Parco degli Acquedotti (Parte 3)

latina

Sempre passeggiando per il Parco degli Acquedotti è possibile ammirare un tratto del basolato della Via Latina: anche se è poco nota al grande pubblico, non prendendo il nome dal costruttore, è probabile si tratti di una delle più antiche vie costruite dai Romani.

A riprova di questo, deve aver sicuramente preceduto la Via Appia come itinerario verso la Campania, poiché la colonia latina di Cales è stata fondata nel 334 a.C. e doveva essere accessibile da Roma per una strada, mentre la Via Appia è stata realizzata solo ventidue anni più tardi.

La via Latina, come l’Appia, partiva da Porta Capena, nella zona dove si incontrano il colle Celio, il Palatino e l’Aventino e in cui Numa Pompilio, diretto successore di Romolo, avesse i suoi incontri notturni con la dea (o ninfa) Egeria, che in quelle occasioni gli forniva tutte le indicazioni necessarie per l’istituzione dei riti più graditi a ciascuna divinità, e dei relativi uffici sacerdotali.

Le due strade si separavano in corrispondenza dell’attuale piazza Numa Pompilio e la Latina usciva dalle Mura Aureliane, dall’omonima porta, per proseguire nella campagna romana sino a raggiungere Tusculum, da cui scendeva sino al passo dell’Algido, dove, nella località ad Bivium, si riuniva con la Labicana.

Dopo il loro ricongiungimento, la via Latina continuava seguendo la valle del Trerus (Sacco), nello stesso percorso moderno della ferrovia che va a Napoli via Cassino, e rasentava in pianura le città collinari degli Ernici: da Anagnia, a Ferentinum, passando per Frusino (presso il fiume Cosa) e Fabrateria Vetus.

A Fregellae scavalcava il fiume Liris,attraversava quindi Aquinum (presso la quale scorre il fiume Melpis) e Casinum (ultima città dell’antico Latium), città che si trovano in pianura. Quindi passava nel varco fra gli Appennini ed il gruppo vulcanico di Roccamonfina ma la strada originale, invece di attraversarlo, girava bruscamente (all’altezza di San Pietro Infine) verso nord-est sopra le montagne verso Venafrum, mettendo così in comunicazione diretta con l’interno del Sannio e, tramite altre strade, con Aesernia, Cubulteria, Alifae e Telesia, per giungere poi a Teano, a Cales e a Casilinum, la nostra Capua, dove, prima di attraversare il Volturno mediante il Ponte Appio, parzialmente sopravvissuto, si immetteva nella Via Appia. Dal punto terminale del percorso, Casilinum, nasce il nome medioevale della strada che aggregava la via Latina e la Labicana, la nostra Casilina.

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Il fatto che il Parco degli Acquedotti fosse un importante luogo di transito, è testimoniato anche dalla presenza di un paio di casali. Il primo è il Casale Torlonia, dai nomi dei proprietari o Roma Vecchia, dal fatto che nel Settecento, con i primi scavi, saltarono fuori una grande quantità di reperti antichi (statue, fregi, colonne, capitelli ecc.) derivanti anche dalle tombe che costeggiavano la via Latina, ma che uniti ai resti maestosi di ville e acquedotti fecero credere a quei primi archeologi che in queste zone vi fosse stata una città più antica di Roma

Originariamente era un casale-torre con funzione di difesa e di controllo degli acquedotti Claudio e Marcio, ma nel XIII secolo, con l’occupazione delle proprietà ecclesiastiche da parte dei feudatari romani, fu trasformata in complesso di edifici, comprensivo anche di chiesa, concentrati intorno ad una corte interna e realizzati in blocchetti di peperino, il cosiddetto opus saracenus, scaglie di lava basaltica e frammenti di marmo di reimpiego, inglobando resti di edifici di epoca romana, tra cui un’epigrafe funeraria intitolata a Statilio Optato, un sacerdote, che qui, nei pressi del V miglio della via Latina, doveva avere la sua tomba.

Nel cortile interno sono conservati importanti materiali archeologici, provenienti da ritrovamenti nell’area avvenuti tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 e raccolti dai Torlonia, proprietari della tenuta.

sellaretto

Un altro casale è quello del Sellaretto, in realtà una storica casa cantoniera, dove vi era la stazioncina di Roma vecchia – segnata da una lastra di marmo ben visibile sotto una finestra – della prima ferrovia dello stato pontificio, la Roma Frascati, inaugurata il 7 luglio 1856 e permetteva cinque viaggi al giorno, tre al mattino e due il pomeriggio con un tempo di percorrenza di 28 minuti. L’attrezzatura impegnata consisteva in sei locomotive di fabbricazione britannica (Sharp & Steward e Brids Adams) con sei vagoni viaggiatori. Le quattro principali locomotive avevano i nomi dei Santi Pio, Pietro, Paolo e Giovanni, nomi scelti dal Papa Pio IX con una lettera indirizzata all’amministratore dell’Impresa York & Co e datata 7 giugno 1856.

Ferrovia che partiva da Porta Maggiore, all’epoca estrema periferia dell’Urbe e terminava a Frascati la stazione di Campitelli a tre chilometri dal centro cittadino, non la rendeva il massimo della comodità sia nel trasporto merci, sia in quello passeggieri, tanto che si continuò a preferire le vecchie “barrozze”, mentre i passeggeri continuarono ad utilizzare le diligenze che partivano dal centro di Roma ed arrivavano al centro di Frascati. Pasquino non perse l’occasione di prendere in giro la nuova ferrovia scrivendo che la linea “non partiva da Roma e non arrivava a Frascati”.

Essendo la linea fortemente affollata, spesso e volentieri molti rimanevano a terra quando il capotreno gridava: “Chiuso Frascati”. Un’espressione talmente frequente che entrò nel gergo usuale a significare che la questione su cui si stava discutendo era chiusa. Nel 1892, con la costruzione della nuova linea ferroviaria, la stazione fu abbandonata e divenne un casale di campagna.

Nuova linea, che però sempre in questa zona passava, la ferrovia al di là dell’Acquedotto Claudio, il tram per i Castelli, che ricordo ancora, sull’Appia nuova e di qua su via Tuscolana.

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