La cripta delle Repentite

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Passeggiando per via Maqueda, a Palermo, lo sguardo può incrociare una traversa dallo strano nome, via Divisi, che il panormita doc, chiama amichevolmente via dei biciclettai, vista la presenza di numerose botteghe di riparatori e venditori di questo ecologico mezzo di trasporto.

Il nome Divisi, non presuppone nessuna faida o tragedia, ma deriva dai tempi di Balarm, come storpiatura della parola dayyasin, coloro che intrecciano il giunco, la cui attività doveva essere assai diffusa in quella contrada; dall’arabo dis, tra l’altro, deriva anche il termine dialettale per definire il giunco, ddisa.

Al numero 81 di tale strada, dove adesso vi è una delle tante sedi dell’università, vi è uno dei luoghi più affascinanti della città, la cui storia, come avviene da queste parti, è molto antica e complessa: comincia infatti nel 1512, anno in cui un nobile palermitano, che aveva deciso di intraprendere la carriera ecclesiastica, Vincenzo Sottile, decise di erigere una chiesa nello stesso luogo dove sorgeva il palazzo della sua famiglia, dedicandola a Santa Maria della Grazia.

Così racconta il tutto l’erudito locale Gaspare Palermo, nomen omen, nella sua opera Guida Illustrativa delle magnificenze di Palermo, pubblicata, mi pare, nel 1812

“il Chierico Vincenzo Sottile, nobile palermitano, fondò nel 1512 una chiesa o una cappella nello stesso luogo, ove trovasi questo Monistero, ed ove era la casa della detta famiglia, dedicandola a S. Maria della Grazia, ed avendola dotata di sufficiente entrata, ne fu egli eletto Primo Beneficiale e Cappellano a 1 Marzo 1512. Avendo, poi, il detto Chierico Sottile rinunziato il beneficio, fu conferito alSacerdote D. Giambatista Pagano a 9 Ottobre 1514.

Elisabetta Cangialosi fondò una Messa la settimana da celebrarsi nella chiesa, ossia cappella suddetta. Sopra la porta della chiesa, che fu anticamente quella del palazzo della famiglia Sottile, la quale mostrava notabile antichità, si vedea un’aquila bene intagliata in pietra, che era l’impresa della detta famiglia, ma fu levata nel 1698 nella rinnovazione della chiesa”.

Chiesa, quella di Santa Maria della Grazia, di cui sono ancora visibili a facciata con il portale e le finestre in stile gotico, alcune colonne originarie e sul soffitto di un’aula, perché oggi è sede universitaria, le ricche decorazioni pittoriche della navata originaria.

Nel 1524 suor Francesca Leonfante dei Duchi della Verdura, fece acquistare dai suoi parenti la chiesa e le pertinenze, all’epoca si poteva fare anche questo, e in quel luogo fondò un monastero per le monache olivetane, divenendone badessa in perpetuo, con la facoltà di vestire altre con lo stesso abito. Insomma un metodo assai rapido per fare carriera, saltando a piè pari tutta la gavetta…

Ovviamente, come sempre accade, il diavolo fa le pentole e non i coperchi: sempre citando Gaspare Palermo

Morta la fondatrice con fama di santità, si raffreddò lo spirito delle monache, si ridussero a poco numero, ed in somma povertà, a segno di non potersi più oltre sostenere

Per cui, per evitare che morissero di fame, furono trasferite in altri conventi: rimaneva però il problema di cosa fare di tutta la struttura. Così Don Girolamo Spatafora, Don Giovantonio Tagliavia ed Aragona, Marchese di Eraclea e Conte di Castelvetrano, ed il Dottore Don Andrea Ardoino, ispirati a quanto avvenuto a Roma nel 1520, fondò il monastero di Santa Maria Maddalena, per raccogliere le prostitute pentite, proposero di replicare la stessa esperienza a Palermo.

Nacque così il convento delle Repentite, dalla fusione del termine ree e pentite. I primi passi di tale iniziativa, furono, come dire, parecchio tormentati, dati che nessuno di coloro che avevano proposto la cosa, si erano posti il dubbio di come sostenerla. Per cui, sempre citando il buon Palermo

Il padre Girolamo Domenecchi operò un gran bene in vantaggio delle povere donne raccolte nel monastero delle Repentite in Palermo. Le quali non altrimenti che fiere in serraglio, ivi chiuse più dalla forza che dal volere, e stremate di mezzi, avevano rinnovato le dimestiche usanze coi vecchi loro amici. Il padre Domenecchi si adoperò con fervoroso zelo a raddrizzarle sulla buona via.

