Il commercio miceneo nel Mediterraneo (parte II)

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Nel TE-II avviene, come conseguenza dell’accentuarsi dei fenomeni descritti in precedenza, un’ulteriore evoluzione della civiltà micenea: tra le élite, che governavano i vari chiefdom su base locale, e che per trovavano legittimità dalla discendenza da antenati divinizzati, cosa espressa visivamente dalla nascita della la tholos – tomba costruita, con camera a pianta circolare e copertura a falsa cupola – nata forse dalla pietrificazione del tumulo funerario, che essendo utilizzata per generazioni, indicava la continuità tra vivi e morti, tra umano e divino, cominciarono ad apparire dei leader carismatici, capaci di aggregare e controllare spazi politici, sia attraverso il monopolio di risorse ideologiche, la creazione, gestione e controllo di riti e cerimonie collettive, finalizzate alla creazione di un’identità collettiva, sia economiche, per mantenere un comitatus militare e burocratico, per acquisire e mantenere il potere.

Attorno a questi leader si coagulò una gerarchia di controllo del territorio e di composizione sociali, da cui, per l’influenza minoica, si sarebbe sviluppato il modello miceneo, basato sulla contrapposizione tra il Palazzo, la sede del leader carismatico e del suo potere centralizzato, e demos, distribuiti in comparti regionali intorno a piccoli centri di carattere protourbano.

Palazzo che assume la forma del “megaron” – la sala centrale con focolare e colonne – che in spesso si integra e si sovrappone al precedente modello della cosiddetta “casa a corridoio” – con vani allineati su un corridoio laterale – in una dialettica di integrazione e assimilazione tra i nuovi leader e le vecchie famiglie dominanti.

Proprio questi leader, per rafforzare il loro potere carismatico, affiancarono al lignaggio una sorta di economia del dono, in cui la ridistribuzione dei beni di lusso esotici, gli garantiva la fedeltà dei suoi seguaci. Di conseguenza, la necessità di procurarsene, fu il motore di un ulteriore crescita del commercio nel Mediterraneo.

I rapporti con l’Anatolia, già consolidati nel TE-I, si ampliarono ulteriormente, cosa che comincia ad essere testimoniata anche dalle fonti scritte ittite. I loro annali ci permettono infatti di collocare in questo periodo le vittorie ottenute dal regno di Hatti contro gli stati luvi, come gli Arzawa e la confederazione di Ashshuwa, che portò a ridefinire gli equilibri geopolitici della regione e causando una perenne conflittualità con il mondo elladico

Sempre nei coevi testi ittiti si menziona anche un sovrano a capo degli Ahhiyawa, i nostri Achei, con cui a volte si combatteva e a volte si riconosceva lo status di “fratello del re”, a cui si si potevano chiedere favori o doni. Che poi i leader micenei paressero ignorare tutte le finezze della complessa diplomazia della tarda età del Bronzo, è una cosa che ha sempre stupito gli studiosi.

Sempre nel corso del TE-II la presenza micenea si espande verso sud, nelle regioni più meridionali dell’Asia Minore, corrispondenti all’attuale Libano, Israele e Siria. In alta Mesopotamia si era formato il Regno di Mitanni,mentre nella regione siriana si avevano una serie di piccoli regni. Non abbiamo presenza di ceramica micenea precedente il TE-II in queste aree. Un dettaglio interessante riguarda il caso di un santuario scavato nei pressi dell’aeroporto di Amman. Si è notata la presenza contemporanea di ceramica elladica e di “stile di palazzo” cretese. Questo porterebbe a credere che i primi ad avere contatti siano stati i governanti miceneizzati di Cnosso.

A questa epoca, risalgono anche i primi contatti con Cipro, a causa delle sue miniere di rame. Analogo motivo ha portato a svilupapre una rete di contatti anche con l’Europa balcanica Nei complessi funerari di Pazok, Patos, Vodhine , le elitè locali sono seppellite con armi e vasellame di importazione peloponnesiaca. Questo porta a pensare che questi gruppi siano stati i referenti principali dei prospectors micenei, impegnati nella ricerca e commercio dei metalli.

Sul fronte occidentale c’è da evidenziare la continuità dei rapporti con le isole Eolie, attestati dai materiali micenei provenienti dalla Montagnola di Filicudi. Un cambiamento semmai si può notare nelle fabbriche di origine dei materiali che vedono la scomparsa di quelle eginete a favore di quelle elladico-continentali.Fenomeno analogo avviene in Sicilia, dove numerose nuove informazioni sugli scambi tra Sicilia, Egeo e Mediterraneo orientale nel periodo castellucciano sono state fornite dai recenti scavi del sito di Monte Grande (Palma di Montechiaro, AG)

La collinetta, alta circa 270 m. s.l.m., fu frequentata sin dall’Eneolitico e in epoca castellucciana fu occupata da strutture connesse all’estrazione e alla lavorazione dello zolfo, quali miniere e fornaci, e da edifici a probabile destinazione cultuale. All’interno delle varie aree di scavo, estese su tutta l’altura, è stata rinvenuta una cospicua quantità di ceramica egea ed orientale

In località Baffo Superiore, nell’area più elevata di Monte Grande, sono state scoperte strutture megalitiche ad uso non abitativo e recinti circolari, nei pressi dei quali è stata rinvenuta una grande quantità di ceramica importata. Tali costruzioni, connesse a fornaci a canaletta per la lavorazione dello zolfo, rinvenute in località Baffo Calcarone, sono state interpretate come un santuario, forse retto da una casta di sacerdoti-re, con funzione di controllo sia sull’attività estrattiva e di lavorazione dello zolfo sia sul commercio trasmarino. Lo studio tipologico e le analisi scientifiche hanno permesso di individuare le origini di ogni tipologia. La maggior parte della ceramica tardoelladica proviene dall’Egeo, ma non mancano frammenti di origine vicino-orientale e cipriota e le imitazioni locali.

Di particolare interesse sono le imitazioni locali di cretule, i dischi e le rondelle fittili, che come a Vivara, indicano l’integrazione dell’economia locale con quella internazionale e un frammento proveniente da Baffo Calcarone che presenta sulla superficie interna l’immagine di un’imbarcazione. La nave raffigurata ha la chiglia quasi rettilinea, la prua e la poppa di altezza simile, e nel mezzo l’albero maestro sostenuto da due stragli. Tale appresentazione trova confronti nelle navi cretesi di periodo protopalaziale e neopalaziale.

