Il programma di questo fine settimana

gaetano

Come sapete, sabato è il grande giorno in cui rinascerà il murale dedicato al nostro caro Gaetano, che è stato danneggiato da un atto vandalico un paio di mesi fa… Per celebrare tale evento, ci saranno una serie di iniziative, che accompagneranno il lavoro di Mauro Sgarbi e convolgeranno il Rione.

Intorno alle 12, le Danze di Piazza Vittorio accompagneranno l’azione di Mauro con una sonata, che potrebbe essere anche replicata nel pomeriggio.

Dalle ore 14.30 alle 16.30, nell’ambito del Progetto LE NOSTRE CITTÀ INVISIBILI cofinanziato dall’ Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, Viaggi Solidali ci sarà una passeggiata interculturale gratuita di Migrantour Roma nel quartiere dell’Esquilino.

Sarà un viaggio in cui si esploreranno i tanti popoli e comunità che con il loro dialogare rendono unico, strano, affascinante e parecchio folle il nostro Esquilino, che si concluderà proprio davanti al cantiere artistico…

Domenica, probabilmente si concluderà l’azione creativa e l’intenzione è di sequestrare Mauro e costringerlo a fare da giudice al corso sulla preparazione dei ravioli cinesi che la nostra cara signora Zang terrà nella sede sociale de Le danze di Piazza Vittorio.

Per il futuro, boh ! Sperando che si chiarisca a breve la questione dei progetti di street art a via Cappellini e si raggiunga un compromesso, noi non vogliamo sabotare i progetti di nessuno, però sinceramente ci piacerebbe terminare senza problemi e interferenze esterne quanto iniziato, se tutto andrà bene, vorremmo riempire d’Arte e colore il muro su cui abbiamo dipinto il ritratto del Maestro Manzi…

ÜBERMENSCH

davide

Giornata assai incasinata oggi, culminata con il finire in mezzo a una apocalittica grandinata ad Acilia… Tuttavia, prima di infilarmi al calduccio sotto il piumone, vorrei dedicare un paio di righe al nuovo libro di Davide del Popolo Riolo, Übermensch.

Più che concentrarmi sulla trama, altri ne parleranno assai meglio di me, vorrei concentrarmi su un altro aspetto: in questi mesi, ho avuto la fortuna di essere un osservatore privilegiato della genesi, dello sviluppo e del parto di questo romanzo.

Chiacchierando spesso con Davide, sia virtualmente, sia dal vivo, ne ho conosciuto l’impegno e la dedizione alla scrittura, la fatica e l’entusiasmo nel macinare pagine su pagine, le speranze e le delusioni e la lunga e logorante attesa per il verdetto del premio Urania.

Questo, ovviamente, è assegnato con logiche di tipo editoriale, premiando il libro che secondo la giuria, avrà più possibilità di vendere un fantastimilione di copie… E senza dubbio, Simbionti di Vastano, il vincitore, da lettore, è un bel romanzo.

Ma è un libro che non scriverei mai, perché tetragono e lineare, con lo scopo di rinchiudere il lettore in una storia, prenderlo per la cavezza e trascinarlo, anche a forza, sino all’epilogo.

Io amo raccontare le storie lievi come la polvere, labirinti disegnati da volute di fumo, in cui il lettore può esplorare, perdersi e ritrovarsi, sfidando il Minotauro nascosto nel suo animo… E Davide, con le differenze dovute alla sua storia e sensibilità, in questo mi è vicino.

Per cui, se volete essere liberi di sognare e di guardare il vostro abisso, allora, godetivi il suo libro !

Il senso del lutto

massimo

Per chi mi conosce, sa che per me il 29 gennaio è un giorno particolare: è l’anniversario della morte di mia nonna, che spero sia fiera di me, per tutto il tempo che dedico all’Esquilino, a volte sbagliando, a volte facendo anche cose buone.

