Il programma dell’Italcon

Stasera, comincio il post, con una piccola divagazione personale: auguri a mia sorella Maria Cristina e al mio nipotino Valerio, che oggi festeggiano il compleanno e che, beati loro, lo festeggiano a Disneyland Parigi.

Detto questo, torno a parlare dell’Italcon e di Vaporosamente: dopo una lunga attesa, è finalmente uscito il programma di quello che sembra essere sempre di più un evento assia stimolante e incisivo

Per il contesto, Torino Maker Faire, la grande festa dell’invenzione e della creatività, il giorno dell’orgoglio per noi smanettoni, che permette di intuire e riflettere nel concreto su come la tecnologia impatti sul quotidiano e sulla nostra visione del mondo, uno dei temi spesso discussi nella narrativa di fantascienza.

Perchè è l’occasione, per rompere le barriere, spesso fondate sul nulla, che dividono le diverse culture del fantastico italiano: nonostante le differenze di linguaggio e di ambientazione, sono tutte accomunate da una riflessione critica e straniante sulle assurdità del nostro presente

E tra i tanti eventi, ci sarà la presentazione, tenuta dall’editor Anna Pullia, di Penny Steampunk, in cui è presente anche un mio racconto ambientato nel mondo de Il Canto Oscuro, in cui però non appaiono né Andrea, né Beppe… Una delle poche cose che riesco ancora a scrivere…

Il ritorno del murale di Gaetano

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Chi mi conosce e ha la pazienza di seguire il mio blog, sa che da almeno un paio di mesi, da quando a febbraio ci fu l’atto di vandalismo nei confronti del murale dedicato a Gaetano, sono in prima linea nel seguire le vicende di via Giolitti 225: dalla raccolta fondi per rifare da capo l’opera, all’impegno affinché il Municipio si decidesse a riparare il portico, che sembrava essere pericolante, i cui lavori sembrano essere, tranne una lampada al neon abbandonata a se stessa, conclusi.

E come sempre, c’è chi commenta il tutto con un

“Ma chi te lo fa fare… Tanto non ti dice grazie nessuno”.

Tutto giusto, senza dubbio… Nessuno mi ha mai applaudito, per le tante cose che ho fatto nella vita e, a una certa età, si comincia ad avere la saggezza di non farci più caso.

Solo che sono stato educato seguendo un versetto del libro di Giobbe

Militia est vita hominis super terram, et sicut dies mercenarii dies eius

Che vivere è saper combattere buone battaglie, perché, come mi ripeteva un mio vecchio maestro, che fingevo di non acoltare

L’uomo, dunque, è un viator, un pellegrino, un viandante, che non ha quaggiù la meta finale del suo viaggio, ma nella dimensione dell’eterno; ed è, nello stesso tempo, un miles, uno che deve saper combattere, perché il bene non è scontato, né facile, anzi il male appare assai più facile e, per certi aspetti, appetibile, e quindi egli deve sempre tenersi pronto a combattere. Non esiste la possibilità di rimanere neutrali nella grande battaglia; nessuno può permettersi il lusso di stare a guardare: ciascuno deve fare una scelta, combattere o non combattere, e da che parte schierarsi. Non scegliere equivale a scegliere male, a lasciarsi trasportare dalle cose; e chi si lascia trasportare ha già fatto la sua scelta, ossia la scelta peggiore.

Combattere non solo contro qualcosa, contro il caos che mi ci minaccia ogni giorno, ma soprattutto per costruire, che possa rimanere ed essere di stimolo, per l’azione e la riflessione, agli altri.

E’ via Giolitti, sotto questi aspetti, è stato un piccolo campo di battaglia: contro le Istituzioni, a volte troppo sorde e distratte nei confronti dei cittadini, delle loro richieste ed esigenze e per ribadire con forza il coraggio di incentrare la nostra vita sulla solidarietà, la collaborazione e la partecipazione dal basso.

E che l’Arte non è decorazione rassicurante, ma fiamma che brucia, tigna che corrode le nostre certezze, specchio che mostra le nostre inadeguatezze, che sfida coloro che vorrebbero spegnerla, incapaci di rimettersi in discussione.

Per celebrare tutto questo, il 2 e 3 maggio, Mauro Sgarbi, se Giove Pluvio è favorevole, rifarà il murale distrutto, continuando poi la decorazione del Portico… Che possa essere un segnale di buon auspicio, per il dare il la, per una riqualificazione seria, efficace e partecipata di Via Giolitti…

Chiesa dell’Annunziata a Sulmona

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Uno dei luoghi più affascinanti di Sulmona è la Chiesa dell’Annunziata, la cui evoluzione architettonica, come in altri luoghi della città, è stata condizionata dall’alternarsi di distruzioni dovute a terremoti e relative ricostruzioni.

La sua costruzione risale, assieme all’adiacente palazzo, che fungeva da ospedale, al 10 marzo 1320, per volontà della Confraternita dei Compenitenti, che oltre alla contemplazione religiosa, si occupava dell’assistenza dei malati e dei poveri; a differenza dell’Ospedale, che bene o male mantiene un aspetto quattrocentesco, l’Annunziata, invece, si presenta come edificio barocco.

La prima ricostruzione della chiesa avviene nel 1456, dove a causa del terremoto dell’Irpinia del 5 dicembre, considerato da molti tra i forti avvenuti in Italia nell’età cristiana, che devastò il Sud da Cosenza a Roma, causando 30.000 morti e due maremoti, nei golfi di Napoli e di Taranto, crollò l’edificio medievale.

