Il commercio miceneo nel Mediterraneo (parte I)

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La transizione tra la media e tarda età del bronzo, nella Grecia continentale, coincide con un periodo di forti mutamenti sociali.

Si passa infatti da una società basata su comunità di villaggio autonome, legate da forti vincoli parentelari, di tipo orizzontale,caratterizzate dalla scarsità di sepolture eminenti, dalla pratica delle sepolture intramurane raccolte intorno a singole unità residenziali, dall’assenza di edifici pubblici, da un’architettura basata su semplici case per lo più a pianta absidata e da produzioni ceramiche e metallurgiche poco elaborate a una in cui emergono forti differenze sociali, con il potere e le ricchezze che tendono a concentrarsi in élite ristrette, concentrate in centri protourbani, come Tebe in Beozia, Asine in Argolide, Peristerià in Messenia, a cui è subordinato, dal punto di vista economico e culturale, il territorio circostante.

Alcuni siti furono forticati e articolati in forma progettuale: Malthì, in Messenia, era un abitato complesso, con un terrazzo centrale che ospitava gli edifici maggiori e uno inferiore cinto da mura; all’interno di queste si addossava un complesso di ambienti in sequenza lineare, forse una struttura di magazzini, che sembra rifarsi a un modello condiviso: ad Argo, insediamento arroccato sulla piana dell’Argolide e dotato di un grande edificio centrale, un analogo complesso venne costruito a ridosso delle mura. Kolonna nell’isola di Egina, nel Golfo Saronico, era dotata di doppia cinta muraria – l’una intorno al nucleo centrale dell’abitato, ove sorgeva l’edificio centrale, l’altra a difesa della parte più esterna.

Tale trasformazione fu favorita dal verificarsi di almeno tre fenomeni: il primo fu la crescita demografica, causata dall’aumentata produttività agricola, che però, per le caratteristiche orografiche del territorio elladico, non fu omogenea, portando quindi a una concentrazione delle eccedenze produttive nelle mani di pochi gruppi di potere

Il secondo fu rapporto con le raffinate culture urbane delle Cicladi e di Creta, che portò, prima in Eubea, Messenia e in Argolide, poi nel resto del territorio, alla costruzione dell’identità da parte delle élites, adottando e rielaborando in maniera autonoma quanto appreso dal mondo minoico.

Il terzo, la necessità di testimoniare il loro potere con l’esibizione e l’accumulo di beni di lusso, portò all’inserimento delle comunità elladiche nelle reti di scambi internazionali; le élites, però, in qualche modo, dovevano trovare materie prime e prodotti con cui da tali beni. A questa esigenza, si associava la sempre maggiore diffusione degli utensili e delle armi in bronzo.

Se il rame proveniva da Cipro, che in maniera diretta o in diretta era facilmente raggiungibile dagli elladici, più complesso era l’accesso ai punti terminali della cosiddetta via dello stagno, che dalla Gran Bretagna,portava tale metallo per via terra nella Pianura Padana e nei Balcani e per via mare in Sardegna.

Il trovare qualcosa da scambiare con le importazioni provenienti da Creta, Egitto e Siria e con il bronzo, ebbe due effetti dirompenti nella società elladica: da una parte, l’aumentata necessità di incrementare le produzioni specializzate nel campo della ceramica e della metallurgia, portò all’adozione di un modello economico centralizzato, incentrato nella realtà palaziale, già sperimentato a Creta e che fu portato al massimo dello sviluppo nella Grecia Continentale.

Dall’altra, svolse il ruolo di volano per il commercio mediterraneo del mondo proto miceneo. Essendo le rotte per l’Egitto e la Siria monopolizzate dai minoici, il mondo elladico dovette trovare mercati alternativi. Il primo fu l’Anatolia occidentale, l’area luvia, che, per motivi non chiari, aveva pochi contatti con Creta: di fatto, allo stato attuale, è stato ritrovato solo una sorta di emporio a Mileto.

Invece i mercanti e i cercatori di metallo proto micenei divennero frequentatori abituali dell’area: addirittura parrebbe che, data la grande quantità di ceramica di produzione tessalica rinvenuta a Wilusa, la nostra Troia, questa potesse essere una sorta di porto franco.