Ed è il giorno in cui il mio buon amico Massimo se ne è andato. Per i casi della vita, l’ultima volta che ci siamo incrociato, che abbiamo chiacchierato e riso assieme, è stato proprio qui a Piazza Vittorio. Conoscendolo, dovunque sia, sicuramente starà scuotendo il capo, con il sorriso sulle labbra, per tutte gli affanni, le arrabbiature e le cose di nessuna importanza, a cui do troppo peso e di cui mi faccio carico.

E come sempre, avrebbe pure ragione, nel definirmi, come fece una volta, un vecchio, intrattabile e collerico mulo, ma di buon cuore.

Come ricordarli ? Di parole ne scrivo tante, spesso inutili, ma stavolta, mi piacerebbe condividere un brano che ho trovato sul mio pc, che ci metterei la mano sul fuoco sul fatto che non sia mio e di cui mi sto scervellando nel trovare l’autore, che racconta di come si vivesse il lutto al Sud

Nei nostri paesi del sud il lutto era un evento abbastanza condiviso. Più che dal passaparola o dai manifesti funebri, l’annuncio veniva dato da un drappo nero. Adornava il portoncino d’ingresso e scendeva sui due lati. Era il primo triste messaggio di lutto alla comunità. Di norma quel lembo di stoffa era semplice e sventolante ma poteva essere anche drappeggiato, fermato con cordoncini e nappe dorate. E non era solo un problema di spesa.

All’apparire del drappo, partiva il passaparola e iniziava il silenzioso via vai di gente per rendere omaggio al defunto. Del lutto era partecipe la comunità e la porta di casa rimaneva accostata. Era inimmaginabile che qualcuno della famiglia, più che al dolore, dovesse pensare ad aprire e chiudere porte. Le tende alle finestre e ai balconi restavano chiuse per lasciare la casa in penombra. La luce e il sole sono segni di vita, incompatibili lì dove una vita si era appena spenta. La scelta della stanza funebre coincideva in genere con la camera da letto, illuminata da qualche fioca abat-jour e dalle fiammelle fumose e tremolanti delle candele accanto al letto.

Gli specchi venivano coperti con teli neri, come si usava fare da generazioni anche se nessuno sapeva perché. Di certo evitavano lugubri riflessi o vanitose distrazioni. Quando si prevedeva che un gran numero di persone avrebbe reso omaggio alla salma, si sceglieva la camera più grande della casa e, scostati i mobili, la si faceva addobbare con paramenti, tappeti, coperte broccate e candelabri dorati. L’aria si saturava presto col profumo dei fiori e della cera ardente. Il religioso silenzio ero rotto solo dal pianto dei familiari e dalla nenia delle donnine in nero che recitavano il rosario sottovoce, scorrendo fra le dita i grani del rosario. L’arrivo delle suore era segno di rispetto per famiglie molto religiose o molto benefattrici.

In qualche casa appariva il registro dei visitatori, destinato alla firma o a qualche affettuoso ricordo. Era il segno che distingueva i defunti più in vista. Nato per inviare i ringraziamenti agli intervenuti senza dimenticare nessuno, in realtà era utile per vedere non solo i presenti ma anche gli assenti.

Prima che fosse sostituito da apposite automobili furgonate, il carro funebre, seguito da parenti ed amici a piedi, era davvero un carro in legno, imponente, con cocchiere e cavalli. Il loro numero variava a seconda del livello del funerale, di prima, seconda o terza classe. Variava la spesa e naturalmente la sontuosità della carrozza e il numero dei cavalli. La carrozza di prima classe, scelta per prestigio e massima visibilità, era arricchita da colonnine, capitelli dorati e ganci per i cuscini di fiori. Aveva il cocchiere, con la livrea nera piena di bottoni dorati, e i cavalli, due o quattro, bardati con finimenti di lusso. Procedevano con andatura lenta e solenne e, nel silenzio della strada, si sentiva solo la preghiera del sacerdote e il tonfo e ritonfo degli zoccoli che risuonavano sul selciato. Il corteo era preceduto dalla sfilata delle corone, fatte da rami di palma intrecciati ed arricchiti da inserti di fiori. La quantità di corone era proporzionale all’importanza del defunto o al cordoglio della comunità per la sua scomparsa. Erano portate a mano, una dietro l’altra, da amici e volontari.

