Palazzo Alliata di Villafranca

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Bologni, giunta a Palermo nel Quattrocento, a cui appartennero tra i tanti Antonio Beccadelli, detto Il Panormita, poeta, latinista e precettore del re Alfonso I di Napoli e Simone, uno dei tanti arcivescovi della città.

Nel 1576 don Alojsio di Bologna barone di Montefranco, aveva deciso di ristrutturare le cade dei vari rami della sua famiglia, creando un unico palazzo, punteggiato da cupole e torri svettanti che dal vicolo del Panormita si estendeva fin quasi all’antico Cassaro. L’anno successivo don Alojsio aveva promosso la costruzione della chiesa di S. Nicolò dei Carmelitani, proprio di fronte al suo palazzo, dove aveva commissionato anche la sepoltura per sé e i suoi eredi, sperando in una numerosa discendenza per perpetuare nel tempo il nome e il prestigio del suo casato. Ma il destino aveva disposto diversamente, infatti già col figlio Francesco si estingueva il ramo maschile della famiglia e meno di un secolo dopo la “domus magna” dei Bologna passava in proprietà degli Alliata di Villafranca.

Gli Alliata era una famiglia di origine toscana, che affermava di discendere da Datius, arcivescovo e santo milanese, da cui prende il nome Dacia Maraini, che è imparentata con tale famiglia. In epoca medioevale i fratelli Gaspare, Melchiorre e Baldasserre Alliata avrebbero partecipato alle crociate e nella stessa epoca sarebbe vissuto il beato Signoretto Alliata, morto durante la presa di Gerusalemme. Nel XII secolo la famiglia Alliata era attestata a Pisa, proprietaria dell’omonimo palazzo sul lungarno Gambacorta, dove si dedicava al commercio e alle attività bancarie. Con il declino della repubblica di Pisa, nel corso del XIV secolo un membro della famiglia, Fillippo Alliata, si trasferì in Sicilia, dove prestò soldi a buona parte dei principi locali e grazie al commercio, comprò feudi a destra e manca. Per queste due attività, in breve furono cooptati nella nobiltà locale

Alla metà del XV secolo a Palermo gli Alliata edificarono una cappella nella chiesa di San Francesco d’Assisi di Palermo. Alla fine del secolo si legarono alla monarchia spagnola acquisendo il feudo baronale di Villafranca: il titolo di principe di Villafranca fu concesso nel 1609 dal re Filippo III a Francesco Alliata, figlio di Giuseppe e di Fiammetta Paruta, baronessa di Salaparuta. Il titolo di principe del Sacro Romano Impero dava diritto al trattamento di Altezza Serenissima per il capo della famiglia. Gli Alliata furono inoltre grandi di Spagna e pari del regno. A titolo di curiosità, nel XVII secolo ottennero dal re Carlo III la carica di “Corrieri Maggiori” ereditari del Regno di Sicilia, relativa al servizio postale dell’isola, carica che mantennero sino al 1838.

Insomma, a un certo punto, cercavano una dimora degna del loro rango: per cui, nella prima metà del seicento infatti, il principe di Villafranca Francesco Alliata e Paruta, pretore della città e governatore della nobile compagnia dei Bianchi,acquistava per la somma di 10.000 scudi l’antico palazzo cinquecentesco appartenuto ai Bologna. Subito dopo, oltre a intraprendere una serie di lavori di ammodernamento della struttura, per ingrandirla, faceva incetta delle case dei vicini.

Nell’impresa fu anche coinvolta la famiglia Serpotta: Giacomo realizzò gli stemmi che decorano la facciata, mentre a Procopio fu affidata la decorazione degli interni. Ma nel 1751 un forte terremoto danneggiò gravemente le strutture del palazzo, fu allora che il principe Domenico Alliata affidò l’incarico per la ristrutturazione il consolidamento e una rivisitazione stilistica della sua “casa grande” all’architetto Giovan Battista Vaccarini, uno dei maggiori architetti del barocco siciliano.Il noto architetto coadiuvato dagli architetti Francesco Ferrigno e Giovan Battista Cascione, oltre che da una schiera di stuccatori, indoratori, incisori e marmorari, lavorò al cantiere di palazzo Villafranca fino al 1758 restituendo l’antica dimora ai fasti e alla magnificenza di un tempo. La decorazione degli interni fu affidata al pittore Gaspare Serenario che curò la decorazione a fresco dei magnifici saloni del piano nobile (purtroppo quasi tutti gli affreschi sono andati perduti a causa degli eventi bellici dell’ultima guerra)

