Santa Maria dello Spasimo

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Uno dei luoghi più affascinanti di Palermo è la chiesa di Santa Maria dello Spasimo, nella Kalsa, la cui costruzione fu voluta intorno al 1506 da Jacopo de Basilicò, un ricco giureconsulto di origini messinesi, in che tale modo desiderava rispettare le ultime volontà della moglie Ilaria Resolmini, nobildonna di origini pisane, che nel testamento aveva chiesto di erigere una chiesa dedicata al dolore immenso di Maria, che soffre dinanzi al figlio che crolla sotto il peso della Croce sulla via del Calvario. Il de Basilicò, esimio uomo di legge, reduce da un viaggio in Terra Santa, donò quindi ai padri
Olivetani di Santa Maria del Bosco, “un tenimento di case, vigne e giardino di sua proprietà ai margini del quartiere della Kalsa, per l’edificazione di una Chiesa con annesso convento”

Quel terreno di sua proprietà si trovava a 60 passi da Porta dei Greci, come la chiesa armena del VII sec. dedicata a Nostra Signora dello Spasimo di Gerusalemme era a 60 passi dalla Porta Giudicarla, secondo quanto è descritto nella settima stazione della “Via Crucis” che vede la seconda caduta di Cristo sulla via del Calvario. Inoltre il buon Basilicò, teorico del fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, per impedire che i frati utilizzassero per alti scopi i suoi denari e per rendere più veloci i tempi di costruzione , stabilì delle precise scadenze entro cui dovesse terminarsi l’opera di edificazione
dell’Abbazia, frazionando inoltre la sua donazione in danaro in rate annuali.

Probabilmente, però fu troppo malfidato; gli Olivetani cercavano da decenni di tentare di realizzare una grande chiesa a Palermo: per cui si misero di buona lena per realizzare i desideri di Basilicò; il 21 maggio del 1509 una Bolla di Papa Giulio II autorizzava la donazione del de Basilico per l’edificazione di una chiesa con “campanile, campana, cimitero, chiostri, refettorio, dormitorio, orti, orticelli e varie officine per la necessità dell’ordine”. Sempre nel maggio del 1509 a Siena l’abate generale dell’ordine di Monte Oliveto, frate Tommaso Pallavicino, dato che si volevano fare le cose in grande autorizzava il monastero di Santa Maria del Bosco a concedere in enfiteusi l’antica “gancia” di Santa Barbara, di proprietà dell’ordine, per un canone minimo di cento ducati annui, nell’intento di garantire ulteriore copertura finanziaria al progetto edificatorio del complesso.

Facendosi trascinare dall’entusiasmo, però i frati si lasciarono prendere la mano ed esagerarono nelle specifiche di progetto, tanto che i numerosi terreni donati dal Basilicò, che all’inizio sembravano sufficienti, risultarono invece inadeguati. Nel marzo del 1517 “donna” Eleonora del Tocco concesse agli Olivetani i suoi terreni vicino al monastero ” … situm et positum extra Portam Grecorum in frontispicio supra dicti monasteri, contiguum cum lu spuntuni dicte Porta Grecorum tendenti versus ecclesiam Santi Herami, … ” che si sommarono ai terreni già ricevuti.

La conferma dell’insufficienza dei terreni donati dal Basilicò si evince da una supplica dell’Abate Nicola da Cremona in cui inoltre si legge “… et ancora accaptari altri jardini et terreni circum circa ditto monasterio per ordinari et fari quillo secundo si digia fare et l’ordini richidia ipso masterio ... “. Dalla medesima lettera di supplica del 1536, si deduce anche il criterio seguito per l’esecuzione del programma edilizio e lo stato di avanzamento dei lavori in tale data, in cui il dormitorio ed i chiostri erano in via di definizione, come si evince dalle parole dell’ Abate Cremona: “.. et incomenzato lo detto
Monast. et fatto lo modello et ordinato il corpo di la ecclesia cum soi cappelle, choro et altri circum stancii, dormitori inclaustri et infirmaria et soi chiano multo ben ordinato, zoe lo corpo di la ecclesia, undi est jam quasi in expedicioni lo dormitorio e li inclaustri…”