A volte, per qualche funerale eccellente, partecipava anche la banda musicale, che si collocava in genere davanti al carro. I musicanti in divisa procedevano inquadrati, assorti nei loro pensieri. A un segno del capobanda approntavano gli strumenti e partivano struggenti marce funebri.

Anche la cerimonia religiosa non era eguale per tutti. Quella ordinaria era celebrata dal buon parroco del posto aiutato dal sacrestano. Messa veloce, parole di circostanza, un giro d’incenso e via verso il cimitero. Ma c’era anche la messa solenne, quella cantata. Almeno tre sacerdoti, i chierichetti con la tunica, una ricca omelia, l’incensiere col turibolo delle grandi occasioni, il coro, il suono soffocato dell’organo. Il misterioso viaggio per l’aldilà era sicuramente in classe unica ma per la cerimonia d’addio non c’era alcuna livella.

Il ritorno a casa, dopo il funerale, segnava il momento di pausa dopo le lunghe ore trascorse nella veglia e nel pathos della cerimonia. Bisognava prendersi cura dei familiari ancora immersi nel dolore ed incapaci di badare a se stessi. Con discrezione ed affetto si riportava un segno di vita nella casa dove era stata sospesa ogni attività domestica. Non era pensabile che un familiare potesse mettersi a cucinare scodellando stoviglie e tegami.

Era il momento del “consuolo”, operazione intima, riservata ai parenti più stretti, alle immancabili cummarelle, agli amici più cari. Un passaparola veloce, di casa in casa, e solo tra chi si era offerto di prepararlo, forzando a volte le resistenze e l’orgoglio degli stessi interessati. Arrivavano ceste di cibo preparato con amore e non mancava mai la zuppiera di brodo, alimento principe che alimentava senza lo sforzo di masticare e destinato a quelli cui si era “chiuso lo stomaco”.

La quantità di cibo portato doveva essere sempre superiore al numero delle persone interessate. Potevano esserci a casa parenti o amici venuti in visita da lontano e non li si poteva lasciare digiuni.

Il rito del “consuolo” durava circa otto giorni, quelli del lutto stretto, del silenzio assoluto rotto solo dalle visite di condoglianze. Non si accendeva neppure la radio né, quando arrivò, la televisione. Il “consuolo” aveva lo scopo di dare conforto alla famiglia facendola sentire al centro dell’attenzione. Spesso, però, era l’occasione per superare vecchi dissapori tra parenti o per ricostruire, tra famiglie vicine, rapporti di vicinato logori da anni.

Usi, costumi e tradizioni di un passato lontano quando la vita nella piccola comunità del paese significava condividere gioie e dolori. Oggi anche la morte è cambiata. I ricoveri ospedalieri precedono spesso gli ultimi giorni di vita e può capitare di sapere della morte di un vicino di casa solo dopo diverse ore dall’evento o a tumulazione avvenuta. Il lutto come evento triste ed ineluttabile della vita, vissuto nell’intimità e senza clamori.

E così diventa più vera l’amara saggezza di Totò: “…la morte è nu passaggio dal sonoro al muto. Quanno s’è stutata ‘a lampetella, significa che ll’opera è fernuta e ‘o primo attore s’è ghiuto a cuccà”.

Perchè il lutto non è crogiolarsi nel dolore. E’ riconoscere il fatto che una persona ci manchi, accettando la nostra debolezza e onorando il suo ricordo, affinché tutto ciò che abbiamo condiviso assieme, non sia perduto, ma ci aiuti a tenere dritta la barra del timone della nostra vita.

