata aggiungerai i sali già preparati. Polpette di pavone: per prima cosa sappi che fritta la carne perderà la sua durezza. Al secondo posto stanno le polpette di fagiano; al terzo quelle di amiglio; al quarto quelle di pollo e al quinto quelle di lattonzolo.

Polpette di amido: trita pepe, ligustico, origano, poco silfio, poco zenzero, poco miele. Tempera la salsa, mescola e versala sulle polpette. Fai bollire. Quando tutto sarà ben bollito lega con amido denso e  dai da sorbire. Altro modo: trita del pepe messo ad ammollare il giorno prima; ad esso aggiungerai la salsa in modo che venga un intriso ben pestato e spesso. A questo unirai dello sciroppo di cotogne  che abbia raggiunto, al sole cocente, densità come il miele. Se non l’hai, adopera sciroppo di fichi (quelli della Caria esaltati da Plinio) che i Romani chiamano “colore”. Prendi poi infuso d’amido e succo di  riso e cuoci il composto a fuoco lento.Altro modo: spremi il succo da ossicini di pollo e metti in un tegame dei porri, dell’aneto e del sale. Quando saranno cotti, aggiungi pepe. seme di sedano e riso ammollato e ben tritato insieme alla salsa e al passito o mosto cotto. Mescola il tutto e aggiungi alle polpette.

Per fare l’ammorsellato: lessa della spelta con pinoli e mandorle pulite e ammollate in acqua c lavate con argilla da argentieri perché possano diventare candide. Mescola al tutto uva passa, vino dolce cotto  o passito, spruzzaci sopra del pepe tritato e porta in tavola nel vaso.

III. VULVETTE (o Ammorsellati) E SALSICCIOTTI. Per fare delle vulvette come se fossero polpette sminuzza la polpa di due porri senza buccia ammollati, unisci del pepe tritato e del cumino, ruta e Salsa. Pestato ancora il composto perché si possa ben amalgamare, mettici grani di pepe e pinoli e batti in un mortaio pulito. Cuoci con acqua, olio, Salsa. un mazzetto di porri e d’aneto. Salsicciotti: con sei  tuorli d’uovo cotti e pinoli tagliuzzati amalgama cipolla e porro tagliati e brodo crudo; unisci pepe tritato e mescolando il tutto riempi un pezzo di budella. Aggiungi Salsa e vino e cuoci.

IV. LUCANICHE. Si trita il pepe, il cumino. la santoreggia, la ruta, il prezzemolo, le spezie dolci, alcune coccole d’alloro e la Salsa. Mescola il tutto con polpa sminuzzata: pesta di nuovo il composto con la Salsa, pepe intero, molto grasso e pinoli. Insacca in budella allungandolo per quanto e possibile. Poi sospendilo al fumo.

V. RIPIENI. Trita le uova e le cervella con pinoli, pepe e Salsa, poco laser e con ciò riempi un budello. Lessa. Arrostisci. Servi.Altro modo: cuoci della spelta e tritala. Aggiungi della polpa sminuzzata e  pestala con pepe, Salsa e pinoli. Riempi il budello e lessalo. Puoi arrostire col sale e servire intero con la senape; oppure tagliati a fette. Altro modo: purga della spelta e cuocila nel brodo degli intestini e uniscila al bianco dei porri tagliati fini. Prendi la poltiglia, taglia del grasso e dei bricioletti di carne. Mescola tutto insieme. Pesta del pepe, del ligustico e tre uova. Mescola tutto nel mortaio con pinoli e pepe intero. Bagna con la Salsa. Riempi un budello, lessalo e arrostiscilo oppure puoi solo lessarlo. Servi in tavola. Cerchietti d’ammorsellato: riempi il budello con un composto di ammorsellato e  arrotondalo. Ponilo al fumo. Quando si colora in rosso, scottalo e ricoprilo di salsa acida di fagiano cui avrai aggiunto del cumino.

San Giovanni Theristis

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In attesa di vestirmi da Babbo Natale, ritorno a parlare dei santi calabro-bizantini: oggi è il turno di San Giovanni Theristis. Sulle sue origini, come spesso accade in questi casi, abbiamo due differenti versioni, ma, cosa strana a dirsi, stavolta non c’entrano nulla le diatribe tra cattolici e ortodossi.

La questione è che abbiamo due bios distinti del Santo. Il primo, in un greco molto popolare e scorretto, e dalla grafia arbitraria, in cui l’autore, per darsi un tono, si è spacciato per Nilo da Rossano, che però ha, dal punto vista filologico, un’importanza straordinaria, dato che contiene in nuce alcuni elementi, che sono attualmente presenti nel grecanico o greco di Calabria. Il secondo, invece, è in elegante greco ecclesiastico più vicino ai modelli classici che al greco bizantino e al neogreco.

