San Pietro in Albe

Sul colle che domine le straordinarie rovine di Alba Fucens, la città romana fondata nel 304 a.C. ai piedi del monte Velino, presso l’antico lago del Fucino, vi è una chiesa medievale, tanto affascinante, quanto poco nota.

Si tratta di San Pietro in Albe, le cui prime testimonianze risalgono alla metà del VI secolo d.C., quando il tempio romano di Apollo, del III secolo a.C., fu convertito in chiesa. Il tempio, di cui si conservano tre lati, aveva in origine un portico con quattro colonne.

Di questa fase paleocristiana, rimangono poche tracce,frammenti di rilievi esposti nel Castello Piccolomini,essendo la chiesa rimaneggiata nella prima età romanica. Intorno al VII secolo, fu affidata ai monaci benedettini, possesso confermato nell’866 dall’imperatore Ludovico il Pio.

All’inizio del XII secolo, come accennavo prima, la chiesa fu suggetta a grandi lavori di ampliamento e ristrutturazione: il muro di fondo fu parzialmente abbattuto per creare l’abside e la sottostante cripta e lo spazio interno fu suddiviso in tre navate, in modo da replicare la struttura delle basiliche romane, utilizzando otto colonne scanalate d’ordine corinzio, unite da archi a tutto sesto, prelevate da un edificio pubblico di Alba Fucens.

Le murature dei lati lunghi furono prolungate oltre il colonnato del tempio romano, inglobando le colonne laterali dell’antico portico. Al centro della nuova facciata fu eretto un campanile, che tuttora funge da insolito accesso alla chiesa.

Terminati questi lavori di ampliamento, eseguiti da maestranze provenienti dall’abbazia di San Clemente a Casauria, i monaci benedettini si dedicarono anima e corpo alla decorazione dell’interno.

Il primo arredo ad essere eseguito, sotto la direzione del monaco Oddone, fu l’ambone, che però, per motivi ignoti rimase incompiuto; sappiamo che nel 1209 l’abbate Oderisio commissionò il suo completamento al marmoraro romano Giovanni, una sorta di vagabondo dell’epoca, poiché oltre a lavorare nelle chiese dell’Urbe, decorò la cattedrale di Civita Castellana e di Terracina e progettò l’ambone della chiesa di Santa Maria in Castello a Tarquinia.

Questo è testimoniato dall’iscrizione presente alla base del lettorino, che dice

CIVIS ROMANUS DOCTISSIMUS ARTE IOHANNES CUI COLLEGA BONUS ANDREA DETULIT HONUS HOC OPUS EXELSUS STURSSERUNT MENTE PERITI NOBILI SET PRUDENS ODERISIUS ABFUIT ABAS.

Il secondo grande intervento decorativo fu la realizzazione dell’iconostasi, sulla quale si legge la firma dell’autore: Andrea, maestro marmoraro romano, il socio di Giovanni, citato anche nell’altra iscrizione, che però abbiamo difficoltà a identificare. Alcuni studiosi ipotizzano, ma con scarso seguito, che si tratti del padre di Pietro Mellini, ossia il capostipite di una delle grandi famiglie di Cosmateschi romani.

Iconostasi dalla storia alquanto tormentata: le sue colonnine tortili, oggetto di un furto, sono state ritrovate dal Nucleo Tutela dei Carabinieri di Bari nel 1999, in stato frammentario. Molte delle tessere in marmo e pasta vitrea risultano staccate.Nel 1310, la chiesa venne ceduta ai Conventuali Minori insieme all’annesso monastero del quale oggi rimangono poche parti. I Francescani arricchirono San Pietro di numerosi affreschi, sempre conservati nel Castello Piccolomini.

Da quel momento in poi, il complesso subì una serie di modifiche, sia per adattarlo alle mutate esigenze liturgiche, sia per riparare i danni causati dai terremoti del 1465 e del 1703.

In una data imprecisata tra il 1347 e il 1382, la regina Giovanna I d’Angiò capitò in questo luogo, rimanendone talmente affascinata che pensò di lasciare un suo ricordo, donando alla chiesa di San Pietro i reliquiari raccolti dalla madre, Maria di Valois. Sappiamo dalle cronache dell’epoca che furono donate:

un trittico bizantino in argento raffigurante Gesu’ in braccio alla Madonna, la cui aureola era adornata da pietre preziose; una croce argentea ,detta dei quattro evangelisti; un altro trittico della Madonna con i santi intorno in avorio, racchiuso in una custodia di cuoio; una cassettina quadrata scolpita in legno , raffigurante sirene, aquile e centauri; un pezzo della S.S. Croce ; un dito di S. Sebastiano; alcune pietre che lapidarono S. Stefano; un cerchio d’oro detto di S. Luigi IX; alcune reliquie su piastre d’oro; un dipinto della madonna,assai miracoloso e molte altre reliquie.

Nel 1870 la chiesa divenne proprietà del demanio italiano.Il terremoto di Avezzano, che colpì la Marsica nel 1915, di fatto distrusse la chiesa: crollarono volte e solai, muri e torre campanaria, crollarono alcune torri corinzie che danneggiarono l’ambone e l’iconostasi, dell’abside rimase solo la metà. Tempestivamente la Soprintendenza dell’Aquila intervenne per rimuovere le macerie, vennero numerati e accatastati pietre e colonne, coperti affreschi e muri. I preziosi resti rimasero in attesa di ulteriori provvedimenti per quaranta anni.

San Pietro fu infatti ricostruita solo tra il 1955 e il 1957 attraverso un restauro guidato dallo storico dell’arte siracusano Raffaello Delogu che da una parte, mirò a recuperare l’architettura romanica salvando solo poche delle integrazioni e aggiunte operate tra il XV e il XVI secolo, dall’altra comportò il consolidamento delle strutture portanti tramite l’inserimento di un’intelaiatura in cemento armato.

