C’era una volta un lago

 

Molti se ne sono scordati, ma in Abruzzo, sino a un secolo e mezzo fa, vi è il terzo lago italiano, quello del Fucino, nome derivato dal termine latino Fūcinus che si ricollega all’etnico Fūcentēs, associato da Plinio ai Mārsī, popolo italico che viveva lungo le sponde sud orientali del lago. Il nome Fūcinus sarebbe poi riconducibile a una base fūk- (da feuk-, alternato con peuk-), che si ritrova anche nel nome Peucetia, in Puglia, con il significato probabile di “luogo melmoso”, il che rende un’idea della qualità della sua acqua.

Il Fucino era un sistema lacustre carsico, il cui unico immissario vero e proprio era il fiume Giovenco, entrante nel bacino da Nord Est, appena dopo l’abitato di Pescina. Il lago inoltre raccoglieva, soprattutto nel periodo invernale, le acque di torrenti di piccola portata dal massiccio del Velino-Sirente a Nord e dai monti della Vallelonga a Sud. Dato che non aveva un emissario, il suo regime idrico era regolato dagli ingottitoi carsici, con risultati, come dire paradossali.

Se in inverno i poveri marsicani rischiavano di finire spesso e volentieri affogati dalle piene, in estate si trovavano invece davanti una torbida palude, in cui trionfava la malaria. Per cui, sin dai tempi dei romani, ci si pose il problema di prosciugare il tutto.

Il primo a provarci fu il buon Giulio Cesare, il quale, secondo Svetonio, oltre a svuotare il lago, avrebbe voluto tracciare una strada che collegasse il Tevere con il mare Adriatico attraverso gli Appennini. Bruto e Cassio, con i loro pugnali, misero fine a tale iniziativa.

Il secondo a tentare l’impresa fu il buon Augusto, che diede l’incarico ad Agrippa di realizzare due possibili studi di fattibilità. Il primo prevedeva lo scavo di un canale che avrebbe fatto defluire le acque del lago attraverso il piccolo colle Cesolino riversandole nel fiume Salto, in località piani Palentini. Questo progetto, facilmente realizzabile, fu presto scartato poiché l’ingente quantità d’acqua, confluendo prima nel fiume Velino, poi nel Nera ed infine nel Tevere, avrebbe rappresentato una minaccia di inondazioni per Roma.

Il secondo e più costoso progetto, prevedeva invece di far confluire le acque lacustri nel fiume Liri attraverso una lunga galleria scavata nel monte Salvia.

Con la morte di Augusto e l’ascesa di Tiberio, uomo dalla tirchieria leggendaria, entrambi i progetti furono rimandati alle calende greche. Fu Claudio, invece, a riprendere in mano il tutto: non volendo passare alla storia come l’affogatore della plebe romana, optò per la soluzione più costosa

Secondo Svetonio per completare l’impresa vennero utilizzati 30.000 uomini tra schiavi e operai. Per undici anni si lavorò anche di notte, su tre turni di 8 ore, in squadre, sparse lungo il tragitto del canale e nelle connesse opere di servizio. Il risultato fu quello di aver realizzato un canale di 5,6 chilometri capace di drenare le acque lacustri nel fiume Liri attraversando il ventre del monte Salviano.

Il problema è che per l’instabilità del terreno del Salviano, l’opera fu spesso e volentieri minata da frane, che ne riducevano l’efficienza. Terminati i lavori Claudio volle celebrare l’opera con fasto, e organizzò dunque la naumachia, una battaglia navale sul lago, alla presenza di Agrippina e Nerone.

Al termine, venne aperta la diga, ma l’acqua non scolò a causa di una piccola frana avvenuta poco prima. Purgato il canale e riaperte le chiuse, un’ulteriore frana causò una grossa ondata di ritorno che si abbatté sul palco dove la famiglia imperiale banchettava. Di questi accadimenti vennero incolpati i liberti Narciso e Pallante, che non erano architetti bensì prefetti dei lavori, che probabilmente, come loro solito, avevano fatto la cresta sui lavori.

Alla fine, però, il risultato, benché incompleto, non fu pessimo: il bacino lacustre si restrinse di circa 6000 ettari allontanando il pericolo delle inondazioni, cosa che favorì l’economia locale. Ovviamente, per funzionare, serviva una continua e costosa manutenzione.