Fu così impostata una pianta, tre navate con transetto e tre absidi, su cui è basato l’impianto odierno: alla stessa . Alla stessa fase risalgono il portale laterale, datato 1590, l’abside poligonale e il bellissimo campanile progettato dal vescovo dei Marsi Matteo Colli e realizzato dal “mastro Alessio” tra il 1565 (iscrizione posta sotto il cornicione) e il 1588, sul modello del quale sono stati eseguiti i campanili della Badia Morronese e della parrocchiale di Pacentro, il prezioso coro ligneo realizzato tra il 1577 e il 1579 dal romano Bartolomeo Balcone e la tela della Pentecoste che “Berna Monaldius Florentinus faciebat” nel 1598.

Nel 1600 fu intrapreso poi un programma di ammodernamento della decorazione, secondo il nuovo gusto barocco: la chiesa si arricchisce di preziose tele, alcune delle quali possono ancora essere ammirate, come l’Annunciazione del pittore pistoiese Lorenzo Baldi (1624-1703), discepolo di Pietro da Cortona, la Comunione degli Apostoli del sulmonese Alessandro Salini (1675- 1764) e la Natività di Maria e La presentazione al Tempio di Giuseppe Simonelli (1650 ca.-1710), allievo del più famoso pittore Luca Giordano. Nel 1620 è affidata al romano Giacomo Spagna il progetto della decorazione marmorea della Cappella della Madonna.

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L’artista romano realizzò direttamentte solo il palliotto, mentre i marmi alle pareti furono affidati ad artisti provenienti da Pescocostanzo, paese che gode di una strana peculiarità: distrutti completamente dal terremoto del 1456, fu ripopolato con un massiccio afflusso di maestranze edili lombarde, che doveva essere impiegate nella ricostruzione dell’area abruzzese.

Questo singolare evento, oltre a lasciare la sua impronta nel tessuto sociale e culturale del paese, per esempio, si conserva l’uso del rito ambrosiano nelle cerimonie di battesimo celebrate nella basilica locale di Santa Maria del Colle, diede origine a una lunga tradizione artistico-architettonica, che come vedremo, si ripercuoterà anche sulla chiesa dell’Annunziata. Dalle fonti si ha infine notizia di una “fabrica degli stucchi” che tra il 1688 e il 1689 è chiamata ad “ammodernare” l’edificio.

Il 3 novembre 1706, però, si verificò il tragico terremoto della Maiella, a soli 3 anni di distanza dalla crisi sismica del 1703 che aveva flagellato L’Aquila. I giorni precedenti erano passati tranquilli: il 1º novembre fu celebrata la festa di Ognissanti e l’Arciconfraternita della Trinità a Sulmona organizzò la tradizionale processione che dalla loro chiesa andava al cimitero e poi tornava indietro. Il 2, invece, alla Commemorazione dei Defunti vi furono rituali familiari diffusissimi in Abruzzo come omaggio ai propri cari deceduti. La scossa del 3 novembre sorprese la popolazione, intenta a pranzare o a fare un riposo pomeridiano: per una ventina di secondi tremò la terra, facendo crollare la maggior parte degli edifici della città e causando una strage.

Della chiesa dell’Annunziata, rimasero in piedi solo la Cappella della Madonna,il campanile e il perimetro absidale; per la ricostruzione si decise di seguire la pianta della chiesa rinascimentale, riducendo però le cappelle gentilizie da 14 a 10.

I lavori cominciarono il 25 ottobre del 1710, sotto la guida dell’architetto bergamasco Pietro Fantoni e si protraggono per diciassette anni; al suo fianco, collaborò la famiglia Cicco di Pescocostanzo. Giuseppe, il capostipite, progettò e realizzò l’altare maggiore. Il figlio Francesco ebbe l’ìncarico di realizzare gli altari delle cappelle laterali, mentre l’altro fratello Norberto ebbe l’incarico di progettare la facciata.

Questa è una sintesi di influenze dle barocco romano e di quello napoletano, essendo movimentata da un doppio ordine di colonne binate fortemente aggettanti che riescono a conferire maestosità e slancio all’insieme. Nel primo ordine troviamo il portale fiancheggiato dalle colonne di ordine tuscanico e da due finestre rettangolari; una fascia decorativa propone il motivo classico dell’alternanza di metope e triglifi, seguita da una serie di dentelli ed infine da uno spesso marcapiano che fa da imposta all’alto basamento dal quale prende avvio il secondo ordine. Qui le colonne binate presentano un capitello composito e sorreggono una trabeazione ancora carica di reminescenze classiche che termina in un timpano curvilineo spezzato. Al centro si apre la finestra con timpano spezzato concluso in due volute, imponente quanto il portale maggiore, sia per le dimensioni che per la decorazione, così da riequilibrare le proporzioni in considerazione della visuale ribassata posta sotto la scalinata. Due volute fanno da raccordo tra il corpo centrale e le ali laterali che chiudono negli angoli con due paraste scanalate terminanti in due “pinnacoli”.

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L’interno, al contrario, sembra essere influenzato dal barocco milanese del Richini, con la navata centrale che si raccorda in altezza al transetto non emergente; le quattro arcate che dividono il vano centrale dalle navatelle sono scandite da pilastri resi cruciformi da lesene terminanti verso la navata in capitelli a stucco di ordine composito. Al di sopra di ogni arco degli angeli in stucco a forte rialzo sorreggono un medaglione entro il quale è dipinto a monocromo un episodio sacro; l’effetto d’insieme è di una dinamica, ariosa ed elegante teoria celeste che osserva e guida il visitatore dall’ingresso fino al presbiterio. Una cornice alta con delle modanature non molto aggettanti chiude la parete e funge da imposta alla volta a botte, la quale è aperta alla base da una serie di finestre che la rendono particolarmente luminosa.