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Aperitivo solidale per Today, Tomorrow, To Nino

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Qualche tempo fa, ho accennato all’iniziativa della Casa dei diritti sociali Today, Tomorrow, To Nino, con cui l’associazione provvede a fornire borse di studio a ragazzi in difficoltà, affinché possano usufruire pienamente del loro diritto allo studio.

Per finanziare tale progetto, oltre al crowdfounding su Produzioni dal Basso, la Casa dei diritti sociali ha organizzato alcuni aperitivi solidali.

Il prossimo sarà dopodomani, 30 gennaio, alle ore 19, a presso Gatsby Café, in Piazza Vittorio Emanuele II, dove si potrà mangiare e bere con una sottoscrizione di 15 euro.

Poi, per chi non bazzica l’Esquilino, il giorno dopo, vi sarà un altro aperitivo solidale a Centocelle, presso La Pecora Elettrica, via delle Palme 158.

In particolare, alla Pecora Elettrica, si potranno accompagnare gli stuzzichini con la falanghina Selva Lacandona prodotta nelle terre confiscate alla camorra, prodotto di cui in questo bistrot/libreria, dove una volta presentai il fumetto di Mauro Sgarbi, sempre per parlare di amici del Rione, vanno particolarmente orgogliosi!

Tiberio Sempronio Gracco

Studia Humanitatis - παιδεία

di W. Blösel, I Gracchi e la disgregazione della nobilitas fino alla dittatura di Silla (dal 133 al 78), in Id., Roma: l’età repubblicana. Forum ed espansione del dominio (trad. it. a cura di U. Colla), Torino, Einaudi, 2016, pp. 133-138.

I due fratelli che dovevano dare un forte impulso alla storia degli anni dal 133 al 121 appartenevano all’alta nobilitas, e in certo modo vi erano quindi predestinati. Tiberio Sempronio Gracco, nato nel 162, e suo fratello Gaio, più giovane di nove anni, avevano per padre un uomo che era stato due volte console (nel 177 e nel 163) e aveva celebrato un trionfo, e per madre Cornelia, la figlia di Scipione l’Africano. Inoltre la loro sorella Sempronia aveva sposato Scipione Emilano. All’età di soli quindici anni, Tiberio Gracco, al comando di suo cognato, aveva ottenuto la corona muralis, perché per primo…

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MUSE’ – Nuovo museo Paludi di Celano

Il Lago del Fucino, nonostante le sue stranezze e la sua storia complicata, è stato abitato sin dalla preistoria, ad esempio nell’area di Celano, che inizialmente occupava la zona settentrionale della riva nord del Lago Fucino e solo in un secondo momento, a causa degli straripamenti e alle invasioni barbariche, gli abitanti si trasferirono sul monte Tino.

Tra il V e il VI sec. a.C. Celano era sicuramente un vicus con relativo oppidum la cui sussistenza era basata sulla pastorizia interna, e solo dopo la romanizzazione, nel III sec. a.C., con la nascita di uno dei maggiori tratturi che la collegava con Foggia, il paese acquistò importanza, tanto che, dopo l’abbandono di Alba Fucens, il centro venne considerato caput Marsorum.

I resti più antichi del suo territorio si trovano nella località Le Paludi, un nome, un programma, in cui gli gli scavi archeologici, iniziati nel 1980, hanno riportato alla luce uno dei più interessanti modelli abitativi e sepolcrali dell’età del bronzo del bacino fucense, ossia un villaggio palafitticolo e una necropoli risalenti all’età del bronzo, benché un’indagine effettuata su livelli più profondi faccia pensare, a causa dei reperti ceramici, una frequentazione del sito sin dal Neolitico.

