La strage dei Villini

villini

In queste settimane, a Roma si è riaccesa la polemica sulla cosiddetta “strage di villini”, ossia la corsa alla demolizione di queste tipologia di case risalenti al periodo che va dagli anni Dieci agli anni Trenta dello scorso secolo, per sostituirli con con nuovi edifici, a maggiore cubatura.

Corsa che ha mietuto la prima vittima, il defunto villino di via Ticino 3, al Trieste-Salario, al cui posto stanno realizzando un condominio di circa 3200 metri cubi, con sette appartamenti, quindici box auto e otto cantine.

Corsa che ha rischiato di colpire anche l’Esquilino, tra i villini presi di mira vi era quello che sorge nella corte interna di via di Porta Maggiore 38, tra l’altro un vero e proprio miracolo di conservazione, dove oltre all’esterno sono ancora preservati gli interni, con le loro decorazioni, pavimenti e modanatura, per fortuna vincolato dalla Soprintendenza, e che ha come ultimo casus belli le vicende di Villa Paolina.

I villini, per chi non conoscesse le vicende urbanistiche di Roma, sono il risultato del Piano Regolatore voluto dal 1909 dal sindaco Ernesto Nathan, quello di “Non c’è trippa per gatti”, sostenuto da una coalizione progressista costituita da radicali, repubblicani e socialisti.

Piano Regolatore, disegnato da Edmondo Sanjust di Teulada, sotto molto aspetti all’avanguardia: prevedeva ad esempio una strada di circonvallazione larga 60 metri e lunga circa 25 km che oggi corrisponde pressappoco al tracciato della Tangenziale Est, di Viale del Foro Italico (anche nota a noi romani come L’Olimpica) e della Circonvallazione Gianicolense e l’alternanza tra zone ad alta densità, parchi e zone poco abitate.

In tale Piano Regolatore erano previste tre diverse tipologie di edilizia privata: fabbricati, villini e ville signorili. In particolare, il regolamento attuativo, ispirato dalle realizzazioni romane del grande Ernesto Basile e da quanto costruito dalle cooperative edilizie promosse da Luzzatti all’Esquilino, prevedeva come i villini avessero un’altezza di 2 piani oltre il pianterreno e fossero dotati su ogni lato di spazi a verde con un distacco dalla viabilità di accesso.

Purtroppo, tale soluzione abitativa ebbe vita breve: nel 1920, con il pretesto della crisi edilizia – motivazione tanto ricorrente quanto fuorviante nella storia dei cicli edilizi –, si consentì, con un Regio Decreto, la possibilità di sostituire i villini con le palazzine (quattro piani oltre l’attico e riduzione delle aree a verde) decisamente più redditizie per i costruttori.

Così i palazzinari romani dell’epoca, anticipando i nostri contemporanei, si dedicarono con sommo impegno allo sfuttare tale possibilità: vittima predestinata del loro furore speculativo fu Monte Sacro, quartiere realizzato a partire dal 1920 su progetto di Gustavo Giovannoni il cui impianto planimetrico richiama manifestamente le città giardino inglesi. Gli iniziali 500 villini per circa 3.000 alloggi nel corso degli anni furono sostituiti nella quasi totalità dalle palazzine e l’incremento di volumetria ha portato al raddoppio delle unità abitative.

Questo riguarda un passato morto e sepolto, si potrebbe pensare… Per cui, cosa diavolo ha causato il ritorno di fiamma del piccone demolitore ? Come sempre accade nell’Urbe, un folle e complesso, per citare Gadda, gnommero legislativa.

Il tutto a origine dal governo Berlusconi, che, nel 2009, nel “Piano Casa”, permise di abbattere edifici per ampliare le cubature per realizzare, secondo i proclami 100.000 alloggi in 5 anni, sempre per la ricorrente scusa di combattere la crisi. Il piano avrebbe dovuto essere realizzato dalle Regioni, e nell’agosto dello stesso anno il Lazio (governato all’epoca dal centrosinistra con Esterino Montino, che sostituiva ad interim Marazzo, il quale si era autosospeso) varò la sua legge, intitolata “Misure straordinarie per il settore edilizio ed interventi per l’edilizia residenziale sociale”.

La legge esclude interventi su edifici abusivi (non sanati), su quelli in aree sottoposte a vincolo di inedificabilità assoluta, o in aree naturali protette (con alcune deroghe) e sugli edifici nelle zone del demanio marittimo. Sono vietati anche interventi “su edifici situati nelle zone individuate come insediamenti urbani storici dal piano territoriale paesaggistico regionale (PTPR)”. La legge fu poi integrata e modificata nell’estate 2011 dalla giunta di centrodestra guidata da Renata Polverini, che rese molto più laschi i vincoli.

Zingaretti cercò prima di ridimensionare i contenuti più eclatanti del Piano Casa, poi scaduto nel 2017, ha approvato la cosiddetta “legge per la rigenerazione urbana”, che pur in continuità con questo, cercava di attenuarne gli effetti.

Il problema però i villini da demolire a Roma non sono stati inseriti nel PTPR. Né dalla giunta dell’epoca, quella di Gianni Alemanno (centrodestra), né successivamente dalla giunta di Ignazio Marino (centrosinistra) e neppure da quella di Virginia Raggi (M5s). Mentre il piano regolatore del 2008 individuava le aree dove oggi si demolisce come “città storica” o “storicizzata”. Per cui, se le costruzioni non solo vincolate, sono facilmente vittima della speculazione.

Ora, io non sono contrario a priori alla rigenerazione urbana: ritengo che si debba valutare caso per caso, in funzione delle condizioni dell’edificio esistente, della sua qualità artistica, del suo significato storico e dell’estetica dell’edificio che lo sostiturà e del suo rapporto con il tessuto urbano preesistente.

Però, spaventano le posizioni di chi la sostiene acriticamente, senza se e senza ma: quando leggo gli articoli di Roma fa schifo, che sposano in pieno le richieste dei palazzinari romani, non possono che tornarmi in mente le parole con cui Salvo Lima giustificò il Sacco di Palermo, in cui la città liberty fu rasa al suolo per favorire la speculazione edilizia.

“Palermo è bella, facciamola più bella“.

Così fu distrutto un pezzo di storia, per avere in cambio anonimi casermoni e riempire le tasche della politica e del malaffare

Un pensiero su “La strage dei Villini

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