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Secondo le volontà della Resolmini la chiesa avrebbe dovuto essere terminata entro sei anni e proprio dopo sei anni, nel 1515, lo stesso Basilico commissionò per il convento dello Spasimo a Raffaello il quadro “Andata al Calvario”, meglio conosciuto come lo “Spasimo di Sicilia” per la figura della Madonna che soffre, “spasima” dinanzi al Cristo sofferente, che come racconta il buon Vasari, ebbe come dire, un trasloco assai complicato. Ovviamente, dato che l’aretino spesso ci da di fantasia, il brano de Le Vite deve essere preso con le molle…

Fece poi Raffaello per il Monastero di Palermo detto Santa Maria dello Spasmo, de’ frati di Monte Oliveto, una tavola d’un Cristo che porta la Croce, la quale è tenuta cosa maravigliosa. Conoscendosi in quella la impietà de’ crocifissori che lo conducono alla morte al monte Calvario con grandissima rabbia, dove il Cristo, appassionatissimo nel tormento dello avvicinarsi alla morte, cascato in terra per il peso del legno della croce e bagnato di sudore e di sangue, si volta verso le Marie, che piangono dirottissimamente. Oltre ciò si vede fra loro Veronica che stende le braccia porgendogli un panno,con affetto di carità grandissima.

Senza che l’opera è piena di armati a cavallo ed a piede, i quali sboccano fuora della porta di Gerusalemme con gli stendardi dalla giustizia in mano, in attitudini varie e bellissime. Questa tavola, finita del tutto, ma non condotta ancora al suo luogo, fu vicinissima a capitar male, percioché, secondo che dicono, essendo ella messa in mare per essere portata in Palermo una orribile tempesta percosse a uno scoglio la nave che la portava, di maniera che tutta si aperse e si perderono gli uomini e le mercanzie, eccetto questa tavola solamente che, così incassata come era, fu portata dal mare in quel di Genova; dove ripescata e tirata in terra, fu veduta essere cosa divina e per questo messa in custodia, essendosi mantenuta illesa e senza macchia o difetto alcuno, percioché sino alla furia de’ venti e l’onde del mare ebbono rispetto alla bellezza di tale opera, della quale, divulgandosi poi la fama, procacciarono i monaci di riaverla, et appena che con favori del Papa ella fu renduta loro, che, satisfecero, e bene, coloro che l’avevano salvata. Rimbarcatala dunque di nuovo e condottala pure in Sicilia, la posero in Palermo, nel qual luogo ha più fama e riputazione che ‘l monte Vulcano».

Essendo un’opera destinata a una committenza secondaria, Palermo era assai distinte dalla Roma Pontificia, a dire il vero Raffaello non si sprecò molto: impostò lo schema generale del dipinto, completò le figure del Cristo e della Madonna e lasciò il resto del lavoro ai suoi collaboratori, tra cui Giulio Romano, Penni e Polidoro da Caravaggio. Inoltre, cercando di assecondare il gusto locale, riempì l’opera di patetismo, con imandi al gusto nordico, come la Piccola e la Grande Passione di Dürer, e di concitazione michelangiolesca, tali da anticipare il manierismo. Cosa che piacque assai in Sicilia, tanto che l’Isola in breve tempo fu riempita di repliche e variazioni del quadro. Il più famoso è L’Andata al Calvario dei Catalani di Messina, realizzata da Polidoro da Caravaggio, che è la primapala d’altare in cui il mondo degli umili frana sulla scena alta del teatro sacro, in una voluta e provocatoria contaminazione dei generi.