Durante gli scavi sono emerse sei deposizioni a tumulo, intatte, oltre a centinaia di pali e buche di palo attribuibili sia a strutture abitative su elevato ligneo sia a passerella che collegavano le abitazioni tra loro e con la terra ferma. Grazie alla presenza costante di acqua, i pali lignei, i sarcofagi in cui erano adagiati i defunti, le derrate alimentari e tutti quegli elementi necessari alla ricostruzione complessiva dell’ambiente nel corso dell’età del bronzo, come per esempio la flora e la fauna, si sono conservati

La necropoli era stata costruita in una zona dove precedentemente sorgevano le case, come testimoniano i ritrovamenti dei pali lignei all’interno del perimetro delimitato dai tumuli o addirittura sopra le fosse, presenza spiegabile solo se pensiamo che, a causa dell’innalzamento del livello delle acque del lago, le sepolture non fossero più visibili e si ricominciasse a costruirvi sopra

Le tipologie abitative appaiono complesse e di difficile ricostruzione: al momento è chiara la presenza di tre capanne rettangolari a cui si possono ricondurre alcuni reperti per lo più ceramici. Sono venute alla luce sei tombe a tumulo e resti di una settima distrutta in antico, che hanno restituito alcune pietre della marginatura e pochi resti ossei. Tutte le tombe presentano la medesima struttura : deposizione a sarcofago ricavato dal tronco di albero, a sua volta inserito in una fossa aperta al centro del tumulo marginato da pietre. Il corredo è essenziale: l’unico esemplare maschile recava con sé un rasoio in bronzo con evidenti valori simbolici, le donne indossavano fibule e aghi in bronzo e gli infanti erano privi di corredi.

Altra località indagata archeologicamente nella zona di Celano “Ruscella” a sud del paese, a poche centinaia di metri ad est del villaggio in delle “Paludi”, in cui sono stati trovati resti di edifici della tarda antichità, a cui, agli iniiz dell’epoca bizantina fu sovrapposta una necropoli, con sepolture a fossa terragna, su letti di laterizi, orientate ovest-est, in cui sono stati alcuni frammenti in ceramica acroma, databili al IV-VI sec. d.C. e resti di lucerne e aghi crinali in osso.Le due fasi di utilizzo dell’area erano interrotte da un considerevole fase di insabbiamento e da uno strato alluvionale composto essenzialmente da ghiaia e ciottoli.

Sempre presso ” le Paludi”, non molto lontano dai resti del villaggio palafitticolo, sono stati rinvenuti: una ruota idrica lignea, frammenti di contenitori in ceramica comune, un coltellino, un piccolo punteruolo in ferro, piccoli oggetti in legno, diversi resti ossei di animali e frammenti di macine in pietra levigata che fanno presupporre l’esistenza, in epoca medievale, di un mulino. Molto probabilmente esso era di tipo vitruviano, mosso da una ruota idraulica verticale fornita di circa venti pale radiali e usufruiva un’alimentazione idrica dalla parte bassa, cioè l’acqua giungeva alla ruota attraverso un canale ligneo posto sotto di essa, da una gora artificiale scavata nel terreno e alimentata da sorgenti ubicate a monte dell’insediamento produttivo.

Per valorizzare tali reperti, è stato costruito il MUSE’ – Nuovo museo Paludi di Celano, tra i più grandi del centro Italia, copre una superficie di 5000 metri quadrati ed è caratterizzato da forme architettoniche molto interessanti: la sua forma complessiva, mimetizzata perfettamente nella piana del Fucino, si rifà, infatti, ad una sepoltura a tumulo di età protostorica, in cui aprono oblò e finestrature mentre piazzette interne e terrazze permettono di osservare l’ambiente sia esterno che interno.

