Festeggiando il Nowrūz all’Esquilino

Caratteristica dell’Esquilino è quella di essere area di frontiere, con tutte le sfumature e le permeabilità che la contraddistingue, tra due visioni del mondo differenti: di chi è prigioniero delle sua presunta area di confort ed entra in crisi per la minima infrazione al suo ordine borghese, come un’opera di poster art sulla colonna del portico di Piazza Vittorio…

Dall’altra, invece, chi guarda con curiosità al nuovo e al diverso, pronto a rimettersi in discussione e apprendere all’altro.

E oggi, questa parte dell’Esquilino si è riunita nei giardini di Carlo Felice, per celebrare il Nowrūz, il capodanno persiano. Per chi non lo sapesse in Iran, tra i Curdi e in Afghanistan vige in calendario diverso da quello gregoriano, la cui ultima ricalibratura, effettuata da una commissione di scienziati della quale faceva parte Omar Khayyam, cioè uno dei maggiori matematici, astronomi e poeti del suo, durante il regno del sultano selgiuchide Jalāl ad-Din Malik Shah Seljuqi.

Commissione che, tra l’altro, fece un ottimo lavoro, dato che questo calendario risulta essere assai più accurato del nostro: mentre il calendario gregoriano presenta un errore di un giorno ogni 3.226 anni, il calendario persiano necessita una correzione ogni 141.000 anni. Esso infatti individua gli anni bisestili (anni di 366 giorni) con un sofisticato procedimento di intercalazione; inoltre fissa l’inizio dell’anno in un fenomeno naturale, il verificarsi dell’equinozio di primavera da osservare di anno in anno con rilevamenti astronomici.

Inizio dell’anno che è appunto il Nowrūz, la cui invenzione, nella tradizione mitologica iraniana, risale al tempo di Yima, il primo re-sacerdote, che perse la sua immortalità a causa del peccato. Come racconta Mircea Eliade, Yima, per favorire un suo amico in una causa di successione, cominciò a mentire: per questo fu punito dagli dei, rendendo infelici le generazioni future.

Così veniva descritta la sua età dell’oro

In quel tempo gli uomini e gli animali non morivano, la siccità non torturava le piante e gli alimenti erano inesauribili sotto il dente che li divora. Non c’era vento freddo né vento caldo, né malattia né invidia, né sonno né veglia; e nemmeno la vecchiaia, perché i padri e i figli restavano adolescenti, non sfiorati dal tempo, dalle rughe, dalle passioni e dalle fatiche – eternamente immobili nel fiore dei loro quindici anni. sotto il segno di Yima trascorsero novecento primavere: il mondo era così gremito di uomini, cani, piccolo e grande bestiame e fuochi rossi ed ardenti, che non vi era più posto per nessuna creatura. Yima si avanzò nel cammino del sole e pregò l’angelo della terra. Schiacciò la terra col suo sigillo d’oro, la forò con la spada; e per tre volte il globo si allargò, ogni volta di un terzo, fino a contenere la moltitudine crescente degli uomini e degli animali.

Zoroastro, prese questa festività pagana e la dedicò ad Ahura Mazdā; da quel momento in poi, divenne la principale festa per gli Achemenidi, i Parti e i Sasanidi, in cui il sovrano concedeva udienza pubblica, avveniva l’amnistia dei prigionieri e, come il nostro Natale, ci si scambiavano i doni.

Nonostante l’avvvento dell’Islam, questa festa, pur non avendo una valenza religiosa, continuò ad essere celebrata; in particolare i festeggiano questa festa, che chiamano “Sultan Nevruz”, in quanto credono che in questa data il profeta Muhammad, che la pace sia con lui, abbia ricevuto da Allah l’ordine di diffondere a tutti il suo messaggio, inoltre per i sufi è il giorno in cui il mondo cominciò a girare per volontà divina

Detto questo, che cosa si fa in questo periodo ? I festeggiamenti cominciano con il Khane Tekani, letteralmente “scuotere la casa”, dodici giorni prima l’equivalente delle nostre grandi pulizie di primavera, in cui ogni famiglia si dedica alla pulizia della casa e alla sua decorazioni con fiori, in particolare giacinti e tulipani, alla visita a parenti ed amici e all’acquisto dei nuovo vestiti.