Il secondo fu l’Italia, in cui le tracce di questi antichi commerci sono concentrate n due aree ben precise: il basso Tirreno ed il settore ionico-adriatico.Ritrovamenti archeologici relativi al TE-I sono stati effettuati a Porto Perone (Taranto), Molinella (Foggia), Punta Le Terrane (Brindisi) e Capo Piccolo (Crotone) per quanto concerne il versante ionico-adriatico. Sul versante tirrenico importanti ritrovamenti provengono da Vivara e dalle isole Eolie

I siti nell’ambito adriatico ionico, probabilmente, più che empori, svolgevano la funzione di luoghi di sosta e rifornimento sia per la rotta diretta verso la Sicilia, sia per quella diretta a Nord, verso il Polesine e i terminali della via dello stagno e dell’ambra. Ovviamente, ciò non esclude la presenza di scambi realizzati a livello locale.

Più complesso era il ruolo delle Eolie e di Vivara: da una parte, le prime fungevano da nodo di interscambio per una serie di rotte commerciali, attive sin dal Neolitico, che univano la penisola italiana, la Sicilia e la Sardegna, dall’altra erano grandi produttrici, per l’epoca, di allume, che nell’antichità era un importante sostanza utilizzata nella lavorazione dei tessuti, uno dei principali prodotti di esportazione del mondo miceneo.

A Vivara, invece, terminavano due rotte commerciali provenienti dall’entroterra, dedicate a due materie prime differenti: il metallo, essenzialmente rame, proveniente dall’alto Lazio e il vino, che i proto micenei probabilmente esportavano in Anatolia.

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Ancora più complessi erano i rapporti con la Sicilia, in particolare con la cultura di Castelluccio, in tutta la parte orientale e meridionale dell’isola, fino all’agrigentino, che è così caratterizzata:

  • la ceramica era fatta a mano (il tornio non è ancora conosciuto) e presentava decorazioni geometriche brune su fondo rosso o giallino.
  • Gli abitati erano situati prevalentemente nell’interno, su colline; qualche volta erano fortificati da un aggere di pietrame. Le capanne avevano pianta ovale o circolare. I villaggi – di cui abbiamo scarse testimonianze – sorgevano l’uno vicino all’altro, in modo che gli artigiani potessero girare facilmente da un abitato all’altro. Il metallo era ancora relativamente raro e quindi molto pregiato. All’uso quotidiano erano destinati prevalentemente gli strumenti litici (di selce o quarzite), eredità del passato.
  • Le necropoli a grotticella artificiale sono costituite da stanze sepolcrali collettive, del diametro di 1 – 2 metri, scavate nelle balze calcaree (il calcare è una roccia poco dura, facile da lavorare); alcune tombe sono precedute da un vestibolo a pilastri, raro esempio di architettura preistorica in Sicilia. Le camere sepolcrali, di forma ovale, erano chiuse a volte con semplici muretti a secco, a volte con portelli in pietra, di altezza variabile tra i 70 e i 90 cm., decorati con motivi spiraliformi in rilievo.

Le attività principali dell’uomo erano  l’agricoltura di sussistenza, l’allevamento di bovini e caprini-ovini, la caccia e la raccolta di molluschi presenti nelle vicine aree acquitrinose. In più i villaggi della cultura di Castelluccio, sin dalle origini non era isolata dal resto del mondo, ma faceva parte di una serie di rotte commerciali che tramite Malta, univano la Sicilia al Nord Africa.

Rotte commerciali, in cui questi svolgevano il ruolo di produttori di manufatti in pietra, ad esempio macine per le graminacee, in selce e basalto, tanto che i castellucciani realizzarono vere e proprie cave. L’arrivo dei protomicenei cambiò notevolmente questo stato di cose, svolgendo un ruolo analogo a quello avuto dai minioici presso di loro: da una parte, esportando in Sicilia beni di lusso, favorirono la stratificazione sociale, dall’altra importando zolfo, utilizzato all’epoca sia in campo agricolo che per i rituali religiosi, vino, olio, che era la materia prima base per la realizzazione dei loro unguenti, e schiavi, modificarono profondamente i rapporti di produzione locali, dando origine a una serie di cambiamenti che porteranno alla nascita della cultura di Tapsos…

2 pensieri su “Il commercio miceneo nel Mediterraneo (parte I)

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