Ora i due testi concordano quasi per tutto, tranne che per le origini del Santo. Secondo la versione in lingua popolare, era figlio dell’ Arconte di Cursano. il capo di uno chorion bizantino sito in località Botterio Signore oggi nel territorio di Stilo.

La chorion, era un villaggio, unione di agridion, casali, in cui risiedevano gli stratioti, soldato-colono al quale erano attribuite una proprietà terriera e una carica militare, entrambe inalienabili ed ereditarie. Si trattava in pratica di un soldato a cavallo che aveva l’incarico di equipaggiarsi completamente a proprie spese, sia per il cavallo che per il proprio armamento. Aveva la responsabilità del proprio addestramento, doveva rispondere a tutte le convocazioni e doveva subire le riviste (adnoumion). La chorion svolgeva il ruolo entità giuridica e il livello base con in sui si raggruppano le entrate fiscali. La sua comunità stabiliva inoltre i beni comuni messi a disposizione dei contadini soldati.

A un certo punto, intorno al 995, i saraceni attaccarono Cursano, saccheggiandolo e uccidendo tutti i soldati; donne e bambini furono invece trascinati come schiavi a Balarm, tra cui la madre di Giovanni che, incinta di vi partorì il bambino, che crebbe in ambiente musulmano, ma nella fede cristiana. Citando la traduzione di questo bios

Ma quando giunse a quattordici anni gli disse la madre: “Sappi, figlio, che questa non è la nostra patria, né questo è tuo padre; ma sei figlio di un nobile; ed io fui condotta qui prigioniera di guerra; e tuo padre venne ucciso da questa gente barbara in Calabria nostra patria, nel nostro villaggio di Cursano, presso lo Stilaro, lungo il fiume sopra il monastero del luogo chiamato Rodo Robiano sotto il monte di Stilo; e in quel villaggio è il nostro palazzo e lì abbiamo nascosto i nostri tesori”: e gli indicava il luogo dove li avevano nascosti…

Così munito di una piccola croce, attraversò lo stretto di Messina in una barca senza remi o vela, per poi giungere sino a Stilo. Nel racconto agiografico Giovanni nel viaggio fu avvistato da una galera saracena, ma la barca improvvisamente sarebbe affondata per riemergere miracolosamente fuori dalla vista dei saraceni e approdare a Monasterace.

Invece, più sinteticamente, la versione dotta parla di un santo di origine mora: dato che il vescovo locale gli fece una sorta di duro interrogatorio, per appurare le sue intenzioni e la sua conoscenza della fede, per appurare se non fosse una spia, è quasi certo che fosse un dhimmi o un musulmano convertito, in fuga per evitare la condanna per apostasia.

Così racconta il bios

Il vescovo, per metterlo alla prova, gli disse: << Non puoi essere battezzato, essendo così grande di età, se prima non ti gettiamo una pentola di olio bollente >>. Quello subito con ardore rispose: << Sono pronto a sopportare tutto; sia fatto come vuole la tua signoria, affinché riceva questo santo battesimo: infatti sono venuto per questo >>. Allora il vescovo comandò di porre sul fuoco una pentola di olio a bollire, e stava ad osservare l’ardore del giovinetto: quello eccitava il fuoco, affinché bollisse subito, e quando vide che la pentola già bolliva, incominciò a togliersi le vesti, per gettarsi nudo nella detta pentola. Avendo visto ciò il vescovo che era stato a vedere e ad ammirare la sua audacia corse o glielo impedì, ed avendoIo preso lo portò in chiesa con molto o grande onore, lo battezzò e lo chiamò dal proprio nome Giovanni, e si trattenne li con, lui un numero sufficiente di giorni, in cui lo ammaestrò o gli insegnò le cose della fede.

Tale ipotesi non esclude però un’origine bizantina: buona parte degli impiegati statali del thema di Sikelia passarono, senza troppi problemi e molti senza neppure cambiare religione, al servizio del nuovo padrone islamico, tanto che, nella burocrazia fatimide, l’appellativo al-Siqilli, il siciliano, era tra i più diffusi. Il più famoso di loro fu Jawhar, conquistatore dell’Egitto e fondatore del Cairo.

