Il sogno di Eugène Viollet-le-Duc

parigi

Intorno al 1830, la cattedrale di Notre Dame era ridotta assai male: il tempo e la follia umana, dalle manie di modernizzazione di Re Sole all’estremismo dei rivoluzionari, le aveva procurato ferite, difficilmente sanabili.

Ad esempio nell’ottobre del 1793, il governo rivoluzionario aveva ordinato di distruggere tutte le statue che la decoravano e a dicembre il filosofo Henri de Saint-Simon, aveva espresso l’intenzione di acquistare la cattedrale, per poi demolirla.

Dopo le sommosse anti-legittimiste del 29 luglio 1830 e del 14 febbraio 1831, l’equivalente parigino dell’epoca della nostra Roma fa Schifo, che ovviamente non era un blog, ma una sorta di penny dreadful, un foglio a basso costo, scritto su carta di pessima qualità, finanziato dai principali costruttori edili dell’epoca, propugnava l’abbattimento di Notre Dame, definendola

“Un vecchio rudere, residuato di tempi assai oscuri, che occupa uno spazio che potrebbe essere utilizzato in maniera più proficua, per costruire nobili ed eleganti palazzi, per francesi di ingegnosi e ben dotati di beni”

Per reagire a tale campagna, chiamiamola cosi, stampa, e sensibilizzare l’opinione pubblica al restauro della cattedrale, Victor Hugo scrisse e pubblicò il suo romanzo Notre-Dame de Paris; il successo fu tale, che il parigino medio ritornò a guardare con orgoglio la sua cattedrale.

In seguito all’approvazione del ministro degli Affari religiosi, al quale, il 31 maggio 1842 era stata presentata una petizione firmata da vari personaggi illustri, tra i quali Victor Hugo, Alfred de Vigny e Jean-Auguste-Dominique Ingres, vennero scelti gli architetti Jean-Baptiste-Antoine Lassus e Eugène Viollet-le-Duc. Quest’ultimo, sotto certi aspetti, è il costruttore dell’immaginario che il senso comune associa al Medioevo.

Eugène, personaggio da romanzo, uomo dalla cultura enciclopedica, formidabile disegnatore, archeologo, scrittore di talento, acquarellista, sognatore, ridisegnò a sua immagine il Passato; nel tentativo di recuperare le radici profonde del popolo francese, demolì, riparò e spesso ricostruì di sana pianta, dando fondo al suo estro, al suo buon gusto e alla sua fantasia, cose di cui certo non era carente.

Come è ben scritto nel sito il Festival del Medioevo

Nell’età romantica, la riflessione sul restauro si spaccò intorno a due opposte teorie rappresentate da Ruskin e Viollet-le-Duc.

Per Ruskin l’edificio somiglia a un organismo vivente: nasce, cambia, muore. E il tempo può solo aumentarne il fascino. In un edificio, la storia quindi conta più dell’estetica. Restaurare, allora, è un atto immorale. Anzi, sostituire l’originale con una copia “è la peggiore delle distruzioni”. Cosa fare quindi di fronte a un monumento in rovina? La ricetta, al posto del restauro, come scriveva William Morris è soltanto “la tutela (…) per evitare il degrado attraverso cure giornaliere”.

La tesi di Viollet-le-Duc era opposta: il restauratore deve mettersi nei panni dell’architetto originario, penetrare nella sua mentalità. E attraverso uno studio rigoroso delle fonti, ricostruire il momento storico nel quale l’opera venne pensata.

Nel “Dictionnaire raisonnè d’architecture” scrisse: “Restaurare un edificio non è affatto mantenerlo, ripararlo o rifarlo, è il ristabilirlo in uno stato completo che può non essere mai esistito in nessun momento”. Il suo era un restauro “di ripristino”: l’obiettivo era quello di riportare il bene culturale alla sua condizione iniziale, quella che ne aveva caratterizzato la nascita.

Così venivano cancellati tutti gli interventi posteriori e i loro segni, per ridare all’edificio una sua “unità stilistica”. È quindi lecito integrare e colmare le lacune dovute al degrado dell’opera, recuperando le parti mancanti o aggiungendone altre da opere dello stesso periodo

Avendo tale forma mentis, dinanzi al restauro di Notre Dame, Eugène diede il meglio di sé. Come Gaudì nella Sagrada Familia, fu travolto da una sorta di furor e di dedizione assoluta al proprio lavoro: considerava forse quest’opera come quella della sua vita, seguendola in ogni minimo passaggio.

