La Zisa

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La conquista araba della Sicilia, che negli ultimi tempi, per motivi politici contingenti, è spesso denigrata, ebbe una serie di impatti positivi nel territorio palermitano, con l’eliminazione del latifondo e con lo sviluppo di nuovi sistemi di canalizzazione e di raccolta delle acque, che oltre ad ampliare la produttività agricola della Conca d’Oro, permise la realizzazione ex-novo di palazzi e giardini extra-moenia, tanto che il geografo arabo ‘Ibn Giubair giunse a paragonare Balarm a Cordova, che era la più grande e ricca città dell’Occidente islamico

I normanni, dopo la conquista, pur svuotando i sobborghi, trasferendo la popolazione nel centro cittadino, nell’ottica di aumentare il controllo sulla popolazione musulmana, mantennero la continuità, nella gestione delle aree verdi, realizzando sia giardini di piacere palaziali di uso quotidiano all’interno del tessuto urbano, detti riyâd, sia i parchi extra-urbani destinati alla caccia ed alla coltivazione di alberi da frutto, detti âgdal.

Se il primo è uno spazio naturale astratto racchiuso all’interno di un organismo architettonico, in cui la distribuzione delle aree verdi, delle fontane e degli spazi calpestabili è fondata su specifiche regole geometriche, l’âgdal inverte tale rapporto, dando il primato alla libertà della natura vegetale, presenza di eleganti padiglioni e residenze immerse nella natura.

La Zisa, che spesso è considerata parte dell âgdal del Gennat-Al-Ard, grande parco in cui sono presenti i padiglioni delle Cube: la realtà, forse è più complessa dato che Al-Aziz-dar, lo “lo splendido palazzo” era probabilmente inserito all’interno di un riyâd quadripartito, di cui restano alcune tracce nelle strutture esterne.

Le prime notizie relative a tale palazzo ci sono state tramandate da Ugo Falcando nel Liber de Regno Siciliae, in cui si indica il 1165 come data d’inizio della costruzione della Zisa, sotto il regno di Guglielmo I (detto “Il Malo”). Sappiamo poi da questa fonte che nel 1166, anno della morte di Guglielmo I, la maggior parte del palazzo era stata costruita “mira celeritate, non sine magnis sumptibus” (lett. “con straordinaria velocità, non senza ingenti spese) e che l’opera fu portata a termine dal suo successore Guglielmo II (detto “Il Buono”) (1172-1184), subito dopo la sua maggiore età.

L’appellativo Mustaʿizz è riferito, secondo Michele Amari, a Guglielmo II, anche in un’iscrizione in caratteri naskhī nell’intradosso dell’arcata d’accesso alla Sala della Fontana. Un’altra iscrizione, invece, ben più famosa – in caratteri cufici – è tutt’oggi conservata nel muretto d’attico del palazzo, tagliata ad intervalli regolari nel tardo medioevo, quando la struttura fu trasformata in fortezza. Alla luce di queste fonti, la maggior parte degli studiosi sono concordi nel fissare al 1175 la data di completamento dei lavori del solatium reale.

Il palazzo, concepito come dimora estiva dei re, di fatto è la massima rappresentazione della cultura arabo normanna: da una parte, nella sua stereometria, è ispirato alla lunga tradizione dei dojon normanni, le cosiddette case a torre; dall’altra la sua superficie è alleggerita da una decorazione, basata su arcate cieco, di chiara ispirazione fatimide. Stessa ispirazione che si percepisce nella ricchezza e la estrema complessità’ distributiva degli spazi interni, organizzati con impianto simmetrico intorno alla grande sala centrale della fontana, servita da un lungo vestibolo che corre lungo la facciata orientale dell’edificio su cui si aprono i tre grandi fornici ogivali di ingresso.

Complessità legata sia alla sua funzione di residenza estiva degli Altavilla, che associa spazi di rappresentanza come l’iwan, che funge da sala delle udienze, a spazi privati, come l’harem, i servizi comuni e gli appartamenti reali del primo e del secondo piano, con cui si accede con percorsi differenti sia alle esigenze di refrigerazione e ricambio d’aria degli avanti.