Ai primi decenni del 1800 si devono gli interventi in stile neoclassico, apportati per volontà di Giuseppe Alliata e della moglie Agata Valguarnera. In particolare, questi lavori interessarono le alcove, il Salone Rosa, il Salone Giallo e la facciata. Ulteriori sistemazioni in chiave neogotica vennero infine effettuati tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo (il portale d’ingresso al Piano Nobile, lo scalone con la bella porta-vetrata e la Sala dei Musici). Nel corso dell’ultima guerra mondiale il palazzo subì gravi danni e questo comportò interventi di restauro tra il 1950 e il 1960, con conseguenti trasformazioni che mutarono per sempre l’aspetto originale del piano nobile e degli ammezzati.

La storia più recente dell’antica “casa” è stata segnata da un controverso lascito ereditario, oggetto di una vertenza giudiziaria che oppose gli Alliata di Villafranca al Seminario arcivescovile che lo ha ereditato nel 1988 dalla principessa Saretta Correale di Santa Croce, nobildonna di origine calabrese moglie del principe Giuseppe Alliata, morto senza discendenza. Causa che è stata vinta dai preti, che progressivamente stanno restaurando e aprendo al pubblico il palazzo. L’intero piano nobile dovrebbe essere visitabile da marzo 2019.

Caratteristiche del palazzo sono uno dei primi esempi dell’uso di moquette in Italia, nella Sala Rosa e il fomoir, interamente rivestita in cuoio pirografato e dorato, fatto realizzare dal nonno di Dacia Maraini. Nella quadreria sono presenti le grandi tele con la Lapidazione di Santo Stefano e Il tributo della moneta opere di Mathias Stom del 1639 (oggi esposte nel Salone del Principe Fabrizio), Orfeo che incanta gli animali (oggi esposta nella Sala dello Stemma) e una Scena di naufragio o Pesca miracolosa (1613-1618) attribuiti a Pietro d’Asaro detto “Il Monocolo di Racalmuto”, San Giuseppe con Gesù giovinetto e L’Addolorata attribuiti alla scuola di Pietro Novelli detto “Il Monrealese”, Nascita del Principe Giuseppe Alliata Moncada e I Principi Fabrizio Alliata Colonna e Giuseppina Moncada Branciforte tra Abbondanza e Fama omaggiati dal Genio di Palermo opere di Desiderio De Angelis datati al 1791.

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E soprattutto, “La Crocifissione” di Antoon Van Dyck; il pittore fiammingo era giunto a Palermo per ritrarre il viceré Emanuele Filiberto di Savoia; sarebbe stato un soggiorno di poche settimane, finché non successe il patatrac. Il 7 maggio del 1624 giunse al porto un vascello proveniente da Tunisi, comandato da Maometto Cavalà e nelle sue stive aveva stipato oggetti preziosi, doni, e ricche mercanzie che il bey inviava come omaggio al Vicerè.

Il Senato palermitano, che aveva saputo come a Tunisi fosse scoppiata la peste, temendo il rischio del contagio, negò l’attacco al porto, ma il vicerè, avido dei doni e sospettando che i nobili palermitani se ne volessero impadronire, tramite il suo segretario Antonio Navarro, ordinò di procedere con lo sbarco, provocando così l’epidemia.

Una mattina il viceré entrò nella sala dove era appeso il ritratto e lo trovò caduto per terra. Si agitò moltissimo, considerandolo un pessimo presagio. Aveva ragione. Poche settimane dopo Emanuele Filiberto morì di peste, così come decine di migliaia di palermitani. La violenta epidemia fu devastante per la città, che fu messa in quarantena. Van Dyck, impossibilitato a partire, continuò a dipingere, ritratti di mercanti genovesi residenti in città, quadri religiosi, un commovente ritratto dell’ultranovantenne Sofonisba Anguissola, che il giovane fiammingo andò a trovare colmo di rispetto e ammirazione per la sua arte.

E tra i tanti quadri religiosi, dipinse la Crocefissione, che è un’ex voto: nello sfondo del quadro si nota Monte Pellegrino e il porto di Palermo, mentre in primo piano, spicca il teschio senza mandibola, simbolo di Santa Rosalia, che in occasione di tale epidemia divenne la protettrice di Palermo

4 pensieri su “Palazzo Alliata di Villafranca

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