Fece eliminare l’intonaco delle pareti e il rivestimento marmoreo degli archi nell’area dell’abside e ricostruire le vetrate colorate distrutte nel Settecento; esternamente, i contrafforti e gli archi rampanti vennero restaurati e rinforzati e, quelli che non li avevano più, completati con pinnacoli.

Fu spostata di cinque gradi la parte centrale dell’intelaiatura del rosone del transetto sud per farle assumere un orientamento cruciforme e ripristinata la decorazione statuaria distrutta dai rivoluzionari. Il restauro di Notre Dame in stile gotico fu così capillare e presentò così tanti cambiamenti rispetto alla chiesa medievale che perfino Napoleone III, ad un certo punto, si allarmò. Nel maggio 1856, l’imperatore confidò, con aplomb regale, le sue paure a Prosper Mérimée:

”Sembra che Viollet-le-Duc, distruggerà Notre Dame…”.

Era, più o meno, quello che temeva la maggioranza dei parigini. Soprattutto quando si cominciò a parlare di una guglia che prima non c’era. Una freccia di ghisa alta 45 metri e pesante 750 tonnellate, innalzata verso il cielo, proprio all’incrocio tra la navata principale e il transetto. Oltretutto lontanissima dai modelli del XIII secolo: per la sua realizzazione Eugène si ispirò alla “flèche” ottocentesca della cattedrale di Orléans. Per costruirla, a quanto pare, l’architetto impiegò una squadra di operai sardi, che avevano collaborato, negli anni precedenti, al restauro delle chiese gotiche di Barcellona.

E per testimoniare il suo orgoglio nel realizzare tale guglia, Eugène si fece ritrarre nella statua di Tommaso, l’unica che non guarda il panorama parigino, ma che osserva con orgoglio la flèche, ciò che ritiene il suo capolavoro.

Infine, Eugene riempì il tetto della cattedrale di “chimere” e “gargouilles”, che in origine non esistevano. Sempre citando il Festival del Medioevo

Lo storico americano Michael Camille nel saggio “Les Gargouilles de Notre Dame – De Quasimodo à Dracula” dà una lettura particolare degli intendimenti dell’architetto parigino: Viollet-Le-Duc, colpito dalla rivolta popolare del 1848, dissimulava in quelle figure le sue ossessioni borghesi.

Ecco che allora la figura del “Roditore, il mostro canino che azzanna la sua preda” ricorda l’operaio che addenta il suo misero panino nelle pause del cantiere, insieme alla disperazione delle migliaia di persone giunte a Parigi dalla provincia, in cerca di un lavoro. E il “Cerbero a tre teste” è la paura del futuro di una classe sociale privilegiata davanti all’avanzata dei movimenti popolari e delle nuove idee che scuotono l’Europa.

E lo la Stryge, spirito maligno che vive solo di notte, aggiungo io, è forse immagine distorta di quanto Marx scriveva nel suo Manifesto

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi.

Per cui hanno ragione coloro che definiscono un falso storico, di poco valore ? No, perché una cattedrale non è un fossile, ma un organismo vivo, in cui si susseguono, spesso contrapponendosi, diverse convinzioni e visioni del mondo.

Alla fine, Eugène, ha imposto la sua, realizzando uno splendido monumento al suo orgoglio, un capolavoro del neogotico, che ci ha sedotto, colonizzando i nostri sogni.