La volta è arricchita da delicati motivi vegetali sempre realizzati a stucco, mentre al centro, entro ampi riquadri mistilinei, troviamo affreschi raffiguranti episodi cristologici e mariani realizzati dal pittore Giovambattista Gamba nel 1728. Per la realizzazione degli stucchi gli studiosi hanno proposto il nome di Giovan Battista Gianni (o Giani), esperto stuccatore lombardo che, fra la fine del Seicento e il primo trentennio del secolo successivo, è attestato, insieme ai suoi collaboratori Girolamo Rizza del Vaglio e Carlo Piazzoli da Pigra, alla decorazione di molte chiese abruzzesi.

A ridosso dell’ultima campata si impongono allo sguardo due grandi organi con balaustre riccamente decorate ad intaglio e dorate; la contrapposizione di due organi è legata alla tecnica dei cori battenti o spezzati, inconsueta al di fuori del territorio veneziano e sintomatica di una ragguardevole attività musicale a Sulmona.

Quello sul lato sinistro fu realizzato da Tommaso Cefalo di Vasto (1749) e quello sul lato destro fu fatto costruire dai Fedeli di Camerino nel 1753, mentre la loro decorazione rococò fu opera di Ferdinando Mosca, sempre di Pescocostanzo.

Lungo le pareti delle navatelle si susseguono gli altari con preziose mostre a incorniciare le tele dipinte; ciascuna campata è chiusa da una piccola cupola che riceve la luce dal lanternino. Nel transetto si apre la cupola estradossata, unico esempio del genere a Sulmona, resa luminosa dalla lanterna e dalle finestre rettangolari del tamburo; i pennacchi di raccordo sono affrescati con le figure e i simboli dei quattro Evangelisti sempre da Giambattista Gamba, la cui firma è chiaramente leggibile insieme alla data di esecuzione dei lavori sotto la figura di S. Giovanni

Nella chiesa è poi presente la tomba di Panfilo Serafini, storico, archeologo, critico letterario e patriota, che partecipò alla difesa della Repubblica Romana e che fu condannato al carcere duro e ai lavori forzati, dai tribunali borbonici, da scontare a Procida, nel bagno penale di Terra Murata, costruito nel castello rinascimentale di D’Avalos.

Nel carcere c’era un settore dedicato alle lavorazioni, tra cui le telerie, la falegnameria, la legatoria istituite intorno agli anni 1830-40 dai gesuiti affinché il detenuto fosse impegnato in attività lavorative per redimersi. In quest’ultima lavorava Panfilo, quando non era impegnato a zappare nel tenimento agricolo della Spianata, luogo così chiamato perché era la zona ‘spianata’ dal cardinale D’Avalos per la costruzione di via del Castello, in cui si allevavano animali e si coltivava la terra, vendendo i prodotti una volta a settimana in una sorta di mercato che si teneva nel carcere.

La cripta delle Repentite

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Passeggiando per via Maqueda, a Palermo, lo sguardo può incrociare una traversa dallo strano nome, via Divisi, che il panormita doc, chiama amichevolmente via dei biciclettai, vista la presenza di numerose botteghe di riparatori e venditori di questo ecologico mezzo di trasporto.

Il nome Divisi, non presuppone nessuna faida o tragedia, ma deriva dai tempi di Balarm, come storpiatura della parola dayyasin, coloro che intrecciano il giunco, la cui attività doveva essere assai diffusa in quella contrada; dall’arabo dis, tra l’altro, deriva anche il termine dialettale per definire il giunco, ddisa.

Al numero 81 di tale strada, dove adesso vi è una delle tante sedi dell’università, vi è uno dei luoghi più affascinanti della città, la cui storia, come avviene da queste parti, è molto antica e complessa: comincia infatti nel 1512, anno in cui un nobile palermitano, che aveva deciso di intraprendere la carriera ecclesiastica, Vincenzo Sottile, decise di erigere una chiesa nello stesso luogo dove sorgeva il palazzo della sua famiglia, dedicandola a Santa Maria della Grazia.

Così racconta il tutto l’erudito locale Gaspare Palermo, nomen omen, nella sua opera Guida Illustrativa delle magnificenze di Palermo, pubblicata, mi pare, nel 1812

“il Chierico Vincenzo Sottile, nobile palermitano, fondò nel 1512 una chiesa o una cappella nello stesso luogo, ove trovasi questo Monistero, ed ove era la casa della detta famiglia, dedicandola a S. Maria della Grazia, ed avendola dotata di sufficiente entrata, ne fu egli eletto Primo Beneficiale e Cappellano a 1 Marzo 1512. Avendo, poi, il detto Chierico Sottile rinunziato il beneficio, fu conferito alSacerdote D. Giambatista Pagano a 9 Ottobre 1514.

Elisabetta Cangialosi fondò una Messa la settimana da celebrarsi nella chiesa, ossia cappella suddetta. Sopra la porta della chiesa, che fu anticamente quella del palazzo della famiglia Sottile, la quale mostrava notabile antichità, si vedea un’aquila bene intagliata in pietra, che era l’impresa della detta famiglia, ma fu levata nel 1698 nella rinnovazione della chiesa”.

Chiesa, quella di Santa Maria della Grazia, di cui sono ancora visibili a facciata con il portale e le finestre in stile gotico, alcune colonne originarie e sul soffitto di un’aula, perché oggi è sede universitaria, le ricche decorazioni pittoriche della navata originaria.