Il museo è contiguo ad una palude artificiale che in parte è utilizzata per ricostruire le scene di vita del villaggio palafitticolo. In uno dei laghetti artificiali ci sono diversi resti dei grandi pali di quercia e della necropoli di cui ho accennato sopra…

Tutto bene ? No, perché come succede sempre in Italia, da una parte sono finiti i soldi, cosa che ne ha messo in crisi la manutenzione ordinaria e non ha permesso di completare i lavori, dall’altra, il Museo è stato trasformato in un deposito e un laboratorio di restauro per le opere d’arte danneggiate dal terremoto dell’Aquila. Cosa doverosa, senza dubbio, ma che ne ha ridotto la fruibilità

Per cui sarebbe bene che ciò che potenzialmente potrebbe essere uno dei musei della preistoria più interessanti d’Italia possa essere valorizzato per quello che merita..

Santa Maria la Pinta

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Quella linguaccia di Procopio di Cesarea racconta che Belisario, sbarcato in Sicilia per combattere i Goti per ordine di Giustiniano, non ebbe difficoltà a conquistare Catania e Siracusa, le principali città dell’isola. L’unico intoppo lo ebbe a Palermo, gli ostrogoti avevano un considerevole presidio pronto a resistere e ad affrontare un lungo assedio.

Al suo comando vi era Sinderico, il quale decise di mandare degli inviati a Belisario con lo scopo di intimargli di partire e di non tentare alcun assedio. Il generale bizantino, invece di mandarlo al diavolo, si rese conto di avere enormi difficoltà nell’assalire la città da terra: il che fa pensare come, nell’area del Palazzo Reale, il circuito delle mura puniche fosse stato rafforzato con una fortezza.

Cosa tra l’altro sostenuta dallo storico rinascimentale Tommaso Fazello il quale riferisce di aver visto nel Palazzo un’ antica iscrizione marmorea, (ancora esistente nel 1558) secondo la quale i Saraceni avevano costruito in quel sito una fortezza eretta sulle rovine di una roccaforte più antica.

Comunque sia, per averla vinta, il generale bizantino ideò allora uno stratagemma: data la vicinanza della città al mare e la scarsa altezza delle mura cittadine, ordinò ai suoi uomini di far entrare le navi nel porto ed ancorarle; poi, notando che le alberature erano più alte delle mura, fece riempire le scialuppe di arcieri e le fece installare in cima agli alberi; da qui fu possibile colpire i difensori e gli abitanti della città, cosa che condusse alla capitolazione nel giro di pochi giorni.

Per festeggiare il successo, come ex voto Belisario fece costruire, nei pressi di quello che nell’età normanna sarà chiamata Aula Viridis, Aula Verde, una vasta aula interclusa da una loggia scoperta, probabilmente resto di un odeon di età romana, che in età medievale sarà sede dell’assemblea cittadina, la chiesa Santa Maria Dell’Annunziata.

Chiesa che sarà poi chiamata della Pinta, per l’ampio ciclo di affreschi che la decorava, ispirato a quelli presenti a San Pietro e a San Paolo fuori le Mura. Dato che le prime notizie documentate della chiesa risalgono al 1187, l’attribuzione all’epoca di Giustiniano fu a lungo contestata.

Nel 1539 Teofilo Folengo, il grande poeta maccheronico, che nonostante quanto racconta nelle sue opere, nella vita reale era un pio monaco benedettino, fu spedito in Sicilia, prima nel grande monastero di Santa Maria delle Scale a Monreale, che era uno dei più ricchi e culturalmente vivaci del Sud Italia, per poi diventare priore del monastero di S. Maria delle Ciambre a Borgetto, quello sì, alquanto periferico.

Ma in quel paesino, Folengo ci stava ben poco: data la sua amicizia con il vicerè Ferrante Gonzaga, passava la maggior parte del tempo a Palermo, ospite proprio della chiesa della Pinta. Durante questo soggiorno, Folengo scrisse Hagiomachia, una raccolta di 18 vite di martiri in esametri latini e della Palermitana, poema volgare in terzine, ricco di reminiscenze dantesche.