La varietà morfologica e tipologica dei manufatti ceramici importati e la prevalenza quantitativa di grandi contenitori da trasporto sono indizi dell’ampiezza del mercato dello zolfo di Monte Grande. Infatti, i traffici commerciali del sito agrigentino con l’Egeo e il Mediterraneo orientale erano basati, oltre che sul commercio dei prodotti agricoli, sullo sfruttamento e sull’esportazione di alcune materie prime locali: il salgemma, il bitume e soprattutto lo zolfo. Quest’ultimo, molto ricercato già all’inizio del II millennio a.C. era utilizzato probabilmente in diversi ambiti: la coltivazione della vite, la metallurgia (in particolare per l’agemina al niello e per la lavorazione dell’argento), la lavorazione della lana, la combustione e il calafataggio delle imbarcazioni, insieme al bitume. Inoltre, lo zolfo potrebbe essere stato ricercato anche per usi terapeutici, per via delle sue proprietà farmacologiche, ricordate da vari autori antichi. Questa materia prima, presente in grandi quantità nell’agrigentino, scarseggiava nel resto del Mediterraneo, fatta eccezione per alcuni giacimenti nell’isola di Melo, e ciò avrebbe spinto i navigatori egei e orientali in Sicilia.

La crescita del commercio nel TE-II portò forse forse alla nascita di un insediamento di mercanti egei a Monte Grande, i quali potrebbero aver controllato in parte l’attività produttiva del sito. La presenza di un emporio egeo è stata ipotizzata per più aree di Monte Grande, tra le quali Pizzo Italiano e in quella di Marcatazzo. In quest’ultima località, oltre a ceramica importata, è stata individuata una struttura non attestata in altri contesti castellucciani e che sembra anticipare gli edifici rettangolari della successiva cultura di Thapsos. Si tratta, infatti, di un megaron, che trova confronti solo in ambito egioe con muri rettilinei laterali e un muro curvilineo a monte. La funzione di questa struttura non era difensiva e probabilmente si trattava della sede dell’emporio del chiefdom destinato al controllo della lavorazione e della commercializzazione dello zolfo.

Parlando di Nepero e dei logaritmi

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Benché, a dire il vero, il primo a utilizzare i logaritmi fosse l’astronomo e matematico Joos Bürgi, assistente di Keplero nell’elaborare i calcoli astronomici e orologiaio di Rodolfo II, colui che ne diede una trattazione matematica completa ed esaustiva fu John Napier, noto come Giovanni Nepero o, più spesso, semplicemente Nepero, personaggio che non sfigurerebbe, con tutte le sue stranezze e peculiarità in qualche romanzo fantasy.

John nacque nel 1550 all’interno del Merchiston Castle ad Edinburgo, rampollo di una delle più ricche e nobili famiglie scozzesi e la madre, Janet Bothwell, era imparentata con gli Stewart, che discendevano da un figlio illeggitimo di Giacomo V di Scozia e che avevano una particolare attitudine alla ribellione e al complotto contro il potere legittimo.

Un piccolo pettegolezzo: Archibald Napier aveva solamente 16 anni quando concepì il genio matematico di famiglia, suo figlio John. Ergo, John nacque in una famiglia benestante, vivendo una vita agiata, tanto da non frequentare la scuola sino ai 13 anni di età, quando si iscrisse alla alla St Andrews University; poco tempo dopo la sua immatricolazione, a cusa della morte della madre, cadde in profonda depressione.

Per uscirne, il padre, su consiglio dello zio vescovo, lo mandò a proseguire gli studi all’estero; probabilmente completò gli studi a Parigi, per poi andare a bighellonare in Olanda e in Italia.

Nel 1571 Nepero fece il suo ritorno in Scozia per essere presente alle seconde nozze del padre. Nel medesimo anno Giovanni incominciò i preparativi per il suo matrimonio, che però si concretizzò solamente 2 anni dopo. In parallelo si dedicò alla stesura di quella che vrebbe sempre considerato la sua opera più importante, cioè il trattato religioso anticattolico intitolato Discoprimento della completa rivelazione di san Giovanni, apparso nel 1593. Si tratta di un commento all’Apocalisse di Giovanni, in cui, mediante un’argomentazione di tipo ipotetico-deduttivo, erano sostenute due tesi fondamentali: il papa era l’anticristo e la fine del mondo sarebbe avvenuta nel 1786.

Nel 1574 Nepero e sua moglie si sistemarono nel castello a Gartness, luogo da cui Giovanni decise di amministrare e far fruttare i propri vasti possedimenti, dedicandosi persino all’agricoltura in modo scientifico. Nel frattempo si dedicò a un nuovo passatempo, la progettazione di armi. In parecchi suoi appunti, si vanta di avere inventato uno specchio ustorio per bruciare le navi, un pezzo d’artiglieria mobile su un piano orizzontale, una specie di carro d’assalto metallico movibile in ogni senso e il mezzo di navigare sotto l’acqua.

Visto che il governo npn lo assecondava nel realizzare concretamente, decise di dedicarsi, da buon gentiluomo dell’epoca alla trigonometria, branca della matematica che nel manierismo andava parecchio di moda, definendo le formule che comunemente portano il nome di Borda, le formule note col nome di analogie di Nepero e la cosiddetta regola di Nepero per ricavare le relazioni tra gli elementi di un triangolo sferico rettangolo, alla cabala e all’alchimia.

Ovviamente, queste sue passioni gli causarono una pessima fama presso i suoi coetanei: Nepero fu accusato di avere stipulato un patto con il diavolo, di vestirsi in maniera bizzarra e di avere come famiglio un gallo nero.

Inoltre, tutte passioni erano accumunate dal fatto di contemplare quantità industriali di calcoli, che Nepero si annoiava a fare. Per cui, buona parte della sua esistenza, dai quaranta anni in poi, fu impegnata per inventarsi strumenti per semplificarsi la vta in tale ambito. Era solito ripetere

Eseguire calcoli è operazione difficile e lenta e spesso la noia che ne deriva è la causa principale della disaffezione che la maggioranza della gente prova nei confronti della matematica…

Il primo passo fu inventare uno strumento meccanico di calcoli, i cosiddetti bastoncini (virgulae) di Nepero, detti anche virgulae numeratrices.

