Il sogno di Eugène Viollet-le-Duc

parigi

Intorno al 1830, la cattedrale di Notre Dame era ridotta assai male: il tempo e la follia umana, dalle manie di modernizzazione di Re Sole all’estremismo dei rivoluzionari, le aveva procurato ferite, difficilmente sanabili.

Ad esempio nell’ottobre del 1793, il governo rivoluzionario aveva ordinato di distruggere tutte le statue che la decoravano e a dicembre il filosofo Henri de Saint-Simon, aveva espresso l’intenzione di acquistare la cattedrale, per poi demolirla.

Dopo le sommosse anti-legittimiste del 29 luglio 1830 e del 14 febbraio 1831, l’equivalente parigino dell’epoca della nostra Roma fa Schifo, che ovviamente non era un blog, ma una sorta di penny dreadful, un foglio a basso costo, scritto su carta di pessima qualità, finanziato dai principali costruttori edili dell’epoca, propugnava l’abbattimento di Notre Dame, definendola

“Un vecchio rudere, residuato di tempi assai oscuri, che occupa uno spazio che potrebbe essere utilizzato in maniera più proficua, per costruire nobili ed eleganti palazzi, per francesi di ingegnosi e ben dotati di beni”

Per reagire a tale campagna, chiamiamola cosi, stampa, e sensibilizzare l’opinione pubblica al restauro della cattedrale, Victor Hugo scrisse e pubblicò il suo romanzo Notre-Dame de Paris; il successo fu tale, che il parigino medio ritornò a guardare con orgoglio la sua cattedrale.

In seguito all’approvazione del ministro degli Affari religiosi, al quale, il 31 maggio 1842 era stata presentata una petizione firmata da vari personaggi illustri, tra i quali Victor Hugo, Alfred de Vigny e Jean-Auguste-Dominique Ingres, vennero scelti gli architetti Jean-Baptiste-Antoine Lassus e Eugène Viollet-le-Duc. Quest’ultimo, sotto certi aspetti, è il costruttore dell’immaginario che il senso comune associa al Medioevo.

Eugène, personaggio da romanzo, uomo dalla cultura enciclopedica, formidabile disegnatore, archeologo, scrittore di talento, acquarellista, sognatore, ridisegnò a sua immagine il Passato; nel tentativo di recuperare le radici profonde del popolo francese, demolì, riparò e spesso ricostruì di sana pianta, dando fondo al suo estro, al suo buon gusto e alla sua fantasia, cose di cui certo non era carente.

Come è ben scritto nel sito il Festival del Medioevo

Nell’età romantica, la riflessione sul restauro si spaccò intorno a due opposte teorie rappresentate da Ruskin e Viollet-le-Duc.

Per Ruskin l’edificio somiglia a un organismo vivente: nasce, cambia, muore. E il tempo può solo aumentarne il fascino. In un edificio, la storia quindi conta più dell’estetica. Restaurare, allora, è un atto immorale. Anzi, sostituire l’originale con una copia “è la peggiore delle distruzioni”. Cosa fare quindi di fronte a un monumento in rovina? La ricetta, al posto del restauro, come scriveva William Morris è soltanto “la tutela (…) per evitare il degrado attraverso cure giornaliere”.

La tesi di Viollet-le-Duc era opposta: il restauratore deve mettersi nei panni dell’architetto originario, penetrare nella sua mentalità. E attraverso uno studio rigoroso delle fonti, ricostruire il momento storico nel quale l’opera venne pensata.

Nel “Dictionnaire raisonnè d’architecture” scrisse: “Restaurare un edificio non è affatto mantenerlo, ripararlo o rifarlo, è il ristabilirlo in uno stato completo che può non essere mai esistito in nessun momento”. Il suo era un restauro “di ripristino”: l’obiettivo era quello di riportare il bene culturale alla sua condizione iniziale, quella che ne aveva caratterizzato la nascita.

