Ammiano, Olimpiodoro e Prisco

Unni

Il popolo degli Unni supera ogni limite di barbarie. Siccome hanno l’abitudine di solcare profondamente le guance con un coltello ai bambini appena nati, affinché il vigore della barba, quando spunta al momento debito, si indebolisca a causa delle rughe delle cicatrici, invecchiano imberbi, senz’alcuna bellezza e simili ad eunuchi. Hanno membra robuste e salde, grosso collo e sono stranamente brutti e curvi, tanto che si potrebbero ritenere animali bipedi o simili a quei tronchi grossolanamente scolpiti che si trovano sui parapetti dei ponti. Sono così rozzi nel tenore di vita da non aver bisogno né di fuoco né di cibi conditi, ma si nutrono di radici di erbe selvatiche e di carne semicruda di qualsiasi animale, che riscaldano per un po’ di tempo tra le loro cosce e il dorso dei cavalli. Adoperano vesti di lino oppure fatte di topi selvatici, né dispongono di una veste di casa e di un’altra per fuori. Ma una volta che abbiano fermato al collo una tunica di colore sbiadito, non la depongono né la mutano finché, logorata dal lungo uso, non sia ridotta a brandelli. Nelle assemblee, tutti loro, in questo medesimo atteggiamento discutono degli interessi comuni. Nessuno di loro ara né tocca mai la stiva di un aratro. Infatti tutti vagano senza aver sedi fisse, senza una casa o una legge o uno stabile tenore di vita.

Assomigliano a gente in continua fuga sui carri che fungono loro da abitazione. Quivi le mogli tessono loro le orribili vesti, qui si accoppiano ai figli sino alla pubertà. Sono infidi e incostanti nelle tregue, mobilissimi ad ogni soffio di una nuova speranza e sacrificano ogni sentimento ad un violentissimo furore. Ignorano profondamente, come animali privi di ragione, il bene ed il male, sono ambigui ed oscuri quando parlano, né mai sono legati dal rispetto per una religione o superstizione, ma ardono di un’immensa avidità di oro. A tal punto sono mutevoli di temperamento e facili all’ira, che spesso in un sol giorno, senza alcuna provocazione, più volte tradiscono gli amici e nello stesso modo, senza bisogno che alcuno li plachi, si rappacificano

E’ difficile non conoscere questo brano di Ammiano Marcellino, dato che appare quasi in tutti i libri di scuola, per rendere l’impressioni del popolo romano, dinanzi all’arrivo di questi nomadi delle steppe, che a loro sembravano essere quasi degli alieni. Ma in realtà, Ammiano è solo uno dei tanti storici dell’epoca che trattarono degli unni e probabilmente, l’unico che non ebbe un contatto diretto tra con loro.

Cosa che ebbe Olimpiodoro, il quale nacque in un momento imprecisato tra il 365 e 380 a Tebe d’Egitto; fu poeta di professione, pagano di religione, scrisse 22 libri d’un’opera storica che trattavano gli avvenimenti dal 407 al 425, che dedicò a Teodosio II. Forse a causa della sua cultura (e non per regolare carriera politica), ebbe incarichi pubblici e fu amico di varie personalità.

Nel 412 gli Unni erano ancora lontani dal costituire una minaccia seria sull’impero,perché mancavano di unità politica: solo un trentennio più tardi sarebbero stati unificati da Attila. Pertanto, costituivano vari raggruppamenti stanziati in parte sulla sinistra del Danubio (attuale Romania), in parte nel cuore della Pannonia, perfino nella provincia Valeria (tra Danubio e Sava, moderna Iugoslavia). Il primo gruppo aveva tentato appena qualche anno prima (408) col re Uldis di varcare il Danubio, ma erastato facilmente fermato dalle truppe bizantine e fatto tornare indietro. Ma il secondo gruppo aveva rapporti di amicizia con l’imperatore di Ravenna: ancora nel 409 Onorio, alle prese in Italia coi Goti di Alarico, chiedeva la loro alleanza. Per rafforzare tali rapporti, Ravenna decise di spedire un’ambasciata a cui fu messo a capo, per le complesse vicende proprio Olimpiodoro, per i suoi rapporti di amicizia con al corte della pars Occidentis.

Lo storico si imbarcò al Pireo, per giungere via mare a Salona, rischiando un paio di volte il naufragio, per poi recarsi in Pannonia, dove ebbe una buona impressione degli Unni, restando colpito dall’eccellente preparazione militare che ne faceva ottimi arcieri. Di questo viaggio, però, abbiamo solo un tardi riassunto, che sembra quasi la trama di un romanzo de Il Trono di Spade, essendo le opere di Olimpiodoro per la maggior parte perdute.

