Palazzo Abatellis

Come detto altre volte, la concezione che abbiamo del Quattrocento italiano è condizionata dalle distorsioni introdotte dal Vasari, il quale, imponendo una visione fiorentino centrica, ha fatto sminuire per secoli la pluralità di esperienze e sperimentazioni artistiche dell’epoca. Cosa che ha portato nel tempo a una serie di paradossi, che ci portiamo dietro ancora oggi: ad esempio la Sicilia e la Sardegna, in
cui in quell’epoca nascono e si sviluppano grandi cantieri architettonici, in Italia sono considerate come realtà periferiche, mentre nel resto d’Europa sono considerate tra i principali laboratori del gotico mediterraneo.

Laboratorio che si esprime sia nell’architettura religiosa, sia in quella civile: in particolare, uno degli esempi più alti in quest’ultimo ambito, nonostante la sua storia travagliata, è palazzo Abatellis, fatto costruire nella “Ruga nova de Alamannorum” (strada dei tedeschi), attuale via Alloro, fatto costruire a partire dal 1490, dl “Magnificus” Francesco Abatellis, Mastro Portulano del Regno di Sicilia e la consorte Eleonora Soler, sfruttando le clausole delle”prammatiche Aragonesi” del nuovo regolamento edilizio promulgato da Ferdinando il Cattolico per i suoi domini, che consentiva notevoli privilegi a favore di chi costruendo nuovi edifici dava eleganza e decoro alla città,

Abatellis di pecunia ne aveva a iosa: era di fatto il sovraintendente di tutti i porti dell’isola, responsabile della loro gestione e manutenzione, della vigilanza sul mercato dei cereali con il controllo delle relative importazioni ed esportazioni e della riscossione dell’imposta sulle navi; il problema è che, per realizzare la sua ambizione, mancava un architetto. Per sua fortuna, alla fine del 1489, capitò a Palermo Matteo Carnalivari, di Noto, nome che in Italia non dice quasi niente a nessuno, mentre in Spagna è considerato uno dei principali artefici del gotico europeo.,ingaggiato dal ricco banchiere e uomo d’affari d’origine pisana Guglielmo Ajutamicristo.

L’architetto aveva infatti firmato un contratto con il ricco banchiere per provvedere al restauro e l’ampliamento del suo castello di Misilmeri e, soprattutto, per la progettazione di una sontuosa residenza cittadina in grado di rappresentare il prestigio e la consolidata posizione socio-economica conseguita dalla sua famiglia, situata nell’antica “ruga di Portae Thermarum”, la strada questa che collegava il vecchio mercato della Fieravecchia, con l’antica Portae Thermarum, una delle più antiche porte urbiche della città.

Ora, Ajutamicristo però aveva sottovalutato due problemi: la burocrazia locale, che già all’epoca non brillava per efficienza e la staticità del terreno su cui sarebbe sorto il nuovo palazzo, che lo costrinse a lunghi lavori per la costruzione di adeguate fondamenta. In più, abbastanza ingenuamente, non fece firmare a Carnalivari una clausola di esclusività. L’Abatellis, saputo questo, si fiondò come un falco
sull’architetto, facendogli firmare il 16 gennaio 1490 un contratto d’opera che lo impegnava per la costruzione della sua nuova dimora.

Carnalivari, per evitare rogne con il precedente committente, si mise subito al lavoro, nel tentativo, risultato vano, di portare a compimento l’opera prima che l’Ajutamicristo facesse valere il diritto di prelazione acquisito.Una settimana dopo la stipula del contratto, Carnalivari, che risulta come “caput magistrum Fabrice”, si affiancò in qualità di socio nella gestione del cantiere con il console della corporazione dei maestri muratori palermitani, ossia il presidente dell’associazione di categoria, Niccolò Grisafi capomastro di talento e notevoli capacità tecniche.