Così venivano cancellati tutti gli interventi posteriori e i loro segni, per ridare all’edificio una sua “unità stilistica”. È quindi lecito integrare e colmare le lacune dovute al degrado dell’opera, recuperando le parti mancanti o aggiungendone altre da opere dello stesso periodo

Avendo tale forma mentis, dinanzi al restauro di Notre Dame, Eugène diede il meglio di sé. Come Gaudì nella Sagrada Familia, fu travolto da una sorta di furor e di dedizione assoluta al proprio lavoro: considerava forse quest’opera come quella della sua vita, seguendola in ogni minimo passaggio.

Fece eliminare l’intonaco delle pareti e il rivestimento marmoreo degli archi nell’area dell’abside e ricostruire le vetrate colorate distrutte nel Settecento; esternamente, i contrafforti e gli archi rampanti vennero restaurati e rinforzati e, quelli che non li avevano più, completati con pinnacoli.

Fu spostata di cinque gradi la parte centrale dell’intelaiatura del rosone del transetto sud per farle assumere un orientamento cruciforme e ripristinata la decorazione statuaria distrutta dai rivoluzionari. Il restauro di Notre Dame in stile gotico fu così capillare e presentò così tanti cambiamenti rispetto alla chiesa medievale che perfino Napoleone III, ad un certo punto, si allarmò. Nel maggio 1856, l’imperatore confidò, con aplomb regale, le sue paure a Prosper Mérimée:

”Sembra che Viollet-le-Duc, distruggerà Notre Dame…”.

Era, più o meno, quello che temeva la maggioranza dei parigini. Soprattutto quando si cominciò a parlare di una guglia che prima non c’era. Una freccia di ghisa alta 45 metri e pesante 750 tonnellate, innalzata verso il cielo, proprio all’incrocio tra la navata principale e il transetto. Oltretutto lontanissima dai modelli del XIII secolo: per la sua realizzazione Eugène si ispirò alla “flèche” ottocentesca della cattedrale di Orléans. Per costruirla, a quanto pare, l’architetto impiegò una squadra di operai sardi, che avevano collaborato, negli anni precedenti, al restauro delle chiese gotiche di Barcellona.

E per testimoniare il suo orgoglio nel realizzare tale guglia, Eugène si fece ritrarre nella statua di Tommaso, l’unica che non guarda il panorama parigino, ma che osserva con orgoglio la flèche, ciò che ritiene il suo capolavoro.

Infine, Eugene riempì il tetto della cattedrale di “chimere” e “gargouilles”, che in origine non esistevano. Sempre citando il Festival del Medioevo

Lo storico americano Michael Camille nel saggio “Les Gargouilles de Notre Dame – De Quasimodo à Dracula” dà una lettura particolare degli intendimenti dell’architetto parigino: Viollet-Le-Duc, colpito dalla rivolta popolare del 1848, dissimulava in quelle figure le sue ossessioni borghesi.

Ecco che allora la figura del “Roditore, il mostro canino che azzanna la sua preda” ricorda l’operaio che addenta il suo misero panino nelle pause del cantiere, insieme alla disperazione delle migliaia di persone giunte a Parigi dalla provincia, in cerca di un lavoro. E il “Cerbero a tre teste” è la paura del futuro di una classe sociale privilegiata davanti all’avanzata dei movimenti popolari e delle nuove idee che scuotono l’Europa.

E lo la Stryge, spirito maligno che vive solo di notte, aggiungo io, è forse immagine distorta di quanto Marx scriveva nel suo Manifesto

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi.

Per cui hanno ragione coloro che definiscono un falso storico, di poco valore ? No, perché una cattedrale non è un fossile, ma un organismo vivo, in cui si susseguono, spesso contrapponendosi, diverse convinzioni e visioni del mondo.

Alla fine, Eugène, ha imposto la sua, realizzando uno splendido monumento al suo orgoglio, un capolavoro del neogotico, che ci ha sedotto, colonizzando i nostri sogni.

In fondo il Medioevo che vive nel nostro immaginario, che fa capolino in tutti i film e romanzi in cui ci imbattiamo, è quello da lui ricreato. E come sempre accade, lo Storie sono più forti e resistenti della pietra…

2 pensieri su “Il sogno di Eugène Viollet-le-Duc

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