Si tratta, infatti, di un edificio rivolto a nord-est, cioè verso il mare per meglio godere delle brezze più temperate, specialmente notturne, che venivano captate dentro il palazzo attraverso i tre grandi fornici della facciata e la grande finestra belvedere del piano alto. Questi venti, inoltre, venivano inumiditi dal passaggio sopra la grande peschiera antistante il palazzo e la presenza di acqua corrente all’interno della Sala della Fontana dava una grande sensazione di frescura. L’ubicazione del bacino davanti al fornice d’accesso, infatti, è tutt’altro che casuale: esso costituiva una fonte d’umidità al
servizio del palazzo e le sue dimensioni erano perfettamente calibrate rispetto a quelle della Zisa. Anche la dislocazione interna degli ambienti era stata condizionata da un sistema abbastanza complesso di circolazione dell’aria che attraverso canne di ventilazione, analoghe alle torri del vento persiane stabilivano un flusso continuo di aria.

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Il piano terra del palazzo è costituito da un lungo vestibolo interno che corre per tutta la lunghezza della facciata principale sul quale si aprono al centro la grande Sala della Fontana, nella quale il sovrano riceveva la corte, e ai lati una serie di ambienti di servizio con le due scale d’accesso ai piani superiori. La Sala della Fontana, di gran lunga l’elemento architettonico più caratterizzante dell’intero edificio, ha una pianta quadrata sormontata da una volta a crociera ogivale, con tre grandi nicchie su ciascuno dei lati della stanza, occupate in alto da semicupole decorate da muqarnas (decorazioni ad alveare). Nella nicchia sull’asse dell’ingresso principale si trova la fontana sormontata da un pannello a mosaico su fondo oro, sotto il quale scaturisce l’acqua che, scivolando su una lastra marmorea decorata a chevrons posta in posizione obliqua, viene canalizzata in una canaletta che taglia al centro il pavimento della stanza e che arriva alla peschiera antistante.

Il mosaico è costituito da tre medaglioni, quello centrale con arcieri e i due laterali con pavoni disposti ai lati di palme stilizzate. I due arcieri sotto la palma, nell’atto di scoccare la freccia possono essere interpretati, infatti, così come appare nelle antiche religioni orientali, come l’emblema della potenza guerriera e della superiorità militare, l’arco è inoltre, in tutte le culture l’arma regale per eccellenza. Nel mondo islamico l’arco si identifica con la potenza divina che attraverso la freccia elimina il male, l’ignoranza e ogni sorta di negatività. L’arco teso con la freccia indica infine la tensione verso l’altro
e dunque verso il trascendente.

La palma è universalmente considerata come simbolo di vittoria, di rigenerazione e immortalità. Il suo antico e originario significato come emblema della vittoria militare, portata nei cortei trionfali romani è stato successivamente interpretato dalla chiesa primitiva come simbolo della vittoria cristiana sulla morte. Lo stesso vale per il pavone: da una parte, i greci credevano che le sue carni fossero corruttibili, dunque non soggette a degenerazione e decomposizione, resistenti al trascorrere del tempo: per queste ragioni è divenuto sinonimo di immortalità associato inoltre alla regalità e alla gloria e
questo ne spiega anche la sua ampia diffusione nella simbologia antica e nei repertori figurativi dell’iconografia medievale.

Dall’altra, secondo la tradizione islamica, il pavone appare come simbolo cosmico in quanto la ruota raffigura l’universo intero nel suo divenire e pertanto il trascorrere del tempo circolare, immagine della rigenerazione della Natura e della Vita.

Il primo piano si presenta di dimensioni più piccole, poiché buona parte della sua superficie è occupata dalla Sala della Fontana e dal vestibolo d’ingresso, che con la loro altezza raggiungono il livello del piano superiore. Esso è costituito a destra e a sinistra della Sala della Fontana dalle due scale d’accesso che si aprono su due vestiboli. Questi si affacciano con delle piccole finestre sulla parte alta della Sala, affinché, anche dal piano superiore, si potesse osservare quanto accadeva nel salone di ricevimento. Questo piano costituiva una delle zone residenziali del palazzo ed era destinato molto
probabilmente alle donne.

