Santa Maria la Pinta

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Quella linguaccia di Procopio di Cesarea racconta che Belisario, sbarcato in Sicilia per combattere i Goti per ordine di Giustiniano, non ebbe difficoltà a conquistare Catania e Siracusa, le principali città dell’isola. L’unico intoppo lo ebbe a Palermo, gli ostrogoti avevano un considerevole presidio pronto a resistere e ad affrontare un lungo assedio.

Al suo comando vi era Sinderico, il quale decise di mandare degli inviati a Belisario con lo scopo di intimargli di partire e di non tentare alcun assedio. Il generale bizantino, invece di mandarlo al diavolo, si rese conto di avere enormi difficoltà nell’assalire la città da terra: il che fa pensare come, nell’area del Palazzo Reale, il circuito delle mura puniche fosse stato rafforzato con una fortezza.

Cosa tra l’altro sostenuta dallo storico rinascimentale Tommaso Fazello il quale riferisce di aver visto nel Palazzo un’ antica iscrizione marmorea, (ancora esistente nel 1558) secondo la quale i Saraceni avevano costruito in quel sito una fortezza eretta sulle rovine di una roccaforte più antica.

Comunque sia, per averla vinta, il generale bizantino ideò allora uno stratagemma: data la vicinanza della città al mare e la scarsa altezza delle mura cittadine, ordinò ai suoi uomini di far entrare le navi nel porto ed ancorarle; poi, notando che le alberature erano più alte delle mura, fece riempire le scialuppe di arcieri e le fece installare in cima agli alberi; da qui fu possibile colpire i difensori e gli abitanti della città, cosa che condusse alla capitolazione nel giro di pochi giorni.

Per festeggiare il successo, come ex voto Belisario fece costruire, nei pressi di quello che nell’età normanna sarà chiamata Aula Viridis, Aula Verde, una vasta aula interclusa da una loggia scoperta, probabilmente resto di un odeon di età romana, che in età medievale sarà sede dell’assemblea cittadina, la chiesa Santa Maria Dell’Annunziata.

Chiesa che sarà poi chiamata della Pinta, per l’ampio ciclo di affreschi che la decorava, ispirato a quelli presenti a San Pietro e a San Paolo fuori le Mura. Dato che le prime notizie documentate della chiesa risalgono al 1187, l’attribuzione all’epoca di Giustiniano fu a lungo contestata.

Nel 1539 Teofilo Folengo, il grande poeta maccheronico, che nonostante quanto racconta nelle sue opere, nella vita reale era un pio monaco benedettino, fu spedito in Sicilia, prima nel grande monastero di Santa Maria delle Scale a Monreale, che era uno dei più ricchi e culturalmente vivaci del Sud Italia, per poi diventare priore del monastero di S. Maria delle Ciambre a Borgetto, quello sì, alquanto periferico.

Ma in quel paesino, Folengo ci stava ben poco: data la sua amicizia con il vicerè Ferrante Gonzaga, passava la maggior parte del tempo a Palermo, ospite proprio della chiesa della Pinta. Durante questo soggiorno, Folengo scrisse Hagiomachia, una raccolta di 18 vite di martiri in esametri latini e della Palermitana, poema volgare in terzine, ricco di reminiscenze dantesche.

Palermitana in cui Folengo narra in prima persona di un suo pellegrinaggio in Palestina e dell’incontro con una comunità di pastori-monaci guidati dall’anziano Palermo. Con essi egli assiste a una rappresentazione sacra ehe ripercorre gli eventi veterotestamentari dalla creazione del mondo alla dissoluzione dei Limbo e alla apparizione délia Chiesa; e sempre in loro compagnia contempla quindi a Betlemme la scena délia nascita del Redentore.

Palermo muore alla vista degli strumenti della Passione esibiti dagli angeli, mentre gli altri pastori, dopo essersi presentati a Teofilo, prendono congedo. Se il primo libro si chiude con la morte di Palermo, il secondo ripercorre, in parte per bocca di san Giuseppe, gli eventi del Nuovo Testamento: dall’ Annunciazione alla Presentazione al Tempio e al Cantico di Simeone… Insomma, temi e atmosfere ben diverse da quelle del Baldus…

In più, come una sorta di ringraziamento per la chiesa che lo ospitava, scrive L’Atto della Pinta, una sacra rappresentazione piuttosto complessa, dove viene narrato il percorso della Salvezza, dalla Creazione del mondo all’Annunciazione a Maria, che viene presto rappresentata e con enorme successo, benché, come raccontavano i cronisti dell’epoca, la messa in scena fosse alquanto costosa, circa 12000 scudi.

La chiesa fu però abbattuta nel 1648, La chiesa venne abbattuta dal viceré Cardinale Trivulzio, venuto a governare la città dopo le rivolte cittadine del 1648, che per evitare strane sorprese da parte dei palermitani e per proteggere al meglio il Palazzo Reale, aveva aveva fatto costruire due baluardi ben armati sul suo fianco settentrionale.

