Il villino Florio

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Nei pressi di Villa Malfitano Whitaker, vi è, poco conosciuto, uno dei gioielli del liberty europeo: il Villino Florio, che a dire il vero, è una parte minimale del complesso delle case di tale famiglia all’Olivuzza, l’attuale piazza Principe di Camporeale, che nell’Ottocento, era l’estrema periferia palermitana.

L’area apparteneva alla tenuta agricola dei La Grua principi di Carini, che nel secondo decennio del XIX secolo la vendettero a Georg Wilding, ufficiale tedesco giunto in Sicilia a seguito di Ferdinando I di Borbone e della prima moglie di Wilding, Caterina Branciforti di Butera. Nel 1841, alla morte di Wilding, la tenuta passò alla seconda moglie, la nobile russa Barbara Schaonselloy, che ne fece unasontuosa dimora, prima di venderla, nel 1864, al marchese Cesare Ajroldi.

Nel 1868 la tenuta fu acquistata da Ignazio Florio, che vi realizzò una sorta di isolato, dedicato alla sua famiglia: vi facevano parte il cosiddetto “Casino Garlero”, venduto al prof. Andrea Guarneri e sostituito negli anni ‘70 del XX secolo da un condominio; il “quarto Grasso”, oggi villino Maniscalco Basile; la “Casina Grande”, col prospetto in uno stile neogotico vagamente ispirato al camuffamento medievale del palazzo Reale e la palazzina Florio. Della proprietà faceva parte anche il palazzo ad angolo con la via Oberdan, che fu la residenza di Ignazio jr. e della moglie, Franca Jacona di San Giuliano,
la celebre Donna Franca.
.
Nella tenuta era compresa una vasta area a giardino, confinante ad Ovest col giardino De Boucard, con le terre dei Lo Verde e dei Dabbene e col parco del duca di Serradifalco; in più dato che Ignazio era fondamentalmente un imprenditore, data anche la vicinanza dei Cantieri Ducrot, ora Cantieri culturali alla Zisa, e le industrie tessili Gulì, nel parco di villa Belmonte alla Noce, trasferite alla fine degli anni ‘90, decise di costruire nei pressi anche, lo stabilimento della Ceramica Florio, demolito alla fine degli anni ‘70.

In più, per darsi un tono, Ignazio nel parco fece realizzare un serraglio, un laghetto, una serra per le orchidee, un chioschetto siculo-normanno e per non farsi mancare nulla,affittò, dalla vicine suore del Sacro Cuore, l’Osservatorio astronomico a forma di tempietto ottagonale con cupola ed il tempietto ionico, che un paio d’anni fa rischiò di essere demolito. Insomma, tutto il complesso aveva la funzione di rappresentare gli splendori di una delle più potenti famiglie italiane dell’epoca, titolare di un impero economico che comprendeva una flotta di un centinaio di navi e spaziava dalla chimica al vino, al turismo e all’industria del tonno.

Tra il 1893 ed il 1898 i Florio decisero di ampliare la loro proprietà, comprando una vasta area verde adiacente alla loro e confinante e ad ovest col grande giardino del generale De Boucard, con terre dei Lo Verde e col parco dei Lo Faso duchi di Serradifalco. Il motivo era assai banale, costruire una nuova casa, in cui piazzare Vincenzo jr, il loro giovane rampollo grande sportivo, donnaiolo organizzatore di eventi (a lui si deve la famosa corsa automobilistica Targa Florio), il cui ritmo di vita, era, come dire, difficile da sopportare per il resto della famiglia.

Alla fine del 1899 i Florio incaricano Ernesto Basile, ormai loro architetto di fiducia, di progettare tale dimora. Basile, per una volta, ebbe carta bianca; da una parte si ispirò alla vicina Zisa, nell’idea antica di un “padiglione di delizia” in mezzo ad un parco romantico, dall’altra all’amore per i viaggi del committente, inserendo nella struttura quasi le tappe di un itinerario: dalle ricurve superfici d’ispirazione barocca, alle capriate di impronta nordica, dalle torrette cilindriche che evocano i castelli francesi alle colonnine romaniche, ai bugnati rinascimentali.

Nelle mani di qualche altro architetto, sarebbe venuto fuori un guazzabuglio inguardabile: invece il genio di Basile partorì un capolavoro, sintesi di eleganza e dinamicità: un vero e proprio tripudio di colonne, logge, capitelli, torrette, merlature, abbaini, vetrate policrome e mura bugnate che conferiscono grande movimento a linee e volumi. All’originalità delle forme architettoniche, decorative e degli elementi strutturali si aggiunge la leggiadra eleganza degli inserti in ferro battuto che vanno dalle ringhiere ai parafulmini, fino ai pinnacoli del gazebo sulla terrazza.

