Il commercio miceneo nel Mediterraneo (parte II)

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Nel TE-II avviene, come conseguenza dell’accentuarsi dei fenomeni descritti in precedenza, un’ulteriore evoluzione della civiltà micenea: tra le élite, che governavano i vari chiefdom su base locale, e che per trovavano legittimità dalla discendenza da antenati divinizzati, cosa espressa visivamente dalla nascita della la tholos – tomba costruita, con camera a pianta circolare e copertura a falsa cupola – nata forse dalla pietrificazione del tumulo funerario, che essendo utilizzata per generazioni, indicava la continuità tra vivi e morti, tra umano e divino, cominciarono ad apparire dei leader carismatici, capaci di aggregare e controllare spazi politici, sia attraverso il monopolio di risorse ideologiche, la creazione, gestione e controllo di riti e cerimonie collettive, finalizzate alla creazione di un’identità collettiva, sia economiche, per mantenere un comitatus militare e burocratico, per acquisire e mantenere il potere.

Attorno a questi leader si coagulò una gerarchia di controllo del territorio e di composizione sociali, da cui, per l’influenza minoica, si sarebbe sviluppato il modello miceneo, basato sulla contrapposizione tra il Palazzo, la sede del leader carismatico e del suo potere centralizzato, e demos, distribuiti in comparti regionali intorno a piccoli centri di carattere protourbano.

Palazzo che assume la forma del “megaron” – la sala centrale con focolare e colonne – che in spesso si integra e si sovrappone al precedente modello della cosiddetta “casa a corridoio” – con vani allineati su un corridoio laterale – in una dialettica di integrazione e assimilazione tra i nuovi leader e le vecchie famiglie dominanti.

Proprio questi leader, per rafforzare il loro potere carismatico, affiancarono al lignaggio una sorta di economia del dono, in cui la ridistribuzione dei beni di lusso esotici, gli garantiva la fedeltà dei suoi seguaci. Di conseguenza, la necessità di procurarsene, fu il motore di un ulteriore crescita del commercio nel Mediterraneo.

I rapporti con l’Anatolia, già consolidati nel TE-I, si ampliarono ulteriormente, cosa che comincia ad essere testimoniata anche dalle fonti scritte ittite. I loro annali ci permettono infatti di collocare in questo periodo le vittorie ottenute dal regno di Hatti contro gli stati luvi, come gli Arzawa e la confederazione di Ashshuwa, che portò a ridefinire gli equilibri geopolitici della regione e causando una perenne conflittualità con il mondo elladico

Sempre nei coevi testi ittiti si menziona anche un sovrano a capo degli Ahhiyawa, i nostri Achei, con cui a volte si combatteva e a volte si riconosceva lo status di “fratello del re”, a cui si si potevano chiedere favori o doni. Che poi i leader micenei paressero ignorare tutte le finezze della complessa diplomazia della tarda età del Bronzo, è una cosa che ha sempre stupito gli studiosi.

Sempre nel corso del TE-II la presenza micenea si espande verso sud, nelle regioni più meridionali dell’Asia Minore, corrispondenti all’attuale Libano, Israele e Siria. In alta Mesopotamia si era formato il Regno di Mitanni,mentre nella regione siriana si avevano una serie di piccoli regni. Non abbiamo presenza di ceramica micenea precedente il TE-II in queste aree. Un dettaglio interessante riguarda il caso di un santuario scavato nei pressi dell’aeroporto di Amman. Si è notata la presenza contemporanea di ceramica elladica e di “stile di palazzo” cretese. Questo porterebbe a credere che i primi ad avere contatti siano stati i governanti miceneizzati di Cnosso.

A questa epoca, risalgono anche i primi contatti con Cipro, a causa delle sue miniere di rame. Analogo motivo ha portato a svilupapre una rete di contatti anche con l’Europa balcanica Nei complessi funerari di Pazok, Patos, Vodhine , le elitè locali sono seppellite con armi e vasellame di importazione peloponnesiaca. Questo porta a pensare che questi gruppi siano stati i referenti principali dei prospectors micenei, impegnati nella ricerca e commercio dei metalli.

