Roma non è Milano

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Sempre più spesso, nelle ultime settimane, sulla pagina Facebook di Roma fa schifo, appare un elogio dei progetti urbanistici che stanno cambiando il volto di Milano, evidenziando come al contempo noi siamo provinciali, burini e passatisti, perché non riempiamo il nostro panorama di grattacieli.

Ora, senza pensare male, di certo una ripresa in grande stile delle costruzioni a Roma non dispiacerebbe a uno degli editori di tale blog, il problema è che, nella loro comunicazione populista, Tonelli e collaboratori evitano di spiegare i motivi che hanno portato alla diversa evoluzione urbanistica delle due città.

Motivi che sono certo dovuto alla miopia politica romana e al malaffare, ma che, come molte cose, hanno importanti radici storiche.

Roma e Milano, partono, ai tempi dell’Unità d’Italia, da condizioni analoghe; entrambe sono, per gli standard di oggi, poco più che cittadine. Nella Roma pontificia vi erano circa 190.000 abitanti, mentre a Milano, nel 1861 vi vivevano 169.100 abitanti. Entrambe le città erano separate dalla campagna dalle proprie mura, perduta la funzione difensiva, serviva come confine daziario e come pubblico passeggio.

Roma, rispetto alla città lombarda, molto più raccolta, aveva un modello di popolamento diffuso, caratterizzato da una serie di insediamenti separati tra loro da grandi spazi verdi. Spazi verdi che invece circondavano Milano: fuori dalle sue mura, vi era una campagna con sparsi chiese e cimiteri – i “Corpi Santi” – cascine e poche altre costruzioni, che erano parte di un loro comune autonomo. A nord, fuori porta Orientale ora Venezia, sorgeva il grande quadrato quattrocentesco del Lazzaretto e, lungo le principali arterie di collegamento con le altre città lombarde, i “borghi”. Le fortificazioni stellari attorno al Castello Sforzesco erano state demolite, all’inizio dell’Ottocento, in periodo napoleonico, creando una apertura verso nord-ovest, non a caso orientata verso la strada per la Francia. In questo spazio furono realizzate la piazza d’Armi, trasformata in seguito nel parco Sempione, e l’Arena, dedicata agli spettacoli e ai pubblici intrattenimenti.

Se la crescita demografica di Roma prima si concentrò sulle aree verdi interne, portando ad esempio alla distruzione di Villa Ludovisi e delle ville dell’Esquilino, per poi proseguire nel suburbio, quella di Milano si orientò sin da subito verso la campagna: nel 1873 i Corpi Santi furono aggregati a Milano. Nel 1918 fu il turno del comune di Turro, seguito nel 1923 da Affori, Baggio, Chiaravalle, Crescenzago, Gorla, Greco, Lambrate, Niguarda, Musocco, Trenno e Vigentino.

Parallela a questa espansione, fu elaborata una serie di piani regolatori, molto più arretrati, come concezione rispetto a quelli di altre città italiane, come Torino, Palermo e la stessa Roma.

Perché se uno sviluppo radiale e privo di decentramento, di concezione napoleonica, poteva essere ragionevole per una Milano di 425.000 abitanti (1891), con un aumento stimato fino a 525.000 nell’arco di 25 anni, non lo era di certo più per una città la cui popolazione era cresciuta in soli venti anni fino a 600.000 abitanti, che nel 1934 si avvicinava a 1 milione di abitanti e nel 1951 a 1,3 milioni.

Per ovviare ai problemi connessi a tale impostazione, nel 1945, a seguito del blocco del piano regolatore del 1934 da parte della giunta di solidarietà democratica (sindaco il socialista Antonio Greppi), fu bandito un concorso di idee per il nuovo piano regolatore in cui diversi progetti e su tutti il Piano AR (Architetti Riuniti che riuniva gli architetti di avanguardia milanesi: Franco Albini, Lodovico Belgiojoso, Piero Bottoni, Ezio Cerutti, Ignazio Gardella, Gabriele Mucchi, Giancarlo Palanti, Enrico Peresutti, Mario Pucci, Aldo Putelli, Ernesto Rogers) proposero modelli di sviluppo alternativo.