Inseguendo il sogno dell’opera d’arte totale e assecondando le manie della committenza, Basile coordinò anche l’arredo e la decorazione degli interni, lavorando con il meglio che potesse offrire il design di inizio Novecento: il prestigioso laboratorio di ebanisteria Ducrot, le vetrate policrome di Giuseppe Gregorietti, le boiserie e gli arredi lignei delle ditte Muccoli e Golia, le pitture decorative di Giuseppe Enea e Ettore De Maria Bergler, i dispositivi di illuminazione delle ditte Ceramica Florio e Caraffa e gli impianti elettrici della Società Trinacria.

Le meraviglie prodotte da questo team davvero unico di creativi arricchirono di inconsueta bellezza gli interni del Villino articolati su più livelli, ciascuno con una specifica funzione: si va dal “piano degli svaghi”, con la sala biliardo e la sala gioco a livello del parco, al “piano di rappresentanza”, con la sala da pranzo e il grande salone, accessibile direttamente dalla scalinata esterna, al “piano di residenza”, sul terzo livello, accessibile dallo scalone di rappresentanza, con soggiorno e camera da letto.

Dal momento della costruzione in poi, il Villino Florio vivrà una stagione leggendaria con sfarzosi ricevimenti e sontuose feste ospitando il bel mondo dell’aristocrazia non solo palermitana ma anche internazionale, era frequentato abitualmente dal Kaiser Guglielmo II, sino al 1911, anno della morte di Annina Alliata di Montereale, giovanissima moglie di Vincenzo Florio, per cadere quasi nell’oblio fino a quando l’intero parco fu lottizzato ed edificato negli anni tra il 1930 e il 1940.

Nel 1943 Palermo fu duramente colpita dai bombardamenti inglesi ed americani . Il centro storico fu quasi cancellato e ben 40 mila cittadini rimasero senza casa. A questi si aggiunsero, tra il 1946 e il 1955, ben 35.000 persone che si trasferirono in città da tutta l’isola. Palermo era diventata la “capitale” della nuova “Regione a statuto speciale” e attirava tanta gente da tutta la regione. A Palermo c’era lavoro e tanto, ma mancavano le case: una situazione ideale per chi volesse specularci sopra.

Una situazione di cui approfittarono due politici democristiani: Salvo Lima e Vito Ciancimino, che nel 1956 furono eletti consiglieri comunali a Palermo: Lima divenne assessore ai lavori pubblici e mantenne la carica fino al luglio 1959, quando venne nominato sindaco di Palermo, e al suo posto di assessore gli subentrò Vito Ciancimino. Durante il periodo degli assessorati di Lima e Ciancimino, vennero approvate dal consiglio comunale due versioni provvisorie del nuovo Piano regolatore della città ,uno nel 1956 l’altro nel 1959, a cui però furono apportati centinaia di emendamenti e varianti, in accoglimento di istanze di privati cittadini (molti dei quali in realtà erano prestanome di politici e mafiosi).

L’idea base di questo piano regolatore era molto semplice: si evitava come la peste qualsiasi tentativo di riqualificazione del Centro Storico e al contempo, si aumentava in maniera abnorme la cubatura disponibile per le Viale della Libertà- Notarbartolo, e in Contrada Olivuzza. Inoltre alcune borgate vennero stravolte e inglobate da un’espansione edilizia dissennata. In più le opere di urbanizzazione primaria venivano affidate, con gare di appalti pubblici alquanto bislacche, in regime monopolistico allaa Va.Li.Gio, acronimo dei nomi di Francesco Vassallo ( un carrettiere che improvvisamente era diventò il primo costruttore di Palermo) di Salvo Lima e Giovanni Gioia, il leader della corrente democristiana di Lima e Ciancimino.

Di conseguenza, da parte della mafia scattò la corsa per accaparrarsi, a prezzo bassissimo, ottenuto tramite violenza e intimidazione, i lotti di terreno della Conca d’Oro e delle zone liberty e per demolire gli edifici storici, prima che scattassero i vincoli di legge. Qui abbiamo un elenco, parziale, di ciò che fu distrutto.

Il Villino Florio si salvò solo perché dal 1954 esisteva un decreto ministeriale che lo dichiarava di interesse particolarmente importante vincolandolo ai sensi di legge, il che ne impediva la distruzione. I mafiosi, per vendetta, però, appiccarono un devastante incendio, che danneggiò gravemente l’edificio. Solo nel 1981, cominciarono i restauri, che di riffe e di raffe, sono terminati nel 2016, rendendo finalmente fruibile a tutti tale gioiello.

E’ stato bello sentirmi dire, mentre visitavo la Cappella Palatina della Zisa, dal vecchietto che fungeva da custode,

“Signore, andate a vedere il villino, accanto alla farmacia… E’ un gioiello che ci invidiano in tutto il mondo…”.

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