Palermo paleocristiana

cattedrale

A differenza di Siracusa, abbiamo poche tracce documentali della Palermo paleocristiana. Ciò dipende probabilmente da due concause: la città, che aveva un ruolo fondamentale ai tempi dei cartaginesi, dopo la conquista romana era stata progressivamente marginalizzata, perdendo importanza economica e sociale.

Inoltre, le classi senatoriali della Sicilia occidentale, la cui benevolenza favoriva la diffusione del Cristianesimo, erano sostanzialmente pagane: a riprova di questo abbiamo il racconto di Ammiano Marcellino, che cita la presenza di «una moltitudine di uomini armati» da «Lilibeo a Capo Pachino» alleati con Giuliano l’Apostata e pronta a difendere l’isola da possibili assalti di Costanzo II che aveva occupato la Mauretania.

In più, la trasformazione da Panormus a Balarm, ha creato una sorta di filtro nella memoria: per cui, trascurando le agiografie inventate, come quella di Sant’Oliva, Santa Ninfa o di San Mamiliano, abbiamo solo un paio di lettere di papa Leone Magno, nelle quali si accusano i vescovi locali di dilapidare il patrimonio ecclesiastico e qualche citazione in più da parte di papa Gregorio Magno, il quale, essendo la mamma, santa Silvia, di origine palermitana, la sua casa era in mezzo al nostro attuale mercato del Capo, aveva un occhio di riguardo per la città.

A questo silenzio documentale, corrisponde però una relativa abbondanza di tracce archeologiche: trascurando le vicende della chiesa della Pinta, Nel suo
Libro delle vie e dei Reami, composto attorno al 977, il viaggiatore di Baghdad ‘Ibn Hawqal, oltre ad affermare che le strane idee religiose dei musulmani locali provenissero dall’eccessivo consumo di cipolle, ricordava come nel Cassaro si trovase «la moschea maggiore, che fu un tempo chiesa dei Cristiani nella quale si vede un gran santuario non musulmano».

Duecento anni dopo Idrisi scriveva:

«Nel medesimo Cassaro sorge la moschea gami, (adunante) che fu un tempo chiesa cristiana e in oggi è ritornata al culto al quale la dedicarono gli antichi».

da cui si deduce come i musulmani avessero riutilizzato tra i primi – che la basilica consacrata dal vescovo Giovanni nel 603, che dovrebbe essere quindi sotto l’attuale cattedrale normanna.

Ipotesi confermata dai recenti scavi: a ridosso del muro settentrionale della Cattedrale è stata rinvenuta una fossa con due sepolture databili alla metà del V secolo d.C. nonché resti di pavimentazione di un edificio di grandi dimensioni, risalente forse allo stesso periodo, a cui è riconducibile anche l’iscrizione paleocristiana

«Petronio deposito in pace»

Ossuna

A questo si associano le numerose, quanto poco note catacombe palermitane, che rispecchiano un particolare dell’antica topologia antica della città: la Paleapolis, l’antica città fenicia, era un tempo circondata da due dei maggiori fiumi urbani: il Papireto – che attraversava l’antico quartiere degli Schiavoni dove si trova il mercato del Capo – e il Kemonia – che attraversava l’antico quartiere della Giudecca, dove oggi è visibile la Via Calderai. E proprio accanto a questi due fiumi, sorgevano le due principali catacombe, per via della presenza dell’acqua,che rendeva la pietra duttile e di più facile lavorazione: Porta Ossuna, accano al Papireto e San Michele, sulle rive del Kemonia.

La Catacomba di Porta Ossuna, scoperta nel 1739 durante i lavori per la costruzione del convento delle Cappuccinelle ed esploratoadal Principe di Torremuzza, mentre nel 1907 fu studiato per la prima volta da Joseph Führer e Victor Schultze, ha l’ingresso attuale su Corso Alberto Amedeo, preceduto da un vestibolo circolare costruito per volere di Ferdinando I di Borbone nel 1785, di cui resta un’iscrizione celebrativa all’entrata.