All’esterno, la chiesa colpisce per la massa arcigna e severa, è ingentilito dall’abside, decorata da archetti con mensole, arricchita da testine e simboli animali e vegetali. Superato il portale interno, risalente al 1130 costituito da piedritti architrave ed archivolto impreziositi da spirali ed elementi vegetali, chiuso da ante in legno magnificamente intagliate, sempre conservate a Celano, la vista del suggestivo interno è subito attratta dall’ambone e dall’iconostasi duecenteschi, con i loro notevoli mosaici colorati e intarsi in porfido rosso e verde, tipici dell’arte cosmatesca.

Sui muri laterali della chiesa il visitatore si possono notare numerosi graffiti di epoche diverse e con contenuti di vario genere, tra cui brevi componimenti poetici ed annotazioni su avvenimenti quali la riparazione del tetto del tempio di Apollo o l’avvenuta sepoltura di sacerdoti. Non mancano graffiti figurati con rappresentazioni di animali, navi, etc. Prima di uscire dalla chiesa, ci si può soffermare a guardare il gran numero di piccoli fori praticati nei blocchi calcarei dell’antico tempio, probabilmente utilizzati per sostenere la decorazione delle pareti, forse abbellite da lastre in marmo.

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Per completare la descrizione della chiesa, un breve accenno a quanto conservato a Celano, a cominciare dalle imposte lignee di cui accennavo prima, il cui autore, per stette affinità stilistiche, potrebbe essere lo stesso che ha eseguito quelle della chiesa chiesa di Santa Maria in Cellis a Carsoli, datate 1132. Seguono i dipinti murali fatti eseguire dai francescani nella chiesa di San Pietro, che in origine decoravano le pareti laterali della chiesa, eseguiti nel secoli XIV e XV, raffigurano l’Incoronazione della Vergine, la Crocifissione, un Santo Vescovo, la Maddalena, un Santo, la Madonna con Bambino; gli ultimi due, San Giacomo e Sant’Antonio Abate, rivelano un buon livello qualitativo, le figure costruite da una linea modulata e sinuosa, di tipica ascendenza gotica, sono probabilmente da ricondurre al Maestro del trittico di Beffi, valente personalità pittorica, autore in Abruzzo di numerose opere.

Vi sono poi alcuni dei doni di Giovanna I come la stauroteca, che, per chi non lo sapesse, è un reliquiario della croce di Cristo, costituito da una croce a tripla traversa, che custodisce un frammento del sacro legno coperto da quattro smeraldi disposti intorno ad un rubino, è inserita in un cofanetto ligneo delimitato su tre lati da una cornice in lamina dorata, decorata da girali vegetali e pietre preziose. La croce di copertura, in lamina dorata impreziosita da pietre dure, presenta al centro il Redentore benedicente entro una mandorla, agli estremi dei bracci figure di santi. La lamina d’argento che funge da coperchio e chiude la stauroteca è decorata a sbalzo con la scena della crocifissione: al centro il Crocifisso affiancato dalla Vergine e San Giovanni, sul braccio trasversale della croce sono due angeli e la raffigurazione del sole e della luna, in basso è un teschio simbolo del sepolcro di Adamo. Sul Cristo in greco è la scritta “Gesù Cristo”, sulla Vergine “Madre di Dio”, in alto e a destra di San Giovanni si legge “Giovanni il teologo”; ai lati del crocifisso, sempre in greco, è scritto a sinistra “Questo il figlio tuo”, a destra “Ecco la madre tua”. Una iscrizione in basso ricorda Maria e Giovanni probabilmente i committenti dell’opera.

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Infine, il trittico di Alba Fucens, un altarolo portatile da esporre sull’altare principale o da spostare all’occorrenza. L’oggetto si compone di tre pezzi in legno di pioppo. Le superfici lignee sono scolpite e rivestite da un tripudio di pregiati materiali e raffinati ornamenti.
Le ante laterali, completamente dorate, sono divise in una griglia di venti scomparti con archetti trilobati in rilievo. Entro gli spazi di questa elegante struttura sono raffigurati gli episodi della Vita di Cristo dalla Nascita, alla Passione, fino alla Resurrezione. Anche il più piccolo spazio della superficie è riempito dall’oro e da una moltitudine di figure dalle vivide cromie. Unica nel suo genere, eclettica e maliarda quest’opera d’arte è un pregevole risultato dell’armoniosa fusione tra capacità, saperi e perizie di alcuni tra i migliori artefici medievali.

Nello tavola centrale campeggia il ritratto in rilievo della Vergine con il Bambino, racchiusi entro una lussuosa cornice. Le due immagini in legno dipinto, con gli abiti e le aureole arricchite da pietre preziose e filigrane, risaltano dallo sfondo in lamine dorate. Ai lati della Vergine vi sono inoltre piccole cornici di filigrana, entro cui sono miniati angeli coperti da lastre in cristallo di rocca. Tutto l’insieme è un trionfo indescrivibile di colori e luccichii senza pari. Ogni singolo elemento è minuziosamente lavorato e risalta da una tavolozza di cromie brillanti e vivacissime. Il riquadro è chiuso entro una doppia cornice, di cui quella più esterna composta da talloncini di smalti a motivi floreali, e quella più interna da archetti con immagini sacre.

Tutte le figure sono rappresentate frontali e a mezzo busto; alcune a rilievo, in stucco dipinto, altre miniate su fogli di pergamena dorata e coperte da lastre di cristallo di rocca. Tutto ciò fa pensare come il tutto sia stato realizzato nelle botteghe orafe veneziane.

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