Dopo il battesimo, Giovanni desiderò diventare monaco basiliano: nei pressi di Bivonci, intorno al 1050 un ricco latifondista di Stilo, Gherasimos Atulinos, per guadagnarsi il Paradiso, fondò su un suo terreno un piccolo monastero, un Katholicon, di cui non sappiamo il nome e di cui divenne il primo Egùmeno, che si trovò alla porta il buon Giovanni

Dati i tempi, in cui vigeva il principio del fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, Gherasimos rifiutò tale richiesta: tuttavia, quando Giovanni si presentò accompagnato da ricchi doni, l’Egùmeno cambiò idea. Nel bios popolare, a tale proposito, si racconta

Dopo non molto tempo si ricordò il santo delle parole che gli aveva dette la madre, e rivelò tutto a quei santi padri, e che egli era di quella regione, del villaggio devastato di Cursano, figlio del nobile che era stato ucciso dai barbari, e i tesori nascosti dove era il suo palazzo, e il resto. Un giorno dunque il santo, preso con sé uno di quei santi padri, andarono nel detto luogo e cercarono i suoi tesori; e avendoli trovati, distribuirono tutto ai mendicanti, secondo la regola del loro padre il grande Basilio

Diventato monaco, da buon santo calabrese, Giovanni si dedicò alla penitenza, era sua abitudine farsi il bagno e pregare in pieno inverno in una sorgente d’acqua fredda e a compiere miracoli. Il più famoso fu quello che gli diede l’appellativo di Theristis, mietitore. Come in precedenza, lascio la parola al bios

C’era un nobile in Robiano, che ora si chiama Monasterace, che era benefattore del monastero, e ogni anno usava donare ai santi padri ciò che fosse loro necessario. Voleva una volta il santo Giovanni recarsi da lui, nel mese di giugno e nel tempo della mietitura; prese con sé un piccolo vaso di vino e poco pane e andava. Giunto nei luoghi chiamati Muturabulo e Marone, vide una turba di mietitori che mieteva i campi del detto nobile, i quali, visto il santo, cominciarono a dileggiarlo e deriderlo; ma quello avvicinatosi li abbracciava, e invitandoli diede da mangiare e bere a tutti del pane e del vino che
aveva, e tutti si saziarono, e il pane e il vaso non diminuirono. Visto questo, il santo si gettò a terra ringraziando Dio, e mentre pregava si levò il vento e iniziò a piovere. Tutti i mietitori fuggirono sotto gli alberi. Solo il santo rimaneva a pregare. Terminata la preghiera, vide quei campi mietuti e tutti i covoni legati, e tornò al suo monastero. Cessata la pioggia vennero di nuovo i mietitori a completare il loro lavoro; e trovarono tutto ormai mietuto e legato; ma non videro il santo; ma si recarono a casa del padrone per ricevere il salario, cantando e danzando per strada. Fattosi loro incontro per strada il padrone cominciò a rimproverarli e svillaneggiarli dicendo loro: “Stolti e pazzi, perché fate ciò? chi vi ha insegnato a lasciare il lavoro a mezzodì in un giorno di mietitura?”, e risposero a lui: “Signore, è tutto mietuto e legato”. Egli disse: “Come è possibile ciò, se neppure per domani mi basterebbero trecento altri mietitori?”, e quelli confermavano quanto detto, che il tutto era andato così. Li interrogò dicendo: “Avete preso forse qualche altro aiuto?”; risposero: “Non abbiamo avuto altro aiuto se non un monaco del monastero, che venne da noi e ci diede da mangiare e bere, poi non l’abbiamo visto più”. Allora disse quel signore: “Questo monaco per grazia divina ha mietuto i miei campi ed io voglio che questi campi siano suoi”: e consacrò al monastero i detti luoghi di Muturabulo e Marone. Il monastero li ha e possiede fino ad oggi; e per questo miracolo il santo fu chiamato Therestì.

Dalle fonti si ipotizza che Giovanni sia morto intorno al 1060; poco dopo la sua dipartita, il monastero, che aveva acquisito fama e lustro dalla sua presenza, si trovò a gestire la questione dei Normanni, impegnati, con le buone e con le cattive, a ricondurre all’obbedienza romana le sedi vescovili che si trovavano sotto la giurisdizione del Patriarca di Costantinopoli. Ciò comportò sia la graduale sostituzione dei religiosi ortodossi, con altri prelati cattolici posti alla guida dei vecchi luoghi di culto greci, sia la nascita di nuovi luoghi di culto latini.