Quello originale, invece, era posto a sud-ovest,all’altezza dell’attuale via Pierpaolo Pasolini. dove ancora oggi si trova un rampa d’accesso con sette gradini ed un basamento trapezoidale probabilmente impiegato come mensa per i refrigeria (banchetti funebri). Dalle mappe antiche, la catacomba risulta ben più ampia di quanto appare attualmente: l’iniziale costruzione cinquecentesca dei Bastioni delle Balate, visibili su Corso Alberto Amedeo, e le successive fabbricazioni in calcestruzzo armato, hanno via via mutiliato l’antico ipogeo, le cui diramazioni giungevano sino all’attuale mercato del Capo. Anche gli ingressi alla catacomba, essendo essa un luogo pubblico e pertanto accessibile da chiunque, erano certamente di numero maggiore rispetto a quelli attuali.

Lungo i corridoi vi sono numerosi arcosoli, polisomi e cubicoli a trifora. Gli arcosoli sono sepolture incassate in nicchie con aperture ad arco; i polisomi, sono arcosoli con più archi e una disposizione a gradini atti ad accogliere più corpi; i cubicoli sono invece delle vere e proprie camere da letto a pianta quadrangolare con tre arcosoli detti a trifora. Sulle pareti vi sono inoltre numerosi loculi e incavi di piccole dimensioni: alcuni per accogliere corpi ed altri per allocare lucerne e offerte dei parenti.

La catacomba, in maniera assai razionale, si articola in un decumano dal quale dipartono una serie di gallerie, orientate in senso Nord-Ovest. All’incrocio degli assi si sviluppano, verso l’alto, alcuni lucernari che avevano, un tempo, lo scopo di garantire l’aerazione e la luce. Le lastre tombali erano realizzate in malta e tegole di terracotta. Solo sporadicamente furono utilizzate lastre di marmo, difficili da reperire in Sicilia. Sulla lastra veniva inciso il nome del defunto, l’età e la data di morte. Spesso, però, a causa dell’analfabetizzazione e della scarsa illuminazione, che rendeva ardua la lettura, le epigrafi erano simbolicamente abbellite con corredi funerari, composti da oggetti di uso comune del defunto – come utensili, attrezzi o bamboline in terracotta per le bambine – che avevano il preciso scopo funzionale di rendere riconoscibile la tomba.

Del corredo funerario presente nella catacomba di Porta d’Ossuna non è rimasto quasi nulla, solo un’iscrizione riferita ad una bambina, rinvenuta nel XVIII secolo e oggi custodita all’inetrno del Museo Archeologico Regionale “Antono Salinas”. In più l’umidità del luogo ha cancellato tutta la decorazione pittorica, che doveva esistere in origine.

Nei pressi dell’ingresso è poi visibile un butto, adesso tompagnato. I butti erano degli pozzetti ipogei atti a ricevere ogni genere di avanzo della vita domestica, da frammenti di terracotta a ossa animali e fossili: dei veri e propri immondezzai del tempo, che risultano ancora oggi di grande utilità, soprattutto per gli archeologi, al fine di studiare e scoprire le usanza dei tempi.

I butti presentano la particolare forma ad imbuto con la bocca stretta come un pozzo, come quello presente nella catacomba, e sorgono spesso su cavità preesistenti, come pozzi prosciugati e cave ad imbuto. Durante i bombardamenti della II Guerra Mondiale, le catacombe accolsero, numerosi sfollati che, come attestano le fotografie dell’Archivio Scafidi, utilizzarono impropriamente la catacomba come ricovero antiaerei.

Michele

L’ipogeo di San Michele, invece, si trova nei pressi della biblioteca comunale a via Porta di Castro, nella Piazzetta Brunaccini. Inizialmente sopra di lei sorgeva la chiesetta di Santa Maria la Grotta, nome che è tutto un programma, che dopo complesse vicende di distruzione e ricostruzioni fu dedicata a San Michele Arcangelo.

La scala di undici gradini che conduce all’interno della catacomba non costituisce l’ingresso originario, perduto, una costruzione posteriore: nella sala principale, il cui soffitto sale procedendo verso il fondo e che accoglieva originariamente quattro arcosoli sia a destra che a sinistra, fu aperta una grossa nicchia a chiusura della parte di fondo.