Il motivo di tale scelta era duplice: da una parte Carnalivari stava seguendo più cantieri in contemporanea per tutta la Sicilia e per essere veloce nei lavori e non uscire scemo, aveva bisogno di un buon supporto locale. Dall’altra, non essendo membro della locale corporazione, aveva bisogno di qualcuno che garantisse per lui. Per accelerare i lavori l’architetto era coadiuvato da una fitta schiera di collaboratori, alcuni provenienti dalla sua città natale. La dimensione del cantiere era considerevole: vi lavoravano dodici capisquadra (fabbricatores), a sua volta collaborati da numerosi sottoposti, maestri
lapicidi, murifabri, manovali e aiutanti, più un numero imprecisato di schiavi. Valenti artisti e scultori furono coinvolti nella costruzione della sontuosa dimora, tra cui il majorchino Juan de Casada e il sardo Antioco de Cara a cui vanno attribuite, tra le altre opere decorative, le eleganti finestre “ad duas columnas” cioè trifore, del piano superiore.

Nonostante questo, gli ambiziosi obiettivi sulle tempistiche di consegna non furono rispettati: Guglielmo Ajutamicristo completate le opere di fondamenta del suo palazzo reclamò i servizi del grande architetto facendo valere il suo diritto di priorità. Fu così che nel gennaio del 1491 Carnalivari fu costretto ad abbandonare il cantiere di palazzo Abatellis per passare a quello di palazzo Ajutamicristo dove operò fino al 1493.

A dire il vero, lo stato dei lavori a Palazzo Abatellis era molto avanzato. Di fatto era stata eseguita quasi tutta la fabbrica fino alla cornice marcapiano, erano già definiti il portale esterno, quello nel lato sud del cortile e il pianterreno con l’elegantissimo loggiato interno; per cui Abatellis fece buon viso a cattivo gioco e per terminare il tutto, ingaggiò due architetti lombardi, Bernardo da Fossato e Domenico Raimondi, che completarono l’edificio nel 1495.

Ma a quanto pare, era destino che Abatellis si godesse ben poco del palazzo. Infatti la prima amata moglie Eleonora Soler veniva a mancare nel fiore degli anni senza figli e la speranza di assicurare continuità al casato svaniva quando, anche con la seconda moglie, la palermitana Maria Tocco non arrivarono eredi. Francesco Abatellis moriva nel 1508 dopo avere disposto che alla morte di lui e della moglie, il palazzo ospitasse un monastero di donne sotto il titolo di «Santa Maria della Pietà» retto secondo la regola dell’Ordine benedettino.

Neppure questo pio desiderio fu rispettato: il 19 maggio 1526, un gruppo di religiose dell’Ordine domenicano, provenienti dal monastero di Santa Caterina, occuparono, modello squatters, il palazzo e cominciarono ad adattarlo a monastero.Per le esigenze della comunità religiosa fu necessaria l’edificazione di una cappella costruita sul lato sinistro del palazzo occultando uno dei prospetti. Questa cappella fu eretta negli anni 1535 – 1541 dall’architetto Antonio Belguardo, allievo del Carnalivari e progettista di Santa Maria dello Spasimo e prese il nome di chiesa di Santa Maria della Pietà. Il luogo di
culto presentava il prospetto rivolto a settentrione e l’altare a mezzogiorno in un’area adiacente la porta antica del Palazzo.

Nel XVII secolo con la costruzione di una chiesa più grande con ingresso principale su via Butera, la cappella fu abolita e suddivisa in diversi vani, la parte anteriore con l’ingresso su via Alloro fu adibita a parlatorio,mentre nella parte retrostante fu realizzata una porta di accesso nel muro dell’abside, tolto l’altare e tramutata in magazzini. Con l’emanazione delle leggi eversive il monastero fu tuttavia mantenuto, in via straordinaria, alle religiose domenicane.