In fondo il Medioevo che vive nel nostro immaginario, che fa capolino in tutti i film e romanzi in cui ci imbattiamo, è quello da lui ricreato. E come sempre accade, lo Storie sono più forti e resistenti della pietra…

La misteriosa fine di Flavio Giulio Crispo

Et in Arcadia Ego

65 Solido di Crispo (317-326), zecca di Nicomedia

Nelle pieghe della storia si nascondono oscure vicende e segreti innominabili, che non potremo mai svelare completamente; avvenimenti scandalosi che si è voluto rimuovere dalla memoria. Uno di questi eventi sconvolse nel 326 d.C. le vite di Costantino I, del suo primogenito Crispo e della sua seconda moglie Fausta.
Flavio Giulio Crispo nacque intorno al 303 d.C., frutto dell’unione di Costantino I con la sua prima moglie Minervina. Sappiamo molto poco di Minervina, che fonti più tarde definiscono solo una concubina. Forse, in seguito morì di parto o venne ripudiata, perché nel 307 Costantino si sposò una seconda volta con Flavia Massima Fausta, figlia dell’Augusto Massimiano e di Eutropia, da cui ebbe altri sei figli, tre maschi e tre femmine. Costantino curò particolarmente l’educazione del giovane Crispo e gli affiancò come maestro il famoso retore cristiano Lattanzio.
Costantino credeva nel consiglio di Platone di…

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Claudio Rutilio Namaziano, “De reditu suo” I, 47-66 (Inno a Roma)

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di Namat., De red. suo I, 47-66


Exaudi, regina tui pulcherrima mundi,
inter sidereos, Roma, recepta polos;
exaudi, genetrix hominum genetrixque deorum:
Non procul a caelo per tua templa sumus.
Te canimus semperque, sinent dum fata, canemus:
Sospes nemo potest immemor esse tui.
Obruerint citius scelerata oblivia solem
quam tuus e nostro corde recedat honos.
Nam solis radiis aequalia munera tendis,
qua circumfusus fluctuat Oceanus;
volitur ipse tibi, qui continet omnia, Phoebus
eque tuis ortos in tua condit equos.
Te non flammigeris Libye tardavit arenis;
non armata suo reppulit ursa gelu:
Quantum vitalis natura tetendit in axes,
tantum virtuti pervia terrae tuae.
Fecisti patriam diversis gentibus unam;
profuit iniustis te dominante capi;
dumque offers victis proprii consortia iuris,
Urbem fecisti, quod prius orbis erat.

Dea Roma. Affresco, I sec. d.C. Roma, P.zzo Massimo alle Terme.

“Ascoltami, o bellissima regina del mondo interamente tuo, o Roma, ascolta fra le…

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Il Testimonium Flavianum: il passo ritrovato

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Flavio Giuseppe, vissuto fra il 37  e il 100 d.C., è uno storico molto importante anche per via della sua particolare vicenda biografica. Inizialmente coinvolto nella disastrosa rivolta antiromana che portò poi alla distruzione di Gerusalemme (70 d.C.), si consegnò ai Romani in seguito alla sconfitta della sua guarnigione. Nacque così un intenso rapporto di collaborazione con gli ex nemici tanto da diventare un cliente di Tito e un grande ammiratore di suo padre, l’imperatore Vespasiano. La straordinarietà di questo personaggio si evince già dal suo nome, per metà ebreo e per metà romano. Infatti si integrò così bene nella famiglia imperiale che, anche per riconoscenza, ne assunse il patronimico (Flavio); per questo il Nostro ha un prenomen tipicamente ebreo (Giuseppe) e un nomen romano (e il nomen era quello che indicava la gens di appartenenza, o di acquisizione). Per questo Flavio Giuseppe può essere…

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Livio I 6, 3-7, 3 (La fondazione di Roma)

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di Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. I (libri I-II), tr. it. C. Moreschini, Milano, BUR, 2013, pp. 238-241.

Romolo, con il capo velato, traccia il mundus con l’aratro (illustrazione di P. Brocato)

[…] Romulum Remumque cupido cepit in iis locis, ubi expositi ubique educati erant, urbis condendae. et supererat multitudo Albanorum Latinorumque; ad id pastores quoque accesserant, qui omnes facile spem facerent parvam Albam, parvum Lavinium prae ea urbe, quae conderetur, fore. intervenit deinde his cogitationibus avitum malum, regni cupido, atque inde foedum certamen, coortum a satis miti principio. quoniam gemini essent nec aetatis verecundia discrimen facere posset, ut dii, quorum tutelae ea loca essent, auguriis legerent, qui nomen novae urbi daret, qui conditam imperio regeret, Palatium Romulus, Remus Aventinum ad inaugurandum templa capiunt.
Priori Remo augurium venisse fertur, sex vultures, iamque nuntiato augurio cum duplex numerus Romulo se ostendisset, utrumque regem sua multitudo consalutaverat: tempore…