Sul fronte occidentale c’è da evidenziare la continuità dei rapporti con le isole Eolie, attestati dai materiali micenei provenienti dalla Montagnola di Filicudi. Un cambiamento semmai si può notare nelle fabbriche di origine dei materiali che vedono la scomparsa di quelle eginete a favore di quelle elladico-continentali.Fenomeno analogo avviene in Sicilia, dove numerose nuove informazioni sugli scambi tra Sicilia, Egeo e Mediterraneo orientale nel periodo castellucciano sono state fornite dai recenti scavi del sito di Monte Grande (Palma di Montechiaro, AG)

La collinetta, alta circa 270 m. s.l.m., fu frequentata sin dall’Eneolitico e in epoca castellucciana fu occupata da strutture connesse all’estrazione e alla lavorazione dello zolfo, quali miniere e fornaci, e da edifici a probabile destinazione cultuale. All’interno delle varie aree di scavo, estese su tutta l’altura, è stata rinvenuta una cospicua quantità di ceramica egea ed orientale

In località Baffo Superiore, nell’area più elevata di Monte Grande, sono state scoperte strutture megalitiche ad uso non abitativo e recinti circolari, nei pressi dei quali è stata rinvenuta una grande quantità di ceramica importata. Tali costruzioni, connesse a fornaci a canaletta per la lavorazione dello zolfo, rinvenute in località Baffo Calcarone, sono state interpretate come un santuario, forse retto da una casta di sacerdoti-re, con funzione di controllo sia sull’attività estrattiva e di lavorazione dello zolfo sia sul commercio trasmarino. Lo studio tipologico e le analisi scientifiche hanno permesso di individuare le origini di ogni tipologia. La maggior parte della ceramica tardoelladica proviene dall’Egeo, ma non mancano frammenti di origine vicino-orientale e cipriota e le imitazioni locali.

Di particolare interesse sono le imitazioni locali di cretule, i dischi e le rondelle fittili, che come a Vivara, indicano l’integrazione dell’economia locale con quella internazionale e un frammento proveniente da Baffo Calcarone che presenta sulla superficie interna l’immagine di un’imbarcazione. La nave raffigurata ha la chiglia quasi rettilinea, la prua e la poppa di altezza simile, e nel mezzo l’albero maestro sostenuto da due stragli. Tale appresentazione trova confronti nelle navi cretesi di periodo protopalaziale e neopalaziale.

La varietà morfologica e tipologica dei manufatti ceramici importati e la prevalenza quantitativa di grandi contenitori da trasporto sono indizi dell’ampiezza del mercato dello zolfo di Monte Grande. Infatti, i traffici commerciali del sito agrigentino con l’Egeo e il Mediterraneo orientale erano basati, oltre che sul commercio dei prodotti agricoli, sullo sfruttamento e sull’esportazione di alcune materie prime locali: il salgemma, il bitume e soprattutto lo zolfo. Quest’ultimo, molto ricercato già all’inizio del II millennio a.C. era utilizzato probabilmente in diversi ambiti: la coltivazione della vite, la metallurgia (in particolare per l’agemina al niello e per la lavorazione dell’argento), la lavorazione della lana, la combustione e il calafataggio delle imbarcazioni, insieme al bitume. Inoltre, lo zolfo potrebbe essere stato ricercato anche per usi terapeutici, per via delle sue proprietà farmacologiche, ricordate da vari autori antichi. Questa materia prima, presente in grandi quantità nell’agrigentino, scarseggiava nel resto del Mediterraneo, fatta eccezione per alcuni giacimenti nell’isola di Melo, e ciò avrebbe spinto i navigatori egei e orientali in Sicilia.

La crescita del commercio nel TE-II portò forse forse alla nascita di un insediamento di mercanti egei a Monte Grande, i quali potrebbero aver controllato in parte l’attività produttiva del sito. La presenza di un emporio egeo è stata ipotizzata per più aree di Monte Grande, tra le quali Pizzo Italiano e in quella di Marcatazzo. In quest’ultima località, oltre a ceramica importata, è stata individuata una struttura non attestata in altri contesti castellucciani e che sembra anticipare gli edifici rettangolari della successiva cultura di Thapsos. Si tratta, infatti, di un megaron, che trova confronti solo in ambito egioe con muri rettilinei laterali e un muro curvilineo a monte. La funzione di questa struttura non era difensiva e probabilmente si trattava della sede dell’emporio del chiefdom destinato al controllo della lavorazione e della commercializzazione dello zolfo.

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