Chiesa dell’Annunziata a Sulmona

pano_facciata

Uno dei luoghi più affascinanti di Sulmona è la Chiesa dell’Annunziata, la cui evoluzione architettonica, come in altri luoghi della città, è stata condizionata dall’alternarsi di distruzioni dovute a terremoti e relative ricostruzioni.

La sua costruzione risale, assieme all’adiacente palazzo, che fungeva da ospedale, al 10 marzo 1320, per volontà della Confraternita dei Compenitenti, che oltre alla contemplazione religiosa, si occupava dell’assistenza dei malati e dei poveri; a differenza dell’Ospedale, che bene o male mantiene un aspetto quattrocentesco, l’Annunziata, invece, si presenta come edificio barocco.

La prima ricostruzione della chiesa avviene nel 1456, dove a causa del terremoto dell’Irpinia del 5 dicembre, considerato da molti tra i forti avvenuti in Italia nell’età cristiana, che devastò il Sud da Cosenza a Roma, causando 30.000 morti e due maremoti, nei golfi di Napoli e di Taranto, crollò l’edificio medievale.

Fu così impostata una pianta, tre navate con transetto e tre absidi, su cui è basato l’impianto odierno: alla stessa . Alla stessa fase risalgono il portale laterale, datato 1590, l’abside poligonale e il bellissimo campanile progettato dal vescovo dei Marsi Matteo Colli e realizzato dal “mastro Alessio” tra il 1565 (iscrizione posta sotto il cornicione) e il 1588, sul modello del quale sono stati eseguiti i campanili della Badia Morronese e della parrocchiale di Pacentro, il prezioso coro ligneo realizzato tra il 1577 e il 1579 dal romano Bartolomeo Balcone e la tela della Pentecoste che “Berna Monaldius Florentinus faciebat” nel 1598.

Nel 1600 fu intrapreso poi un programma di ammodernamento della decorazione, secondo il nuovo gusto barocco: la chiesa si arricchisce di preziose tele, alcune delle quali possono ancora essere ammirate, come l’Annunciazione del pittore pistoiese Lorenzo Baldi (1624-1703), discepolo di Pietro da Cortona, la Comunione degli Apostoli del sulmonese Alessandro Salini (1675- 1764) e la Natività di Maria e La presentazione al Tempio di Giuseppe Simonelli (1650 ca.-1710), allievo del più famoso pittore Luca Giordano. Nel 1620 è affidata al romano Giacomo Spagna il progetto della decorazione marmorea della Cappella della Madonna.

pano_cappella_dell_annunziata

L’artista romano realizzò direttamentte solo il palliotto, mentre i marmi alle pareti furono affidati ad artisti provenienti da Pescocostanzo, paese che gode di una strana peculiarità: distrutti completamente dal terremoto del 1456, fu ripopolato con un massiccio afflusso di maestranze edili lombarde, che doveva essere impiegate nella ricostruzione dell’area abruzzese.

Questo singolare evento, oltre a lasciare la sua impronta nel tessuto sociale e culturale del paese, per esempio, si conserva l’uso del rito ambrosiano nelle cerimonie di battesimo celebrate nella basilica locale di Santa Maria del Colle, diede origine a una lunga tradizione artistico-architettonica, che come vedremo, si ripercuoterà anche sulla chiesa dell’Annunziata. Dalle fonti si ha infine notizia di una “fabrica degli stucchi” che tra il 1688 e il 1689 è chiamata ad “ammodernare” l’edificio.

Il 3 novembre 1706, però, si verificò il tragico terremoto della Maiella, a soli 3 anni di distanza dalla crisi sismica del 1703 che aveva flagellato L’Aquila. I giorni precedenti erano passati tranquilli: il 1º novembre fu celebrata la festa di Ognissanti e l’Arciconfraternita della Trinità a Sulmona organizzò la tradizionale processione che dalla loro chiesa andava al cimitero e poi tornava indietro. Il 2, invece, alla Commemorazione dei Defunti vi furono rituali familiari diffusissimi in Abruzzo come omaggio ai propri cari deceduti. La scossa del 3 novembre sorprese la popolazione, intenta a pranzare o a fare un riposo pomeridiano: per una ventina di secondi tremò la terra, facendo crollare la maggior parte degli edifici della città e causando una strage.

Della chiesa dell’Annunziata, rimasero in piedi solo la Cappella della Madonna,il campanile e il perimetro absidale; per la ricostruzione si decise di seguire la pianta della chiesa rinascimentale, riducendo però le cappelle gentilizie da 14 a 10.

I lavori cominciarono il 25 ottobre del 1710, sotto la guida dell’architetto bergamasco Pietro Fantoni e si protraggono per diciassette anni; al suo fianco, collaborò la famiglia Cicco di Pescocostanzo. Giuseppe, il capostipite, progettò e realizzò l’altare maggiore. Il figlio Francesco ebbe l’ìncarico di realizzare gli altari delle cappelle laterali, mentre l’altro fratello Norberto ebbe l’incarico di progettare la facciata.