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Sulla Legge e sulle Tasse

 

Viaggiando, viaggando, Prisco riuscì ad aggregarsi al seguito di Attila, cosa che lo portò a raggiungere il villaggio della khanato unno, dove, lo storico, con i suoi non detti, ha evidenziato tutti i suoi pregiudizi su tale popolo, capace di civilizzarsi, solo imitanto i romani

Essendoci ritrovati insieme in quel viaggio, quindi, attendemmo che Attila ci passasse avanti e poi con tutta la folla lo seguimmo da vicino. Attraversammo alcuni fiumi ed entrammo in un villaggio molto grande, in cui, come ci fu riferito, Attila teneva la sua dimora, dato che era un luogo più importante di altri. Il palazzo era stato assemblato con legni lucidi e tavole, e circondata da una palizzata di legno, concepita non per la sicurezza, ma per la bellezza. Accanto alla dimora del re che secondo il parere di Onegesius era splendida, vi era anche una lunga palizzata, ma non era stata abbellita con torri, così come la reggia di Attila. Non lontano dal recinto vi era un grande bagno che Onegesius, che aveva un potere secondo solo ad Attila tra gli Sciti, avevano costruito, andando a prendere le pietre dalla terra di Pannonia. Non vi erano, infatti, né pietre né un alberi tra i barbari che vivono in quelle parti, ma essi usano legname importato. Il costruttore del bagno, preso come prigioniero da Sirmio, pensava che avrebbe riavuto la sua libertà come premio per il suo lavoro geniale. Ma rimase deluso e cadde in un disagio maggiore della schiavitù, tra gli Sciti, perché venne soprannominato uomo vasca da bagno, e dovette attendere, lui e la sua famiglia, ai bagni [del re].”

Pregiudizio che si evidenziano anche nella descrizione dell’etichetta reale, che il senatore dell’epoca, avrebbe paragonato, con quella, assai più solenne e complicata, del palatium imperiale

“Maidens venne ad incontrare Attila mentre entrava in questo villaggio, avanzando prima di lui, in fila, sotto sottili bende bianche stese ad una lunghezza tale che, sotto ogni capo, che che veniva tenuto [teso] dalle mani delle donne, ad entrambi i lati, potevano camminare sette ragazze a anche di più. Vi erano molti gruppi di donne sotto quelle bende, e tutte intonavano canti Sciti. Quando fu giunto presso la casa di Onegesius, per la strada che va verso il palazzo, la moglie di Onegesius uscì con molti servi, alcuni manicaretti di carne e altri vini, e (questo è il più grande onore fra gli Sciti) lo salutò e gli chiese di prendere il cibo che aveva portato per lui con cordiale ospitalità. Per compiacere la moglie del suo amico intimo, mangiò seduto sul suo cavallo, e i barbari che lo accompagnano sollevarono il piatto d’argento per lui. Dopo aver assaggiato il vino offerto si recò al palazzo, che era superiore alle altre case, e situato in un luogo più elevato.”

“Rimanemmo nella casa di Onegesius, dal momento che lui stesso ci invitò, perché era tornato con il figlio di Attila. Pranzammo lì, e sua moglie con i membri della sua famiglia ci ricevettero, lui stesso dopo il suo ritorno si recò subito a conferire con Attila per illustrargli i risultati dell’attività per la quale era stato inviato, e l’incidente che aveva colpito il figlio di Attila (infatti quest’ultimo era scivolato e si era rotto la mano destra), e così non ebbe agio di cenare con noi. Dopo cena abbiamo lasciato la casa di Onegesius e piantato le tende vicino alla casa di Attila in modo che Massimino, quando avesse dovuto recarsi da Attila, oppure andare in conferenza con altri uomini della sua corte, non si trovasse troppo distante da loro.”