Il quadro, come la maggior parte dei capolavori palermitani, dalla Natività di Caravaggio al ritratto di donna Franca di Boldini, non ebbe pace… Acquistato segretamente nel 1661 io fu donato al re spagnolo Filippo IV dal vicerè di Napoli don Ferdinando Fonseca e Toledo Conte di Ayala perché intercedesse in una discordia tra i Padri Olivetani e l’abate del monastero di S. Spirito. Ma una lettera conservata all’Archivio di Stato di Palermo racconta una storia leggermente differente. In essa la corte spagnola si impegna a pagare al monastero una pensione annua di 4000 scudi e al Priore Padre Clemente Staropoli la somma di 500 scudi in cambio del prezioso dono (ma la cifra pattuita fu pagata forse solo in parte).

Il priore si era quindi fatto corrompere e, fatta realizzare una copia, aveva consegnato il dipinto al vicerè Ferdinando de Ajala che lo aveva inviato al Re Filippo IV per arredare la cappella del Palazzo Reale. L’abate Staropoli fu nel 1666 destituito dalla carica con l’accusa di cattiva amministrazione. Il dipinto salvato dall’incendio del reale Alcazar di Madrid del 1734 fu posto dal 1772 nella cappella del Palazzo  reale di Madrid, dove il Mengs lo vide nel 1784. Venne trasferito a Parigi nel 1813 a seguito delle razzie napoleoniche e là fu trasportato da tavola su tela, ad opera di François-Toussaint Hacquin e di Feréol de Bonnemaison. Tornò in Spagna solo nel 1818 e documenti ne attestano la presenza nel 1837 all’Escorial. Dal 1857 ha trovato la sua collocazione in una delle sale più importanti del Museo del Prado

Tornando alla chiesa, l’incarico di progettare il tutto fu affidato a fu Antonio Belguardo da Scicli, architetto, per la visione fiorentino centrica della Storia dell’Arte, poco noto fuori da Palermo, ma che fu uno dei principali esponenti del primo Cinquecento palermitano, succedendo a Matteo Carnilivari. Belguardo, tra le tante cose, terminò la costruzione della Catena e di Palazzo Abatellis e che nel caso dello Spasimo, si impegnò nella realizzazione dei principali elementi strutturali (archi, volte e modanature in pietra) della chiesa, i cui caratteri architettonici rappresentano quasi un unicum nel
panorama costruttivo siciliano, unendo spunti tratti dal gotico iberico e tedesco, con una planimetria che ricordava le chiese arabo normanne.

I primi, ad esempio, sono visibili nell’abside, di forma poligonale, con una volta a stella. Gli spigoli rimarcati da snelli bastoni, si compongono nella costolatura della volta per concludersi nella chiave a goccia. Gli elementi iberici, invece, sono evidenti nelle navate lateriale, suddivise in campate separate da archi a pieno centro e coperte da volte a crociera ogivali costolonate o nell’ostentato rifiuto di utilizzare le colonne. Infine, gli elementi normanni sono nella pianta, che richiama il duomo di Cefalù e di Monreale, nel previsto esonarcete e nella cappella De Basilico, coperte da una cupola sorretta da
nicchie, in cui Belguardo lanciò una sorta di moda che si diffuse rapidamente in tutte le cappelle gentilizie palermitane.

Purtroppo, la sfiga si accanì sul cantiere della chiesa: Nel 1535 Solimano II minacciava di assalire la città di Palermo, così il viceré di Sicilia don Ferrante Gonzaga decise di potenziare le difese militari dell’isola facendo costruite cinte murarie bastionate e baluardi, affidando l’incarico all’ingegnere militare bergamasco Antonio Ferramolino che per proteggere al meglio la città proporrà cinque baluardi secondo il seguente modo che traiamo dagli ordini impartiti nel 1536:

“ …et primo lo belguardo di lo Spasimo,…..et appresso successive lo belguardo ordinato a torri tunda, et poy lo belguardo ordinato a la porta Mazara, et appresso si seguirà laltro belguardo a la porta di  Santagati, et lultimo sia quillo ordinato a lo ribellino di tri tundi in menzo la porta di San Giorgi et la porta Carini…”