Questi sono asticelle su cui sono incisi i primi multipli di un numero, con le decine e le unità divise da una barra obliqua. Accostando i bastoncini corrispondenti a diverse cifre fino a comporre un certo numero (per esempio accostando i bastoncini per il 2, il 4 e il 6 a comporre “246”), e sommando le cifre che risultano adiacenti (non separate dalla barra) nelle diverse righe, si ottiene facilmente la tabellina dei multipli del numero in questione. Quindi possono essere considerati come una generalizzazione della tavola pitagorica.

Nepero progettò numerose varianti di questo meccanismo, tra l’altro con regole per dividere ed estrarre radici quadre e cubiche, descrivendoli in Rhabdologiae seu Numerationis per virgulas libri duo. La sua idea fu nel tempo integrata a molte addizionatrici meccaniche al fine di trasformale in macchine “moltiplicatrici”, come la macchina di Wilhelm Schickard (1623) ol’Omega di J. Bamberger (1905), e divenne la base dei nostri regoli calcolatori.

Attorno al 1594, Nepero cominciò invece a lavorare ad un metodo maggiormente teorico, pubblicato solamente 20 anni dopo. La scintilla nacque dall’incontro con John Craig, medico personale di Giacomo I, che era stato membro della delegazione che aveva accompagnato il re d’Inghilterra e Scozia a Copenaghen, per incontrare la futura moglie, Anna di Danimarca.

Una tempesta aveva poi costretto la delegazione a sbarcare in un punto della costa danese non lontano dall’osservatorio di Tycho Brahe e, mentre aspettavano che le condizioni meteorologiche migliorassero, furono intrattenuti dal celebre astronomo, quale saputo della passione della matematica di Craig, gli parlò delle formule di prostaferesi, che consentono di trasformare la somma o la differenza di seni, coseni, tangenti e cotangenti in prodotti.

Cosa che fu riferita a Nepero, il quale cominciò a chiedersi se fosse possibile anche realizzare il contrario, ossia identificare una formula capace di trasformare una moltiplicazione in una somma. Cosa nota dai tempi di Archimede per le potenze intere, aventi la medesima base, ne aveva parlato, ma che poneva diversi problemi nel caso di numeri generici.

Dopo tanto arrovellarsi, trovò la soluzione, utilizzando funzioni inverse di funzioni esponenziali. Il problema, però era quale base utilizzare. Nepero, come raccontato nel suo trattato Mirifici logarithmorum canonis descriptio ne sperimentò diverse, compilando le relative tavole numeriche, nella convinzione che ognuno potesse scegliere il metodo numerucio che gli fosse più comodo e confacente.

In particolare, uno di questi fu basato sulla costante K = (1 – 10^-7), che essendo un numero minore di uno, generava una funzione logaritmica decrescente, con un andamento simmetrico rispetto a quelle attualmente in uso: la sua successione geometrica “si spostava all’indietro” da un numero grande a numeri sempre più piccoli. Nepero partì da 10.000.000 e poi moltiplicò il suddetto numero per potenze successive di 0,9999999. Se indichiamo con Neplog x il logaritmo di Nepero di x, questo possiede le seguenti singolari proprietà:

Neplog 10.000.000 = 0
Neplog 9.999.999 = 1

e così via.

Più importante fu una seconda base, sempre analizzata nel trattato, che consiste in 1/e, ossia l’inverso del numero di Eulero, a cui Nepero diede una definizione che a noi moderni, può apparire alquanto bizzarra, di natura fisico-geometrica:

Si considerino un segmento AB ed una semiretta Ox; un punto P sul segmento ed uno P’ sulla semiretta partono contemporaneamente da A e da O rispettivamente, inizialmente con la stessa velocità proporzionale alla lunghezza del segmento AB, però mentre P’ prosegue a velocità costante, P rallenta continuamente di modo che la sua velocità è sempre proporzionale al resto del segmento che gli resta da percorrere. Il logaritmo dello spazio percorso da P è uguale allo spazio percorso da P’. Lo spazio percorso da P’ in pratica rappresenta il tempo t ed il punto P non raggiungerà mai l’ estremo B del segmento.

Tutte le riflessione di Nepero, però, si scontravano con l’esigenza di stardardizzazione, sempre più impellente per i matematici della sua epoca che trovò portavoce Henry Briggs, professore di geometria nell’appena fondato Gresham College di Londra, grande speculatore di borsa e uno dei primi finanziatori della spedizione dei padri pellegini sul Mayflower.

Henru fece visita a Nepero a Edimburgo, per proporre due importanti modifiche ai logaritmi: il porre il logaritmo di 1 pari a 0 e l’adozione di una base decimale, in cui il logaritmo di 10 fosse pari a 1. Ciò implicava come

log 10x = 1 + logx

Cosa cambia nel concreto ? Che le tavole di logaritmi potessero avere una dimensione limitata, estendendosi soltanto da 1 a 10: per ottenere il logaritmo di un numero più grande, sarebbe bastato soltanto aggiungere un oppportuno intero. Nepero si dichiarò d’accordo, affermando, di avere pensato anche lui la stessa cosa.

I due concordarono di calcolare assieme le nuove tavole numeriche, ma purtroppo Nepero morì il 4 aprile 1617. L’ingrato compito cadde quindi sulle spalle di Brigs, che a fine 1617 pubblicò Logarithmorum chilias prima, i logaritmi degli interi da 1 a 1000, calcolati sino a 14 cifre decimali.

L’idea si diffuse molto rapidamente per l’Europa. John Speidell determinò i logaritmi delle funzioni trigonometriche (come log sin x), pubblicandone le tavole nei suoi New Logarithmes nel 1619.

E nel 1624, Brigs pubblicò Arithmetica Logarithmica, in folio, un lavoro contenente i logaritmi di trentamila numeri naturali fino alla 14ª cifra decimale (da 1 a 20.000 e da 90.000 a 100.000). Inoltre completò una tavola dei logaritmi dei seni e delle tangenti per ogni centesimo di grado fino alla 14ª cifra decimale, con una tavola dei seni naturali fino alla 15ª cifra decimale, e le corrispondenti tangenti e secanti fino alla decima cifra decimale.

Così, intorno al 1630, l’idea di Nepero era diventata patrimonio comune dei matematici europei..