Il giorno dopo, Prisco, che probabilmente era tra le persone più sensate di quel caravanserraglio, fu spedito da Onegesius, per trattare sulla possibilità di incontrare il khan unno

“Trascorremmo la notte nel posto dove avevamo posto i nostri quartieri, e quando fu giorno Massimino mi inviò da Onegesius per presentare i doni che egli aveva recato e quelli che l’imperatore aveva inviato, e per accordarci su dove e quando avrebbe conferito con lui. Quando giunsi con i servi che trasportavano questi doni, attesi con pazienza, a porte ancora chiuse, fino a quando qualcuno fosse uscito a comunicare il nostro arrivo.”

Facendo anticamera, avvenne l’episodio per cui Prisco è normalmente citato sui libri di scuola; episodio, probabilmente inventato di sana pianta, dato che è costruito come una diatriba retorica, in cui l’obiettivo è esaltare lo ius come base della società, in contrapposizione alla presunta libertas dei barbari

“Mentre ero in attesa e passeggiavo di fronte al recinto della casa, un uomo in abito Scita che ritenevo essere un nativo, mi si avvicinò. Ma lui mi salutò nella lingua ellenica, dicendo: “Salve”(χηαιρε), e mi meravigliai che uno Scita parlasse in greco. Essendo una miscela di popoli, oltre alla propria lingua barbara, coloro che hanno rapporti con i Romani coltivano anche la lingua degli Unni e dei Goti, ma anche quella dei latini; ma non è facile per nessuno di loro di parlare nella lingua ellenica, ad eccezione di quelli portarono come prigionieri dalla Tracia e dal litorale dell’Illiria. Ma quando ci si reca in quei luoghi, costoro sono facilmente riconoscibili per gli stracci e lo squallore dei loro volti, di uomini che hanno incontrato la sfortuna. Ma quest’uomo era come uno Scita ben vestito, di quelli che vivono nel lusso, e aveva i capelli tagliati tutto intorno.”

“Dopo averlo salutato a mia volta gli chiesi chi fosse e da dove fosse venuto in questa terra barbara, per passare la una vita da Scita. Egli, a sua volta, mi chiese perché fossi così ansioso di sapere questo. Risposi che il motivo della mia curiosità era la lingua ellenica che parlava. Poi ridendo, rispose che era un greco di nascita, e che si era recato per commercio a Viminacium, la città della Mesia sul fiume Danubio, era vissuto lì per molto tempo e aveva sposato una donna molto ricca. Ma quando la città passò sotto i barbari era stato spogliato della sua ricchezza, e, insieme ai beni che erano appartenuti a lui era, stato consegnato ad Onegesius nella distribuzione del bottino. Infatti l’elite degli Sciti, dopo Attila, aveva preso per sè i prigionieri selezionati tra i benestanti, perché sarebbero stati riscattati per somme più alte. Aveva combattuto con coraggio nelle battaglie successive con i Romani e la nazione degli Akatiri, e, dopo aver dato al suo padrone barbaro, secondo la legge degli Sciti, quello che aveva guadagnato durante la guerra, aveva ottenuto la sua libertà. Aveva sposato una donna barbara e avuto dei figli, era partecipe della tavola di Onegesius e conduceva, ora, una vita migliore di quella che aveva in precedenza.

“Tra gli Sciti, così disse, gli uomini sono abituati a vivere a proprio agio dopo aver partecipato ad una guerra, e ciascuno gode di quello che ha, con pochi problemi, o nessuno, e senza tribolazioni.Tra i romani, invece, gli uomini facilmente si rovinano in guerra, in primo luogo perché ripongono le loro speranze di sicurezza negli altri, dal momento che a causa dei tiranni non tutti gli uomini sono autorizzati ad usare le armi. Per coloro che le usano, la vigliaccheria dei loro generali, quando non possono sostenere l’andamento della guerra, è ancor più pericolosa. In tempo di pace, inoltre, le circostanze sono più gravi dei mali delle guerre, a causa delle tasse molto pesanti e delle ingiustizie subite per mano degli uomini malvagi, dal momento che le leggi non sono imposte a tutti in egual modo.

Se il trasgressore della legge appartiene alla classe facoltosa, è improbabile che egli paghi la pena per il suo misfatto, e se invece dovesse essere povero e ignorante su come gestire il processo, sicuramente avrà inflitta la pena secondo la legge – se non finisce la propria vita prima della fine del processo. Infatti il corso di questi procedimenti si protrae sempre a lungo, e per loro bisogna spendere una grande quantità di denaro. Probabilmente la sofferenza più grave di tutte è quella di dover ottenere, spesso, i diritti della legge a pagamento. Nessun uomo offeso sarà mai garantito in un tribunale se non mette da parte un po’ di soldi per il giudice e i suoi assistenti.”