Nel 1524 suor Francesca Leonfante dei Duchi della Verdura, fece acquistare dai suoi parenti la chiesa e le pertinenze, all’epoca si poteva fare anche questo, e in quel luogo fondò un monastero per le monache olivetane, divenendone badessa in perpetuo, con la facoltà di vestire altre con lo stesso abito. Insomma un metodo assai rapido per fare carriera, saltando a piè pari tutta la gavetta…

Ovviamente, come sempre accade, il diavolo fa le pentole e non i coperchi: sempre citando Gaspare Palermo

Morta la fondatrice con fama di santità, si raffreddò lo spirito delle monache, si ridussero a poco numero, ed in somma povertà, a segno di non potersi più oltre sostenere

Per cui, per evitare che morissero di fame, furono trasferite in altri conventi: rimaneva però il problema di cosa fare di tutta la struttura. Così Don Girolamo Spatafora, Don Giovantonio Tagliavia ed Aragona, Marchese di Eraclea e Conte di Castelvetrano, ed il Dottore Don Andrea Ardoino, ispirati a quanto avvenuto a Roma nel 1520, fondò il monastero di Santa Maria Maddalena, per raccogliere le prostitute pentite, proposero di replicare la stessa esperienza a Palermo.

Nacque così il convento delle Repentite, dalla fusione del termine ree e pentite. I primi passi di tale iniziativa, furono, come dire, parecchio tormentati, dati che nessuno di coloro che avevano proposto la cosa, si erano posti il dubbio di come sostenerla. Per cui, sempre citando il buon Palermo

Il padre Girolamo Domenecchi operò un gran bene in vantaggio delle povere donne raccolte nel monastero delle Repentite in Palermo. Le quali non altrimenti che fiere in serraglio, ivi chiuse più dalla forza che dal volere, e stremate di mezzi, avevano rinnovato le dimestiche usanze coi vecchi loro amici. Il padre Domenecchi si adoperò con fervoroso zelo a raddrizzarle sulla buona via.

Ventisette ne furono così tocche nel cuore o così cambiate in tutt’altre, che al dirotto piangere per contrizione o al macerarsi in asprissime penitenze parevano ventisette Maddalene. Provveduto ai bisogni dell’anime, si rivolse egli a sovvenirle altresì in quelli del corpo. E dal viceré ottenne che l’inutile spesa che la città faceva in ogni anno per un lauto desinare il dì del Corpus Domini, si voltasse in elemosina a riparare le necessità di quelle misere abbandonate.

Le convertite abbracciarono il credo francescano e dopo tempo, zelanti della perfezione cristiana e della vita monastica, ottennero la clausura, mal sopportando però l’appellativo di “repentite”.

Però, un paio di confraternite locali, che ritenevano loro diritto acquisito mangiare quel giorno a scrocco del Senato, fecero il diavolo a quattro, contro questa decisione, per cui, fu gioco forza trovare un’altra fonte di finanziamento.

Isabella di Capua, principessa di Molfetta, moglie del vicerè Ferrante I Gonzaga, il fondatore dello stato di Guastalla, ebbe un’idea per tirare fuori il ragno dal buco: si inventò il cosiddetto “diritto della bacchetta“, che consisteva nel pagamento di una imposta versata dalle cortigiane ancora in “servizio” al Senato Palermitano, che in cambio concedeva loro di poter vestire abiti di seta e di oro degni solo delle donne “oneste”. Da questa tassa erano esonerate le “Cassariate”, cioè le donne che si
prostituivano sul Cassaro, che erano le più povere delle categoria.

A nominare la Badessa di questo insolito monastero, era l’Arcivescovo di Palermo, che, sempre seguendo l’esempio romano, la sceglieva fra le suore dell’ordine di Santa Chiara, questo fino a quando le monache non ottennero il 17 maggio 1729 da Papa Benedetto XIII di eleggere loro stesse la loro Superiora.

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Dopo il 1866, con la soppressione degli ordini religiosi, il monastero fu chiuso e l’edificio fu utilizzato prima come quartier generale delle Guardie doganali e poi come sede dell’Istituto d’Igiene. Nel 2005, quando l’Università intraprese una serie di lavori di ristrutturazione dell’ex chiesa di Santa Maria della Grazia, spostando le piastrelle del pavimento, ci si rese conto che sotto vi era un vuoto. Così si cominciò a scavare e risaltò fuori, dimenticata da più di 150 anni, la vecchia cripta, rivelando il suo tesoro: al suo interno, in uno spazio di circa 15-16 metri quadrati, si trova uno splendido altare seicentesco rivestito con mattonelle di maiolica raffiguranti motivi floreali, alle spalle di esso altre mattonelle riproducono le immagini di una monaca, a sinistra , e di un frate a destra, identificati con San Francesco e Santa Chiara.

Le due figure sono genuflesse davanti una grande croce, alla base del quale si trova un teschio, come a ricordare la caducità del corpo di fronte alla morte. La monaca è raffigurata con una pisside tra le mani, contenente un’ostia sulla quale è rappresentata la Crocifissione di Gesù

Ai lati dell’altare, lungo le pareti, trovano posto i “colatoi” dove venivano posti i corpi delle religiose per il processo di essiccazione naturale, una sorta di mummificazione, analoga a quella compiuta nelle più famose catacombe dei cappuccini, eseguita prima della tumulazione nella fossa sottostante la pavimentazione della cripta.