L’ascesa di Attila

Il buon Prisco, volendo essere uno storico accurato e non un diarista, volle narrare anche le cause che lo costrinsero ad andare presso gli Unni. E questo in fondo, sono riconducibili a una sola: l’attivismo geopolitico di Attila

Come raccontato in precedenza, all’inizio, i rapporti tra Romani, specie quelli della Pars Occidentis e Unni, erano collaborativi: tradizione che continuò anche nei primi anni del governo congiunto di Attila e di suo fratello Bleda. Nel 435 entrambi ricevettero un’ambasceria da Flavio Ezio, in cui Ravenna chiedeva aiuto contro le minacce nella Gallia, ovvero Burgundi, Bagaudi (ribelli separatisti) e Visigoti; in cambio dell’invio di truppe mercenarie in sostegno dell’Impero, gli Unni avrebbero ottenuto dall’Impero le province di Pannonia e Valeria.

Attila e Bleda, visto la contropartita, accettarono senza problemi:nel 436/437 contribuirono alla distruzione del regno dei Burgundi, che ispirò la saga dei Nibelunghi; sempre nel 437 truppe unne arruolate nell’esercito di Litorio, sottufficiale di Ezio, contribuirono alla repressione dei Bagaudi in Armorica e alla sconfitta dei Visigoti alle porte di Narbona, che costrinse i Goti a levare l’assedio: si narra che i vittoriosi Unni facenti parte dell’esercito di Litorio portarono ciascuno alla popolazione affamata un sacco di grano.

Questi successi però provocarono, cosa che a noi moderni può apparire strana, una serie di lamentele tra gli intellettuali della Pars Occidentis; da una parte, i tradizionalisti, come loro solito, si lamentavano dell’utilizzo massiccio di soldati barbari. Dall’altra, alcuni scrittori cristiani erano scandalizzati dal fatto che Litorio permettesse agli Unni di fare sacrifici alle loro divinità pagane e per il fatto che alcune bande di Unni saccheggiassero alcune regioni dell’Impero senza alcun controllo, sostenendo che se i Romani avessero perseverato a utilizzare un popolo pagano (gli Unni) contro un popolo cristiano seppur ariano (i Visigoti), avrebbero perso presto il sostegno di Dio.

Così quando Litorio fu sconfitto, Ezio dovette a malincuore congedare i suoi mercenari. Così Attila e Bleda si trovarono in casa una serie di guerrieri disoccupati; per tenerli a bada, bisognava trovare il modo di pagare loro il soldo, prima garantito dall’Impero d’Occidente, senza dissanguare le casse reali.

Per fortuna dei due fratelli, nell’Impero si era scatenata l’emergenza Vandali, che avevano conquistato Cartagine, impadronendosi delle province più ricche della Pars Occidentis e si erano dedicati con entusiasmo alla pirateria. Per tenerli a bada, come avvenuto tra il 430 e il 435, le due parti dell’Impero organizzarono una spedizione congiunta.

Però, Teodosio II, prima di muoversi, doveva prima rendere sicuro il fronte balcanico: per cui decise di concludere un accordo con Attila e Bleda… Avvenimenti così raccontati da Prisco

Un sovrano degli Unni, chiamato dagli storici romani e greci Roas, Rugila o Roua, re degli Unni, con l’intenzione di entrare in guerra con gli Amilzouri, gli Itimari, i Tonosours, iBoiskoi, e altre genti accampate sul Danubio, e che si erano fatti forti di una alleanza con i romani, inviò Eslas, un uomo abituato a percepire le differenze tra lui e i Romani, con la minaccia di rompere la tregua esistente, se non fossero stati riconsegnati tutti quelli che si erano rifugiati in mezzo a loro. Quando i Romani stavano già progettando di inviare un’ambasciata agli Unni, Plinthas e Dionisio accettarono di andare in avanscoperta – Plinthas essendo uno Scita e Dionisio di razza tracia – entrambi quegli uomini erano comandanti di eserciti e avevano raggiunto ilconsolato tra i romani. Plinthas era stato console, e fu, in questo periodo l’uomo più influente a corte; anche Dionisio era stato console. Poiché riteneva che avrebbe raggiunto Eslas Roua prima dell’ambasciata che stava per essere inviata, Plinthas inviò Sengilach, probabilmente un Alano o un Unno a giudicare dal suo nome, che era un uomo del suo seguito personale, per tentare di convincere Roua ad avviare negoziati con lui e non con qualsiasi altro romano.

Ma essendo morto Roua, e il regno degli Unni passato ad Attila e Bleda, il senato romano ritenne che Plinthas avrebbe dovuto inviare la sua ambasciata a loro. Quando questo decreto venne ratificato per lui dall’imperatore, Plinthas chiese di avere anche Epigene perché si unisse all’ambasciata, dal momento che era un uomo con una grande reputazione di saggezza, e ricopriva la carica di questore. Plinthas, una volta ottenuta l’approvazione, su tutto quello che aveva richiesto perl’ambasciata, raggiunse Margus. Questa è una città della Moesia in Illirico, situata sul fiume Danubio, di fronte al forte di Constantia, che si trova sulla riva opposta, dove le tende reali degli Sciti (Unni) erano state piantate. Questi tennero una riunione, fuori dalla città, in sella ai loro cavalli, perché non sembra che i barbari siano abituati a conferire dopo aver smontato da cavallo,e così gli ambasciatori romani, memori della propria dignità, vollero seguire la stessa prassi degli Sciti, al fine di non trovarsi a piedi, in discussione con altri uomini a cavallo. [Venne concordato che in futuro i romani non avrebbero ricevuto] coloro che fossero fuggiti dalla Scizia e, inoltre, che coloro che fossero già fuggiti, insieme con i prigionieri romani che erano fuggiti nelle loro terre senza riscatto, avrebbero dovuto essere riconsegnati, a meno che, per ogni latitante, non venissero pagati otto pezzi d’oroa coloro che lo avevano catturati in guerra. Venne inoltre convenuto che i Romani non avrebbero stipulato alleanze con nessuna tribù barbara, che fosse stata in guerra contro gli Unni, che ci potessero essere commerci con uguali diritti, e in sicurezza, per i romani e gli Unni, che il trattato sarebbe stato mantenuto e sarebbe rimasto in vigore, e che settecento pezzi d’oro sarebbero stati corrisposti ogni anno dai Romani ai governanti Sciti.

