Il Giardino Inglese

Oggi, ahimé, si torna a Roma; già tremo per il freddo che incontreremo al ritorno all’Esquilino. Dopo una mattinata dedicata alle valigie, butto giù un rapido post su uno dei parchi di Palermo, in cui è piacevole passeggiare.

Si tratta del Giardino Inglese, progettato nel 1851 da Giovan Battista Filippo Basile, architetto del Teatro Massimo e padre del più famoso Enrico, uno dei più grandi artisti del Liberty italiano, in cui, invece di realizzare uno spazio geometricamente articolato, il giardino all’italiana, come quello di Villa Giulia, ma assecondando il gusto romantico dell’epoca, decise di seguire le forme e le irregolarità naturali del terreno dandogli un’aria più naturale creando appunto un giardino all’inglese, da cui il nome del parco.

Per rendere l’atmosfera ancora più suggestiva e più esotica, secondo i dettami della moda in quel periodo, furono inserite piante provenienti da tutto il mondo, scelte in collaborazione con il grande botanico palermitano Vincenzo Tineo. Il giardino comprende due parti, separate dal viale della Libertà, nel 1851 viale della Favorita, il Bosco e il Parterre, che i palermitani, per la statua dell’Eroe dei due Mondi, considerano di solito un parco distinto, che chiamano villa Garibaldi.

Nel Bosco, progettato da Basile rispettando le asperità del terreno, è un alternarsi di collinette e piccole valli, attraversato un tempo da sentieri curvilinei in terra battuta e oggi ricoperti dall’asfalto, sono presenti una serie di busti, scolpiti dai principali artisti dell’Ottocento siciliano, dedicati ad Nino Bixio, Pirandello e De Amicis, il quale ha anche un monumento dedicato al suo libro Cuore che richiama la triste storia della piccola vedetta lombarda, che per dirla tutta, con Palermo c’entra come i cavoli a merenda.

Il pezzo forte del bosco sono il tempio arabo-normanno progettato da Ernesto Basile (figlio di Giovan Battista Filippo), dove ammirare la scultura di marmo di Benedetto Civiletti in onore ai “fratelli” Canaris a Sciò, due eroi della rivolta greca contro gli Ottomani, che fecero saltare con un brulotto l’ammiraglia turca nei pressi dell’isola greca e la grande fontana centrale, con la scultura di Mario Rutelli, nonno dell’ultimo sindaco decente di Roma, che ritrae bambini che giocano.

Nel Parterre ora dedicato alla memoria dei giudici Falcone e Morvillo, come dicevo è presente il monumento equestre a Giuseppe Garibaldi, inaugurato nel 1891 in occasione dell’Esposizione nazionale che si tenne in quell’anno a Palermo, scolpito da Vincenzo Ragusa, il monumento è arricchito da due rilievi (Lo sbarco a Marsala e La battaglia al ponte dell’Ammiraglio) e dal Leone di Caprera realizzati da Mario Rutelli.

Accanto al monumento ai caduti a Cefalonia è stato eretto un cippo in memoria di Pompeo Colajanni (1906 – 1987), il liberatore di Torinoo in cui è inciso:

«Pompeo Colajanni, comandante “Nicola Barbato” 1906-1987, partigiano, contribuì alla liberazione dell’Italia dai nazifascisti e al riscatto della Sicilia.»

Tra le piante, spiccano i giganteschi ficus magnoliodi, che di fatto sono uno dei simboli della città, palme di ogni tipo, alberi del drago, alberi della fiamma e il baniano sacro, che, senza strane vestizioni e cerimonie psedoindù, cresce meglio a Palermo che al Nuovo Mercato Esquilino.

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