Per procedere all’essiccazione, venivano sventrati i corpi e le interiora confluivano nei suddetti colatoi, mentre per gli uomini si procedeva in maniera diversa, essendo questi seduti su tronchi

Proprio nella fossa, situata, come già detto, sotto la pavimentazione della cripta, sono stati trovati un cospicuo numero di crocifissi in bronzo, e cosa straordinaria, la sepoltura della Madre Badessa, identificata da una lapide di marmo che reca questa scritta:

“in questo sepolcro giace il corpo della Reverenda Madre Santa Ignazia di Gesù Squatrito quale nacque al 1706, si chiamò al secolo Donna Maria Squatrito, mori’ di anni 76 l’8 aprile 1782.”

Del suo corpo sono rimaste soltanto alcune ciocche di capelli e alcune piccole pergamene ritrovate chiuse in due ampolle di vetro, parole che rivelano notizie sulla sua esistenza, una sorta di messaggio in bottiglia proveniente dal Passato…

Il commercio miceneo nel Mediterraneo (Parte III)

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Con lo sviluppo del modello palaziale nell’Ellade e l’integrazione nel tessuto politico culturale delle élites cretesi e delle altre isole dell’Egeo, avviene un’ulteriore espansione del commercio miceneo in Oriente e Occidente.

Il problema è che poco sappiamo del modello economico che lo sosteneva: è probabile, dato il termine douloi, schiavi, usato per definire i lavoratori dipendenti, che questi fossero soggetti a una sorta di status servile, occupando il gradino più basso della società, mentre specializzati e forse pastori.

Tra i “mestieri” documentati nei testi micenei, vi sono artigiani dediti alla produzione di armi, alcuni probabilmenti immigrati provenienti dall’Italia e dalla Sardegna, di carri e parti dell’armamento difensivo, bronzisti, produttori di olio e unguenti profumati, personale dedito alla lavorazione tessile, tintori e lavoratori della pelle, orefici e artigiani della pasta vitrea, artigiani del legno e carpentieri; di rado, cosa assai strana, vista la diffusione dei vasi elladici nel Mediterraneo, compaiono i ceramisti. Un’isolata citazione di un vasaio “del wanax” potrebbe proprio significare che si trattava di un’eccezione a una norma che prevedeva la produzione vascolare gestita in forma semiindipendente. Ancora più rari, sono gli addetti all’apicoltura e la caccia.

Sappiamo poi come i palazzi micenei possedessero e gestissero enormi greggi e controllassero direttamente la lavorazione della lana, attraverso lo sfruttamento del lavoro dipendente; forse, come nelle Fiandre del Medievo, i tessuti costituivano un’importante voce tra i beni di esportazione, tanto che per tenerne alta la produzione, visto che la materia prima locale sembra essere stata insufficiente, vi era un’ importazione continua della lana dalla Puglia e dall’Abruzzo della civiltà appenninica, i cui pastori dovevano godere di gran fama in Ellade, dato che siamo quasi certi che molti di loro, non si sa bene se migrati volontariamente o deportati con la forza, svolsero tale lavoro nel Peloponneso e Creta.

Lo stesso approccio, basato sulla centralizzazione del possesso delle materie prime e degli strumenti di produzione, sull’utilizzo della manodopera servile e sul controllo capillare delle attività di trasformazione, era utilizzato per gran parte dei cosiddetti beni primari.

Per le attività ad alta specializzazione, come la tintura e la cardatura dei tessuti o la metallurgia, era invece impegnato lavoro semidipendente; sappiamo che a Pilo, e probabilmente la stessa modalità era diffusa anche nel resto dei palazzi micenei, era previsto un sistema centralizzato di distribuzione della materia prima a gruppi di bronzisti insediati nel territorio. In generale, alcuni settori produttivi rientravano in un regime monopolistico e industriale controllato dal palazzo, e tra questi l’industria dell’olio,alimentare e per usi secondari, come la profumeria, i cui prodotti sembrano essere stati largamente esportati

Un altro fondamentale sistema di approvvigionamento, quello della tassazione, provvedeva alla centralizzazione del surplus dell’economia primaria, in particolare dei cereali e di alcuni beni non prodotti direttamente dal palazzo (lino, pelli, miele, spezie, generi alimentari).

Da una tavoletta di Pilo, dove si legge che un tessitore di reti era beneficiario di una sorta di pagamento, si evince che forse il sistema della redistribuzione dei beni non si basava sul drenaggio capillare di ogni sorta di prodotti, ma coesisteva con un sistema embrionale di mercato, che regolava i rapporti tra le comunità del territorio e forse anche in parte tra palazzo e territorio.

È insomma possibile che fossero attive diverse forme di circolazione dei beni e che principi rigidi di redistribuzione e centralizzazione abbiano regolato esclusivamente attività e transazioni pertinenti all’economia di ricchezza, ossia alla sfera delle produzioni di lusso e prestigio: monopolio della materia prima e controllo del personale specializzato stavano a cuore al palazzo al fine di utilizzare i prodotti di pregio in contesti esclusivi: tra i comportamenti atti a garantire il successo delle élite erano l’ostentazione di suppellettili preziose nelle cerimonie di corte e il consumo di prodotti pregiati come offerte votive, inoltre la distribuzione di doni preziosi in circuiti selettivi di scambio allo scopo di rafforzare alleanze, vincoli e clientele all’interno e di mantenere, all’esterno, relazioni diplomatiche con le corti del Mediterraneo.