In questi termini i Romani e gli Unni stipularono il trattato, e giurarono tra loro, con le loro tradizionali formule, e ciascuno tornò al suo paese. Coloro che erano fuggiti ai Romani vennero riconsegnati ai barbari. Tra di loro c’erano i bambini Mama e Atakam, rampolli della casa reale. Coloro che li ricevettero li crocifissero a Carsum, una fortezza Tracia, dal momento che questa era la pena per la loro fuga. Attila, Bleda, e la loro corte, avendo stabilito la pace con i Romani,marciarono tra le tribù della Scizia per sottometterle, e intrapresero una guerra contro i Sorosgi; ma chi fossero costoro è sconosciuto.

Attila fu un uomo nato per scuotere le razze del mondo, il terrore di tutte le terre; infatti in un modo o nell’altro tutti erano terrorizzati dalla feroce fama che si spargeva su di lui; era altezzoso sulla sua carrozza, gettava il suo sguardo su tutti i lati, in un modo tale, che il potere della superbia si vedeva nei movimenti stessi del suo corpo. Amante della guerra, partecipava personalmente alle azioni, il più autoritario nei consigli, pietoso per i supplici, e generoso verso coloro ai quali un tempo aveva dato la sua fiducia. Era piccolo di statura, con un largo petto, la testa massiccia, e piccoli occhi. Aveva la barba sottile e spruzzata di grigio, il naso piatto, e la carnagione scura, il che dimostrava i segni delle sue origini.

Parco degli Acquedotti (Parte 2)

Nel Parco degli Acquedotti, nonostante il nome, vi sono tante altre cose cose da ammirare, compresa l’Acqua Mariana, di cui ho parlato in passato, s cominciare dal cosiddetto Campo Barbarico, compreso tra le due intersezioni tra l’acquedotto di Claudio e l’acquedotto Marcia-Tepula-Iulia, che delimitano uno spazio trapezoidale di 22.433 metri quadri facile da fortificare.

campobarbarico

La prima volta che se ne parla è nel 537 d.C., durante la Guerra Gotica, quando le truppe di Vitige assediarono Roma, difesa da una scarsa guarnigione di Belisario.

Il re dei Goti, per impedire che giungessero rinforzi all’Urbe, aveva creato una serie di accampamenti per controllare le strade consolari e siccome la via Latina era uno degli accessi più importanti, in questo spazio costruì il suo principale campo trincerato, dal quale poteva controllare anche la via Appia Antica.

Così Procopio di Cesarea racconta l’evento:

“Esistono ancora due acquedotti tra la via Latina e la via Appia, molto alti e per la maggior parte su archi. Alla distanza di 50 stadi da Roma questi due acquedotti si incrociano, poi corrono per un breve tratto in senso contrario, così che quello che prima era sulla destra passa alla sinistra, poi si riuniscono ancora e riprendono il precedente percorso, rimanendo però separati. Così avviene che lo spazio tra loro, così chiuso dagli stessi acquedotti, diventa una fortezza. I barbari, murando con pietre e terra la parte inferiore degli archi, diedero al luogo la forma di castello, ponendovi così un accampamento di non meno di 7000 uomini perché impedissero che ai nemici venissero portate in città vettovaglie. Allora i Romani persero ogni speranza e non avevano che prospettive sinistre”

Nonostante quanto si racconta, non furono i goti a danneggiare gli acquedotti, ma lo stesso Belisario, che memore del trucco utilizzato per conquistare Napoli, li fece ostruire con solidi muri

In seguito all’occupazione gotica, il luogo assunse il toponimo di Campus Barbaricus: con tale denominazione è ricordato in un diploma del 687 di Sergio I (687-701) e dal regesto di Gregorio II (715-731).

L’importanza strategica di questa località è dimostrata dal fatto che, anche nei secoli successivi, se ne giovarono allo stesso scopo gli eserciti che miravano alla conquista di Roma; sappiamo per esempio che nel 1084 le truppe di Roberto il Guiscardo (venuto in aiuto del Papa Gregorio VII, in lotta con l’Imperatore Enrico IV) si accamparono foris muros Urbis prope Lateranense palatium in loco qui dicitur ad arcus.

Tor Fiscale1

A seguito dell’occupazione delle proprietà delle ecclesiastiche da parte delle famiglie feudali romane, nel X-XI secolo, sopra l’intersezione sud dei due acquedotti fu eretta una torre difensiva, chiamata Tor Fiscale, quadrata e rivestita in tufelli inframmezzati da alcuni filari di mattoni.

La torre era protetta in origine da un antemurale difensivo, i cui resti sono i muri, distaccati dalla torre, costruiti con la stessa tecnica in tufelli parallelepipedi; su uno di essi si riconoscono, a metà altezza, sia la risega che i fori su cui veniva appoggiato il ballatoio di guardia, sul quale camminavano le sentinelle, mentre la parte superiore del muro era il parapetto di difesa.

Dal ballatoio un ponte levatoio conduceva quindi direttamente al primo piano della torre, alle cui pareti si vedono le finestre rettangolari (alcune delle quali conservano ancora gli stipiti di marmo), le feritoie e i fori lasciati dalle impalcature di legno usate per la costruzione. L’interno era diviso in tre piani, separati da ballatoi di legno che poggiavano su travi infisse alle pareti. Il primo e l’ultimo piano erano invece coperti da volte in muratura (di cui restano solo le tracce), probabilmente dotate di botole che permettevano di salire al primo piano o sul tetto della torre.

La prima citazione della torre risale, a seguito dell’ultima ristrutturazione 1277, quando Riccardo Annibaldi cedette a Giovanni del Giudice la Tenuta chiamata Arcus Tiburtinus, con torre e renclaustro. Alla fine del Trecento la tenuta era detta Prata eccl. s. Iohannis Lateranensis ed era di proprietà del Capitolo Lateranense. La torre è detta Turris s. Iohannis negli Statuti di Roma del 1363 e Turris eccl. s. loannis in un documento del 1368.

Con il nome Turris Brancie è ricordata in un documento del 1385 mentre nel 1397 si parla del Casale olim Brancie et nunc heredum Pauli Bastardelle. Nel 1422, sebbene appartenesse ancora alla famiglia Bastardella, la torre è indicata nel 1422 come Turris Brancie alias dictus Arcus Tiburtinus.