I brani riportati nei testi di scuola, normalmente si chiudono qui, ma è interessante riportare la risposta di Prisco, per evidenziare la visione del mondo di un membro del ceto senatoriale e su come giustificava le contraddizioni, soprattutto fiscali, del suo tempo, di cui, da uomo colto e intelligente, era perfettamente consapevole.

“Gli risposi, mentre stava proponendo questo e molti altri argomenti, suggerendogli che avrebbe dovuto ascoltare anche le argomentazioni dalla mia parte. Poi dissi che i fondatori della costituzione romana furono uomini saggi e nobili, con il risultato che gli oggi le varie questioni non amministrate a casaccio. Vengono nominati magistrati per essere custodi della legge e altri per prestare attenzione alle armi e praticare le esercitazioni militari, e sono incaricati di nessun altro compito diverso da quello di essere pronti per le battaglie, e di andare in guerra con fiducia, come si va ad un esercizio familiare, essendo stata eliminata in precedenza la paura attraverso la formazione. Altri sono impegnati nell’agricoltura e la cura del territorio, e sono stati nominati per sostenere se stessi, e coloro che combattono per loro conto, attraverso la raccolta della tassa militare. E altri ancora sono assegnati per provvedere a coloro che abbiano subito un torto – uomini che si prodigano a sostegno delle richieste di coloro che non possono, a causa di una carenza nella loro natura, far valere i propri diritti, e giudicano per imporre il rispetto della legge; e non si trascura dunque in nessun modo l’assistenza per coloro che si presentano dinanzi ai giudici – tra questi uomini ve ne sono di coloro che fanno in modo che chi ha ottenuto una sentenza dai giudici possa ottenere il suo risarcimento, e che l’unico condannato per illecito non debba essere costretto a pagare più di quanto la decisione dei giudici abbia sancito.

Se coloro che hanno l’incarico di tenere tali questioni sotto la loro cura non esistessero, e le ragioni di entrambi non fossero esattamente valutate nella stessa causa, il vincitore di una causa potrebbe procedere contro il suo nemico troppo severamente, oppure colui che abbia ottenuto una sentenza negativa persisterebbe nella sua tesi sbagliate. Viene stabilita, inoltre, una somma fissa di denaro, per tali uomini, dovuta da chiunque muova una causa, come quella pagata dagli agricoltori ai soldati. Non è giusto, risposi, sostenere colui che ti viene in aiuto e ripagare la sua gentilezza ? Proprio come il provvedere al proprio cavallo è un vantaggio per il cavaliere, la cura dei suoi animali per il pastore, dei suoi cani per il cacciatore, e di altre creature agli uomini che ne traggono la propria protezione e assistenza. Quando gli uomini pagano il prezzo per accedere alla giustizia e perdono la causa, sono soliti attribuire questa disgrazia ad una ingiustizia subita, e a nessun’altra cosa.”

“Per quanto riguarda il tempo impiegato per le cause, che è ritenuto troppo a lungo, se ciò dovesse accadere, è dovuto piuttosto alla preoccupazione per la giustizia, perché i giudici non potrebbero agire con giustizia, operando in modo sbrigativo. È meglio che, riflettendo, emettano una sentenza in ritardo, piuttosto che commettano una ingiustizia per la fretta, offendendo la persona, ma anche Dio stesso, che è il fondatore della giustizia. Le leggi sono imposte a tutti, anche l’imperatore vi è sottoposto, e obbedisce, e non è vero che il benestante può oltraggiare i poveri impunemente, a meno che qualcuno non sfugga alla punizione eludendo il pagamento. Questa fuga non è solo una prerogativa dei ricchi, ma ogni povero potrebbe anche ricorrervi. Infatti, anche se sono colpevoli, potrebbero non ottenere la giusta punizione a causa della mancanza di prove, e questo avviene tra tutti i popoli, non solo tra i Romani. Per la libertà che aveva ottenuto, dissi poi, che lui avrebbe dovuto ringraziare la fortuna, e non il suo padrone che lo aveva condotto alla guerra. In effetti, per inesperienza, avrebbe potuto morire per mano del nemico o, in fuga, sarebbe stato punito dal suo proprietario. I romani sono abituati a trattare i loro servi in maniera migliore. Essi mostrano l’atteggiamento dei padri o degli insegnanti nei loro confronti, in modo da condurli dalle abitudini volgari a quelle più sobrie, e ciò che si prefiggono viene pensato come un bene per loro; ma i loro padroni li castigheranno per i loro peccati come farebbero con i propri figli. Non è lecito infliggere la morte su un servo, come lo è per gli Sciti. Ci sono anche molti altri modi per conferire la libertà, dei quali chiunque può beneficiare, non solo quando sono ancora in vita, ma anche quando muoiono, dopo aver organizzato le loro proprietà come vogliono. E qualunque cosa l’uomo progetta per i suoi beni, alla sua morte, è giuridicamente vincolante.”

