Il commercio miceneo nel Mediterraneo (Parte III)

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Con lo sviluppo del modello palaziale nell’Ellade e l’integrazione nel tessuto politico culturale delle élites cretesi e delle altre isole dell’Egeo, avviene un’ulteriore espansione del commercio miceneo in Oriente e Occidente.

Il problema è che poco sappiamo del modello economico che lo sosteneva: è probabile, dato il termine douloi, schiavi, usato per definire i lavoratori dipendenti, che questi fossero soggetti a una sorta di status servile, occupando il gradino più basso della società, mentre specializzati e forse pastori.

Tra i “mestieri” documentati nei testi micenei, vi sono artigiani dediti alla produzione di armi, alcuni probabilmenti immigrati provenienti dall’Italia e dalla Sardegna, di carri e parti dell’armamento difensivo, bronzisti, produttori di olio e unguenti profumati, personale dedito alla lavorazione tessile, tintori e lavoratori della pelle, orefici e artigiani della pasta vitrea, artigiani del legno e carpentieri; di rado, cosa assai strana, vista la diffusione dei vasi elladici nel Mediterraneo, compaiono i ceramisti. Un’isolata citazione di un vasaio “del wanax” potrebbe proprio significare che si trattava di un’eccezione a una norma che prevedeva la produzione vascolare gestita in forma semiindipendente. Ancora più rari, sono gli addetti all’apicoltura e la caccia.

Sappiamo poi come i palazzi micenei possedessero e gestissero enormi greggi e controllassero direttamente la lavorazione della lana, attraverso lo sfruttamento del lavoro dipendente; forse, come nelle Fiandre del Medievo, i tessuti costituivano un’importante voce tra i beni di esportazione, tanto che per tenerne alta la produzione, visto che la materia prima locale sembra essere stata insufficiente, vi era un’ importazione continua della lana dalla Puglia e dall’Abruzzo della civiltà appenninica, i cui pastori dovevano godere di gran fama in Ellade, dato che siamo quasi certi che molti di loro, non si sa bene se migrati volontariamente o deportati con la forza, svolsero tale lavoro nel Peloponneso e Creta.

Lo stesso approccio, basato sulla centralizzazione del possesso delle materie prime e degli strumenti di produzione, sull’utilizzo della manodopera servile e sul controllo capillare delle attività di trasformazione, era utilizzato per gran parte dei cosiddetti beni primari.

Per le attività ad alta specializzazione, come la tintura e la cardatura dei tessuti o la metallurgia, era invece impegnato lavoro semidipendente; sappiamo che a Pilo, e probabilmente la stessa modalità era diffusa anche nel resto dei palazzi micenei, era previsto un sistema centralizzato di distribuzione della materia prima a gruppi di bronzisti insediati nel territorio. In generale, alcuni settori produttivi rientravano in un regime monopolistico e industriale controllato dal palazzo, e tra questi l’industria dell’olio,alimentare e per usi secondari, come la profumeria, i cui prodotti sembrano essere stati largamente esportati

Un altro fondamentale sistema di approvvigionamento, quello della tassazione, provvedeva alla centralizzazione del surplus dell’economia primaria, in particolare dei cereali e di alcuni beni non prodotti direttamente dal palazzo (lino, pelli, miele, spezie, generi alimentari).

Da una tavoletta di Pilo, dove si legge che un tessitore di reti era beneficiario di una sorta di pagamento, si evince che forse il sistema della redistribuzione dei beni non si basava sul drenaggio capillare di ogni sorta di prodotti, ma coesisteva con un sistema embrionale di mercato, che regolava i rapporti tra le comunità del territorio e forse anche in parte tra palazzo e territorio.

È insomma possibile che fossero attive diverse forme di circolazione dei beni e che principi rigidi di redistribuzione e centralizzazione abbiano regolato esclusivamente attività e transazioni pertinenti all’economia di ricchezza, ossia alla sfera delle produzioni di lusso e prestigio: monopolio della materia prima e controllo del personale specializzato stavano a cuore al palazzo al fine di utilizzare i prodotti di pregio in contesti esclusivi: tra i comportamenti atti a garantire il successo delle élite erano l’ostentazione di suppellettili preziose nelle cerimonie di corte e il consumo di prodotti pregiati come offerte votive, inoltre la distribuzione di doni preziosi in circuiti selettivi di scambio allo scopo di rafforzare alleanze, vincoli e clientele all’interno e di mantenere, all’esterno, relazioni diplomatiche con le corti del Mediterraneo.

L’economia di sussistenza – regolata, in un regime premonetale, da forme di equivalenza tra prodotti e non da principi di valore unificato e astratto – era invece curata a livello meno capillare e allo scopo esclusivo di sostentare le officine specializzate e l’apparato di corte, il che fa pensare il palazzo non sia stato strutturato e adeguato a gestire il surplus agricolo per sostenere il territorio in situazioni di emergenza: questo potrebbe spiegare la debolezza della politica micenea nei momenti di crisi e destrutturazione, legati alle carestie, frutto dei mutamenti climatici e al drenaggio delle risorse per finanziare una politica estera aggressiva.

Che il consenso preoccupasse le élite di palazzo si evince dalla scrupolosa cura con cui venivano registrate nei testi alcune attività nevralgiche per la legittimazione del potere palatino: elenchi di mobili e suppellettili per banchetti di corte, liste di doni e offerte in occasioni di sacrifici e feste religiose sono forse sovrarappresentati rispetto a contenuti riferibili ad altri campi di attività,come quello delle relazioni esterne dei palazzi, la cui assenza nei documenti ha fatto molto discutere.