Nel 1412 la zona fu occupata dalle truppe napoletane di re Ladislao, e nel 1417 da quelle di sua sorella la regina Giovanna II, venuta ad assediare Roma allora occupata da Braccio di Montone, signore di Perugia. Il susseguirsi degli eserciti, la fortificazione della zona e l’imposizione di pedaggi ai viaggiatori provocò col tempo l’abbandono della via Latina, e i viandanti che si recavano verso i Colli Albani crearono a poco a poco una nuova strada che prese poi il nome di via Tuscolana.

La denominazione di Fiscale, attribuita al fondo e quindi alla torre, non compare invece prima del secolo XVII. Tale nome derivò dal fatto che la tenuta appartenne al fiscale, o tesoriere pontificio; sappiamo che intorno al 1650, il monsignor fiscale Filippo Foppi chiese al Capitolo Lateranense una derivazione dell’acqua della Marana per la sua vigna qui posta.

San Pietro in Albe

Sul colle che domine le straordinarie rovine di Alba Fucens, la città romana fondata nel 304 a.C. ai piedi del monte Velino, presso l’antico lago del Fucino, vi è una chiesa medievale, tanto affascinante, quanto poco nota.

Si tratta di San Pietro in Albe, le cui prime testimonianze risalgono alla metà del VI secolo d.C., quando il tempio romano di Apollo, del III secolo a.C., fu convertito in chiesa. Il tempio, di cui si conservano tre lati, aveva in origine un portico con quattro colonne.

Di questa fase paleocristiana, rimangono poche tracce,frammenti di rilievi esposti nel Castello Piccolomini,essendo la chiesa rimaneggiata nella prima età romanica. Intorno al VII secolo, fu affidata ai monaci benedettini, possesso confermato nell’866 dall’imperatore Ludovico il Pio.

All’inizio del XII secolo, come accennavo prima, la chiesa fu suggetta a grandi lavori di ampliamento e ristrutturazione: il muro di fondo fu parzialmente abbattuto per creare l’abside e la sottostante cripta e lo spazio interno fu suddiviso in tre navate, in modo da replicare la struttura delle basiliche romane, utilizzando otto colonne scanalate d’ordine corinzio, unite da archi a tutto sesto, prelevate da un edificio pubblico di Alba Fucens.

Le murature dei lati lunghi furono prolungate oltre il colonnato del tempio romano, inglobando le colonne laterali dell’antico portico. Al centro della nuova facciata fu eretto un campanile, che tuttora funge da insolito accesso alla chiesa.

Terminati questi lavori di ampliamento, eseguiti da maestranze provenienti dall’abbazia di San Clemente a Casauria, i monaci benedettini si dedicarono anima e corpo alla decorazione dell’interno.

Il primo arredo ad essere eseguito, sotto la direzione del monaco Oddone, fu l’ambone, che però, per motivi ignoti rimase incompiuto; sappiamo che nel 1209 l’abbate Oderisio commissionò il suo completamento al marmoraro romano Giovanni, una sorta di vagabondo dell’epoca, poiché oltre a lavorare nelle chiese dell’Urbe, decorò la cattedrale di Civita Castellana e di Terracina e progettò l’ambone della chiesa di Santa Maria in Castello a Tarquinia.

Questo è testimoniato dall’iscrizione presente alla base del lettorino, che dice

CIVIS ROMANUS DOCTISSIMUS ARTE IOHANNES CUI COLLEGA BONUS ANDREA DETULIT HONUS HOC OPUS EXELSUS STURSSERUNT MENTE PERITI NOBILI SET PRUDENS ODERISIUS ABFUIT ABAS.

Il secondo grande intervento decorativo fu la realizzazione dell’iconostasi, sulla quale si legge la firma dell’autore: Andrea, maestro marmoraro romano, il socio di Giovanni, citato anche nell’altra iscrizione, che però abbiamo difficoltà a identificare. Alcuni studiosi ipotizzano, ma con scarso seguito, che si tratti del padre di Pietro Mellini, ossia il capostipite di una delle grandi famiglie di Cosmateschi romani.

Iconostasi dalla storia alquanto tormentata: le sue colonnine tortili, oggetto di un furto, sono state ritrovate dal Nucleo Tutela dei Carabinieri di Bari nel 1999, in stato frammentario. Molte delle tessere in marmo e pasta vitrea risultano staccate.Nel 1310, la chiesa venne ceduta ai Conventuali Minori insieme all’annesso monastero del quale oggi rimangono poche parti. I Francescani arricchirono San Pietro di numerosi affreschi, sempre conservati nel Castello Piccolomini.

Da quel momento in poi, il complesso subì una serie di modifiche, sia per adattarlo alle mutate esigenze liturgiche, sia per riparare i danni causati dai terremoti del 1465 e del 1703.

In una data imprecisata tra il 1347 e il 1382, la regina Giovanna I d’Angiò capitò in questo luogo, rimanendone talmente affascinata che pensò di lasciare un suo ricordo, donando alla chiesa di San Pietro i reliquiari raccolti dalla madre, Maria di Valois. Sappiamo dalle cronache dell’epoca che furono donate:

un trittico bizantino in argento raffigurante Gesu’ in braccio alla Madonna, la cui aureola era adornata da pietre preziose; una croce argentea ,detta dei quattro evangelisti; un altro trittico della Madonna con i santi intorno in avorio, racchiuso in una custodia di cuoio; una cassettina quadrata scolpita in legno , raffigurante sirene, aquile e centauri; un pezzo della S.S. Croce ; un dito di S. Sebastiano; alcune pietre che lapidarono S. Stefano; un cerchio d’oro detto di S. Luigi IX; alcune reliquie su piastre d’oro; un dipinto della madonna,assai miracoloso e molte altre reliquie.

Nel 1870 la chiesa divenne proprietà del demanio italiano.Il terremoto di Avezzano, che colpì la Marsica nel 1915, di fatto distrusse la chiesa: crollarono volte e solai, muri e torre campanaria, crollarono alcune torri corinzie che danneggiarono l’ambone e l’iconostasi, dell’abside rimase solo la metà. Tempestivamente la Soprintendenza dell’Aquila intervenne per rimuovere le macerie, vennero numerati e accatastati pietre e colonne, coperti affreschi e muri. I preziosi resti rimasero in attesa di ulteriori provvedimenti per quaranta anni.

San Pietro fu infatti ricostruita solo tra il 1955 e il 1957 attraverso un restauro guidato dallo storico dell’arte siracusano Raffaello Delogu che da una parte, mirò a recuperare l’architettura romanica salvando solo poche delle integrazioni e aggiunte operate tra il XV e il XVI secolo, dall’altra comportò il consolidamento delle strutture portanti tramite l’inserimento di un’intelaiatura in cemento armato.