La notte fra il 16 e il 17 aprile 1943 una bomba dirompente “centrava” il complesso in corrispondenza della sua ala destra, provocando il crollo di un ampio tratto del prospetto laterale, del loggiato interno, che risultava completamente distrutto, e del contiguo muro del torrione di destra. La deflagrazione causava anche danni consistenti ai tetti del primo piano, ai prospetti del cortile interno e lesioni diffuse su tutta la struttura che ne minacciavano la stabilità. Alla fine del conflitto si attuarono i primi lavori di pronto intervento e, dopo un breve periodo si intraprese una delicata opera di ricostruzione voluta dalla Soprintendenza ai Monumenti diretti dal soprintendente Mario Guiotto prima, e successivamente, dall’architetto Armando Dillon. Nell’anno 1950 le opere di restauro del palazzo si potevano ritenere praticamente compiute.

Nel 1953, il quattrocentesco edificio viene assegnato alla Soprintendenza alle Gallerie con l’intento di destinarlo a sede museale. Il progetto per l’allestimento della nuova galleria, grazie al direttore dell’epoca Giorgio Vigni, fu affidato all’architetto veneto Carlo Scarpa, considerato uno dei massimi architetti italiani del tempo. Il risultato fu “un capolavoro museologico”, così lo definì il grande architetto tedesco Walter Adolph Gropius. Il giorno 23 giugno del 1954 la Galleria d’arte Medievale e Moderna della Sicilia (così si chiamava allora) viene inaugurata.Al maestro veneziano, nel 1962, per
l’intervento su palazzo Abatellis, verrà conferito il premio “In/Arch” per la conservazione e valorizzazione del patrimonio architettonico nazionale.

Tornando a parlare del palazzo, la cultura gotica, di cui Carnilivari era abbondantemente provvisto, venne rielaborata, nella sua costruzione, con eccezionale vigore di sintesi. Il palazzo si presenta come un blocco compatto a pianta quadrata, che si eleva per due ordini intorno a un vasto cortile. La facciata, equilibrata e razionale ha un severo paramento a conci squadrati ed è racchiusa tra due torri, una delle quali, a ovest, ha un coronamento formato da una cornice merlata poggiante sopra archetti inflessi su mensole.

Su tutto spicca lo straordinario portale, che il contratto del 1490 imponeva essere simile a quello di palazzo Muxaro ad Agrigento, sempre di Carnilivari, che alla distruzione di tale edificio fu smontato, per essere utilizzato come ingresso a Palazzo Pujades, che è costituito da una composizione di telai e bastoni, che ripetuti in fuga prospettica, sono inquadrati da quello più esterno legato saldamente dal cordone francescano intrecciato, ciò fa pensare che probabilmente gli Abatellis avevano assunto un atteggiamento di favore nei confronti dei francescani Frati Minori Osservanti (l’ordine che stava
costruendo il limitrofo complesso religioso della Gancia).

Il portale è sormontato da tre stemmi, inglobati dentro rombi in pietra, di cui quello centrale finemente scolpito, presenta lo stemma nobiliare dell’Abatellis: “Grifo rampante, aquila e cimiero”. Murate ai lati del portale due lapidi in marmo celebrano le imprese del fondatore. La severità del paramento murario, realizzato in conci di pietra a vista ben squadrati, del secondo piano è alleggerito dalle cinque finestre trifore rettangolari, impreziosite da tre archetti ogivali traforati che poggiano su eleganti colonnine, di straordinario effetto decorativo.

Varcato il portone d’ingresso si accede ad un atrio di grandi dimensioni, e da questo si arriva all’ampio ed elegante cortile interna , sul cui lato occidentale prospetta un arioso loggiato sovrapposto sorretto da esili colonne con archi ribassati al piano terra e a tutto sesto al piano superiore.In posizione laterale, contiguo al loggiato, si trova una solida scala esterna “escuberta” in pietra intagliata di chiara matrice catalana, opera del maestro lapicida termitano Antonio de Amato.

In tutto il palazzo si nota, come nel vicino e coetaneo Ajutamicristo, una sintesi tra la tradizione costruttiva gotico-aragonese e lo spirito rinascimentale che permea le varie parti del palazzo, concepito per fasce orizzontali e in cui coesione di due linguaggi, uno ricercato e articolato in forme curve ammorbidite e smussate, l’altro severo nella geometria delle linee, generano complessivamente un apparato decorativo di grande effetto…

2 pensieri su “Palazzo Abatellis

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