Qualche giorno prima del Nowruz, tra le strade iraniane, potreste incontrare uomini vestiti di rosso e con la faccia coperta di fuliggine. Sono gli Haji Firuz, araldi precursori dell’anno nuovo. Cantano, danzano e annunciano che il Nowruz è in arrivo. Gli Haji Firooz sono gli amici di Zio Nowruz (Amu Nowruz), l’equivalente di Babbo Natale nella cultura persiana. Come lui, infatti, è un signore anziano con la barba bianca che distribuisce doni e buona fortuna alla gente.

L’ultimo mercoledì dell’anno si celebra invece una festa di ascendenza zoroastriana, lo Chahârshanbe Sûrî, la festa del fuoco. Durante la notte del Chahârshanbe Sûrî è tradizione uscire nelle strade ed appiccare piccoli e grandi falò, sui quali i giovani uomini saltano cantando i versi tradizionali Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man, letteralmente “il mio colore giallo a te, il tuo colore rosso a me”, che simbolicamente significa “la mia debolezza (giallo) a te, la tua forza (rosso) a me”. Esistono molte altre tradizioni collegate al Chahârshanbe Sûrî; una di esse vuole che in questa notte gli spiriti dei morti possano tornare a far visita ai loro discendenti vivi, altre tradizioni prevedono la rottura di alcune anfore di terracotta, in un auspicio di buona fortuna (Kûzeh Shekastân), e il Gereh-goshâ’î: l’atto di fare un nodo a un angolo di un fazzoletto e successivamente chiedere a qualcuno di scioglierlo, altro atto simbolico beneaugurante.

Ciò che rappresenta meglio il Nowruz è la tradizione delle Haft Sin (che in farsi significa “le sette S”), che indicano un modo per apparecchiare la tavola in maniera simbolica. Il sette, infatti, è un numero sacro e simboleggia i sette arcangeli con l’aiuto dei quali, quasi tremila anni fa, Zarathustra ha fondato la sua religione, cosa che di riffe e di raffe, simbologia che, grazie alla mediazione di Pitagora, è stata recepita anche in Occidente.

L’Haft Sin porta agli abitanti della casa fortuna, salute, prosperità, purezza spirituale e lunga vita; nella decorazione della tavola sono presenti fiori, il libro sacro seguito dalla famiglia, la bandiera tricolore persiana, Verde Bianco e Rosso in orizzontale (patria, fede, rosso sangue versato dagli eroi). Non mancano mai le candele accese, una ciotola di acqua a simboleggiare la trasparenza della vita e una foglia sull’acqua per la caducità della vita, lo specchio per essere visibili come siamo.

In particolare, le sette S consistono nel:

  • sabzeh – chicchi di lenticchie, orzo o frumento, germogliati (sabzeh) a simboleggiare la rinascita
  • samanu – un impasto di orzo germogliato e tostato, a simboleggiare l’abbondanza
  • senjed – frutti secchi di oleastro, è legante, a simboleggiare l’amore
  • sîr – aglio, a simboleggiare la salute
  • sîb – mele, scrupolosamente rosse, a simboleggiare la bellezza
  • somaq – bacche di Sommacco, a simboleggiare l’asprezza della vita
  • serkeh – aceto, a simboleggiare la pazienza e la saggezza.

Dato che i festeggiamenti durano dodici giorni, che succede nel tredicesimo ? Come da noi, sempre per l’influenza, che troppo spesso sottovalutiamo, di Zoroastro nel definire il nostro universo spirituale, il tredici è un numero sfortunato. Per cui, per esorcizzarlo, si organizzano picnic fuori porta (Sizdah Bedar, il giorno in cui ci sono queste scampagnate, significa esattamente “sbarazzarsi del tredicesimo”). In questo giorno molte ragazze intrecciano tra loro i fili di Sabzeh, prima di buttare il piatto, per esprimere il desiderio di sposarsi prima del successivo Sizdah Bedar!

Oggi, nei giardini di via Carlo Felice, abbiamo condiviso molte di queste esperienze: abbiamo viaggiato con la fantasia, grazie a tanti racconti, nel Tempo e nello Spazio, scoprendo tante cose sul Medio Oriente. Abbiamo condiviso pasti e bevande, imparato a fare gli aquiloni e scoperto antiche leggende afghane, su fabbri che, tessendo e colorando bandiere, sconfiggono mostri e tiranni. E abbronzati, siamo tornati a casa, più ricchi nel nostro spirito.

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