In particolare, Nel piano AR la rottura del modello radiocentrico era ottenuta con il contenimento della popolazione residente a 850.000 abitanti, con il decentramento progressivo da Milano di un terzo dei posti di lavoro nell’industria, con uno sviluppo in quartieri dislocati all’esterno. Tale decentramento era sostenuto oltre che da un sistema di ferrovie e metropolitane, da due grandi assi attrezzati (autostrade urbane). All’incrocio dei due assi, a lato di corso Sempione, erano situati il nuovo Centro direzionale e la nuova Fiera, mentre gran parte del settore ovest era destinato a un grande parco urbano, costellato di attrezzature per lo sport e per spettacoli.

Tutto bello e interessante, ma che si scontrava con due immensi problemi: il primo, gli effetti dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Milano, a differenza di Roma, fu una città martire: per fare un esempio, ad agosto nel 1943, erano stati danneggiati il 50% degli edifici della città, i senza tetto erano oltre 250.000 e gli sfollati 300.000.

Così, più di un terzo delle costruzioni milanesi edificate andò distrutto dai bombardamenti, dagli incendi che ne divamparono, o dalle demolizioni, necessarie o avventate, intraprese con la ricostruzione. Ciò portò allo sviluppo di un’edilizia, nelle zone centrali e semicentrali di Milano, di tipo “emergenziale”, allo scopo di dare un tetto a chi lo aveva perso.

In più, nessuno aveva messo mano al regolamento edilizio nel 1921, che permetteva, anche in aree che noi definiremmo tutelate, la demolizione e ricostruzione con cubatura aumentata del 50%, insomma un qualcosa di molto simile a quello che rischia di verificarsi a Roma con i villini storici; la speculazione approfittò in pieno di tale possibilità, cosicché avvenne un aumento esponenziale della densità edilizia sia nel centro storico, sia nell’area compresa tra la prima e seconda circonvallazione, rendendo così Milano, a differenza di Roma, una delle città a minor verde pro capite d’Europa.

Negli anni Settanta e Ottanta, i nodi legati a questa edilizia improvvisata e di bassa qualità, cominciarono a venire al pettine: molti dei loro proprietari si trasferirino fuori città e fu così facile, per gli investitori, comprarle, investire nella loro ristrutturazione o ricostruzione e rivenderle a prezzo maggiorato, facendo partire quell’esplosione di prezzi che da trent’anni caratterizza Milano.

Esplosione che da una parte ha provocato una gentrificazione diffusa della città: di fatto, gli abitanti a basso reddito si sono progressivamente trasferiti nell’hinterland, su cui sono stati scaricati i costi sociali di tale trasformazione.

Dall’altra ha reso appetibile, ai grandi gruppi immobiliari internazionali, investire a Milano: cosa favorita, a differenza di Roma, che ha sempre avuto, rispetto alla città meneghino, un tessuto produttivo di minore entità, incentrato sul terziario e sull’hi-tech, fenomeno della deindustrializzazione, che fece emergere con evidenza il nodo del recupero delle fabbriche dismesse, più o meno sette milioni di metri quadrati.

Recupero spesso architetti stranieri, archistar, che soli si ritiene siano in grado di garantire quell’appeal superficiale che assicura la funzione pubblicitaria troppo spesso ormai assegnata all’architettura, capace di garantire la vendibilità al alto prezzo delle cubature, che ha portato a interventi tanto spettacolari, quanto alieni dal contesto e dalla realtà locale.

Per quanto ami Libeskind e Zaha Hadid, i loro grattacieli potrebbero stare, senza alcuna variazione, sia a Milano, sia a Pechino o Rio de Janeiro: il che rende la loro bellezza in un certo modo aliena e anonima.

Insomma, il modello Milano, non è universale, ma frutto di specifiche e locali contigenze storiche, ben diverse da quelle vissute e subite da Roma. Replicarlo nell’Urbe, a meno che non si voglia fare un favore a qualche grande immobiliarista, è alquanto sciocco e privo di senso.

La vera sfida di Roma, per cui la classe dirigente locale da anni si sta mostrando drammaticamente inadeguata, è trovare il suo specifico modello di sviluppo urbanistico, capace di proiettarla verso il futuro. Modello che non deve certo essere basato sui cordoli o sulle piste ciclabili progettate a capocchiam, ma una visione partecipata e condivisa, che metta la tecnologie della smart city al servizio dell’Uomo e del Bene Comune.

2 pensieri su “Roma non è Milano

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