Il secondo piano constava originariamente di un grande atrio centrale delle stesse dimensioni della sottostante Sala della Fontana, di una contigua sala belvedere che si affaccia sul prospetto principale e di due unità residenziali poste simmetricamente ai lati dell’atrio. Questo piano dovette certamente assolvere alla funzione di luogo di soggiorno estivo privato, dal momento che l’atrio centrale scoperto apriva questo luogo all’aria ed alla luce.

Facevano parte del complesso monumentale normanno anche un edificio termale, i cui resti furono scoperti ad ovest della residenza principale durante i lavori di restauro del palazzo, ed una cappella palatina posta poco più ad ovest, dedicata alla Santissima Trinità.

Intorno al 1300, la Zisa fu probabilmente fortificata: a testimonianza di tale trasformazione, fu la costruzione dei merli, che mutilò l’iscrizione cufica dell’attico. Fino al XVII secolo non vi furono ulteriori modifiche, come ci testimonia la descrizione del 1526 fatta dal monaco bolognese Leandro Alberti, che visitò la Zisa in quell’anno. Nel 1624 in occasione della grande epidemia di peste che colpì la città, l’edificio venne utilizzato come deposito di materiale sospetto sottoposto a quarantena. Soltanto un decennio dopo, nel 1635, il palazzo era ridotto così male che fu ceduto gratuitamente a don Giovanni de Sandoval, compratore all’asta dei terreni circostanti, che per ciò ottiene il titolo di principe di Castel Reale.

Sandoval provvide così ad adattare la Zisa alle sue esigenze abitative, per dare all’edificio le caratteristiche tipologiche del palazzo signorile seicentesco: per cui fu aggiunto un altro piano, chiudendo il terrazzo, e si costruì, nell’ala destra del palazzo, secondo la moda dei tempi, un grande scalone, resecando i muri portanti e distruggendo le originarie scale d’accesso.Nel 1808, con la morte dell’ultimo Sandoval, la Zisa passò ai Notarbartolo, principi di Sciara, che ne fecero propria residenza effettuando diverse opere di consolidamento, quali il risarcimento di lesioni sui muri e l’incatenamento degli stessi per contenere le spinte delle volte. Venne trasformata la distribuzione degli ambienti mediante la costruzione di tramezzi, soppalchi, scalette interne e nel 1860 fu ricoperta la volta del secondo piano per costruire il pavimento del padiglione ricavato sulla terrazza.

Nel 1940, poi, le volte e le mura della sala della fontana furono scorciate; inoltre, nello stesso anno le muqarnas, decorazioni tipiche musulmane, furono private del loro rivestimento originale. Nel 1951, la Zisa fu espropriata dalla Regione Sicilia, che incominciò a realizzare piccoli interventi di restauro. Nel 1953/54 fu restaurata per la prima volta la Sala della Fontana dove smantellarono i pavimenti; nello stesso periodo vennero demoliti due balconcini che si sovrapponevano sul fronte. Dopo il terremoto del ’68 la struttura venne abbandonata dalla regione e venne vandalizzata.

A peggiorare la situazione ci fu il cedimento nel 1971 della parte dell’ala settentrionale insieme allo scalone seicentesco e alla facciata settentrionale: l’evento però diede il la allo straordinario restauro architettonico eseguito da Giuseppe Caronia, che riportò l’edificio al suo stato originale nel giugno del 1991. Da quello stesso anno, la Zisa ospita un museo d’arte islamica, in cui sono esposti, ad esempio, eleganti musciarabia (dall’arabo masrabiyya), paraventi lignei a grata (composti da centinaia di rocchetti incastrati fra di loro a formare, come merletti, disegni e motivi ornamentali raffinati e leggeri) e gli utensili di uso comune o talvolta di arredo (candelieri, ciotole, bacini, mortai) realizzati prevalentemente in ottone con decorazioni incise e spesso impreziosite da agemine (fili e lamine sottili) in oro e argento.

Di particolare interesse è una lapide marmorea di forma esagonale con una croce centrale in opus sectile intorno alla quale è ripetuta un’iscrizione in tre diverse lingue (latina, greca, araba) e con quattro differenti caratteri (l’arabo anche in carattere ebraico), eseguita per il sepolcro di Anna (morta nel 1149), madre di Grisanto, prelato di corte, che costituisce una significativa testimonianza del sincretismo culturale che caratterizzò la civiltà della Sicilia normanna, di cui la Zisa è una delle massime espressioni

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