Il senso del lutto

massimo

Per chi mi conosce, sa che per me il 29 gennaio è un giorno particolare: è l’anniversario della morte di mia nonna, che spero sia fiera di me, per tutto il tempo che dedico all’Esquilino, a volte sbagliando, a volte facendo anche cose buone.

Ed è il giorno in cui il mio buon amico Massimo se ne è andato. Per i casi della vita, l’ultima volta che ci siamo incrociato, che abbiamo chiacchierato e riso assieme, è stato proprio qui a Piazza Vittorio. Conoscendolo, dovunque sia, sicuramente starà scuotendo il capo, con il sorriso sulle labbra, per tutte gli affanni, le arrabbiature e le cose di nessuna importanza, a cui do troppo peso e di cui mi faccio carico.

E come sempre, avrebbe pure ragione, nel definirmi, come fece una volta, un vecchio, intrattabile e collerico mulo, ma di buon cuore.

Come ricordarli ? Di parole ne scrivo tante, spesso inutili, ma stavolta, mi piacerebbe condividere un brano che ho trovato sul mio pc, che ci metterei la mano sul fuoco sul fatto che non sia mio e di cui mi sto scervellando nel trovare l’autore, che racconta di come si vivesse il lutto al Sud

Nei nostri paesi del sud il lutto era un evento abbastanza condiviso. Più che dal passaparola o dai manifesti funebri, l’annuncio veniva dato da un drappo nero. Adornava il portoncino d’ingresso e scendeva sui due lati. Era il primo triste messaggio di lutto alla comunità. Di norma quel lembo di stoffa era semplice e sventolante ma poteva essere anche drappeggiato, fermato con cordoncini e nappe dorate. E non era solo un problema di spesa.

All’apparire del drappo, partiva il passaparola e iniziava il silenzioso via vai di gente per rendere omaggio al defunto. Del lutto era partecipe la comunità e la porta di casa rimaneva accostata. Era inimmaginabile che qualcuno della famiglia, più che al dolore, dovesse pensare ad aprire e chiudere porte. Le tende alle finestre e ai balconi restavano chiuse per lasciare la casa in penombra. La luce e il sole sono segni di vita, incompatibili lì dove una vita si era appena spenta. La scelta della stanza funebre coincideva in genere con la camera da letto, illuminata da qualche fioca abat-jour e dalle fiammelle fumose e tremolanti delle candele accanto al letto.

Gli specchi venivano coperti con teli neri, come si usava fare da generazioni anche se nessuno sapeva perché. Di certo evitavano lugubri riflessi o vanitose distrazioni. Quando si prevedeva che un gran numero di persone avrebbe reso omaggio alla salma, si sceglieva la camera più grande della casa e, scostati i mobili, la si faceva addobbare con paramenti, tappeti, coperte broccate e candelabri dorati. L’aria si saturava presto col profumo dei fiori e della cera ardente. Il religioso silenzio ero rotto solo dal pianto dei familiari e dalla nenia delle donnine in nero che recitavano il rosario sottovoce, scorrendo fra le dita i grani del rosario. L’arrivo delle suore era segno di rispetto per famiglie molto religiose o molto benefattrici.

In qualche casa appariva il registro dei visitatori, destinato alla firma o a qualche affettuoso ricordo. Era il segno che distingueva i defunti più in vista. Nato per inviare i ringraziamenti agli intervenuti senza dimenticare nessuno, in realtà era utile per vedere non solo i presenti ma anche gli assenti.

Prima che fosse sostituito da apposite automobili furgonate, il carro funebre, seguito da parenti ed amici a piedi, era davvero un carro in legno, imponente, con cocchiere e cavalli. Il loro numero variava a seconda del livello del funerale, di prima, seconda o terza classe. Variava la spesa e naturalmente la sontuosità della carrozza e il numero dei cavalli. La carrozza di prima classe, scelta per prestigio e massima visibilità, era arricchita da colonnine, capitelli dorati e ganci per i cuscini di fiori. Aveva il cocchiere, con la livrea nera piena di bottoni dorati, e i cavalli, due o quattro, bardati con finimenti di lusso. Procedevano con andatura lenta e solenne e, nel silenzio della strada, si sentiva solo la preghiera del sacerdote e il tonfo e ritonfo degli zoccoli che risuonavano sul selciato. Il corteo era preceduto dalla sfilata delle corone, fatte da rami di palma intrecciati ed arricchiti da inserti di fiori. La quantità di corone era proporzionale all’importanza del defunto o al cordoglio della comunità per la sua scomparsa. Erano portate a mano, una dietro l’altra, da amici e volontari.