Palermitana in cui Folengo narra in prima persona di un suo pellegrinaggio in Palestina e dell’incontro con una comunità di pastori-monaci guidati dall’anziano Palermo. Con essi egli assiste a una rappresentazione sacra ehe ripercorre gli eventi veterotestamentari dalla creazione del mondo alla dissoluzione dei Limbo e alla apparizione délia Chiesa; e sempre in loro compagnia contempla quindi a Betlemme la scena délia nascita del Redentore.

Palermo muore alla vista degli strumenti della Passione esibiti dagli angeli, mentre gli altri pastori, dopo essersi presentati a Teofilo, prendono congedo. Se il primo libro si chiude con la morte di Palermo, il secondo ripercorre, in parte per bocca di san Giuseppe, gli eventi del Nuovo Testamento: dall’ Annunciazione alla Presentazione al Tempio e al Cantico di Simeone… Insomma, temi e atmosfere ben diverse da quelle del Baldus…

In più, come una sorta di ringraziamento per la chiesa che lo ospitava, scrive L’Atto della Pinta, una sacra rappresentazione piuttosto complessa, dove viene narrato il percorso della Salvezza, dalla Creazione del mondo all’Annunciazione a Maria, che viene presto rappresentata e con enorme successo, benché, come raccontavano i cronisti dell’epoca, la messa in scena fosse alquanto costosa, circa 12000 scudi.

La chiesa fu però abbattuta nel 1648, La chiesa venne abbattuta dal viceré Cardinale Trivulzio, venuto a governare la città dopo le rivolte cittadine del 1648, che per evitare strane sorprese da parte dei palermitani e per proteggere al meglio il Palazzo Reale, aveva aveva fatto costruire due baluardi ben armati sul suo fianco settentrionale.

Tuttavia, l’evento diede lo spunto al gesuita Agostino Inveges di descrivere la Pinta. Data la fatica che ho patito per trovare il suo brano, beh, ve lo dovete purtroppo cibare

stUna delle più belle chiese,ch’edificarono gli antichi greci né loro tempi in Sicilia. Questo antico tempio, secondo riferisce F. Simone (ò Simonetto) di Leontino vescovo di Siracusa: […] fu edificato, e consacrato insieme dall’eroe Belisario Capitano di Giustiniano Imp. Alla gloriosa Madre di Dio V. per la vittoria in Palermo contro à Vandali (legge Goti) nell’an.Del mondo 4516. E del redentore 545 (legge 535) […] à gloria della suprema Regina del Cielo: la cui immagine essendo stata depinta assai devota; fu chiamato il tempio di S. Maria Depinta.[…]. Hor la nostra antichissima chiesa di S. Maria Della Pinta: era fabbricata nel gran piano del palazzo viceregio a pié del novo suo baluardo settentrionale. La figura del sito era riquadrata; poiché in ogni lato havea circa 30. Passi di distanza. La frontiera del suo muro settentrionale riguardava la bella strada del Cassaro, ove havea tre porte: la maggiore di mezo, che dava l’ingresso alla nave, e le due minori, che aprivan il passo alle due ali: & alle tre porte s’ascendeva per 7.Scalini, posti parti dentro, e parte fuori: poiché il sito della chiesa era rilevato sopra il Cassaro circa 7. Palmi. Il suo modello non era ordinario; cioè la nave, e le ali non erano in giro ricinte di muraglie, come nelle chiese latine:ma all’uso dei Tempij Gentilij; eran tutte al cielo aperte: & architettate di colonne di pietre in più pezzi, e di tetto di legname fatto in forma di carina di nave. La lunghezza della nave,e delle ali era uguale, e cominciava dal Cassaro, o’ dal muro, e porte settentrionali; sopra cui da Levante a’ Ponente s’attraversava la lunghezza del titolo di circa 30 passi. Onde la chiesa tutta alla mia età coll’ordinanza delle sue colonne figurava un T. latino maiuscolo; ch’era l’antico Tau, e la vera figura, della croce. La nave e’l titolo avea ugual larghezza di 7 passi, e mezo circa; ma la lunghezza disuguale:poiché, la lunghezza della navea have 6. Colonne, e fra quee 5. Passi. Ma la lunghezza del titolo era dal muro di Ponente a’ quel di Levante eran 5. Altri archi; quel di mezo alla larghezza della nave, li dui ultimi grandissimi, e li 2.