Nulla o quasi rimane degli ultimi quattro arcosoli, dove fu creata una zona più ampia, circoscritta per circa la metà da un banco di roccia, ricavata ai lati di una nicchia principale; quest’ultima ha forma di arcosolio,ricoperto da un doppio strato d’intonaco. A sinistra della scala, per uno stretto passaggio, si accede in secondo ambiente più piccolo, come un soffitto basso irregolare, che doveva essere originariamente indipendente.

La grande nicchia, che si apre sulla parate principale, con altre due più piccole ai lati, è coperta da un triplice strato di stucco; sulle pareti vi sono alcune tracce di una sottile fascia di colore rosso, a formare una sorta di zoccolo decorativo. Più tardi il vano dovette subire certamente un restringimento, testimoniato da numerosi fori praticati sia nelle pareti sia nel tetto, che certamente accolsero elementi lignei, transenne e cancelli; la divisione, posta parallelamente alla parete principale, aveva il compito di creare una zona di rispetto, che accogliesse nicchie dal carattere sepolcrale –religioso, utili anche come custodia arredi sacri o ampolline per incensi o unguenti.

Nato probabilmente come ipogeo familiare,o comunque legato a una ristretta cerchia di fedeli, il successivo collegamento con la chiesa, lo sfruttamento del secondo vano e la loro trasformazione in piccola basilica ipogea farebbe ipotizzare o il culto di un martire locale, di cui si è persa memoria.

Sul fondo del pavimento alcuni centimetri di acqua cristallina rivelano ancora oggi la costante presenza del Kemonia. Descritta dai resoconti di alcuni studiosi come Salvatore Mattei e Stanislao Cannizzaro, la catacomba di San Michele Arcangelo stimolò nei secoli scorsi la fantasia dei palermitani. Nel ‘600, riferisce lo storico dell’epoca Agostino Inveges nei suoi Annali della felice città di Palermo, una vera e propria spedizione setacciò l’ipogeo alla ricerca del corpo di Santa Oliva, patrona di Palermo e martirizzata in Tunisia, ma con scarsi risultati.

Casa_Professa_Cripta

E’ possibile inoltre, che l’ipogeo di San Michele fosse più ampio: sappiamo infatto che dove adesso vi è la Casa Professa, la chiesa dei Gesuiti, vi erano sia numerose chiese medievali ( SS.Filippo e Giacomo, S. Dionisio, S. Maria de Crypta, S. Maria della Raccomandate, SS.Cosma e Damiano), sia numerose cavità sotterranee, adattate al culto cristiano.

Una di queste era, ovviamente, Santa Maria de Crypta, chiamata così per essere posta all’interno di una vasta spelonca dedicata al culto di una statua marmorea raffigurante la Madonna con in braccio il bambino. Tale chiesa, scrive il Cannizzaro

«…… quasi sotterranea, la sua porta maggiore guardava l’occidente, l’altare l’oriente e il coro era nel mezzo secondo lo stile greco.»

Il gesuita Giordano Cascini scrive poi di un‘ulteriore grotta sostenuta da colonne di marmo granito e adornate con un dipinto della Beata Vergine, e un’altra ancora, sita “in mezzo alla pianura di SS. Cosma e Damiano” (oggi corrispondente all’area occupata dall’ex chiostro della Casa Professa), descritta anche dal V. Rosso “un viso scende per una stretta scala di pietra; dopo un certo numero di gradini si giunge a un vano circolare, intonacato di calce e segnando nella discesa si arriva ad un abbondante corso d’acqua, il quale sembra esser cresciuto di livello, poiché molto gradini inferiori sono coperti d’acqua”

Di tutto ciò rimane solo e l’antro di S. Calogero era dimora e luogo di preghiera del santo vissuto a Palermo nel IV secolo d.C. il titolo in Thermis si riferirebbe all’esistenza di un bagno della Neapoli, citato dalle fonti come balneorum magna capacitatis, anche se finora non si ha notizia della presenza di antichi bagni pubblici in questa zona.

Antro che, nonostante tutte le trasformazioni subite nel tempo, per la presenza di arcosoli e di camminamenti sotterranei, interrotti dalla fondazione della chiesa barocca, potrebbe essere stata proprio una diramazione di San Michele…

Un pensiero su “Palermo paleocristiana

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