A volte, per qualche funerale eccellente, partecipava anche la banda musicale, che si collocava in genere davanti al carro. I musicanti in divisa procedevano inquadrati, assorti nei loro pensieri. A un segno del capobanda approntavano gli strumenti e partivano struggenti marce funebri.

Anche la cerimonia religiosa non era eguale per tutti. Quella ordinaria era celebrata dal buon parroco del posto aiutato dal sacrestano. Messa veloce, parole di circostanza, un giro d’incenso e via verso il cimitero. Ma c’era anche la messa solenne, quella cantata. Almeno tre sacerdoti, i chierichetti con la tunica, una ricca omelia, l’incensiere col turibolo delle grandi occasioni, il coro, il suono soffocato dell’organo. Il misterioso viaggio per l’aldilà era sicuramente in classe unica ma per la cerimonia d’addio non c’era alcuna livella.

Il ritorno a casa, dopo il funerale, segnava il momento di pausa dopo le lunghe ore trascorse nella veglia e nel pathos della cerimonia. Bisognava prendersi cura dei familiari ancora immersi nel dolore ed incapaci di badare a se stessi. Con discrezione ed affetto si riportava un segno di vita nella casa dove era stata sospesa ogni attività domestica. Non era pensabile che un familiare potesse mettersi a cucinare scodellando stoviglie e tegami.

Era il momento del “consuolo”, operazione intima, riservata ai parenti più stretti, alle immancabili cummarelle, agli amici più cari. Un passaparola veloce, di casa in casa, e solo tra chi si era offerto di prepararlo, forzando a volte le resistenze e l’orgoglio degli stessi interessati. Arrivavano ceste di cibo preparato con amore e non mancava mai la zuppiera di brodo, alimento principe che alimentava senza lo sforzo di masticare e destinato a quelli cui si era “chiuso lo stomaco”.

La quantità di cibo portato doveva essere sempre superiore al numero delle persone interessate. Potevano esserci a casa parenti o amici venuti in visita da lontano e non li si poteva lasciare digiuni.

Il rito del “consuolo” durava circa otto giorni, quelli del lutto stretto, del silenzio assoluto rotto solo dalle visite di condoglianze. Non si accendeva neppure la radio né, quando arrivò, la televisione. Il “consuolo” aveva lo scopo di dare conforto alla famiglia facendola sentire al centro dell’attenzione. Spesso, però, era l’occasione per superare vecchi dissapori tra parenti o per ricostruire, tra famiglie vicine, rapporti di vicinato logori da anni.

Usi, costumi e tradizioni di un passato lontano quando la vita nella piccola comunità del paese significava condividere gioie e dolori. Oggi anche la morte è cambiata. I ricoveri ospedalieri precedono spesso gli ultimi giorni di vita e può capitare di sapere della morte di un vicino di casa solo dopo diverse ore dall’evento o a tumulazione avvenuta. Il lutto come evento triste ed ineluttabile della vita, vissuto nell’intimità e senza clamori.

E così diventa più vera l’amara saggezza di Totò: “…la morte è nu passaggio dal sonoro al muto. Quanno s’è stutata ‘a lampetella, significa che ll’opera è fernuta e ‘o primo attore s’è ghiuto a cuccà”.

Perchè il lutto non è crogiolarsi nel dolore. E’ riconoscere il fatto che una persona ci manchi, accettando la nostra debolezza e onorando il suo ricordo, affinché tutto ciò che abbiamo condiviso assieme, non sia perduto, ma ci aiuti a tenere dritta la barra del timone della nostra vita.

massmo2

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