Ventisette ne furono così tocche nel cuore o così cambiate in tutt’altre, che al dirotto piangere per contrizione o al macerarsi in asprissime penitenze parevano ventisette Maddalene. Provveduto ai bisogni dell’anime, si rivolse egli a sovvenirle altresì in quelli del corpo. E dal viceré ottenne che l’inutile spesa che la città faceva in ogni anno per un lauto desinare il dì del Corpus Domini, si voltasse in elemosina a riparare le necessità di quelle misere abbandonate.

Le convertite abbracciarono il credo francescano e dopo tempo, zelanti della perfezione cristiana e della vita monastica, ottennero la clausura, mal sopportando però l’appellativo di “repentite”.

Però, un paio di confraternite locali, che ritenevano loro diritto acquisito mangiare quel giorno a scrocco del Senato, fecero il diavolo a quattro, contro questa decisione, per cui, fu gioco forza trovare un’altra fonte di finanziamento.

Isabella di Capua, principessa di Molfetta, moglie del vicerè Ferrante I Gonzaga, il fondatore dello stato di Guastalla, ebbe un’idea per tirare fuori il ragno dal buco: si inventò il cosiddetto “diritto della bacchetta“, che consisteva nel pagamento di una imposta versata dalle cortigiane ancora in “servizio” al Senato Palermitano, che in cambio concedeva loro di poter vestire abiti di seta e di oro degni solo delle donne “oneste”. Da questa tassa erano esonerate le “Cassariate”, cioè le donne che si
prostituivano sul Cassaro, che erano le più povere delle categoria.

A nominare la Badessa di questo insolito monastero, era l’Arcivescovo di Palermo, che, sempre seguendo l’esempio romano, la sceglieva fra le suore dell’ordine di Santa Chiara, questo fino a quando le monache non ottennero il 17 maggio 1729 da Papa Benedetto XIII di eleggere loro stesse la loro Superiora.

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Dopo il 1866, con la soppressione degli ordini religiosi, il monastero fu chiuso e l’edificio fu utilizzato prima come quartier generale delle Guardie doganali e poi come sede dell’Istituto d’Igiene. Nel 2005, quando l’Università intraprese una serie di lavori di ristrutturazione dell’ex chiesa di Santa Maria della Grazia, spostando le piastrelle del pavimento, ci si rese conto che sotto vi era un vuoto. Così si cominciò a scavare e risaltò fuori, dimenticata da più di 150 anni, la vecchia cripta, rivelando il suo tesoro: al suo interno, in uno spazio di circa 15-16 metri quadrati, si trova uno splendido altare seicentesco rivestito con mattonelle di maiolica raffiguranti motivi floreali, alle spalle di esso altre mattonelle riproducono le immagini di una monaca, a sinistra , e di un frate a destra, identificati con San Francesco e Santa Chiara.

Le due figure sono genuflesse davanti una grande croce, alla base del quale si trova un teschio, come a ricordare la caducità del corpo di fronte alla morte. La monaca è raffigurata con una pisside tra le mani, contenente un’ostia sulla quale è rappresentata la Crocifissione di Gesù

Ai lati dell’altare, lungo le pareti, trovano posto i “colatoi” dove venivano posti i corpi delle religiose per il processo di essiccazione naturale, una sorta di mummificazione, analoga a quella compiuta nelle più famose catacombe dei cappuccini, eseguita prima della tumulazione nella fossa sottostante la pavimentazione della cripta.

Per procedere all’essiccazione, venivano sventrati i corpi e le interiora confluivano nei suddetti colatoi, mentre per gli uomini si procedeva in maniera diversa, essendo questi seduti su tronchi

Proprio nella fossa, situata, come già detto, sotto la pavimentazione della cripta, sono stati trovati un cospicuo numero di crocifissi in bronzo, e cosa straordinaria, la sepoltura della Madre Badessa, identificata da una lapide di marmo che reca questa scritta:

“in questo sepolcro giace il corpo della Reverenda Madre Santa Ignazia di Gesù Squatrito quale nacque al 1706, si chiamò al secolo Donna Maria Squatrito, mori’ di anni 76 l’8 aprile 1782.”

Del suo corpo sono rimaste soltanto alcune ciocche di capelli e alcune piccole pergamene ritrovate chiuse in due ampolle di vetro, parole che rivelano notizie sulla sua esistenza, una sorta di messaggio in bottiglia proveniente dal Passato…

2 pensieri su “La cripta delle Repentite

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