Sappiamo per certo che vi si impegnarono Traiano, Adriano, Alessandro Severo, Aureliano e Costantino. Con la caduta dell’Impero romano, i lavori di manutenzione cessarono; in più il tremendo terremoto del 508 d.C. provocò l’occlusione dei canali di scolo, per cui ci volle poco per tornare da capo a dodici.

Nel Medioevo e nel Rinascimento, ci furono alcuni tentativi di rimettere in sesto l’opera: ci provò Federico II, ma era troppo impegnato a litigare con Lega Lombarda e Papato per portare a compimento l’opera, Alfonso I d’Aragona morì troppo presto per dare inizio ai lavori, Filippo I Colonna non trovò mai abbastanza denaro per portare a compimento l’opera

Ci riprovarono i Borboni, a cominciare da Carlo III. Ferdinando I organizzò uno studio sul territorio e dal 1790 fece incominciare i lavori, che terminarono dopo due anni. Tali lavori, condotti esclusivamente da galeotti, risultarono del tutto inadeguati, essendo costellati di frane, smottamenti e continue infiltrazioni d’acqua. Lo stesso re sostenne confronti e dispute tra vari architetti e ingegneri, fino a che, nel 1826 non iniziò un decennale intervento ad opera dell’ispettore di acque e strade Luigi Giura e il commendatore Carlo Afan de Rivera.

Giura, per chi non lo conoscesse, è stato uno dei grandi ingegneri dell’epoca, noto per la progettazione e realizzazione del ponte Real Ferdinando sul Garigliano, secondo ponte sospeso d’Europa (1832), nonché primo ponte sospeso nell’Europa continentale, mentre il secondo è stato uno dei padri del tentativo di industrializzazione del Regno delle Due Sicilie, messo in crisi dall’Unità d’Italia.

Entrambi, come Giulio Cesare, pensavano grande: il prosciugare il Fucino era solo il primo passo di un progetto assai più ambizioso. Volevano infatti rendere navigabili il Liri e il fiume Pescara, unirli con un canale, per permettere la navigazione dal Tirreno all’Adriatico, costruendo poi un ampio porto, a valle della fortezza di Pescara vecchia.

Francesco I, dinanzi a tali proposte, rise loro in faccia: così i lavori, in formato ridotto, terminarono nel 1835, seguiti da infinite polemiche dato che nei 20 anni successivi vi furono continui crolli.

Il 26 aprile 1852, con Regio Decreto borbonico, fu accordata la concessione dello spurgo e della restaurazione del canale claudiano a una società anonima napoletana nel tentativo di riottenete il prosciugamento del Fucino. Il compenso era in parte costituito dai terreni del bacino lacustre che si sarebbe prosciugato, che sarebbero stati affidati per 99 anni, dal termine dei lavori, alla Società appaltante.

Non si intendevano comprese in tale concessione “le mura e i ruderi di antiche città, gli anfiteatri, i tempii, le statue, e generalmente gli oggetti di antichità e belle arti di qualunque sorta”, che sarebbero state offerte alle “solerti cure dell’Instituto de’ Regii Scavi” e all’insigne Real Museo Borbonico.

Della società facevano parte Alessandro Torlonia, banchiere del Papa, il Principe di Camporeale, che nonostante le sue bislacche idee sul fatto che la Sicilia dovesse essere annessa alla Prussia, fu un dignitoso sindaco di Palermo, l’ingegnere svizzero Franz Mayor de Montricher, l’agente francese Léon de Rotrou, il Marchese di Cicerale e i signori Degas, padre e figlio, banchieri di Napoli e parenti del grande pittore francese.

Essendo i lavori terribilmente costosi ed essendo i soci di saccoccia stretta, Torlonia ne acquistò tutte le azioni, diventando unico proprietario. Successivamente però, nel 1863, dovette chiudere la sua banca.

Tuttavia, non si tirò indietro, visto che la prese sul personale: secondo la tradizione, ogni giorno ripeteva la frase

O Torlonia asciuga il Fucino, o il Fucino asciuga Torlonia

Alla fine, l’ebbe vinta la sua testardaggine.I lavori per il prosciugamento iniziarono a cominciare dal 1854 sotto la direzione dell’ingegnere Franz Mayor de Montricher, morto nel 1858. Furono proseguiti dall’ingegnere Enrico Samuele Bermont, al quale nel 1869 successe l’ingegner Alessandro Brisse che li portò a termine, insieme alle prime opere di bonifica, nel 1877. Il prosciugamento del lago Fucino fu ufficialmente dichiarato il 1º ottobre 1878.