A peggiorare la situazione nel 1091, Papa Urbano II per dare un ulteriore impulso alla liquidazione dell’ortodossia calabrese, chiamò in Calabria Brunone da Colonia, il quale, nei boschi delle Serre Calabre, fondò la Certosa di Santo Stefano del Bosco, che fu subito, nel 1094, dotata da parte del Conte Ruggero il Normanno, di un vasto territorio, sottratto ai vecchi monasteri basiliani, che dai monti si estendeva sino al mare Ionio, nel quale erano compresi numerosi casali (Bingi, Bivongi, ecc.), mulini, miniere, ferriere, ecc.

Per il controllo di un così vasto territorio, ma ancor più per diffondere il rito cattolico, in opposizione a quello ortodosso, i Certosini fondarono, qualche volta su preesistenti luoghi di culto, numerosi conventi e/o Grange, come quella dei Santi Apostoli proprio vicino al Katholikon di San Giovanni. Nel 1096 viene latinizzata per volere di Ruggero, la diocesi greca di Squillace; di conseguenza il vescovato di Stilo, come pure quello di Taverna, venne assorbito dalla nuova istituzione ecclesiastica perdendo di fatto la propria autonomia. Dopo la morte di Mesimerio, ultimo vescovo greco di Squillace, la situazione era divenuta insostenibile e nei vari luoghi di culto della diocesi regnava una certa confusione; Ruggero preoccupato di tale stato chiamò come vescovo il latino Giovanni, canonico e decano della chiesa di Mileto.

In una situazione di crisi che pareva irreversibile, però accadde qualcosa che fece cambiare idea al capo normanno: la tradizione lo attribuisce a un miracolo compiuto dal Santo nei confronti del figlio, il futuro re Ruggiero. In realtà, il tutto fu causato dal timore che la romanizzazione forzata facesse scoppiare delle rivolte filobizantine.

Il Normanno, quindi, per la grazia ricevuta, si prodigò affinché il monaco. Giovanni avesse una degna sepoltura e che fosse ricordato e venerato in una grandiosa chiesa, “…cum igitur multa necessaria desint templo patris nostri S. Ioannis, Dei auxilio id abundanter providimus”, così recitava l’antico documento, normanno, di finanziamento” della costruzione di un Katholikon.

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Esso si sviluppò in periodo normanno come uno dei più importanti monasteri basiliani nel Meridione d’Italia e mantenne splendore e ricchezza sino al XV secolo. I suoi monaci erano molto dotti e possedeva una vasta biblioteca e ricchi tesori.

Il monastero cominciò a conoscere in seguito fasi di declino, come tutti i monasteri greci della zona: nel 1457 il visitatore apostolico del Papa ne constatava la decadenza.Nel Seicento una banda di briganti creò molte difficoltà al monastero e nel 1662 i monaci lo abbandonarono definitivamente per trasferirsi nel convento più grande di San Giovanni Theristis fuori le mura a Stilo, dove furono portate le reliquie di San Giovanni Theristis e dei Santi asceti Nicola e Ambrogio.

Al contempo le sue laute rendite, che a seconda degli anni variavano tra i 900 e i 1300 ducati, furono affidate a commendari laici. All’inizio del XIX secolo, in seguito alle leggi napoleoniche, che requisivano i beni ecclesiastici, il Monastero di San Giovanni Theristis divenne proprietà del demanio nel Comune di Bivongi. I primi ad “accorgersi” della esistenza del Katholikon furono, sul finire del sec.XIX, E. Jordan con il suo “Monuments byzantin de Calabre”, pubblicato nel 1889 e C. Diehl nello stesso anno con una pubblicazione su “L’art byzantin dans l’Italie meridionale”.

Un piccolissimo cenno si ha nel 1894 da parte del Croce, che lo cita in un articolo ”Sommario critico della storia dell’arte nel Napoletano” apparso su “Napoli nobilissima”. Nel 1903, è ricordato dal Bertaux, nella sua opera “L’Art dans l’Italie meridional de la fin de l’Empire Romain à la conquete de Charles d’Anjou”, che la definì come “ una costruzione siciliana in Calabria” . In seguito si hanno solo pochi cenni da parte di altri studiosi minori.