Lo storico Olympiodoros nella prima sezione della sua storia discute del re Donato, degli Unni, e dell’eccellente tiro con l’arco dei loro re, e riferisce che lui stesso, lo storico, si era recato in un’ambasciata presso di loro e Donato. Tragicamente poi, racconta del suo viaggio via mare e della sua pericolosità, e di come Donato, ingannato dopo un giuramento, venne perfidamente strangolato; di come Chalaton il più importante dei loro re si era infiammato di sdegno per l’assassinio, e di come venne placato e imbonito nuovamente con regali

Analoga fu l’esperienza dello storico Prisco di Panion, che nacque a Panio (Panium), in Tracia, intorno al 420. Nel 448/449 ebbe la fortuna all’ambasciata presso il re degli Unni Attila, nel seguito di un ufficiale suo amico, un certo Massimino: tale esperienza fu riportata, come una sorta di diario, nelle sue Storie.

Grazie al cielo, proprio questa parte della sua opera è quella che si è salvata: fu parzialmente trascritta e paragrafata in in due opere compilate per volere e sotto la supervisione dell’imperatore bizantino Costantino VII Porfirogenito (913-959), che raccolsero le testimonianze delle ambasciate inviate dagli imperatori romani (Excerpta de legationibus Romanorum ad gentes, “Estratti delle ambasciate dei Romani presso gli stranieri”) e di quelle ricevute (Excerpta de legationibus gentium ad Romanos, “Estratti delle ambasciate degli stranieri presso i Romani”).

Descrizione di tale ambasciata, che comincia con una descrizione etnografica degli Unni, che riprende e ampia quella di Ammiano

Il racconto che segue mostra l’impressione che ebbero i romani, al tempo dei loro primi contati con gli Unni . La loro feroce tribù, come riferisce lo storico Prisco, si stabilì sulla riva ulteriore della palude Maeotis. Essi erano abili nella caccia ed in nessun altra attività, se non questa. Dopo che si organizzarono in una nazione, non fecero altro che turbare la pace delle razze vicine, con furti e saccheggi. Mentre i cacciatori della tribù perlustravano il territorio, come al solito, sulla riva opposta della palude Maeotis, videro un cervo comparire improvvisamente davanti a loro ed entrate nella palude; l’animale prese a condurli, come fosse stata una guida, per il cammino, ora avanzando e ora fermandosi. I cacciatori lo seguirono a piedi, e quindi attraversarono la palude Maeotis, che si riteneva fosse invalicabile come il mare.

Quando apparve loro la terra sconosciuta degli Sciti, il cervo scomparve. Si ritiene che gli spiriti, da cui derivavano la loro discendenza, avessero fatto questo per invidia nei confronti degli Sciti. Gli Unni, che erano stati fino ad allora, completamenteall’oscuro del fatto qualsiasi altro mondo che esistesse al di là della palude Maeotis, rimasero pieni di ammirazione per il paese degli Sciti, e, dal momento che erano persone molto intelligenti, compresero che quel passaggio, che fino ad allora era rimasto del tutto sconosciuto, era stato mostrato loro dagli dei. Quindi tornarono al loro popolo, e raccontarono loro quello che era successo, lodarono la Scizia, e li persuasero a seguirli lungo la strada che il cervo, come guida, aveva mostrato loro. Si riversarono, quindi, nella Scizia, sacrificando a quella vittoria tutti gli Sciti che presero prigionieri al loro ingresso, mentre gli altri vennero vinti e sottomessi. Presto,attraversata la palude, come una enorme tempesta, sottomisero le nazioni degli Alipzuri, gli Alcidzuri, gli Itimari, i Tuncassi, e i Boisci, che confinavano sulla riva della Scizia. Essi poi assoggettarono, dopo una lunga guerra contro quella popolazione, anche gli Alani che erano stati pari a loro nelle armi, ma molto diversi nella civiltà, nel modo di vita, e nell’aspetto.

Quegli uomini, che forse in nessun modo sono stati mai superati nell’arte della guerra, andavano a combattere incutendo il terrore con i loro sguardi, e spargendo non poco terrore per il loro aspetto orribile, e per il loro volto terribilmente scuro. Hanno una sorta di grumo informe, se così si può dire, ma non un volto, e come dei fori di spillo al posto degli occhi. Il loro aspetto selvaggio testimonia l’ardire del loro spirito, perché sono crudeli anche verso i loro figli dal primo giorno in cui vengono al mondo. Essi infatti tagliano le guance dei maschi con la spada in modo che, prima di ricevere il nutrimento del latte, siano costretti ad imparare a sopportare una ferita. Essi invecchiano senza barba, e i giovani crescono senza bellezza, perché un viso solcato da cicatrici di spada da parte a parte, non ha certo la grazia naturale di una barba. Sono piccoli di statura, sono addestrati al movimento rapido del corpo, sono maestri nell’equitazione e sempre pronti con l’arco e la freccia, hanno le spalle larghe, il collo tozzo, e sono sempre eretti e fieri. Questi uomini,insomma, vivono sotto forma di esseri umani, ma con la ferocia delle bestie

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