L’emissario di Claudio era lungo 5.630 metri, ma considerando i canali collaterali, raggiungeva i 7 chilometri. L’opera torloniana, che prevedeva oltre al prosciugamento anche la bonifica dell’alveo, include la fitta rete di canali, per una lunghezza complessiva di 285 chilometri, e 238 ponti, 3 ponti canali e 4 chiuse. Il canale claudiano attraversava le aree ad una profondità che variava dagli 85 metri ai 120 metri, mentre alla sommità del monte Salviano si misuravano in quel settore circa 400 metri. L’apertura variava dai 4,11 m² ai 14,80 m², con alzata di 7,14 metri. Il canale torloniano segue la direzione di quello romano, con sezione costante di 19,99 m² e un solaio che varia da 2,39 metri all’ingresso a 0,79 all’uscita, per un flusso ordinario di acqua in uscita di 28 m³, con una capacità massima di 67 m³.

Una volta prosciugato, il bacino doveva essere reso coltivabile e abitabile. Per tale motivo furono realizzate arterie stradali e costruite case e fattorie. Una strada di 52 chilometri, la Circonfucense, ruota attorno alla piana che è attraversata da 46 strade rettilinee, parallele e perpendicolari, per una rete stradale pari a circa 272 chilometri. Oltre ai 24 milioni di lire spesi per il solo prosciugamento, quindi, ne vennero impiegati altri 19.

Ma dato che siamo in Italia, cominciarono subito i problemi: i paesi che si affacciavano sul fiume Liri fecero causa al principe Torlonia, dicendo che, essendo aumentata la portata del fiume, ci sarebbero state piene assai peggiori rispetto al passato.

I proprietari terrieri che avevano visto inondare le proprie terre con le piene degli ultimi vent’anni volevano rientrarne in possesso. Torlonia fece collocare numerose statue della Madonna in ghisa per segnare i limiti del lago e quindi della proprietà. 2.501 dei 16.507 ettari conquistati furono dati ai comuni circumlacuali, mentre il resto fu proprietà dei Torlonia, divisa in 497 appezzamenti di 25 ettari ciascuno.

I pescatori dei paesi che si affacciavano sul lago erano ora rimasti senza lavoro, con un inevitabile incremento delle famiglie povere. Occorreva convertire le realtà di pescatori in comunità contadine. Molti abitanti di tali luoghi inoltre non volevano coltivare il fondo del lago rubato alle acque, nella paura della malaria e di nuove e più aggressive inondazioni: in effetti si dovette sfruttare manodopera immigrata proveniente da Romagna e Marche.

Cosa che, assieme al subaffitto dei lotti, che creò un mosaico di microproprietà, generò una serie di problemi sociali, descritti nel romanzo Fontamara di Silone, in cui si dice

In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo.
Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie del principe.
Poi, nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire ch’è finito

In più sorgeva il problema della manutenzione del nuovo canale: nel 1915 vi fu il terrificante terremoto di Avezzano, che costrinse nel 1920 al rifacimento di parte delle gallerie. Un secondo emissario venne fatto realizzare nel 1942 dai Torlonia con lo scopo di supplire alle funzioni della galleria principale in caso di lavori di manutenzione straordinaria.

Questo diparte dal punto d’intersezione dell’emissario romano con il collettore esterno all’altezza di una delle vasche di accumulo delle acque. La seconda galleria sotterranea, realizzata in direzione sud, sbocca a Canistro nei pressi di una delle centrali idroelettriche, anch’esse fatte costruire dai Torlonia, con lo scopo di generare energia elettrica per il funzionamento della cartiera e dello zuccherificio di Avezzano.

Nel secondo dopoguerra, ci furono una serie di proteste dei braccianti, per chiedere la riforma agraria nel Fucino, che culminarono nell’eccidio di Celano. Per venire incontro alle rivendicazioni contadine, la riforma agraria del 1950 portò alla formazione, il 28 febbraio 1951 all’Ente per la Colonizzazione della Maremma Tosco-Laziale e del Fucino. Mutato in seguito in Ente Fucino e ARSSA, acronimo di Agenzia Regionale per i Servizi di Sviluppo Agricolo, provvedette alla ridistribuzione e alla riorganizzazione delle terre espropriate ai Torlonia

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