Insomma, il convento e la chiesa dello Spasimo si trovavano proprio in mezzo al nuovo bastione… Per cui, a partire dal 1537 iniziarono i lavori di adeguamento per le nuove esigenze militari sul fianco meridionale della chiesa per rafforzare le mura. A occuparsi dei lavori di rinnovamento delle mura fu chiamato dal 1536 al 1540 lo stesso Antonio Belguardo,nel frattempo assurto ad architetto reale.Furono abbattuti parte del campanile della chiesa dei chiostri e delle stanze dei monaci stravolgendo la configurazione dell’intera struttura e rendendo praticamente invivibile il complesso.

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Di conseguenza dovettero andarsene nel 1573, dopo che questo era stato definitivamente acquistato dal Senato per la somma di 4000 once nel 1569; in compenso abbiamo dei più integri e begli esempi di ripari misti, di muratura e terra, progettati dagli strateghi e Ingegneri militari del XVI sec., anche se, purtroppo, ben poco valorizzato. Tra l’altro, per chi può essere interessato, una porzione di tale bastione è tutt’ora in vendita a privati.

Il complesso fu trasformato in magazzini municipali, mentre, tra il 1582 ed il 1692, la chiesa divenne il primo “teatro pubblico” della città, per volontà del vicerè Marcantonio Colonna, il vincitore di Lepanto, che vi fece rappresentare l’Aminta di Torquato Tasso proprio nel 1582. In seguito vi si tennero rappresentazioni di carattere storico, religioso e mitologico. Nel 1593 sotto la direzione dell’architetto del Senato Giovanni Battista Collipietra molti degli ambienti dell’ex convento furono trasformati in magazzini di cereali e successivamente in albergo dei poveri e “deposito di mendicità”.

Durante la grave epidemia di peste del 1624, quella di Santa Rosalia, una parte degli edifici fu trasformata in lazzaretto. Agli inizi del XVIII secolo il complesso versava già in condizione di grave degrado; infatti nel 1718 Don Antonino Mongitore erudito e storico del ‘700, visita la chiesa descrivendone le condizioni e l’uso in una relazione scritta corredata da due sommari schizzi a penna e la colloca tra quelle dirute.
.
A partire dal 1835 ad opera del Principe di Palagonia vennero apportate modifiche agli edifici per assolvere alla nuova funzione di ospizio di mendicità e di nosocomio. Nella navata scoperchiata fu realizzato un giardino; sopra le cappelle laterali al primo piano vennero costruite le stanze ospedaliere; negli spazi delle cappelle fu realizzata una piccola chiesa. Dopo l’Unità d’Italia parte dei magazzini che in precedenza erano stati utilizzati come granai vennero trasformati in deposito di merci varie, compresa la neve proveniente dalle montagne che veniva utilizzata per rinfrescare le bevande e per
realizzare gelati. La funzione ospedaliera fu mantenuta fino al 1986, prima come sifìlicomio, l’ospedale per le prostitute malate di sifilide, quindi dal 1888 come pertinenza dell’Ospedale Civico, dal 1898 con la denominazione di Ospedale Principe Umberto, in condizioni poco consone ad una struttura sanitaria. Nel 1931 l’alluvione provocò i primi danni alla chiesa che i terremoti del 1940 e del 1968 contribuirono ad accentuare. Alla fine del secondo conflitto mondiale, la chiesa venne utilizzata come deposito di materiale artistico proveniente da palazzi e chiese della città danneggiate dai
bombardamenti e punto di raccolta di materiale lapideo da catalogare.

Per anni cadde nell’oblio rimanendo praticamente in condizioni di semiabbandono insieme a quel che restava delle fabbriche adiacenti fino al 1988, anno in cui cominciarono i primi interventi di sgombero e sistemazione, seguito poi da un vasto lavoro di restauro e di ripristino dell’intero complesso, in cui ha sede una delle più importanti realtà del jazz italiano, la Fondazione Brass Group

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