“Il mio interlocutore, piangendo, affermò che le leggi erano eccellenti e così la costituzione dello Stato romano, ma che i governanti stavano mandando tutto in rovina, non avendo provveduto adesso come i loro predecessori. Mentre stavamo discutendo queste cose qualcuno, dall’interno, giunse ed aprì le porte del recinto

Ogni tanto, bisogna vantarsi

CRUI

Ogni tanto, mi tocca scrivere anche del mio lavoro, cosa, detto fra noi, non è che ami tanto, dato che preferisco tenere separata la mia attività professionale, ciò che mi fa guadagnare il mio pane quotidiano e mandare avanti la baracca, da ciò che faccio nel mio privato, dalla scrittura alla street art, dalla musica popolare alle tante strampalate iniziative che porto avanti per l’Esquilino.

Stavolta, faccio un’eccezione, per soddisfare la mia umana vanità, sia per rendere onore al team di persone con cui ho lavorato, che, cosa rara, sanno coniugare competenza, creatività, dedizione e spirito di corpo, virtù rare, in un campo, quello del Multi Cloud, in cui i ciarlatani abbondano.

Se tutte le chiacchiere ho sentito sul tema nei troppi convegni a cui ho assistito in questi anni, diventassero per miracolo petrolio, in Italia saremmo assai più ricchi dell’Arabia Saudita; grazie a Dio, noi di TIM avremo uno sproposito di difetti, li conosco bene, ma in questo caso specifico, preferiamo lasciare la parola ai fatti, visto che quello che per altri è lontano futuro, per noi è realtà quotidiana.

Per questo, do visibilità al progetto di Multi Cloud per CRUI, per chi non lo conoscesse, è la Conferenza Rettori Università Italiane, che, tra le tante cose, funge anche da centrale d’acquisto per le Università e i Centri di Ricerca Italiane: progetto importante non solo per i volumi in gioco, anche se, come dice bene Li er barista

Li sordi so’ sordi

Da una parte, questo progetto ha permesso la nascita della TIM Cloud Dashboard, piattaforma vertical di brokering e di gestione ordini progettata da TIM in partnership con Microsoft, tra le prime al mondo a essere realizzata appositamente per ambienti di Cloud Pubblico, che sfrutta pienamente tutte le potenzialità dei PaaS di Azure. Cosa che ha permesso di:

  • ridurre al minimo le componenti di componenti di codice, tutte sviluppate secondo la metodologia DevOps;
  • semplificare al massimo tutte le operazioni connesse alla sua portabilità.

Peculiarità che hanno convinto Microsoft a proporre a TIM un proprio percorso di certificazione finalizzato al co-selling: la dashboard potrà essere venduta ad altri clienti in modalità revenue-sharing sul Marketplace di Azure.

Dall’altra, cosa che mi rende particolarmente felice, il progetto ha dato un contributo importante al Sistema Italia, favorendo la digital transformation delle nostre Università, migliorando, ad esempio con l’uso di chatbot mirati, i servizi agli studenti, e permettendo ai nostri ricercatori, sempre in affanno per mancanza di finanziamenti, di accedere a capacità computazionale a basso costo e di usufruire di Vertical evoluti di Intelligenza Artificiale.