Negli anni venti del ‘900 il monastero fu scoperto, in mezzo alla folta vegetazione dell’epoca, dall’archeologo Paolo Orsi, che così ne parla

A settentrione di Stilo una catena di modica elevazione separa le due contigue e parallele vallate dello Stilaro e dell’Assi. A cavallo del valico che collegai due bacini e che dovette essere attraversato da una mulattiera assai malagevole ma altrettanto frequentata nei tempi di mezzo, sorgono le ruine di S. Giovanni vecchio, quasi all’altezza di Stilo, emergenti in mezzo a macchie di neri elci e di verdi querce, e cosÌ segregate dal mondo per la profonda vallata che ben pochi degli Stiletani le conoscono, e nessuno studioso dell’arte le aveva visitate. In questa chiusa e quasi mistica solitudine assai prima del sec. X sorse un umile monastero basiliano….» «….a tanto assurse la sua fama, da esser proclamato «caput monasterium ordinis S. Basilii in Calabria

La proprietà del Monastero passò poi a diversi privati cittadini, che lo adattarono ad uso agricolo. L’abbandono ed alcuni terremoti ne distrussero la navata, ma si salvò l’antica basilica quadrangolare e la parte principale dell’abside che, in quegli anni, venne utilizzata come stalla. Nel 1965 fu “riscoperto” dall’allora sindaco di Bivongi Franco Ernesto, che si adoperò affinché il monastero ed il Katholicon fossero conosciuti e salvaguardati. Gli eredi dell’ultimo proprietario lo donarono nel 1980 nuovamente al comune di Bivongi

Nel 1994 è stato affidato ai monaci greci del Sacro Monte Athos, che con la loro dedizione e pazienza hanno riaffermato il monachesimo greco-ortodosso in Calabria ricreando l’antico luogo sacro con nuove immagini e, grazie agli ultimi restauri effettuati, riscoprendo un antico affresco del Santo, sotto l’intonaco del coro sinistro.

Per vicende interne all’organizzazione della Metropolia greco-ortodossa, negli anni successivi, il Metropolita Gennadios Zervos ha allontanato i monaci ortodossi dal monastero e le chiavi, a causa della temporanea assenza dei monaci, nel mese di maggio del 2007, furono affidate di nuovo all’Amministrazione Comunale di Bivongi, che unilateralmente, con la delibera n. 18 del 2008, ha disposto la revoca della Concessione a causa della mancata custodia del bene, «l’incuria del verde avrebbe potuto favorire l’insorgere di incendi». La Metropolia Greco-Ortodossa è andata in appello contro questa
sentenza, ma la vicenda si è conclusa con la perdita definitiva, da parte dell’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, della custodia del Monastero, il quale, con successiva delibera del Consiglio comunale di Bivongi, n. 19 del 5 luglio 2008, è stato oggetto dell’approvazione di una nuova convenzione con la Diocesi Ortodossa di Romania in Italia. Nel 2008 il Consiglio Comunale ha dato in concessione per 99 anni tutto il complesso Monastico alla Chiesa Ortodossa Romena.

Monastero di S. Giovanni Therestis, Bivongi

Dopo tutte queste complesse vicende, il Katholikon ha un importanza fondamentale nella storia dell’Arte, perché è uno dei prime esempi della sintesi tra arte normanna e bizantina, che sommata all’influenza fatimide, porterà alla grandi costruzioni religiose di Palermo, dalla Cattedrale alla Martorana, da San Cataldo ai San Giovanni dei Lebbrosi.

I resti consistenti che ancora oggi si possono ammirare su un pianoro di piccolissime dimensioni di fronte a Stilo, sono quelli della chiesa abbaziale voluta dal re normanno Ruggero II e consacrata il 24 giugno 1122 dal Papa Callisto II. Nel Katholicon, lungo m. 29,10 e largo m. 11,20, le influenze bizantine si manifestano nella triplice divisione interna degli spazi del presbiterio (prothesis, vima e diakonikon) e nella policromia del tessuto murario esterno che reca tracce di reminiscenze tardo romane e reimpieghi di epoca incerta, mentre le influenza normanne sono presenti nell’impianto basilicale (analogo a quello delle chiese di Santa Maria di Tridetti, Santa Maria della Roccelletta e la Cattedrale di Gerace) e nel verticalismo delle strutture, soprattutto della cupola, simile nella sua veduta iposcopica, a quelle non molto più tarde della chiesa di San Cataldo a Palermo; presenta, infine, ascendenze arabe negli archi acuti intrecciati in mattoni nei motivi murari esterni dell’abside (che costituiscono il primo esempio di tale stile nell’Italia meridionale , nei motivi a dente di sega, nell’arco trionfale ogivale interno e nella trasformazione, del tamburo quadrato in cerchio, del, grazie alle trombe angolari, in ottagono sul quale si erge la cupola.

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Tuttavia, se il Katholikon è stato recentemente valorizzato, non lo è ancora la grotta in cui il santo si ritirava a pregare e fare penitenza, i cui affreschi sono purtroppo in condizione pietose.