L’economia di sussistenza – regolata, in un regime premonetale, da forme di equivalenza tra prodotti e non da principi di valore unificato e astratto – era invece curata a livello meno capillare e allo scopo esclusivo di sostentare le officine specializzate e l’apparato di corte, il che fa pensare il palazzo non sia stato strutturato e adeguato a gestire il surplus agricolo per sostenere il territorio in situazioni di emergenza: questo potrebbe spiegare la debolezza della politica micenea nei momenti di crisi e destrutturazione, legati alle carestie, frutto dei mutamenti climatici e al drenaggio delle risorse per finanziare una politica estera aggressiva.

Che il consenso preoccupasse le élite di palazzo si evince dalla scrupolosa cura con cui venivano registrate nei testi alcune attività nevralgiche per la legittimazione del potere palatino: elenchi di mobili e suppellettili per banchetti di corte, liste di doni e offerte in occasioni di sacrifici e feste religiose sono forse sovrarappresentati rispetto a contenuti riferibili ad altri campi di attività,come quello delle relazioni esterne dei palazzi, la cui assenza nei documenti ha fatto molto discutere.

Nei momenti di crisi agricola ed economica, i palazzi non solo non fornivano beni di sussistenza e consumo ai propri servi e artigiani, ma non riuscivano neppure a mantenere in piedi quest’economia del consenso, basati su grandi cerimonie pubbliche e drammi sacri di natura sciamanica.

E’probabile che il commercio, sottodimensionato nelle citazioni delle tavolette in lineare B, fosse di tipo stagionale e avvenisse in un momento dell’anno diverso da quello in cui furono redatti i documenti che ci sono giunti. E’ anche possibile come questo, a differenza delle attività produttive, non fosse gestito direttamente dai palazzi, ma tramite mediatori, come mercanti ciprioti, levantini, italici o sardi, la cui presenza è abbondantemente testimoniata a Tirinto, o da degli outsiders, dei “fuoricasta”, micenei, proprietari di navi, che si ponevano al di fuori dei meccanismi, fortemente regolamentati, dei palazzi. Fuoricasta che forse gestivano anche i nodi di scambio con le popolazioni indigene nel Mediterraneo Occidentale e le transazioni con i potentati del Mediterraneo Orientale

Paradossalmente, è proprio la ceramica, ha fornire indizi sulla loro esistenza; sembra strano, ma la ceramica dipinta, la miglior traccia dei commerci elladici, ha una distribuzione capillare e non selettiva nella geografia del popolamento miceneo, dalle dispense dei palazzi proviene per lo più, come a Pilo, ceramica acroma, rappresentata soprattutto dalla kylix, la coppa su alto stelo tipica della mensa micenea, al contrario assai rara nel resto del Mediterraneo.

I grandi crateri figurati con scene di animali o sfilate di uomini e carri, destinati all’esportazione, forse non erano, in Grecia, prerogativa delle élite di palazzo, che, per dare espressione ai propri contenuti ideologici, usavano vasellame in lamina metallica o altri prodotti artigianali di
alto livello, come gli affreschi.

Erano invece i gruppi di “outsider”, magari economicamente importanti, ma marginali nella gestione del potere, a esprimersi principalmente attraverso a ceramica figurata, che, aumentando sempre di più alla fine dell’età palaziale e dopo il crollo dei palazzi, ne testimonia il ruolo sempre più importante nella società e ne rappresenta il loro desiderio di emulare, nel loro piccolo, lo splendore della corte del wanax.

Ma dove erano i destinatari di tali flussi commerciali ? Sicuramente nel Vicino Oriente, come confermato dagli abbondanti ritrovamenti di ceramica dalla Troade alla Cilicia. Nell’architettura funeraria assistiamo inoltre alla creazione di varie tholoi, indizio di insediamento stanziale di genti provenienti dalla Grecia, il che ha fatto ipotizzare a diversi studiosi come a Wilusa e negli altri centri periferici dell’area Arzawa, la popolazione fosse bilingue, parlando sia il luvio, sia l’elladico.

In Anatolia la presenza dei Micenei si radica, anche nei centri di Mileto e Iaso, cosa che scatenerà una quantità industriale di guerra e intrighi tra loro, i luvi e gli Ittiti. Il rinvenimento di ceramica micenea riferibile a questo periodo va aumentando in tutta la regione siro-palestinese, equamente divisa tra contesto abitativo e funerario. La quantità di reperti micenei andrà aumentando per tutto il TE-IIIB arrivando anche in regioni interne quali la valle del Giordano, trovando in Ugarit un importante punto di scambio.

Lo stesso avviene a Cipro, dove grazie sia ai mercanti locali, sia agli “outsider” extrapalaziali, comincia un processo di acculturazione micenea: ad esempio le élite urbane cipriote adottarono i modi del banchetto miceneo nelle loro abitudini cerimoniali, legati alle libagioni sacre, tanto da generare un’intensa domanda di vasellame elladico da mensa.

Ciò gioca a favore del cosiddetto consumption model, ipotizzato da van Wijngaarden, il quale delinea un quadro in cui oltre alla circolazione di sostanza pregiate, in loco si producono anche processi di imitazione delle forme più utilizzate quali anforette a staffa ed alabastra. Alcuni studiosi sono così arrivati ad ipotizzare un vivace circuito commerciale, gestito da mercanti levantini in grado di procurarsi in Grecia unguenti micenei per poi ridistribuirli in vasi imitanti gli originali.

Processo che si verifica anche in Egitto, in cui abbondanti quantità di ceramica micenea di produzione continentale si ritrovano anche a Tell el-Amarna, capitale del faraone eretico Amenophis IV, nell’emporio commerciale di Mars Matrum, dove parte dei flussi commerciali era diretto verso le tribù libiche del deserto e a Deir el-Medina, dove i reperti provengono soprattutto da contesti abitativi

La peculiarità di Deir el-Medina si potrebbe spiegare con una diversificazione dei canali di distribuzione così come dei destinatari. Nel primo caso la corte del faraone, nel secondo un insediamento di artigiani; sembra come il commercio tra Ellade ed Egitto, e in generale l’Oriente, sia più diretto alla classe media che alla nobiltà.

Ciò è spiegabile per il discorso fatto in precedenza: i beni di lusso, più che al commercio e alla diplomazia, venivano destinati ad alimentare i processi di costruzione del consenso; per cui il commercio, gestito da intermediari, estranei ai meccanismo del potere, riguardava quella che noi chiameremmo “produzione di massa”.

Don Pietro Pappagallo

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Come molti sanno, la sezione ANPI dell’Esquilino è dedicata a un prete, don Pietro Pappagallo… Ma chi era costui ? Pietro, che ha ispirato il personaggio interpretato da Aldo Fabrizi (Don Pietro) nel film Roma Città Aperta (1945) di Roberto Rossellini, nacque il 28 giugno 1888 a Terlizzi, in provincia di Bari, quinto di otto fratelli in una famiglia di povera gente. Il papà, Michele, era un cordaio, mentre la mamma, Maria Tommasa Guastamacchia, era una casalinga.

Come succedeva spesso in situazioni del genere, Pietro, che aiutava il papà nella sua bottega, nella speranza che le sue prospettive future fossero un poco più rosee, fu spedito in seminario.

Così Pietro frequentò il ginnasio a Giovinazzo, poi il liceo al seminario vescovile di Molfetta e infine gli studi teologici al seminario di Lecce. Fu ordinato prete il 3 aprile 1915 a Molfetta. Nei primi anni del suo ministero non ricevette alcun incarico specifico, anche a causa dell’elevato numero di preti residenti in diocesi, e svolse quindi impegni occasionali come il vicario nella Parrocchia S. Maria in Sovereto.

Collaborò anche con il convitto Vito Fornari di Molfetta, di cui divenne vicerettore (1922-1923), prima di essere chiamato a rivestire l’incarico di vicerettore economo al seminario Pio X di Catanzaro (1924). Il 26 novembre 1925, con il permesso del suo vescovo, si trasferì a Roma per potervi studiare diritto canonico e svolgere qualche attività pastorale più continuativa. Inizialmente, la permanenza avrebbe dovuto essere semestrale, ma gli fu affidato un incarico, in quella che all’epoca era l’estrema periferia romana; doveva fornire assistenza spirituale agli operai della Cisa Viscosa, l’attuale ex Snia, accanto al mio ufficio di via Gattamelata.

Fabbrica, inaugurata il 5 settembre 1923, in cui lavoravano alla produzione del rayon ben 2500 operai, tra cui parecchi miei parenti, tra cui un prozio, che per la sua antipatia per i cuochi della mensa aziendale, si faceva portare il pranzo da case, per poi mangiare nei giardini di villa Lauricella. Abitudine, tra l’altro, che gli salvò le penne nel grande bombardamento del marzo 1944.

Comunque, a sentire i racconti di famiglia, alla Cisa Viscosa le condizioni di lavoro erano pessime: Pietro ne rimase scandalizzato, tanto da scrivere, monsignor Ferdinando Baldelli, all’epoca responsabile di Curia dell’assistenza ecclesiale ai lavoratori, per invitarlo a intervernire a difesa degli operai

“Il lavoro degli operai in azienda è disumanizzante: i tempi vengono protratti all’inverosimile, il licenziamento scatta automaticamente in caso di rifiuto degli straordinari, il processo industriale che prevede l’applicazione di sostanze chimiche è potenzialmente nocivo per la loro salute, la discriminazione retributiva è evidente al raffronto fra gli operai del Sud e i loro colleghi della capitale. Io non trovo giusto tutto questo. Né possono rabbonirmi le ragioni di opportunità politica, che anzi non mi interessano affatto. So soltanto che la fede e il senso di umanità non possono contrappormi ai miei fratelli, al cui servizio sono stato posto. Se lei non è con loro, posso solo dire che rimango sconcertato e nella confusione”

La proprietà però, assai ammanicata con il Fascismo, non solo fece orecchie da mercante, ma riusci a fargli togliere l’incarico. Per dargli un contentino, le alte gerarchie ecclesiastiche dell’epoca gli concessero di restare nella diocesi di Roma in modo stabile ed a settembre viene nominato viceparroco della Basilica patriarcale di San Giovanni in Laterano, con lo specifico compito di amministrare il battesimo in San Giovanni in Fonte, dove due anni e mezzo fa è stato battezzato il mio nipotino Valerio.

Il 19 Novembre 1929, Pietro ottenne un nuovo permesso di permanenza in Roma per lo studio del Diritto Canonico e fu nominato padre spirituale e cappellano delle suore Oblate del Bambino Gesù, residenti nel grande istituto di via Urbana 1, nei pressi di Santa Maria Maggiore; così spostò la sua residenza in quella zona di Roma e si stabilì in via Urbana 2.

Il 14 Novembre 1930 venne definitivamente incardinato nella diocesi di Roma ed il 9 febbraio 1931 venne nominato chierico beneficiato della patriarcale Basilica di Santa Maria Maggiore. Inizia allora a collaborare col cardinale Bonaventura Cerretti, arciprete della Basilica liberiana, il quale gli chiese di portare a termine delicate missioni diplomatiche presso rappresentanti di Stati esteri con cui la Santa Sede stava definendo rapporti concordatari, e di organizzare il flusso dei pellegrini che nel 1933 raggiunsero Roma per l’Anno Santo straordinario della Redenzione indetto da Pio XI.

Con lo scoppio della guerra, Pietro cercò di dare una mano ai tanti immigrati pugliesi che si erano trasferiti a Roma: da Gennaio a Settembre del 1942 tentò di aprire per loor una scuola popolare, progetto abortito per l’opposizione delle autorità fasciste.

Dopo l’8 settembre 1943, anche su sollecitazione di Gioachino Gesmundo, suo compaesano ed ex allievo, militante del Partito comunista, Pietro mise a disposizione la sua abitazione a militari sbandati, nonché a perseguitati per motivi politici o razziali, offrendo ospitalità e documenti falsificati. In questo impegno, trovò appoggio nelle suore di Nostra Signora di Namur, che avevano una casa proprio in via Urbana.

Il 22 gennaio 1944, a seguito dello sbarco alleato, le SS intensificarono l’attività di infiltrazione nella resistenza ed il 29 gennaio 1944, Pietro fu arrestato dai tedeschi, dopo la delazione della spia fascista Gino Crescentini e condotto nelle carceri di Via Tasso. Fu imprigionato nella cella numero 13 in cui c’erano nove reclusi: quattro militari, un avvocato, un dottore in legge, un pittore, un partigiano. Alcuni testimoni hanno riferito che durante il periodo della prigionia, don Pappagallo condivise il proprio pasto con altri detenuti che non avevano ricevuto cibo. Il breviario fu l’unico oggetto personale da lui richiesto ai carcerieri, che glielo concessero solo dopo qualche giorno.

A seguito dell’attentato di via Rasella, Pietro fu selezionato tra le vittime della rappresaglia nazista. Dopo essere trascinato fuori dalla sua cella, fu legato a Joseph Reider, un medico pacifista austriaco che aveva disertato dalla Wehrmacht ed era stato arrestato sotto nome italiano.

Secondo quanto racconta Raider, mentre i condannati erano condotti alle Fosse Ardeatine per essere giustiziati, gli chiesero una benedizione: per caso, Pietro riuscì a liberare la mano destra e ad impartire l’assoluzione. Reider, approfittando dello scioglimento dei legacci, riuscì a gettarsi in un fossato e a sfuggire alla morte, diventando l’unico superstite delle Ardeatine.

Alcuni soldati tedeschi, interpretando l’evento come una sorta di segno divino posero in disparte il Pietro, per salvarlo ma lui, secondo la testimonianza di Reider, rifiutò chiedendo di morire come gli altri.

Al termine del massacro, i soldati del genio tedeschi minarono gli accessi alle gallerie e fecero esplodere le cariche sbarrando le entrate; in questo modo il colonnello Kappler intendeva mantenere l’assoluta segretezza sull’eccidio. Le esplosioni finali furono udite da alcuni religiosi salesiani presenti nelle vicinanze che fungevano da guide alle catacombe; i salesiani avevano osservato durante l’intera giornata il frenetico movimento di automezzi tedeschi nella zona; nella notte il gruppo approfittò, guidato dal seminarista Giuseppe Perrinella, per entrare nelle cave per vedere cosa stesse succedendo e si trovò di fronte ad uno spettacolo orrendo: all’interno delle cave i cadaveri erano rimasti ammassati in gruppi alti oltre un metro e mezzo.

A trenta giorni dall’eccidio, la sera del 24 aprile 1944, un gruppo di partigiani di Bandiera Rossa volle commemorare i compagni uccisi, andò all’ingresso della cava, disarmò gli uomini della Polizia dell’Africa italiana che erano stati posti di guardia allo scopo di impedire azioni commemorative, ed espose un cartello con scritto:

«I partigiani di Bandiera Rossa vi vendicheranno»

I primi di Maggio, Reider, di nuovo prigioniero in via Tasso e condannato alla fucilazione, riuscì a rendere note all’opinione pubblica romana le vicende di quel giorno. Il 26 luglio, dopo ben 4 mesi dal massacro, il prof. Attilio Ascarelli incaricato del recupero delle salme avvia le operazioni e compie una ricognizione su ciascuna di esse.

Ad agosto, dopo 5 mesi, viene esumata per il riconoscimento e la ricognizione anche la salma di don Pietro Pappagallo, la 114. Sarà riconosciuta dai fratelli Giuseppe e Onofrio, e dal cognato Michele Tangari.

Sporo, il liberto che divenne imperatrice

Et in Arcadia Ego

20190310_004440 Ermafrodito dormiente, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo,  Roma

Nel 65 d.C., la seconda moglie di Nerone, Poppea Sabina, che attendeva un bambino, morì improvvisamente per una complicazione della gravidanza. Ci fu anche chi mise in giro la diceria che Nerone, in preda ad un accesso d’ira, avesse sferrato un violento calcio al ventre della donna, causandole un aborto spontaneo e la morte. Non sapremo mai la verità. Nerone sentiva però la mancanza di Sabina e cercò di colmare questo vuoto facendosi portare e tenendo presso di sé una donna che le somigliava. Un giorno, venne a sapere che un giovane liberto di nome Sporo aveva un viso straordinariamente simile a quello della sua defunta moglie. Nerone ordinò subito ai suoi chirurghi di castrare lo sventurato Sporo e gli diede anche il nome di Sabina, arrivando addirittura a sposarlo con un matrimonio in piena regola, con tanto di dote e contratto…

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