Tuttavia, l’evento diede lo spunto al gesuita Agostino Inveges di descrivere la Pinta. Data la fatica che ho patito per trovare il suo brano, beh, ve lo dovete purtroppo cibare

stUna delle più belle chiese,ch’edificarono gli antichi greci né loro tempi in Sicilia. Questo antico tempio, secondo riferisce F. Simone (ò Simonetto) di Leontino vescovo di Siracusa: […] fu edificato, e consacrato insieme dall’eroe Belisario Capitano di Giustiniano Imp. Alla gloriosa Madre di Dio V. per la vittoria in Palermo contro à Vandali (legge Goti) nell’an.Del mondo 4516. E del redentore 545 (legge 535) […] à gloria della suprema Regina del Cielo: la cui immagine essendo stata depinta assai devota; fu chiamato il tempio di S. Maria Depinta.[…]. Hor la nostra antichissima chiesa di S. Maria Della Pinta: era fabbricata nel gran piano del palazzo viceregio a pié del novo suo baluardo settentrionale. La figura del sito era riquadrata; poiché in ogni lato havea circa 30. Passi di distanza. La frontiera del suo muro settentrionale riguardava la bella strada del Cassaro, ove havea tre porte: la maggiore di mezo, che dava l’ingresso alla nave, e le due minori, che aprivan il passo alle due ali: & alle tre porte s’ascendeva per 7.Scalini, posti parti dentro, e parte fuori: poiché il sito della chiesa era rilevato sopra il Cassaro circa 7. Palmi. Il suo modello non era ordinario; cioè la nave, e le ali non erano in giro ricinte di muraglie, come nelle chiese latine:ma all’uso dei Tempij Gentilij; eran tutte al cielo aperte: & architettate di colonne di pietre in più pezzi, e di tetto di legname fatto in forma di carina di nave. La lunghezza della nave,e delle ali era uguale, e cominciava dal Cassaro, o’ dal muro, e porte settentrionali; sopra cui da Levante a’ Ponente s’attraversava la lunghezza del titolo di circa 30 passi. Onde la chiesa tutta alla mia età coll’ordinanza delle sue colonne figurava un T. latino maiuscolo; ch’era l’antico Tau, e la vera figura, della croce. La nave e’l titolo avea ugual larghezza di 7 passi, e mezo circa; ma la lunghezza disuguale:poiché, la lunghezza della navea have 6. Colonne, e fra quee 5. Passi. Ma la lunghezza del titolo era dal muro di Ponente a’ quel di Levante eran 5. Altri archi; quel di mezo alla larghezza della nave, li dui ultimi grandissimi, e li 2.

Di mezo alla larghezza delle ali. Et ogni ala al pari della nave havea 6. Colonne,e 5 archi: ma di larghezza circa 4 passi,e mezo. Al fianco però delle colonne d’ogni ala era un ampio e discoperto cimiterio, o’ giardino: li quali venivan in giro da un’alta muraglia di 24. Pal. In circa rinterrati. Nel solo titolo eran gl’altari. I quali eran tre: tutti appoggiati alle mura: cioè l’altar di mezo, era appoggiato al muro meridionale, e riguardava la porta maggiore: ove era un bel quadro della Nuntiata: al corno del vangelo, & al muro orientale del titolo era l’altare della Candelora, odi S. Maria delle Gratie: & a’ quello dell’epistola, o’ alla muraglia occidentale era l’immagine devotissima, & antichissima del S.Crocifisso all’istesso muro dipinta: che hoggi e transportata alla chiesa dell’Itria, insieme cogli altri due ricordati quadri. Dietro il titolo, e del muro meridionale della chiesa eran fabbricate, e la sagristia, e le stanze del cappellano. Ma la nave, e le ali di questa chiesa nei tempi furon più lunghe di quelle che alla mia età si vedevano; poiché Don Garzia de Toledo per far il Cassaro ne ruinò quella parte settentrionale; che la dirittura della strada gl’impediva.

Brano da cui si intuisce come la pianta di tale chiesa fosse alquanto bizzarra: un’aula ripartita in tre navate con una abside nella parte mediana della parte di occidente, preceduta forse da un narcete, con le navate laterali che, invece di essere delimitate da una parete continua, si aprivano all’esterno con un portico colonnato.

Questa peculiare caratteristica, aveva fatto pensare all’Invegenes come la chiesa fosse il riadattamento di un antico tempio greco: altri studiosi, dato che elementi simili si ritrovano nell’architettura sacra islamica, hanno ipotizzato come la Pinta non fosse nulla più che una moschea riadattata al culto cristiano.

Però, negli ultimo anni, è emerso un dato particolare: diverse chiese paleocristiane di Roma, per facilitare l’afflusso e il deflusso dei pellegrini, sembrano avere avuto un’architettura simile. Al contempo, lo stessa tipologia di chiesa è emersa in altri luoghi della Sicilia, come a Priolo e Palagonia, sempre fondati nell’epoca di Giustiniano.

Per cui, l’attribuzione a Belisario potrebbe non essere poi così campata in aria: ora nella Pinta, aveva sede una confraternita, che per la demolizione, si trovò improvvisamente sfrattata. Tanto protestò, che gli fu assegnata una nuova chiesa accanto all’oratorio di San Mercurio, una delle prime opere di Giacomo Serpotta.

La nuova chiesa della Pinta, abbandonata da anni e restaurata di recente, è impreziosits dagli stucchi di Giuseppe Serpotta fratello del più famoso Giacomo, dal pavimento d’epoca e da affreschi decorativi, molti dei quali opere di Pietro Novelli.

Tra l’altro, osservando i dipinti provenienti dalla vecchia chiesa, il quadro dell’ Annunziata somiglia molto, come stile, alle opere siciliane di Polidoro da Caravaggio, mentre il quadro raffigurante la Madonna della Grazia o della «Candellara» ritratta con Santa Lucia a destra, e Sant’Agata a sinistra, affine allo stile del Perugino. E’ possibile che sia opera di Benedetto da Pesaro, nipote di Gaspare, uno dei pittori di corte di Alfonso il Magnanimo, a cui qualcuno attribuisce il Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis

Un pensiero su “Santa Maria la Pinta

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