All’esterno, la chiesa colpisce per la massa arcigna e severa, è ingentilito dall’abside, decorata da archetti con mensole, arricchita da testine e simboli animali e vegetali. Superato il portale interno, risalente al 1130 costituito da piedritti architrave ed archivolto impreziositi da spirali ed elementi vegetali, chiuso da ante in legno magnificamente intagliate, sempre conservate a Celano, la vista del suggestivo interno è subito attratta dall’ambone e dall’iconostasi duecenteschi, con i loro notevoli mosaici colorati e intarsi in porfido rosso e verde, tipici dell’arte cosmatesca.

Sui muri laterali della chiesa il visitatore si possono notare numerosi graffiti di epoche diverse e con contenuti di vario genere, tra cui brevi componimenti poetici ed annotazioni su avvenimenti quali la riparazione del tetto del tempio di Apollo o l’avvenuta sepoltura di sacerdoti. Non mancano graffiti figurati con rappresentazioni di animali, navi, etc. Prima di uscire dalla chiesa, ci si può soffermare a guardare il gran numero di piccoli fori praticati nei blocchi calcarei dell’antico tempio, probabilmente utilizzati per sostenere la decorazione delle pareti, forse abbellite da lastre in marmo.

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Per completare la descrizione della chiesa, un breve accenno a quanto conservato a Celano, a cominciare dalle imposte lignee di cui accennavo prima, il cui autore, per stette affinità stilistiche, potrebbe essere lo stesso che ha eseguito quelle della chiesa chiesa di Santa Maria in Cellis a Carsoli, datate 1132. Seguono i dipinti murali fatti eseguire dai francescani nella chiesa di San Pietro, che in origine decoravano le pareti laterali della chiesa, eseguiti nel secoli XIV e XV, raffigurano l’Incoronazione della Vergine, la Crocifissione, un Santo Vescovo, la Maddalena, un Santo, la Madonna con Bambino; gli ultimi due, San Giacomo e Sant’Antonio Abate, rivelano un buon livello qualitativo, le figure costruite da una linea modulata e sinuosa, di tipica ascendenza gotica, sono probabilmente da ricondurre al Maestro del trittico di Beffi, valente personalità pittorica, autore in Abruzzo di numerose opere.

Vi sono poi alcuni dei doni di Giovanna I come la stauroteca, che, per chi non lo sapesse, è un reliquiario della croce di Cristo, costituito da una croce a tripla traversa, che custodisce un frammento del sacro legno coperto da quattro smeraldi disposti intorno ad un rubino, è inserita in un cofanetto ligneo delimitato su tre lati da una cornice in lamina dorata, decorata da girali vegetali e pietre preziose. La croce di copertura, in lamina dorata impreziosita da pietre dure, presenta al centro il Redentore benedicente entro una mandorla, agli estremi dei bracci figure di santi. La lamina d’argento che funge da coperchio e chiude la stauroteca è decorata a sbalzo con la scena della crocifissione: al centro il Crocifisso affiancato dalla Vergine e San Giovanni, sul braccio trasversale della croce sono due angeli e la raffigurazione del sole e della luna, in basso è un teschio simbolo del sepolcro di Adamo. Sul Cristo in greco è la scritta “Gesù Cristo”, sulla Vergine “Madre di Dio”, in alto e a destra di San Giovanni si legge “Giovanni il teologo”; ai lati del crocifisso, sempre in greco, è scritto a sinistra “Questo il figlio tuo”, a destra “Ecco la madre tua”. Una iscrizione in basso ricorda Maria e Giovanni probabilmente i committenti dell’opera.

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Infine, il trittico di Alba Fucens, un altarolo portatile da esporre sull’altare principale o da spostare all’occorrenza. L’oggetto si compone di tre pezzi in legno di pioppo. Le superfici lignee sono scolpite e rivestite da un tripudio di pregiati materiali e raffinati ornamenti.
Le ante laterali, completamente dorate, sono divise in una griglia di venti scomparti con archetti trilobati in rilievo. Entro gli spazi di questa elegante struttura sono raffigurati gli episodi della Vita di Cristo dalla Nascita, alla Passione, fino alla Resurrezione. Anche il più piccolo spazio della superficie è riempito dall’oro e da una moltitudine di figure dalle vivide cromie. Unica nel suo genere, eclettica e maliarda quest’opera d’arte è un pregevole risultato dell’armoniosa fusione tra capacità, saperi e perizie di alcuni tra i migliori artefici medievali.

Nello tavola centrale campeggia il ritratto in rilievo della Vergine con il Bambino, racchiusi entro una lussuosa cornice. Le due immagini in legno dipinto, con gli abiti e le aureole arricchite da pietre preziose e filigrane, risaltano dallo sfondo in lamine dorate. Ai lati della Vergine vi sono inoltre piccole cornici di filigrana, entro cui sono miniati angeli coperti da lastre in cristallo di rocca. Tutto l’insieme è un trionfo indescrivibile di colori e luccichii senza pari. Ogni singolo elemento è minuziosamente lavorato e risalta da una tavolozza di cromie brillanti e vivacissime. Il riquadro è chiuso entro una doppia cornice, di cui quella più esterna composta da talloncini di smalti a motivi floreali, e quella più interna da archetti con immagini sacre.

Tutte le figure sono rappresentate frontali e a mezzo busto; alcune a rilievo, in stucco dipinto, altre miniate su fogli di pergamena dorata e coperte da lastre di cristallo di rocca. Tutto ciò fa pensare come il tutto sia stato realizzato nelle botteghe orafe veneziane.

U pani chi panelli

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Un mio amico, che sta per trascorrere una vacanza a Palermo, qualche giorno fa mi ha tirato le orecchie

“Va bene parlare dei monumenti, ma un accenno anche alle cose da mangiare, no ?”

Dinanzi tale richiesta, non potevo dire di no: per cui, tra una chiesa e un palazzo, ogni tanto butto giù qualche appunto su cosa mangiare a Palermo… Comincio con un piatto di street food, il famoso u pani chi panelli, che per chi non lo conoscesse, si tratta frittelle schiacciate di farina di ceci, profumata di prezzemolo fresco, condite con una goccia di limone e servire in un panino, spesso in compagnia delle crocché, le crocchette di patate.