Nei momenti di crisi agricola ed economica, i palazzi non solo non fornivano beni di sussistenza e consumo ai propri servi e artigiani, ma non riuscivano neppure a mantenere in piedi quest’economia del consenso, basati su grandi cerimonie pubbliche e drammi sacri di natura sciamanica.

E’probabile che il commercio, sottodimensionato nelle citazioni delle tavolette in lineare B, fosse di tipo stagionale e avvenisse in un momento dell’anno diverso da quello in cui furono redatti i documenti che ci sono giunti. E’ anche possibile come questo, a differenza delle attività produttive, non fosse gestito direttamente dai palazzi, ma tramite mediatori, come mercanti ciprioti, levantini, italici o sardi, la cui presenza è abbondantemente testimoniata a Tirinto, o da degli outsiders, dei “fuoricasta”, micenei, proprietari di navi, che si ponevano al di fuori dei meccanismi, fortemente regolamentati, dei palazzi. Fuoricasta che forse gestivano anche i nodi di scambio con le popolazioni indigene nel Mediterraneo Occidentale e le transazioni con i potentati del Mediterraneo Orientale

Paradossalmente, è proprio la ceramica, ha fornire indizi sulla loro esistenza; sembra strano, ma la ceramica dipinta, la miglior traccia dei commerci elladici, ha una distribuzione capillare e non selettiva nella geografia del popolamento miceneo, dalle dispense dei palazzi proviene per lo più, come a Pilo, ceramica acroma, rappresentata soprattutto dalla kylix, la coppa su alto stelo tipica della mensa micenea, al contrario assai rara nel resto del Mediterraneo.

I grandi crateri figurati con scene di animali o sfilate di uomini e carri, destinati all’esportazione, forse non erano, in Grecia, prerogativa delle élite di palazzo, che, per dare espressione ai propri contenuti ideologici, usavano vasellame in lamina metallica o altri prodotti artigianali di
alto livello, come gli affreschi.

Erano invece i gruppi di “outsider”, magari economicamente importanti, ma marginali nella gestione del potere, a esprimersi principalmente attraverso a ceramica figurata, che, aumentando sempre di più alla fine dell’età palaziale e dopo il crollo dei palazzi, ne testimonia il ruolo sempre più importante nella società e ne rappresenta il loro desiderio di emulare, nel loro piccolo, lo splendore della corte del wanax.

Ma dove erano i destinatari di tali flussi commerciali ? Sicuramente nel Vicino Oriente, come confermato dagli abbondanti ritrovamenti di ceramica dalla Troade alla Cilicia. Nell’architettura funeraria assistiamo inoltre alla creazione di varie tholoi, indizio di insediamento stanziale di genti provenienti dalla Grecia, il che ha fatto ipotizzare a diversi studiosi come a Wilusa e negli altri centri periferici dell’area Arzawa, la popolazione fosse bilingue, parlando sia il luvio, sia l’elladico.

In Anatolia la presenza dei Micenei si radica, anche nei centri di Mileto e Iaso, cosa che scatenerà una quantità industriale di guerra e intrighi tra loro, i luvi e gli Ittiti. Il rinvenimento di ceramica micenea riferibile a questo periodo va aumentando in tutta la regione siro-palestinese, equamente divisa tra contesto abitativo e funerario. La quantità di reperti micenei andrà aumentando per tutto il TE-IIIB arrivando anche in regioni interne quali la valle del Giordano, trovando in Ugarit un importante punto di scambio.

Lo stesso avviene a Cipro, dove grazie sia ai mercanti locali, sia agli “outsider” extrapalaziali, comincia un processo di acculturazione micenea: ad esempio le élite urbane cipriote adottarono i modi del banchetto miceneo nelle loro abitudini cerimoniali, legati alle libagioni sacre, tanto da generare un’intensa domanda di vasellame elladico da mensa.

Ciò gioca a favore del cosiddetto consumption model, ipotizzato da van Wijngaarden, il quale delinea un quadro in cui oltre alla circolazione di sostanza pregiate, in loco si producono anche processi di imitazione delle forme più utilizzate quali anforette a staffa ed alabastra. Alcuni studiosi sono così arrivati ad ipotizzare un vivace circuito commerciale, gestito da mercanti levantini in grado di procurarsi in Grecia unguenti micenei per poi ridistribuirli in vasi imitanti gli originali.

Processo che si verifica anche in Egitto, in cui abbondanti quantità di ceramica micenea di produzione continentale si ritrovano anche a Tell el-Amarna, capitale del faraone eretico Amenophis IV, nell’emporio commerciale di Mars Matrum, dove parte dei flussi commerciali era diretto verso le tribù libiche del deserto e a Deir el-Medina, dove i reperti provengono soprattutto da contesti abitativi

La peculiarità di Deir el-Medina si potrebbe spiegare con una diversificazione dei canali di distribuzione così come dei destinatari. Nel primo caso la corte del faraone, nel secondo un insediamento di artigiani; sembra come il commercio tra Ellade ed Egitto, e in generale l’Oriente, sia più diretto alla classe media che alla nobiltà.

Ciò è spiegabile per il discorso fatto in precedenza: i beni di lusso, più che al commercio e alla diplomazia, venivano destinati ad alimentare i processi di costruzione del consenso; per cui il commercio, gestito da intermediari, estranei ai meccanismo del potere, riguardava quella che noi chiameremmo “produzione di massa”.

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