Di mezo alla larghezza delle ali. Et ogni ala al pari della nave havea 6. Colonne,e 5 archi: ma di larghezza circa 4 passi,e mezo. Al fianco però delle colonne d’ogni ala era un ampio e discoperto cimiterio, o’ giardino: li quali venivan in giro da un’alta muraglia di 24. Pal. In circa rinterrati. Nel solo titolo eran gl’altari. I quali eran tre: tutti appoggiati alle mura: cioè l’altar di mezo, era appoggiato al muro meridionale, e riguardava la porta maggiore: ove era un bel quadro della Nuntiata: al corno del vangelo, & al muro orientale del titolo era l’altare della Candelora, odi S. Maria delle Gratie: & a’ quello dell’epistola, o’ alla muraglia occidentale era l’immagine devotissima, & antichissima del S.Crocifisso all’istesso muro dipinta: che hoggi e transportata alla chiesa dell’Itria, insieme cogli altri due ricordati quadri. Dietro il titolo, e del muro meridionale della chiesa eran fabbricate, e la sagristia, e le stanze del cappellano. Ma la nave, e le ali di questa chiesa nei tempi furon più lunghe di quelle che alla mia età si vedevano; poiché Don Garzia de Toledo per far il Cassaro ne ruinò quella parte settentrionale; che la dirittura della strada gl’impediva.

Brano da cui si intuisce come la pianta di tale chiesa fosse alquanto bizzarra: un’aula ripartita in tre navate con una abside nella parte mediana della parte di occidente, preceduta forse da un narcete, con le navate laterali che, invece di essere delimitate da una parete continua, si aprivano all’esterno con un portico colonnato.

Questa peculiare caratteristica, aveva fatto pensare all’Invegenes come la chiesa fosse il riadattamento di un antico tempio greco: altri studiosi, dato che elementi simili si ritrovano nell’architettura sacra islamica, hanno ipotizzato come la Pinta non fosse nulla più che una moschea riadattata al culto cristiano.

Però, negli ultimo anni, è emerso un dato particolare: diverse chiese paleocristiane di Roma, per facilitare l’afflusso e il deflusso dei pellegrini, sembrano avere avuto un’architettura simile. Al contempo, lo stessa tipologia di chiesa è emersa in altri luoghi della Sicilia, come a Priolo e Palagonia, sempre fondati nell’epoca di Giustiniano.

Per cui, l’attribuzione a Belisario potrebbe non essere poi così campata in aria: ora nella Pinta, aveva sede una confraternita, che per la demolizione, si trovò improvvisamente sfrattata. Tanto protestò, che gli fu assegnata una nuova chiesa accanto all’oratorio di San Mercurio, una delle prime opere di Giacomo Serpotta.

La nuova chiesa della Pinta, abbandonata da anni e restaurata di recente, è impreziosits dagli stucchi di Giuseppe Serpotta fratello del più famoso Giacomo, dal pavimento d’epoca e da affreschi decorativi, molti dei quali opere di Pietro Novelli.

Tra l’altro, osservando i dipinti provenienti dalla vecchia chiesa, il quadro dell’ Annunziata somiglia molto, come stile, alle opere siciliane di Polidoro da Caravaggio, mentre il quadro raffigurante la Madonna della Grazia o della «Candellara» ritratta con Santa Lucia a destra, e Sant’Agata a sinistra, affine allo stile del Perugino. E’ possibile che sia opera di Benedetto da Pesaro, nipote di Gaspare, uno dei pittori di corte di Alfonso il Magnanimo, a cui qualcuno attribuisce il Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis