Abbazia di Santo Spirito al Morrone

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Uno dei luoghi d’Abruzzo, in cui nelle pietre e nell’aria traspira una profonda e nobile spiritualità è l’Abbazia di Santo Spirito al Morrone, che si trova a solo cinque chilometri dal centro di Sulmona, in una località denominata Badia.

Le sue origini sono legate alla figura di Pietro Angeleri, eremita e fondatore dell’ordine dei Celestini, oltre che futuro pontefice con il nome di Celestino V. Giunto in questi luoghi negli anni trenta del XIII secolo, scelse il monte Morrone per l’ eremitaggio e le sue pendici per riunire il primo cenobio. Nel 1241 fece portare a termine l’ampliamento dell’originaria cappella intitolata a santa Maria del Morrone, promuovendo in seguito la costruzione di una chiesa dedicata allo Spirito Santo. La chiesa fu dotata di un convento dove nel 1293 si ebbe la proclamazione ufficiale dell’edificio come sede dell’abate supremo dell’Ordine dei celestini.

Ordine che, tra le tante cose, è un pezzo di scuola dell’Esquilino: l’undici giugno 1289 la chiesa di Sant’Eusebio fu infatti concessa da Niccolò IV a Pietro da Morrone e ai Celestini, che, tra alti e bassi, la tennero sino al 1810, anno in cui il ramo maschile dell’ordine fu sciolto da Napoleone; cosa che molti non sanno, il ramo femminile, le monache celestine, sono vive e vegete.

Tornando all’Abbazia di Santo Spirito, il suo momento di maggiore gloria è il 1294 quando fra Pietro è eletto Papa e la delegazione composta a Perugia, dove si era svolto il conclave, lo raggiunge nel suo eremo di S. Onofrio e gli consegna ufficialmente il Decreto di nomina, per poi essere ospite nel complesso monastico.

L’Abbazia fu più volte ricostruita nel tempo: il primo intervento fu dovuto nel 1299 a re Carlo II d’Angiò, che la arricchirà di terre e castelli, facendolo divenire uno dei più ragguardevoli del Regno.

Fu ristrutturata poi in seguito ai grandi terremoti del 1456 e del 1706; in particolare abbiamo notevoli testimonianze dei lavori del 1706 e del 1730, data incisa anche sull’orologio della chiesa. Con la legge napoleonica del 1806, che disponeva la soppressione degli Ordini religiosi nel regno di Napoli, l’abbazia viene abbandonata. Fino ad allora l’entrata del monastero superava i 6000 ducati annui e i monaci non erano meno di ottanta.

Dopo il 1807 diventerà prima “Real Collegio dei tre Abruzzi”, poi nel 1818 Ospizio, nel 1840 “Real Casa dei Mendici dei tre Abruzzi” e infine nel 1868 verrà trasformata in Istituto di pena. Nel 1993 ne viene dismesso l’uso carcerario e nel 1998 l’edificio monumentale viene assegnato al Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Attualmente il complesso, che occupa una superficie di 16.600 mq, si presenta come un grandioso complesso monumentale di forma quadrangolare circondato da possenti mura; composto da una monumentale chiesa settecentesca e da un imponente monastero che si articola su cinque cortili interni, tre maggiori e due minori. La struttura generale del progetto fu opera del capo mastro del cantiere Caterino Rainaldi da Pescocostanzo

Il settecentesco portale d’ingresso immette nel Cortile dei Platani, in fondo al quale è la chiesa e dal quale si dipartono gli accessi agli ambienti che in origine costituivano il complesso monastico (dormitorio, refettorio, ecc.).

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La chiesa, probabilmente progettata da Donato Rocco di Pescocostanzo, è caratterizzata dall’ interessante facciata di gusto borrominiano che richiama il San Carlo alle Quattro Fontane di Roma. Al suo fianco, un campanile di quasi 30 m. di altezza, dovuto probabilmente a Matteo Colli, giacché la torre campanaria richiama quella della SS. Annunziata di Sulmona e fatta realizzare nel 1596 dall’abate Generale Donato di Taranto.

L’interno della chiesa, luminoso e semplice, è a croce greca, sovrastato da una cupola: vi sono presenti due altari, a destra dedicato a San Benedetto e a sinistra a San Pietro Celestino, entrambi ornati da bellissimi marmi policromi.

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Nell’abside è posizionato l’imponente coro a due ordini di stalli, in noce e preziosamente intagliati. Tradizionalmente attribuito a Ferdinando Mosca, di recente è stato assegnato a Mastro Leonardo Marchione di Pacentro che nel 1722 stipula un contratto con l’Abate Generale dei Celestini. Al centro dell’abside vi è una bella tela secentesca di scuola napoletana, raffigurante la Discesa dello Spirito Santo. E’ probabile, che, vista le decorazione di Sant’Eusebio all’Esquilino, risalente allo stesso periodo, possa essere opera di uno dei fratelli Solimena

Nella controfacciata della chiesa è posizionata la monumentale cantoria d’organo sostenuta da quattro pilastri, intagliata e scolpita da Giovan Battista Del Frate nel 1681 e dorata da Francesco Caldarella di Santo Stefano di Sessanio. Presenta un parapetto curvilineo con bellissimi bassorilievi che riproducono fogliame e fiori; al centro della balaustra, all’interno di un ovale è visibile lo stemma del Celestini e quello dell’Abate Generale.