Questa è una sintesi di influenze dle barocco romano e di quello napoletano, essendo movimentata da un doppio ordine di colonne binate fortemente aggettanti che riescono a conferire maestosità e slancio all’insieme. Nel primo ordine troviamo il portale fiancheggiato dalle colonne di ordine tuscanico e da due finestre rettangolari; una fascia decorativa propone il motivo classico dell’alternanza di metope e triglifi, seguita da una serie di dentelli ed infine da uno spesso marcapiano che fa da imposta all’alto basamento dal quale prende avvio il secondo ordine. Qui le colonne binate presentano un capitello composito e sorreggono una trabeazione ancora carica di reminescenze classiche che termina in un timpano curvilineo spezzato. Al centro si apre la finestra con timpano spezzato concluso in due volute, imponente quanto il portale maggiore, sia per le dimensioni che per la decorazione, così da riequilibrare le proporzioni in considerazione della visuale ribassata posta sotto la scalinata. Due volute fanno da raccordo tra il corpo centrale e le ali laterali che chiudono negli angoli con due paraste scanalate terminanti in due “pinnacoli”.

LoadImg-1

L’interno, al contrario, sembra essere influenzato dal barocco milanese del Richini, con la navata centrale che si raccorda in altezza al transetto non emergente; le quattro arcate che dividono il vano centrale dalle navatelle sono scandite da pilastri resi cruciformi da lesene terminanti verso la navata in capitelli a stucco di ordine composito. Al di sopra di ogni arco degli angeli in stucco a forte rialzo sorreggono un medaglione entro il quale è dipinto a monocromo un episodio sacro; l’effetto d’insieme è di una dinamica, ariosa ed elegante teoria celeste che osserva e guida il visitatore dall’ingresso fino al presbiterio. Una cornice alta con delle modanature non molto aggettanti chiude la parete e funge da imposta alla volta a botte, la quale è aperta alla base da una serie di finestre che la rendono particolarmente luminosa.

La volta è arricchita da delicati motivi vegetali sempre realizzati a stucco, mentre al centro, entro ampi riquadri mistilinei, troviamo affreschi raffiguranti episodi cristologici e mariani realizzati dal pittore Giovambattista Gamba nel 1728. Per la realizzazione degli stucchi gli studiosi hanno proposto il nome di Giovan Battista Gianni (o Giani), esperto stuccatore lombardo che, fra la fine del Seicento e il primo trentennio del secolo successivo, è attestato, insieme ai suoi collaboratori Girolamo Rizza del Vaglio e Carlo Piazzoli da Pigra, alla decorazione di molte chiese abruzzesi.

A ridosso dell’ultima campata si impongono allo sguardo due grandi organi con balaustre riccamente decorate ad intaglio e dorate; la contrapposizione di due organi è legata alla tecnica dei cori battenti o spezzati, inconsueta al di fuori del territorio veneziano e sintomatica di una ragguardevole attività musicale a Sulmona.

Quello sul lato sinistro fu realizzato da Tommaso Cefalo di Vasto (1749) e quello sul lato destro fu fatto costruire dai Fedeli di Camerino nel 1753, mentre la loro decorazione rococò fu opera di Ferdinando Mosca, sempre di Pescocostanzo.

Lungo le pareti delle navatelle si susseguono gli altari con preziose mostre a incorniciare le tele dipinte; ciascuna campata è chiusa da una piccola cupola che riceve la luce dal lanternino. Nel transetto si apre la cupola estradossata, unico esempio del genere a Sulmona, resa luminosa dalla lanterna e dalle finestre rettangolari del tamburo; i pennacchi di raccordo sono affrescati con le figure e i simboli dei quattro Evangelisti sempre da Giambattista Gamba, la cui firma è chiaramente leggibile insieme alla data di esecuzione dei lavori sotto la figura di S. Giovanni

Nella chiesa è poi presente la tomba di Panfilo Serafini, storico, archeologo, critico letterario e patriota, che partecipò alla difesa della Repubblica Romana e che fu condannato al carcere duro e ai lavori forzati, dai tribunali borbonici, da scontare a Procida, nel bagno penale di Terra Murata, costruito nel castello rinascimentale di D’Avalos.

Nel carcere c’era un settore dedicato alle lavorazioni, tra cui le telerie, la falegnameria, la legatoria istituite intorno agli anni 1830-40 dai gesuiti affinché il detenuto fosse impegnato in attività lavorative per redimersi. In quest’ultima lavorava Panfilo, quando non era impegnato a zappare nel tenimento agricolo della Spianata, luogo così chiamato perché era la zona ‘spianata’ dal cardinale D’Avalos per la costruzione di via del Castello, in cui si allevavano animali e si coltivava la terra, vendendo i prodotti una volta a settimana in una sorta di mercato che si teneva nel carcere.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...