In particolare, le panelle farciscono 3 tipi di pane differenti, scelti in base alla fragranza che si preferisce: la Mafalda (chiamata così per Mafalda di Savoia) è la più croccante; segue la Scaletta (a forma di serpente) e la Focaccia, o vastidda che dir si voglia, un morbido panino rotondo con il cimino (sesamo) sopra

Cibo di origine araba, apprezzato da ricchi e da poveri, grandi mangiatori ne erano Pirandello e Sciascia, un paio di secoli fa erano chiamate “piscipanelli” perché venivano realizzate per lo più a forma di piccolo pesce, dando l’illusione dell’irraggiungibile frittura di pesce, troppo cara per il palermitano di allora.

In passato i panellari erano soliti incidere sull’impasto dei motivi floreali mediante l’utilizzo di stampi in legno intarsiati di forma rettangolare. L’impasto veniva spalmato sulle tavolette, fatto asciugare e poi fritto. Tale prassi, non aveva uno scopo puramente decorativo, ma serviva a garantire ai clienti la “freschezza” della panella, dal momento che dopo qualche minuto dalla cottura il disegno di fatto spariva… Insomma una specie di marchio di garanzia per la panella doc!

Derivata dalle panelle e crocchè è la rascutura, polpette allungate dall’aspetto ruvide e irregolare, nate dal mix, sempre variabile, degli rimasugli degli impasti dei due cibi da strada.

Conclusa questa disgressione culturale, rimane sempre la domanda, di dove si possano mangiare ? A Palermo, ovunque… Se però volete qualche consiglio, vi indico qualche posto che ho bazzicato, che non sia la solita Antica Focacceria San Francesco, che senza dubbio merita, ma che per mangiarci, per l’afflusso di turisti, è sempre una guerra…

Il primo posto che mi sento di consigliare, per il semplice motivo che sarà comodo logisticamente al mio amico, è la Focacceria Basile, in via Bara all’Olivella, 7 tra il teatro Massimo, con i suoi leoni che fiancheggiano la maestosa scalinata raffigurano la Tragedia, opera di Benedetto Civiletti, e la Lirica, opera invece di Mario Rutelli, il nonno del fu sindaco di Roma…

Oppure alla Friggitoria Chiluzzo, in piazza della Kalsa 11, aperta nel 1943, in cui si rispettano tutte le tradizioni, tipo accompagnare il panino con la gazzosa, invece che con la birra e dove capita spesso di trovare i cardi fritti…Ottimo anche il panino con pesce e insalata vastasa.

Molto buono, ma fuori dai percorsi turistici, è la Friggitoria da Davide, via Croce Rossa, 199, a fianco dell’ingresso dell’ospedale di Villa Sofia. La cosa caratteristica del luogo sono i panini, dato che Davide, il proprietario, utilizza il farro o grani antichi siciliani, come il Tumminia.

Non posso non citare l’assai famoso Nni Franco u’ Vastiddaru, dove il Cassaro sbuca a Piazza Marina. Anche se Franco è morto, compianto da tutti, qualche anno fa, la qualità del suo cibo è rimasta invariata. In questo storico negozio si frigge dalle prime luci dell’alba fino a notte fonda. La specialità è il Triplo, in cui si aggiungono al tradizionale panino anche le melanzane che conferiscono un piacevole retrogusto amarognolo. u pani chi panelli può essere consumato in loco oppure, accanto alla fontana del Garraffo o all’ombra ficus magnolia più grande d’Europa, per poi dare un’occhiata alla lapide che ricorda Joe Petrosino, uno dei primi eroi a cadere sotto i colpi della Mafia.

O infine, i Cuochini, in via Ruggero Settimo, quasi nascosti nel cortile di un palazzo nobiliare, poco prima del Politeama, sormontato dalla Quadriga, sempre del solito Mario Rutelli. Nato come cucina del barone Di Stefano, il laboratorio si sviluppò per la vendita su commissione, finché nel 1826 i fratelli Allegra, che erano tutti e due alti un soldo di cacio, decisero di aprire il tutto al grande pubblico.

La cosa simpatica dei Cuochini è che tutto di piccolo formato, in contrasto con la mania locale del gigantismo cibario: cosa che permette di assaggiare assai più specialità, dalle arancinette ai timballetti, dai panzerotti alle crocchette di latte…

CarnevalEsquilino 4.0

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Anche quest’anno, con un poco di fatica e in formato ridotto, perché siamo stati tutti subissati di uno sproposito di impegni, sta arrivando CarnevalEsquilino 4.0.

Diciamola tutta: è un ottimo risultato, poichè siamo solo un gruppo di amici, con i nostri pregi e difetti, senza obiettivi o ambizioni di qualunque tipo, ma solo animati dall’amore per il Rione, dalla voglia di fare qualcosa di utile e dalla consapevolezza che in questa Italia sempre più fuori di testa, ogni giorno si combatte una guerra senza tregua, tra chi, per piccoli ed egostici interessi di bottega, vuole costruire muri e chi, al contrario, vuole erigere ponti, per lasciare un futuro degno a chi verrà dopo.

Noi abbiamo fatto una scelta di campo e abbiamo scelto come armi l’Arte, la Cultura, la Musica e la Danza…

Un grazie, come sempre, a Radici e al Palazzo del Freddo, che ci ospitano sempre nelle nostre imprese… Che ci sarà quest’anno ?

Venerdì 1 marzo, dalle 21,30 in poi, da Radici, Via Emanuele Filiberto, 38 Le danze di Piazza Vittorio terranno la loro festa di Carnevale, aperta a tutti: ossia berremo, canteremo e ci faremo qualche risata ballando

Martedì Grasso, 5 marzo 2019 dalle ore 19,30 alle 22,30 da Fassi, in via Principe Eugenio, ci sarà invece il tradizionale concerto del Coro di Piazza Vittorio…

Poi, ci saranno altri eventi del Rione, non organizzati da noi, ma sempre belli a vedersi. Sabato 3 Marzo, al mitico caffè 081, in via Merulana 83, si terrà Un Brindisi Con Pulcinella, per i più piccoli dalle 16-18 merenda baby aperitivo karaoke( la più bella mascherina verrà premiata)e per i più grandi dalle 18,30 alle 22,00.

Infine, per il secondo anno, domenica 4 Marzo ci sarà la sfilata in maschera da Piazza Vittorio allo Spin Labs a via Santa Croce…