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I dipinti che la ornano forniscono interessanti notizie per la ricostruzione delle vicende storiche dell’Abbazia, uno in particolare ne propone una visione d’insieme. La cupola mostra la particolarità di non poggiare sul tamburo ma direttamente su quattro pennacchi. Al suo interno, in otto ovali, troviamo pitture monocrome con le immagini degli Abati che si sono succeduti nel corso dei secoli, in uno dei quali è visibile la figura di Celestino V.

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Nel coro, chiuso dall’imponente altare in marmi policromi, due piccole aperture immettono l’una nella famosa cappella Caldora e l’altra, attraverso una stretta scalinata nella cripta. La prima, dedicata dedicata ad una nobile e potente famiglia abruzzese, custodisce il sarcofago di Restaino Caldora-Cantelmo, scolpito dal tedesco Walter Monich, Gualtiero d’Alemagna.

Gualtiero, nato a Monaco di Baviera, su invito di Gian Galeazzo Visconti, partecipa al cantiere del Duomo di Milano, dove svolge il compito del gruppo di magistri a lapidibus, ossia di coordinatore degli inteventi scultorei, in modo che le opere dei diversi artisti presenti non contrastino troppo tra loro. In particolare, realizza i gargoyle della cattedrale e in collaborazione con Iacopino da Tradate, le statue del Profeta e di Santo Stefano.

Di fronte alla crisi ecomica della fabbrica del Duomo milanese, Gualtiero prese armi e bagagli e lascia la città meneghina, per essere assunto nel cantiere del duomo d’Orvieto, assieme a un suo socio lombardo, tale Giovanni Berti. Intorno al 1412, si trasferì in Abruzzo, dove diffuse il suo stile, che reinterpreta in chiave espressionistica il gotico internazionale.

In particolare, nel sarcofago Caldora, Gualtiero accentua sia la presenza delle decorazioni sulle cornici e sulle colonne, sia fitta serie dei personaggi ad alto rilievo, in una sorta di horror vacui, sorreto da un ritmo serrato di luci e delle ombre.

In perfetta sintonia con i valori simbolici e le peculiarità stilistiche del monumento funebre, sulle pareti della Cappella Caldora si svolge una pagina notevole di pittura, commissionata sempre da Rita Cantelmo. Sopra al monumento è rappresentata la scena del Compianto e di fianco un Santo guerriero. Sulle altre pareti nei dodici riquadri sono rappresentati, partendo dall’alto, i seguenti episodi della vita di Cristo: Annunciazione, Natività, Fuga in Egitto, Strage degli Innocenti, Battesimo di Cristo, Ingresso a Gerusalemme, Preghiera nell’orto degli ulivi, Flagellazione, Salita al Calvario, Crocifissione, Ascensione e Pentecoste. La scena del Compianto costituisce l’elemento di raccordo tra il monumento funebre e i dipinti: Rita Cantelmo piange il figlio morto al pari della Vergine che accoglie tra le braccia il corpo esanime del Cristo.

Benché il ciclo sia attribuito a Giovanni di Sulmona, la questione è assai problematica: Giovanni, nonostante dipinga meglio di quanto gli si attribuisca nei libri di storia dell’arte, nel 1412 è ancora a bottega del suo maestro, il grande Maestro del Trittico di Beffi. Inoltre, le opere di cui abbiamo attribuzione certa, sono su tavola e non affreschi.

L’autore degli affreschi di Caldora è invece già attivo come capobottega nel 1408 a Santa Scolastica a Subiaco, su commissione dei potenti Conti di Celano. E nella cittadina laziale, questo pittore tornerà più volte, dedicandosi alla decorazione del Sacro Speco, questa volta al soldo dei Colonna. Inoltre, la tensione drammatica con cui pervade le sue opere fa pensare, più che a una formazione senese, a una di tipo iberico. Per cui, più che un artista abruzzese, il maestro di Caldora potrebbe essere di origine siculo-napoletana.

La seconda scalinata invece porta all’ampia cripta medioevale,a pianta irregolare con volte a crociera, sostenute da colonne sormontate da originali capitelli decorati con motivi geometrici. In un piccolo ambiente, lungo tutta la parete, corre un sedile in pietra da cui partono sette colonnine che si raccordano al centro di una cupola. In una nicchia è conservato un dipinto degli inizi del XIV secolo raffigurante San Pietro Celestino che dispensa la regola.

Altro luogo che desta stupore per la vastità è il Refettorio a cui si accede per mezzo di uno splendido scalone composto da due gradinate simmetriche in pietra della Maiella, consistente in una sala di 34 m. di lunghezza per 8 m. di larghezza, decorata da pitture murali monocrome realizzate tra il 1717 e il 1719 da Frate Joseph Martinez ed impreziosite da ricche decorazioni in stucco.

Nelle due ampie lunette all’estremità della sala troviamo rappresentate le Nozze di Cana e l’Ultima Cena; negli ovali laterali sono visibili episodi del Vecchio Testamento e storie della vita di San Pietro Celestino, mentre in alto otto medaglioni incorniciano le figure simboliche delle virtù. All’esterno delle cornici in stucco, campeggia la serie di telamoni, che un tempo si integravano con pregevoli arredi lignei.

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